L’ULTIMO CAVALIERE
Elisabetta Calderoni
Faenza
20 giugno 1810, Stoccolma
La differenza tra una berlina listata a lutto e una qualsiasi altra berlina svedese non è certamente adeguata a mostrare tutta l’intima commozione per la morte di un erede al trono, ma i funerali hanno le loro regole, purché si decida di rispettarle. Quell’anno anche il tempo, quell’amabile cielo grigio del settentrione d’Europa, si era parato a dolore.
Salire, sedersi: come da pochi gesti traspare la fedeltà più cieca verso il proprio re, come in pochi gesti si sfida la morte per mano della canaglia delle strade.
“Conte Fersen, non andate alle esequie del delfino.”
Ah, no, si parla di delfini solo in Francia.
“I vostri nemici vi accusano di veneficio, hanno aizzato contro di voi il popolo!”
Il popolo non ha bisogno di essere aizzato: come si vedeva, ch’essi non l’avevano vissuta, la Rivoluzione.
Quell’umidità e quella pressione non promettevano nulla di buono. L’ultimo giorno in cui il sole avrebbe tratto un respiro più lungo, prima del solstizio, era sacrificato al ricordo del preziosissimo signorino. Alquanto egocentrico, a pretendere per sé quel sole che le coppie d’innamorati avrebbero saputo ben godere altrimenti! Assai diversa era stata Lei. Alle Tuileries quel 20 giugno 1791 la sera era soffusa tiepida e profumata, dopo un giorno trascorso a correre su e giù per Parigi ad assicurarsi che tutto fosse pronto.
Quella fuga… Per lui si era conclusa a Bondy, dove gli aveva dato il cambio alla guida della carrozza il primo ufficiale. Avrebbe dovuto recarsi direttamente e velocemente al confine, per controllare che tutto fosse a posto. Ma in realtà, lo sapeva, Luigi non l’aveva voluto oltre: l’orgoglio reale non sa ammansirsi nemmeno in tempi di sangue. Tuttavia a lui Ella aveva affidato i propri figli, perché fossero messi al sicuro prima di Se stessa e di Suo marito; perfino alle Tuileries, in tempi di guerra, Luigi non aveva saputo mostrarsi pari a Lei ed Ella aveva organizzato tutto. Ed il popolo era disposto ad amare il re, perché era francese e buono e incapace dei giochi della corte!
Che ironia che ad una donna così bella, leggiadra e vivace fosse stato dato uno sposo tanto pesante, goffo e bonaccione! E che ad un’anima così leggera e trasparente, affettuosa sino all’ingenuità, capricciosa fino alla bizzarria, fosse stata donata per le nozze una corte tanto artificiosa e traditrice. GlieL’aveva sempre detto di non fidarsi e di non spendere così tanto; ma come arrabbiarsi con Lei? Con quell’adorabile testolina di riccioli biondi? Odiose parrucche di grigi incipriati! Quanto erano più belli quei capelli sparsi! Ma il Suo animo era modaiolo e certamente non Le avrebbe consentito di farsi superare, in trine e trecce, da una Sua cortigiana.
Cosa stava succedendo ai cancelli? Perché Aaron veniva blaterando di chissà quale sconvenienza? Non aveva mai ucciso nessuna testa coronata, lui, Hans Axel di Fersen. Rischi? I suoi amici e le sue guardie stavano diventando pusillanimi più di quanto potesse soffrire. Non aveva combattuto nella rivoluzione americana e percorso l’Europa devastata in lungo ed in largo per nulla, non era stato un vigliacco a conquistarsi la stima della Corona; un diplomatico può essere ben altro che un codardo. Gli dicevano persino ch’era il più potente feudatario di Svezia. E cos’erano allora quei piagnistei? In un luogo diverso avrebbe dovuto morire, in un’altra carrozza.
A Varennes. Perché non era rimasto per Lei il 20 giugno a Varennes? S’aggruma il sangue sulla ferita infetta e lo si sente che gratta il respiro e che sarà lì, quando dovremo morire. Che piagherà la nostra anima, il peccato non scontato. Obbedito, aveva obbedito: a Luigi XVI. L’aveva lasciata sola ed aveva rivolto l’ultimo pallido saluto nemmeno a Lei, bensì al nome di copertura della Sua dama di compagnia – Addio, Madame Korff! - Maledetta segretezza, a cos’era servita, poi? Tutto era stato scoperto comunque, quattro giorni dopo che L’aveva lasciata. Perché non era rimasto lì, a farsi linciare dalla plebe, piuttosto che volare al confine? In nome del piano che egli stesso aveva ordito?
Dopo… Quale dopo? Trascorsi quasi vent’anni, non riusciva ad averne un ricordo chiaro, non stritolato dalla spirale di angoscia e dolore. E rabbia. Offese servili all’interno, la Costituzione, e disprezzo e silente disinteresse all’esterno: dov’era stato il grande fratello d’Austria, dove la corrispondente Caterina, dove i facili eroi di Coblenza? Chi aveva suggerito nuovi, inutili piani di fuga, se non il re di Svezia, spinto da lui? Era stato sul finire dell’inverno che era riuscito, Dio solo sa come, ad eludere la guardia alle Tuileries ed a passare un’intera giornata al Suo fianco. Quasi mai erano riusciti a trascorrere talmente tanto tempo insieme; mai c’era stata una tale urgenza nei loro baci. Quella fu l’ultima volta che si videro.
Vile chi li abbandona: questo Maria Antonietta aveva fatto incidere sull’ultimo dono, un anello con i gigli di Francia, indossato per due giorni, prima di essergli spedito. Aveva già sperimentato come passarsi una mano sugli occhi non cancelli nulla, ma quel gesto gli era divenuto usuale, non più solo negli intervalli della solitudine. I cavalli si stavano muovendo, grazie a Dio; sentiva i ciottoli del viale sotto le ruote della carrozza.
La carretta d’infamia alla ghigliottina, dopo la segregazione, fra il fango di Parigi: gli avevano detto che Jacques Louis David dal Caffè della Reggenza aveva ritratto in uno schizzo l’invecchiata e superba sovrana; che si era udita qualche voce al processo a riconoscerNe la fierezza. Che per gli ultimi passi sui gradini del patibolo aveva scelto scarpette in raso nero, con il tacco alto; che Le avevano tagliato i capelli, che L’avevano sepolta dopo qualche giorno, quando il cumulo dei morti si era fatto sufficientemente consistente, in una fossa comune nella calce viva. Invano aveva cercato di acquistare qualcosa che Le fosse appartenuto: era già stato portato tutto via.
C’era qualcosa di ammorbante, nell’aria chiusa dell’abitacolo: forse era colpa di quell’umidità insolita. Stava seguendo delle esequie; diciannove anni prima le aveva precedute. Strano che un cuore tanto inariditosi fosse ancora capace di avvertire certe effusioni dell’universo, così dense e cupe. Avrebbe potuto esservi qualsiasi cosa dietro i finestrini: non l’avrebbe vista, assorto com’era; era intervenuto il cigolio dei cancelli a risvegliarlo. Ma doveva averlo preso qualcosa di più di una fuga del pensiero; il cuore non si era lasciato ricondurre ad un battito normale. La berlina stava uscendo. La folla sciabordava sui cordoni di guardie. Ed Ella se li era ritrovati di fronte, quegli stessi occhi torbidi ed inferociti, sotto stoppie scarmigliate.
“Ah, ecco una vecchia conoscenza!”: era stato così che l’aveva salutato fra gli ori del trono, prima ancora che avesse potuto amarLa, riconoscendolo allegramente quattro anni dopo il loro primo incontro all’Opera.
Una vecchia conoscenza… Stavano rompendo i cordoni…
La folla rigurgitò davanti al municipio di Stoccolma il corpo del bel Fersen, straziato da sassate e bastonate e mutilato anzitutto del dito del malefico anello di Maria Antonietta.