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Hans Tuzzi, Il maestro della testa sfondata, Parma, Ugo Guanda Editore, 2005, pp.274, euro 8,00.

 

In un articolo comparso sul Corriere della sera il 14 dicembre del 1996 dal titolo Novecento a scuola, Pier Vincenzo Mengaldo affermava di avere scoperto in gioventù gli autori allora suoi contemporanei fuori dalle aule in quella “civilissima istituzione delle bancarelle dell’usato”. Al di là delle conclusioni a cui arriva lo studioso, ciò che in questa breve battuta mi colpisce è la straordinaria consapevolezza che Mengaldo, lettore appassionato, dimostra di possedere di fronte all’oggetto del proprio interesse. Un interesse che non si esaurisce solo nella letteratura, ma che trova il suo giusto compimento nell’oggetto libro. Infatti parlare di bancarella dell’usato implica già di per sé una ricerca ed una curiosità, un desiderio di andare a scovare ciò che per noi è prezioso e di cui altri si sono voluti disfare o, in alcuni casi, che si sono lasciati soffiare. Civile ha chiaramente un significato che si rifà ad una utilità pubblica, ad un servizio al quale tutti possono accedere e il superlativo assoluto rinforza l’idea di una attività che, oltre ad essere buona, può a buon diritto considerarsi nobile per la funzione che assolve. Parlare poi di istituzione richiama alla mente l’idea di un qualcosa  fortemente radicato nel tessuto sociale, tanto da divenirne parte integrante. La passione letteraria nasce anche di qui, dal nostro inquieto rovistare tra fiere e mercatini sempre alla ricerca di ciò che manca alla nostra incompleta biblioteca, ma anche per scoprire ciò che mai pensammo fosse stato scritto- Anche noi dopo tutto siamo indagatori, ispettori investiti da un’ autorità di nostra fattura alla ricerca del libro che ci renderà felici. Cos’altro potremmo essere in fondo?

Come noi anche quel Melis protagonista dei gialli di Tuzzi si aggira da dilettante in quel mondo per lui sconosciuto (per lui, non certo per l’autore!), dell’antiquariato librario alla ricerca di un assassino che inaspettatamente lascia tracce che sanno di legature in pergamena chiara ed in vitello fulvo. Un ambiente questo tutto da scoprire e che rivela  il suo fascino tra gli ingranaggi perfettamente oliati di un giallo tutto italiano. No, non sono le civilissime istituzioni delle bancarelle dell’usato quelle tra le quali indaga, quelle che lo stesso autore nel suo splendido Collezionare libri aveva definito col rammarico del più indomito ricercatore di volumi esauriti ed introvabili “cimiteri di pseudo best-sellers”. Eppure l’insistente presenza dei libri non turba di una virgola questo romanzo che è giallo, ma che sa essere, come molti altri dello stesso genere non sono, romanzo di ambienti e di personaggi.

Leggete dunque Tuzzi se volete sapere com’è una settimana di febbraio fredda, ma di un freddo buono, a Milano, con le sue sere magiche di foschia rischiarate appena dalle luci dei lampioni. Una città che non è sfondo, ma protagonista con le sue nostalgie di tepore primaverile che entra fin dentro alle ossa degli ispettori che piantonano le case e che si appostano per pedinare i sospettati. Note meteorologiche e paesaggistiche queste di non poco rilievo e che la dicono lunga su una tradizione letteraria che affonda le sue radici in Simenon, ma anche in Chandler. Come dimenticare infatti l’incipit di The big sleep, “mezzo ottobre, sole velato, e una minaccia di pioggia torrenziale sospesa nella limpidezza eccessiva là sulla collina”? Vi è dunque una “via italiana” alla descrizione di un sole discreto e di una nebbia pertinace che non sappia né di Stati Uniti né di provincia francese e questa via è quella che batte con destrezza il nostro Tuzzi. Accade così che mentre egli con rapidi fotogrammi ci descrive questa città, noi vi leggiamo la vita segreta dei suoi protagonisti, con le loro piccole storie che narrano di rassegnazione e speranza: ben lungi dall’essere pallidi e sfuggenti, si ritagliano il loro spazio all’interno della vicenda. Capita quindi di incontrare la signorina Casiraghi, versione femminile di Caronte, che si antepone fra il mondo esterno e il sancta sanctorum della casa editrice di quel bel tipo di Frangipane o Caselli nominato perito d’ufficio che districando l’involuta matassa che sembra celarsi dietro la libreria di Tanzi trova sempre il tempo di dispensare deliziosi esempi di antiquariato alternando erudizione e saggezza, quella stessa che l’autore ci riserva nelle splendide pagine delle sue guide. E che dire di quel complice e semiserio sorriso da ragazzina che ci riserva la fulgida Fiorenza con la sua strepitosa falcata che subito è in grado di irretire il solitario Melis? Il sorriso,  discreto e un po’ sornione, è forse la cifra di questo romanzo in cui l’autore e il suo protagonista si muovono con disinvoltura nella quotidiana commedia umana, quello stesso sorriso che fiorisce in noi  quando inaspettatamente ci imbattiamo in un nuovo libro, in un nuovo autore.

(Marco Antonellini)

 

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