SULLa vicenda tragicomica di calciopoli
Ho seguìto la vicenda tragicomica di Luciano Moggi e della sua ‘banda’: da una parte l’ho trovata divertente per la spudoratezza del personaggio che, con faccia beffarda, negava l’evidenza palese di partite truccate, di goal evidentemente validi annullati, di rigori inesistenti assegnati alla squadra da lui diretta. Per quanto riguarda il côté comico, credo che il personaggio discenda direttamente dagli schiavi della commedia palliata: nel mondo carnevalesco e rovesciato degli schiavi plautini, al posto del valore forte della fides quale fondamento della giustizia, troviamo quello della perfidia, la santa protettrice dei servi: “Perfidiae laudes gratiasque habemus merito magnas” (Asinaria, v. 545), “abbiamo ragione di elogiare e ringraziare assai la Malafede”, dice lo schiavo Libano allo schiavo Leonida.
Del resto, se il calcio è un gioco, gli interessi che questo ludus coinvolge sono reali e colossali, sia dal punto di vista economico, sia da quello emotivo e psicologico. Quindi interviene la parte seria e tragica: certi personaggi, se hanno successo, diventano esemplari e degni di essere imitati da parte di tanti sprovveduti che non possiedono adeguate difese di ordine culturale, etico, religioso od estetico.
La cultura nasce da una metamorfosi d’istinti belluini in altri più elevati attraverso il pudore, la fantasia, la conoscenza. Valori che sono stati tutti capovolti: acta retro cuncta. Così, per non restare sul personale che forse schiumerebbe di rabbia, vediamo alcune condanne della perfidia diabolica, della spudoratezza e dell’ingratitudine lanciate da classici antichi e moderni.
Teognide denuncia la malafede come caratteristica degli ignobili, dei vili, i quali si ingannano a vicenda, deridendosi a vicenda, senza conoscere i segni distintivi del bene e del male. Né si vergognano… Anche dopo lo scoperchiamento delle loro malefatte, si proclamano innocenti o addirittura vittime costrette a difendersi da chissà quali poteri forti. Si tratta si spudorati, dunque, che contano sull’imbecillità del popolo bue e sulla negligenza, o addirittura sulla complicità di chi dovrebbe punirli. Speriamo che i loro calcoli siano sbagliati.
Il pudore è considerato già da Esiodo uno dei pilastri del vivere umano e civile: nelle Opere e i giorni, il poeta afferma che, nell’ultima fase dell’empia età ferrea, gli uomini nasceranno con le tempie bianche, oltraggeranno i genitori decrepiti, useranno il diritto del più forte, e se ne andranno Gratitudine, Pudore, Rispetto e Sdegno; quindi, non vi sarà più scampo dal male. La descrizione dell’età del ferro è ancora attualissima: i suoi delitti somigliano a quelli dell’epoca moderna, ovvero della libertà vuota, del feroce conflitto che disgrega ogni ordine, della lotta egocentrica e spietata di tutti contro tutti, dell’anarchia dei particolari sradicati da ogni totalità. Euripide, nella Medea, rappresenta un mondo in sfacelo morale. Nel primo stasimo, il coro lamenta: “se n’è andato il rispetto dei giuramenti, né più rimane il pudore nell’Ellade grande”. Nell’Alcesti, il pudore è connesso alla nobiltà del carattere: “il carattere nobile infatti è portato al ritegno”.
Grande apprezzamento del pudore quale virtù di base esprime Senofonte nella Ciropedia, allorché annette al vizio capitale dell’ingratitudine quello dell’impudenza, che, anzi, considera madre di tutte le turpitudini: “Pare che all’ingratitudine di solito si accompagni l’impudenza: questa infatti sembra essere la guida più grande verso tutte le brutture”. Pure Platone ritorna al mito, e nel Protagora racconta quello di Prometeo, il presunto benefattore tecnologico. Ebbene, il Titano aveva rubato la sapienza tecnica, a partire dal fuoco, e l’aveva donata alla stirpe umana. Da questa provennero agli uomini le risorse necessarie per vivere. Quindi essi credettero negli dèi, innalzarono loro altari e statue, articolarono voci e parole, inventarono abitazioni, vesti, calzature, coperte, e trassero gli alimenti dalla terra. Nondimeno, gli uomini continuavano a commettere gravi ingiustizie reciproche, giacché non possedevano ancora l’arte politica: in tal modo, non potevano coesistere né sussistere. Allora Zeus, temendo l’estinzione della nostra specie, mandò Ermes sulla terra a portare rispetto e giustizia, virtù altrettanto morali quanto politiche, e gli ordinò di distribuirle a tutti, poiché non esisterebbero città se solo pochi uomini condividessero questi valori.
Nel carnevale sinistro delle guerre – e in particolare di quelle civili –, molti valori scompaiono, altri si capovolgono, secondo una transvalutazione generale che giunge a cambiare perfino il significato delle parole. Nel conflitto tragicomico del quale abbiamo ascoltato e letto alcune frasi, smozzicate sì ma zeppe di oscenità, la scatologia e l’imprecazione occupano il posto della parola logicamente organizzata: parlar male, affermava Socrate nel Fedone platonico, non solo è una stonatura in sé, ma mette anche del male nelle anime.
Nel Bellum Catilinae di Sallustio, il tradizionalista Catone, parlando in Senato, dopo e contro Giulio Cesare, denuncia questo ribaltamento lessicale: “Già da tempo veramente abbiamo perduto la verità nel nominare le cose: poiché essere prodighi dei beni altrui viene considerata liberalità, l’audacia nel male si chiama coraggio (malarum rerum audacia fortitudo vocatur), perciò la repubblica è ridotta allo stremo”.
Il rispetto, il pudore, la gratitudine, la parola ricca di pensiero e di bellezza sono valori forti che vanno affermati con forza dai media, i quali dovrebbero non solo incrementare le conoscenze con l’informazione, ma anche moralizzare attraverso un’educazione insieme etica ed estetica. Durante il ‘regime’ democristiano (tanto criticato, e pure non ingiustamente), la televisione dopo tutto dava in prima serata drammi di Sofocle, di Shakespeare, di Schiller, o sceneggiati tratti da Stevenson e da altri grandi classici moderni. Di questo ho nostalgia. Perché ho nostalgia di gente del mio stampo, che desidera moralità, cultura e bellezza. Credo che non siamo in pochi.
Occorre comunque lottare perché la sostanza autentica dell’umanesimo rimanga nella società civile. Hermann Hesse sosteneva che quando il pensiero non è puro e vigile, quando la venerazione dello spirito non è più valida, anche le navi e le automobili incominciano presto a non funzionare, anche il regolo calcolatore dell’ingegnere e la matematica delle banche e della borsa vacillano per mancanza di valore e di autorità, e si cade nel caos. Cito alcune parole da Il gioco delle perle di vetro: “Erano tempi feroci e violenti, tempi caotici e babilonici nei quali popoli e partiti, vecchi e giovani, rossi e bianchi non s’intendevano più. Andò a finire che, dopo sufficienti salassi e un grande immiserimento, sempre più forte si fece sentire il desiderio di rinsavire, di ritrovare un linguaggio comune, un desiderio di ordine, di costumatezza, di misure valide, di un alfabeto e di un abbaco che non fossero dettati dagli interessi dei grandi, né venissero modificati a ogni piè sospinto. Sorse un bisogno immenso di verità e giustizia, di ragionevolezza, di superamento del caos”.
I mezzi d’informazione – se gestiti diversamente da ora – e la scuola possono aiutare efficacemente i giovani a trovar la strada di questo superamento; e allontanarli da Mefistofele, il beffardo antico e universale ad un tempo, lo spirito che sempre nega, il figlio del Caos che, con il suo strapotente pugno di ghiaccio, vuole a tutti i costi annientare ogni cosa buona, bella e viva per il proprio profitto.