Tiziano Scarpa, Stabat Mater, Torino, Einaudi, 2008, pp.144
«Il talento è la capacità di imparare.
Il genio è la capacità di evolversi».
(Arnold Schoenberg)
«Fra le arti la musica ha un posto preminente, essa non deve mirare al divertimento ma a formare armoniosamente la personalità dei futuri cittadini temperandone le passioni» (Platone)
Stabat Mater è una preghiera. In musica. Dolcissima ricerca d’amore di una figlia abbandonata. Cecilia ha sedici anni e una vita colma di vuoti infelici; orfana da sempre, figlia dell’Ospitale, inconsapevole di passato e futuro.
Il suo vivere è declinato al presente di ogni giorno, la sua storia è oggi, nel succedersi delle piccole quotidianità, nella crescita maturata silente nell’anima. Il tempo è apparentemente statico, costituito di piccoli contrattempi, scoperte e grandi dolori interiori. Cecilia è un’anima tormentata che scrive ad una madre ignota e suona il violino con grazia ed intensità uniche. Sola, tra la moltitudine di coetanee, trascorre le sue notti con l’insonnia, in un luogo segreto, un pulpito isolato, dal quale scrive alla Signora Madre, tanto dentro quanto fuori di lei.
«Quando arriva l’angoscia, quasi ogni notte, il rimedio infallibile è non indugiare a letto. Allora mi alzo e vengo qui a trovarvi. Estate e inverno. D’inverno, in particolare, uscire dalle coperte mi fa bene, cancella di colpo ogni tetraggine, come un secchio di acqua gelata.[…] Salgo le scale, arrivo qui sopra e mi siedo sul gradino più alto, addossandomi a questo muro, da dove filtra il calore che mi basta. è il mio posto segreto. Per arrivarci indosso uno scialle che mi protegge, mi fa pensare a voi. Signora madre, io vi avvolgo con il mio pensiero, mi sentite?»[1]
Le scrive desiderî, paure, esperienze e speranze che abitano il suo dialogo affamato e frammentato con il mondo esterno, vissuto nella dicotomia devastante, e di difficile sintesi, tra l’essere donna e figlia. Un’estraneità al corpo, alla percezione di sé, alla propria collocazione, sempre e da sempre presente, poiché non sente di appartenersi, così come mai è appartenuta a nessuno. Un dialogo immaginario con la signora morte, dalla testa di serpenti, sembra alimentare la stasi nel limbo tra il non vivere e non voler morire. La fatica degli occhi giovani, iniziati alla vita dalla vista di una partoriente nascosta: un corpo esce dalle viscere di un altro, estranei uno all’altra, entità scisse eppure collegate inscindibilmente e ferocemente. Un’anima sola che si consola nel dirsi che il buio è apparenza, il vero sostrato è la luce e Cecilia, all’occorrenza, se la immagina. Per quel potente deterrente che è l’io, con l’immensità che contiene, vede luce e respira.
«Sono stata prudente, senza volerlo. Se avessi suonato il mio violino nella chiesa di notte, prima o poi qualcuno mi avrebbe scoperta. Ma nessuno può sentire la musica segreta che suona nel nostro animo. Nessuno può impedire che risuoni dentro di noi. Nessuno può rubarcela»[2]
Una vita di anonimato fortemente desiderata, di taciute sensazioni celate dietro ai graffi notturni e angosciosi al letto o al riparo delle grate metalliche della chiesa, dove suona la domenica. Scrive ad una madre immaginaria, all’idea, al ruolo ipotetico, per lei un elemento di vita sconosciuto e perciò costruito. Una madre in vita poiché reclamata da una figlia di nessuno, destinataria di parole che, in tutta la loro potenza, si fanno rumore piuttosto che musica. Parole che divengono strumento di difesa e attacco, che s’infiltrano dentro, impartite dall’istruzione e sconfinano a ricordarci come siamo. Un’istruzione donata dall’Ospitale, acquisita grazie ad un abbandono, sfruttata per odiare e reagire, nel pieno di quella frustrazione che solo l’amore immenso e mancante, solo il confrontarsi, può dare. Un Ospitale di muri freddi scisso tra la sterilità delle suore e la fecondità delle giovani, in cerca di un’identità che voglia dirsi non costrittiva, ma possibilità d’essere ed esprimersi. I bambini sono pezzi delle madri e Cecilia, le orfane, se non reclamate, sono, di fronte a questo, niente altro che pezzi mancanti d’origine.
«i bambini sono la paura di morire che fugge via dai nostri corpi mortali»[3]
E poi Antonio Vivaldi. Nuovo insegnante di musica e giovane compositore di magnifiche partiture. L’unico in grado di far misurare Cecilia con la sua passione. Con lui si dilata il canale comunicativo della divina lingua della musica, quel mezzo che sostenta attraverso l’amore, le lezioni impartite, la vetrina offerta per maritarsi. La musica che rappresenta le idee se ne fa portatrice e viene versata sulle teste di astanti fedeli, venuti alla casa del signore per ascoltare. Trasmessa, dopo aver attraversato menti, corpi e sangue delle esecutrici. Vivaldi compone, scrive e fa eseguire alle orfane in quanto donne, tirandone fuori identità e non entità meccaniche. Vivaldi e la divina musica. In comune con l’orfana la consapevolezza, sulla propria pelle, di luce e buio a integrarsi nel vivere, Vivaldi penetra nell’anima e comprende la personalità femminile, giungendo là dove fa male, dove è centro nevralgico per generarne potenzialità catartiche. Così Tiziano Scarpa con la sua Cecilia, metafora immaginifica di molteplici possibili Cecilia, orfane di vita in un’opera intrisa di passione e amore. Una genesi dovuta, in parte, alla biografia dell’autore, nato nel reparto maternità dell’ospedale civile di Venezia, sito nella sede dell’antico Ospedale della Pietà, l’ex orfanotrofio della narrazione:
«Per me questa coincidenza è stata una specie di ammonimento del destino, un sigillo all’origine della mia fantasia, del mio pensare attraverso personaggi diversi da me»
La via crucis di Cecilia diviene la nostra e viceversa, il suo dolore è il dolore in sé, il suo buio, buio di vita, la cui situazione particolare diviene rappresentazione del profondo dell’animo umano, fatto di vita, corpo, sangue, carne, cuore, acqua. L’universalità della musica ci rende adepti dell’apnea. Personaggio completo e completato, Cecilia è strumento, la musica l’attraversa, le rende grazia in tutte le identità che esprime, ma con pathos, sentimento d’essere e potere. Compie il suo percorso, suona in quanto è. E soprattutto comprende di essere.
«e io sono stata tutto questo, burrasca, tempesta, tuoni, lampi, ho pianto nel sentirmi diventare tanta furia, oltrepassando me stessa»[4]
E allora, irrimediabilmente si ribella. Infine, suona sé stessa.