traduzione dall’inglese di Giovanna Zunica
Titolo originale: Thinking of Angel, pubblicato in Eclectica magazine, Vol. 8, No. 1, January/February, 2004
http://www.eclectica.org/v8n1/unigwe_angel.html
Chika Unigwe è una scrittrice nigeriana che attualmente vive in Belgio. Ha studiato lingua e letteratura inglese conseguendo un Ph.D in English Language and Literature presso la Universiteit Leiden (Olanda). Le lingue dell’espressione letteraria sono l’inglese e l’olandese.
Oltre a essere autrice di due romanzi, De Feniks (2005) e Fata Morgana (2007), pubblicati entrambi da Meulenhoff / Manteau di Anversa, ha scritto numerosi racconti e poesie, apparsi in antologie e in riviste, tra cui Wasafiri (University of London); Moving Worlds (University of Leeds); Okike: An African Journal of New Writing (Chinua Achebe ed.), Voices: Wisconsin Review of African Languages and Literatures.
Per i suoi lavori ha ricevuto diversi riconoscimenti. Tra gli altri, nel 2003 il BBC Short Story Competition (con il racconto Borrowed Smile) e un Commonwealth Short Story Award (con Weathered Smiles). Nel 2004 era nella rosa finale dei candidati al prestigioso Caine Prize, con il racconto The Secret. Il suo Confetti, Glitter and Ash ha ricevuto il terzo premio nell’edizione 2005 dello Olaudah Equiano Prize For Fiction.
* * *
Quando Angel morì, i genitori fecero cremare il corpo e le ceneri furono disperse nel loro giardino sul retro. Nessuno riusciva a crederci.
Quando venne a saperlo, la madre di Oge disse che lei l’aveva sempre saputo che la madre di Angel era “disturbata”. Le piaceva usare parole come disturbato, psicotico, personalità scissa. Le sembrava che lasciassero intendere che era la moglie di uno psichiatra. Quando si trovava con la sua amica, Mrs. Okeke, che era anche lei membro dell’Associazione Mogli di Psichiatri, si rimpallavano parole di quel tipo, offrendosele l’una l’altra a turno, come in un gioco di società. E prendevano anche in giro quelle dell’Associazione Mogli di Ingegneri, perché non si riusciva a immaginare che potessero far sfoggio di sé in quel modo usando parole come “gas” o “sonda” o “trivella”.
“L’ho sempre saputo che quella donna era disturbata,” disse alzando a mala pena lo sguardo dalle carote che stava affettando per il pranzo. “Povera ragazza, essere spedita nell’aldilà in quel modo! Bruciata! Ma chi mai brucia un corpo? Chi è che sparpaglia un essere umano, mmadu Chukwu kelu eke1, nel proprio giardino, a mischiarsi con i pomodori e gli spinaci che spuntano dal terreno?” chiese a nessuno in particolare versando le carote affettate in una pentola d’acqua bollente. L’acqua le schizzò in faccia, e lei imprecò contro la madre di Angel.
La reazione del padre di Oge fu quella sua tipica. Disse “Che peccato. La vita è breve.” Parlava sempre come se stesse leggendo ad alta voce gli autoadesivi che si mettono sui paraurti delle auto. Stava poi all’ascoltatore decifrare il senso delle sue parole. Oge e sua madre ci erano abituate, ma sul suo stile la pensavano diversamente. Mentre la figlia considerava suo padre ridicolo, la madre diceva che in realtà usava con accortezza le parole. Diceva spesso in tono solenne: “Tuo padre è un uomo intelligente. Ogni parola che dice vale dieci di quelle delle persone normali. Parole simili non si dispensano senza pensarci, le si soppesano e le si somministrano a piccole dosi.”
Nessuno fu ammesso al funerale di Angel. Nemmeno le sue amiche, Oge, Stella e Odin. La madre di Angel aveva proibito loro di farsi vedere, accusandole di aver portato sua figlia sulla cattiva strada. Anche se la madre di Angel sosteneva che Angel era stata uccisa dal malocchio di qualcuno, sapevano tutti che se l’era portata via l’AIDS. La madre di Stella diceva che era per questo che l’avevano bruciata. Si vergognavano di lei e non volevano che restasse traccia della sua esistenza. Dopo tutto, le ceneri umane erano indistinguibili dal suolo del giardino. La madre di Oge diceva che non importava se era morta di AIDS o di lebbra, che solo una persona disturbata poteva bruciare la figlia e gettare le ceneri nel giardino a mescolarsi con la pollina che serviva da concime alle piante.
I vicini dissero che, la notte in cui Angel morì, sua madre era corsa in strada, uno scialle attorno alla vita come una donna che si prepara a combattere e, con una voce chiara come un ogene,2 aveva urlato così che la sentisse tutto il vicinato:
Se n’è andata ooo.
Angel nwa m non c’è più.
L’hanno presa loro.
L’hanno presa quelli che conoscono la strada per Ijebuode.
Le mie mani sono pulite.
Le mani di Angel sono pulite.
Il mio Dio si batterà per me.
Alla fine qualcuno l’aveva persuasa a rientrare in casa, conducendola, come si farebbe con una cieca, nel soggiorno, dove Angel giaceva distesa su un tappeto, l’aspetto di un pupazzino di fil di ferro rivestito di pelle umana.
Nessuno avrebbe potuto portare Angel sulla cattiva strada. Era lei il capo della banda, quella che s’avventurava dove le altre non osavano.
Il giorno in cui Angel perse la verginità, disse alle amiche senza tanti complimenti, masticando una gomma, “l’ho fatto”. Come se la cosa non fosse poi tanto importante. Oge ancora lo ricordava come fosse ieri. L’avevano sommersa di domande, domande che non osavano fare alle proprie madri. E Angel non si era fatta pregare.
“Ti ha fatto male?” (Voleva sapere Oge.)
“Un po’. Non troppo.” Angel fece una pernacchia nel soffiare in una bolla la gomma che stava masticando, fissando un punto in lontananza - il ritratto del massimo dell’indifferenza.
“C’era sangue?” (Odin non sopportava la vista del sangue.)
“Solo un po’. Non come quando sgozzano una capra. E nemmeno come quando hai le tue cose. Era di meno.”
“Avete usato un preservativo?” Chiese Stella.
“No. Sam ha detto che non era necessario. Siamo stati attenti, così non resterò incinta.”
Angel.
A Oge non piace pensarla morta. Ma ha pensato spesso a lei ultimamente. La cosa è peggiorata dopo che ha visto il Dr. Suikerbuik. Pensa ad Angel in continuazione.
Pensa ad Angel che entra nel tunnel a senso unico della morte e il pensiero la riempie di un terrore che inizia come un abbraccio freddo nello stomaco e poi sale in un punto sopra il petto. Si chiede se Angel si sentisse così prima di morire.
La madre di Oge diceva sempre che i ricordi sono come le pentole. Se ce n’era qualcuno che non ti piaceva, dovevi trattarlo come una pentola sporca. Portarla fuori, metterla sotto il rubinetto e strofinarla a dovere.
“Penso che sarà proprio quel che farò con i miei ricordi di Angel. Laverò via quelli di quando si ammalò, quando non sembrava più la Angel che conoscevo, e mi terrò soltanto quelli che non mi fanno venir voglia di piangere. Non voglio pensare a lei spazzata via nel nulla quando il vento s’è portato le sue ceneri,” si dice Oge, forzando i pensieri verso un ricordo diverso di Angel. Pensa a quel sabato mattina in cui lei e Angel sedevano sul suo letto a gambe incrociate, fantasticando sui loro futuri mariti. Ridacchiavano nel compilare ognuna la propria lista su foglietti di carta a righe:
La lista di Angel:
sexy
deve somigliare a Harrison Ford
ricco
La lista di Oge:
scuro, del colore dei chicchi di caffè tostati
giovane (circa della mia età)
ricco
Avevano intenzione di fare l’una la damigella d’onore all’altra. Entrambe avrebbero avuto due figli, un maschio e una femmina, e il loro bambini sarebbero stati amici per la pelle. Sarebbero invecchiate insieme e avrebbero intrattenuto i figli con le storie di quando erano giovani.
“I sogni svaniscono. La realtà resta.” Così aveva detto a Oge suo padre il giorno che si era svegliata sorprendendolo a infilarle una moneta da venti kobo sotto il cuscino. Aveva appena perso un dentino e lo aveva lanciato in cima al tetto così che lo trovasse la fatina dei denti. Suo padre era venuto a nascondere la moneta che lei non era ancora profondamente addormentata, mandando in frantumi la sua fantasia della fatina dei denti. Quando Oge si era messa a piangere per la delusione, addolorata dalla perdita della bella fata nella quale aveva creduto, suo padre aveva proferito le sue parole da autoadesivo con una voce scientifica e distaccata. Poi le aveva messo in mano la moneta fredda ed era uscito dalla stanza.
I sogni svaniscono.
Angel morì prima di riuscire a sposarsi, e Oge si sposò con Gunther, un uomo del colore della maionese, più che dei chicchi di caffè. Angel era morta da poco più di due anni.
Oge era uscita con Gunther per circa un anno quando lui le chiese di sposarlo. Non aveva alcun dubbio in proposito. Desiderava essere sua moglie. Lo amava più di quanto non pensava fosse possibile amare. Ma era preoccupata dei genitori. Avrebbero bene accolto un genero straniero? Oge non era certa. I suoi avevano incontrato Gunther e sua madre aveva persino sottolineato le sue maniere eccellenti, ma la carnagione era proprio sbagliata. Sapeva che si aspettavano che lei sposasse qualcuno della loro città, essendo lei dopo tutto la figlia maggiore. Anche sua madre era una Ada e, fedele alla tradizione, aveva sposato un uomo di Onitsha, la sua stessa città. Oge non gliela avrebbe data vinta senza combattere. Si armò di parole,
munizioni per difendersi dalle loro obiezioni:
Lo amo.
Si tratta della mia vita.
È miope credere che soltanto un uomo della tua stessa città possa farti felice.
I tempi cambiano.
Ho ventun’anni, sono grande abbastanza per sapere che cosa voglio.
Ma alla prova dei fatti non ci fu bisogno di lottare con i genitori. Sua madre chiese semplicemente conferma che lui fosse belga:
“È belga, allora?”
“Sì.”
Alla conferma i suoi genitori si scambiarono un sorriso, che poi rivolsero a Oge.
“Il Belgio. Uno staterello pittoresco”, disse suo padre.
“Un sacco di cattedrali,” aggiunse la madre, con un sorriso ai venerati ricordi che lasciava riaffiorare alla mente. Erano stati in Belgio un fine settimana molti anni prima, quando suo padre studiava medicina nel Regno Unito.
“Chiese a ogni angolo”, aggiunse suo padre.
Fu allora che Oge comprese perché i discorsi ribelli che si era preparata non sarebbero stati necessari. I suoi genitori, essendo devoti cattolici, erano felici che lei sposasse un uomo che veniva da un paese con chiese cattoliche che marcavano ogni angolo di strada. Un paese, le disse sua madre, dove il Re aveva abdicato per un giorno perché non voleva essere responsabile della firma sulla legge che legalizzava l’aborto. Oge non disse ai genitori che Gunther era ateo. Non c’era bisogno di far detonare una mina non innescata.
Tutti i mesi, Oge manda ai genitori cartoline e foto patinate. Le sue cartoline mentono. Dicono che sta bene. Che Gunther sta bene. Che stano bene entrambi. Manda foto che faranno felici i genitori. Finisce un rullino sulla Onze Lieve Vrouw Cathedral di Anversa. Si appoggia alle sculture fuori della cattedrale, costringendo un sorriso a restarle sulla faccia mentre la camera fa uno scatto. Racconta loro di Heilige van Hasselt, il sacerdote belga da poco canonizzato a Roma. Alimenta le loro fantasie su un paese non contaminato dall’immoralità. Non mostra loro lo Schipperskwartier con le ragazze in mostra nelle vetrine, le pance piatte come assi da stiro, pronte a vendere sogni agli uomini per denaro. Non dice nulla di Emeka, il quarantenne di Awka che apparteneva alla Igbo People’s Union e il cui corpo è stato trovato dentro un sacco nero della spazzatura vicino alla stazione ferroviaria di Liegi. Non dice nulla dei posti vuoti accanto a sé nel treno. Mette insieme delle parole per riempire le cartoline, ma sono vuote di verità. Non svelano i segreti che la opprimono, pesanti come un sacco di cacao.
Soprattutto non dice nulla delle sue visite al Dr. Suikerbuik.
Presto dovrà cominciare la chemioterapia, e ancora non ha detto a Gunther di avere un cancro. Il Dr. Suikerbuik la sprona a dirglielo. “Mevrouw, non può farcela tutta da sola. Dovrebbe dirlo al suo uomo.”
Non sa perché non vuole dirglielo. “È perché so che stiamo collassando? Che la nostra relazione sta andando in pezzi?” si chiede in silenzio. Non vuole che la compassione diventi il filo con il quale lui rammenderebbe la loro relazione. Non potrebbe vivere in quel modo. Forse, pensa, non glielo dice perché non parlano affatto ultimamente. Non c’è più dialogo. Si parlano, ma le loro parole giocano a moscacieca. La mosca cieca non riesce mai ad acchiappare l’altro.
Quando rientra dal Centrum carica di sacchi della spesa del supermercato Carrefour, Gunther sta già pranzando. Mangia frietjes annegate nel goulash e nella maionese.
Oge gli prende una patatina dal piatto e la intinge nella maionese.
“Per strada c’era così tanta gente oggi. Facevano la spesa per domani che è Sinterklaas. Sono stata fortunata a trovare dei mandarini,” dice, sedendosi a tavola accanto a lui.
“La lavastoviglie è kaputt. Dovresti chiamare Hugo Van Praag,3 che mandino qualcuno a dare un’occhiata,” dice lui.
“Hai sentito del pilota belga che è morto oggi in Inghilterra?”, chiede lei.
“Hai visto la mia camicia rossa?” chiede lui mentre si pulisce della salsa dalla bocca.
Un tempo parlavano con piacere, le loro parole rimbalzavano da una parte all’altra dell’appartamento, dolce musica per le loro orecchie. Cercavano di scoprire cose dell’altro che ancora non sapevano. Gunther la sommergeva di domande sulla sua giovinezza, domande che riguardavano la sua vita prima che lui fosse entrato a farne parte. Oge all’epoca pensava a lui come a un mago intento a far apparire immagini dalle sue risposte. Immagini che gli avrebbero mostrato la bambina che era diventata la donna della quale si era innamorato. Sembrava che volesse sentirsi come se l’avesse conosciuta da sempre. A lei tutto questo era piaciuto.
“Ora non sente più quel che dico,” rimugina Oge mentre sbuccia un mandarino. “Parlo soltanto perché non voglio impazzire trattenendo le parole nella mia testa. Parlo, ma non dico nessuna delle cose che vorrei dire davvero.”
Vuole piangere. Non ha nessuna prova materiale che Gunther si veda con un’altra donna, ma è certa che sia così. Una donna sa sempre quando il proprio compagno la tradisce. È un istinto che le donne hanno fin dalla nascita, diceva sempre sua madre. Oge non vuole immaginare che aspetto abbia l’altra donna. È sicura che evocarne un’immagine servirebbe soltanto ad acuire il dolore che prova sapendo che sta perdendo suo marito. Sa che se si sforzasse di immaginare, la sua mente produrrebbe l’immagine di una donna del tutto diversa da lei. Una donna che somiglia semmai a Gunther, di un colore che si abbronza al sole. Una donna che quando cucina non spande il profumo della zuppa all’egusi.
Gunther non si era mai lamentato del fatto che Oge cucinasse pietanze igbo. Anzi, le gradiva. E, specialmente quando avevano ospiti europei, gli piaceva fare sfoggio della sua abilità nel formare con le dita palline di fufu perfette. Gli piaceva veder balenare nei loro occhi l’ammirazione quando mangiava il fufu con la zuppa. Immancabilmente si sentiva chiedere se la zuppa non fosse troppo piccante per lui, te pikant, e lui ogni volta scuoteva la testa, “No, per nulla.” Diceva che ti abitui a quel cibo, vivendo con una donna africana. Adesso si lamenta che l’odore della zuppa igbo è difficile da eliminare. Dice che l’odore resta dappertutto, impregna il divano e il tappeto, e gli rende impossibile starsene in casa.
Oge non vuole allontanarlo, perciò mette tutte le sue spezie igbo dentro scatole di plastica con il coperchio e le chiude in una credenza. La sua fame di zuppa all’egusi e all’ogbono la soddisfa in sogno. Addestra il proprio palato ad apprezzare altri cibi, cercando i preferiti tra quelli che non dispiacciono a suo marito: riso e patate, pane e formaggio, pasta col sugo. Cerca di soddisfarlo preparando ogni giorno un piatto diverso. Passa i pomeriggi a esercitarsi nella preparazione di stoofvlees, involtini di witloof in prosciutto e formaggio, maccheroni al formaggio con uova sode e salse, aubergines fritte in olio d’oliva.
Angel diceva sempre che il modo per tenersi un uomo è di compiacere il suo stomaco. Dato che lei era per così dire una veterana quando si iniziò a parlare di relazioni, le sue amiche le credettero. Gunther sarebbe stato una delusione per lei. Mangia le pietanze di Oge, ma per lui una vale l’altra. Oge se ne accorge, anche se lui divora quei piatti preparati con cura fino all’ultimo boccone - con la mente alla donna che se lo sta portando via. “Vorrei somigliare di più ad Angel,” si ripete in continuazione. È un mantra che non le dà alcun potere. Né riesce a calmarla.
Le amiche di Angel avevano soggezione di lei. Oge in particolare era gelosa.
Angel era priva di quel disagio che le altre ragazze provavano per l’altro sesso.
Aveva una vitalità che risucchiava gli uomini, che perciò le ronzavano intorno. Quando parlava, gli occhi le brillavano come stelle.
Le sue amiche volevano essere come lei, avere quella sua sicurezza con gli uomini, emanare quel nonsoché che li teneva incollati.
Angel poteva avere qualsiasi uomo, se lo voleva, e lei lo sapeva.
Quando si stufava di un rapporto, semplicemente ne cominciava un altro.
Le amiche la prendevano in giro, dicendo che cambiava gli uomini come i serpenti cambiano la pelle.
Angel diceva anche che c’erano due tipi di donne: quelle che amavano una volta ma profondamente e quelle che avevano il cuore come un ottovolante e potevano amare e amare ancora. Oge suppone di appartenere al primo gruppo. Gunther è l’unico uomo che lei abbia mai amato, l’unico che è capace di amare. A volte vorrebbe essere come le donne che vede nei film, che urlano e strepitano e costringono i loro compagni infedeli a tornare a casa da loro. Ma tutto quel che fa è aspettare. Aspettare che Gunther si stanchi della sua nuova donna e ritorni da lei. Lo sa che è il tipo di donna che Angel avrebbe definito patetica.
Angel le manca.
Le mancano degli amici. All’inizio Gunther l’aveva spinta ad andare fuori e a farsi degli amici, come se la gente facesse la fila davanti alla sua porta aspettando che lei uscisse e li invitasse ad entrare. Dopo un po’ di tempo lui ci aveva rinunciato, mugugnando che non sarebbe stata felice senza amici. “La heimwee ti consumerà,” l’aveva messa in guardia. Oge gli aveva detto che non avrebbe mai avuto nostalgia di casa. Che lui le bastava. Ricorda di avergli detto: “La gente qui è troppo chiusa perché io possa farmi degli amici. Marcano i propri confini e per un estraneo è difficile oltrepassarli: i mariti tengono le mogli per la vita, quando vanno a passeggio, i genitori si tengono stretti i bambini, i cani sono al guinzaglio o portati in braccio. Non c’è spirito di comunanza.” Ricorda di avergli raccontato di quando era piccola, a Enugu, e c’era un cane che chiamavano nkita anyi, il nostro cane, semplicemente perché almeno undici bambini di tre famiglie diverse ne rivendicavano la proprietà. Quando nkita anyi era scomparso (si diceva in giro che Cyril, la guardia che sorvegliava il supermercato a tre isolati dalla casa di Oge, di nascosto lo avesse preso e trasformato in pranzo domenicale), tutti i bambini lo avevano pianto.
Non si sentiva mai sola a Enugu. Qui la solitudine è uno stile di vita. Ogni ospite è atteso, ogni visita è programmata. Non riesce a farci l’abitudine. Suo suocero li chiama con una settimana di anticipo per combinare una visita. Gunther lo annota nell’agenda. Le dice: “Schat, sabato verrà Pa. Gli ho chiesto di fermarsi a cena.” Quando viene, Pa porta una bottiglia di vino. Elogia il cibo (eccellente). A tavola è lui che conduce la conversazione, con la vivacità sul volto. Un bel po’ di tempo dopo, li ringrazia dell’ospitalità. Poi si alza per andare via. La faccia sgualcita, come un sacchetto di carta stropicciato. Si muove a passi brevi e pesanti, come se portasse cavigliere d’avorio. La schiena è curva. C’è già il sentore del silenzio di casa sua, al quale sta per ritornare. Lo avvolge come un mantello troppo ampio.
Pa vive da solo.
Lisa dice a Oge che in Belgio molte persone vivono sole. Le mostra le cifre sull’ultimo numero di Knak che sta sul tavolino del soggiorno: “1,5 Mijloen Mensen Wonen Alleen in Belgie.” È scritto in grassetto con inchiostro nero, così che non sfugga a nessuno. “La solitudine è una delle molte ragioni per le quali qui le persone commettono suicidio. Specialmente d’inverno.” Lisa ha l’aria opportunamente triste nel dirlo. Oge si domanda se lo ha letto su Knak o se è una deduzione tutta sua. “Io non mi sento mai sola,” continua, sorridendo e sbaciucchiando Pipo, il suo Labrador nero che è appena entrato in cucina. “Pipo mi fa compagnia, vero schatje? Diventerei matta, gek, se dovessi vivere tutta sola. Si strofina il naso contro quello di Pipo, e il cane tira fuori una lunga lingua rosa e le lecca la faccia. Oge non dice a Lisa che se sua madre dovesse vederla baciare un cane, parlare a un cane, la classificherebbe come “disturbata”. E sarebbe d’accordo anche suo padre, che non è altrettanto prodigo di parole in psicologhese.
Lisa. Ciò che per lei somiglia di più a un’amica, qui. Si conoscono da circa un anno. Per un anno hanno bevuto assieme caffè nelle rispettive cucine. A Oge le piastrelle della cucina di Lisa sono familiari quanto quelle della propria. Eppure non sono amiche abbastanza da razzolare l’una nella vita dell’altra. Non sono abbastanza amiche da spingersi oltre le loro cucine. Lisa ha l’effetto di ricordare costantemente a Oge che qui i parametri dell’amicizia sono diversi:
Lisa = amica
amica = bere (caffè) insieme
Oge lo scrive su un post-it giallo, ma questo non riesce a farla ridere, come si era aspettata. Lo guarda, e l’equazione le porta le lacrime agli occhi.
Nei giorni successivi alla morte di Angel, la madre di Oge aveva insistito che Oge dormisse con un coltello da cucina sotto il cuscino e con un rosario attorno al collo. Temeva che essendo state amiche per la pelle sulla terra, Angel avrebbe potuto sentirne la mancanza al punto da tornare a prendersela. “Si sa che è già successo,” disse la madre a Oge quando l’altra, più giovane, le aveva strabuzzato gli occhi mimando l’esasperazione. “Tu e Angel eravate l’una l’ombra dell’altra. Per lei sarà difficile liberarsi. I fantasmi hanno paura dei coltelli. E se è forte abbastanza da venire nonostante il coltello, la metterà in fuga il rosario, piam!”
Oge dormì con il coltello sotto il cuscino e il rosario attorno al collo. Non credeva nella storia di sua madre sui fantasmi che ricompaiono per procurarsi compagnia per l’aldilà, ma la morte di Angel l’aveva svuotata dell’energia necessaria a scontrarsi con sua madre.
Un giorno, quando avevano nove anni, Oge e Angel si erano punte il dito medio con un ago, mischiando il proprio sangue e giurando di restare amiche per la pelle fino a quando sarebbero state davvero vecchie, tipo quarantacinque anni.
Questi erano i loro sogni. Entrò in scena la realtà e fece scomparire Angel.
Oge non si rende conto di quel che sta facendo fin quando non sente la mano di Lisa su una spalla. La mano odora di detersivo Palmolive. “Perché stai piangendo?” Chiede Lisa. La voce sembra quella di una madre preoccupata. Oge la guarda. Gli occhi sono carezzevoli. Oge pensa che al tocco potrebbero sembrarle batuffoli di cotone.
Vorrebbe dirle di Angel. Di Gunther. Del suo tumore. Si sente come la testa le stesse scoppiando, per trattenere tutte le cose delle quali non ha parlato con nessuno. È sollevata che Lisa le stia dando l’occasione di parlarne. Lisa fraintende. Pensa che lei stia scuotendo la testa per dire “No, non è nulla.” Prima che Oge possa dire qualcosa, Lisa si alza rapida, prende le tazze vuote e dice: “Sono contenta che vada tutto bene. Un altro po’ di caffè?”
Oge non risponde.
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1 Igbo: “un essere umano che Dio ha creato”. (N.d.T.)
2 È uno strumento musicale a percussione dal suono forte e chiaro. Si dice di un buon cantante che ha la voce di un ogene. (N.d.T.)
3 Hugo Van Praag è una catena belga di rivenditori al dettaglio di elettrodomestici.