indietro

 

TEOCRITO DI SIRACUSA, IDILLIO XI

 

Traduzione ritmica di Federico Cinti

 

Università di Bologna

  

Occorre essere stringati, andare subito al punto che – ahimè – troppe volte è dolente, per non essere tacciati di prolissa vacuità o vacua prolissità. La sintesi è dote di pochi. Teocrito, dunque. Molto di più non è che se ne sappia. O, meglio, non quanto se ne vorrebbe sapere: il naufragio della letteratura classica, soprattutto greca, è uno strazio annoso: generazioni e generazioni si sono interrogate diciamo pure sul nulla. Del resto, per colpa di Manzoni, Carneade è passato alla storia come uno sconosciuto, ed era provetto filosofo, di cui si sa, si sa anche parecchio. Ma, come dice Cicerone ad Attico, de hoc alias.

Teocrito: era di Siracusa? Sì, probabilmente sì, perché molti indizi ce lo fanno supporre. L’uno d’essi deriva proprio dall’Idillio XI, in cui, parlando con l’amico Nicia, medico e poeta…

…sono, poi, cose così diverse? L’uno cura l’anima, l’altro dice di curare il corpo. Ad un uomo più che divino fu detto: Medice, cura teipsum. Ed è stata una rivoluzione, in termini etici, politici, religiosi, tanto che ne stiamo parlando pure noi adesso. Adesso che nessuno, o quasi, impiega più il nos maiestatis, come noi. Ma che si vuol mai? assecondiamo le nostre molte nature: l’istrione, ecco. Diciamo così: per parlare di poesia e poeti, come per leggerla e scriverla, si deve essere abili nell’arte di trasformare se stessi.

E’ quello che ha fatto lo stesso Teocrito: scrive: «viveva al meglio qui il nostro Ciclope» (v. 7). Era siciliano, allora. Ma altri dei suoi Idilli sono ambientati altrove: uno è ambientato ad Alessandria, in altri si parla di Ceo. Ma questi intellettuali ellenistici non se ne potevano stare un po’ tranquilli? Oh, del resto Alessandria d’Egitto, tra il IV e il III secolo a. C., il periodo in cui vive Teocrito, era la capitale della cultura: la sua biblioteca era qualche cosa di straordinario (per l’epoca e per quelle successive), il suo Faro era una delle sette meraviglie del mondo. lo si può comprendere, voglio dire, Teocrito.

E cos’ha scritto? Mah… ha scritto Idilli ed epigrammi. Idilli: noi, viziati come siamo dal romanticismo, pensiamo subito a situazioni perfette, soprattutto in ambito sentimentale. E invece no: l’idillio era un ‘quadretto’, una sorta di ‘breve raffigurazione’. E di che? Di solito, di vita campestre.

Succedeva che i centri di potere erano le città, e chi voleva il potere andava in città: pare scontato, ma non lo è. E alcuni poeti che facevano? Idealizzavano la vita campestre come la vera vita: pastori, bovari, pescatori.

Oh, intendiamoci: anche Virgilio fa così, e non perché venisse dalla campagna mantovana. Stava in città, ma il suo cuore era in campagna. Un po’ anche Sannazaro si costruisce un suo rifugio, in un’Arcadia mai esistita. In qualche modo lo fanno pure gli esponenti della New Age, chiudendo il cerchio che si era aperto con Adamo ed Eva, nel paradiso (etimologicamente ‘giardino’) terrestre. Quando si rompe l’equilibrio tra uomo e natura, succedono poi sventure immani.

Ma questa è un’altra storia: noi dobbiamo parlare del Ciclope, innamorato e non corrisposto. Teocrito dice a Nicia che l’unico farmaco contro l’amore… beh, io aggiungerei non corrisposto perché, se è corrisposto, che bisogno c’è di curarsi? Voglio dire: la fine delle favole non è sempre: e vissero felici e contenti? Eppure, non è così. non è così, perché, per dirla con Cicerone, l’amor è, come tutti i sentimenti, una perturbatio animi. E l’uomo non se lo può permettere, a pena di minare la Respublica, o la forma statale che era, con le follie date dall’amore in primis, ma anche da altri sentimenti. Proprio nelle filosofie ellenistiche – per citarle così, alla rinfusa, diciamo l’epicureismo, lo stoicismo, lo scetticismo – l’uomo ideale, il sapiente insomma, doveva ricercare un equilibrio che l’amore, almeno l’amore, sconvolgeva. Allora la poesia è un farmaco, un rimedio. Noi traduciamo phàrmakon con «farmaco», ma è una vox media, che può significare tanto ‘medicina’ quanto ‘veleno’, come il suo corrispettivo latino venenum.

E il Ciclope, il loro Ciclope? Ah, poveretto: è il brutto innamorato della bella che, ovviamente, non ci sta. E’ un copione vecchio come il mondo: più insisti e più l’altro dice no. è la dìke amorosa di saffica (fr. 1 Voigt) memoria. Finché insegui, l’altro corre; quando smetti, insegue l’altro.

E, si badi bene, Teocrito prende in giro il suo Ciclope, gli mette in bocca parole ironiche. Polifemo ama Galatea, che è una ninfa marina; ma lui non sa nuotare. Lui piange, strilla, pesta i piedi; ma in acqua non ci sa andare. Teocrito, allora, gli fa dire che appena arriverà uno straniero – e tutti noi sappiamo che è Ulisse: lo sappiamo da Omero (Odissea IX) – si vuol fare insegnare a nuotare.

Una spiaggia, un bestione che canta, e una donna sullo sfondo.

A noi, in fondo, interessava leggercelo, in greco: e siamo ricorsi all’edizione critica di C. Gallavotti, Theocritus quique feruntur bucolici graeci, Romae 19552. E ci interessava provare anche a gareggiare col buon Teocrito, maestro di Virgilio. E Virgilio, non è stato il poeta prediletto da Dante e Petrarca? Staremo pure noi tra tanto senno.

 

XI
Il Ciclope

 

Nessun farmaco c’è contro l’amore,

Nicia, né unguento o polvere, mi pare,

Che le Pieridi: lieve è questo e dolce

Tra gli uomini e non facile a trovarsi.

Tu lo sai bene, credo, che sei medico

E molto amato dalle nove Muse.

Viveva al meglio qui il nostro Ciclope,

L’antico Polifemo, quando amava

Galatea, e appena sulle tempie e intorno

Alla bocca la barba gli spuntava.

Amava non con mele o rose o riccioli,

Ma con vere follie; il resto era nulla.

Spesso le pecore all’ovile sole

Dai verdi prati fecero ritorno;

Egli cantando Galatea sul lido

Algoso si struggeva dall’aurora

Con atroce ferita dentro il cuore.

Cipride grande il petto gli trafisse;

Ma il farmaco trovò, su un’alta roccia

Seduto innanzi al mare egli cantava:

 

O bianca Galatea, perché respingi

Chi ti ama, bianca più della giuncata,

Morbida più di un agnello, più altera

Di un vitello, più splendida dell’uva

Ancora acerba? Qui ti aggiri, quando

Mi ha il dolce sonno, e subito vai via

Quando mi lascia il dolce sonno; fuggi

Come pecora innanzi a un lupo grigio.

Ti amai, ragazza, dacché sopra i monti

Con mia madre a raccogliere venisti

Fior di giacinto e io vi facevo strada.

Smettere, ti rividi ancora dopo,

Di amarti ora non posso; e non ti importa,

Per Zeus, ma proprio nulla. E so il motivo,

Aggraziata ragazza, per cui fuggi:

È questo grande irsuto sopracciglio

Sulla mia fronte da un orecchio all’altro,

L’unico mio occhio, il naso ampio sul labbro.

Se anche sono così, pascolo mille

Bestie e da esse il migliore latte bevo;

Non manca mai il formaggio estate e autunno

Né in pieno inverno e carichi ho i graticci.

Zampogno meglio di tutti i Ciclopi

Te, dolce frutto mio, con me cantando

Fino a notte inoltrata spesso. Allevo

Per te undici cerbiatte tutte quante

Col collare e quattro orsi piccolini.

Vieni da me e non ci rimetterai.

Lascia infrangere a riva il mare azzurro.

Più dolce insieme a me notte nell’antro

Passerai. Qui ci sono allori, snelli

Cipressi, edera oscura, c’è la vite

Dolce frutto, fresca acqua che il boscoso

Etna per me fa scorrere da neve

Bianca, bevanda degna degli eterni.

Chi mai preferirebbe il mare e le onde?

Se ti sembra che io sia un po’ troppo irsuto,

Legna ho di quercia e fuoco che non muore

Sotto la cenere e farei bruciare

L’anima mia per te, e il mio unico occhio

Che mi è più caro di ogni cosa al mondo.

Perché mia madre non mi fece branchie

Per tuffarmi da te, sulla tua mano

Baciarti. se rifiuti sulla bocca,

Portarti gigli bianchi o il delicato

Papavero che i petali ha vermigli?

Nascono questi in estate e in inverno

Quelli e non posso portarteli insieme.

Ora, ragazza, imparerò a nuotare

Subito se qui giunge uno straniero

Con la sua nave, per vedere quale

Gusto abbiate nel vivere gli abissi.

Se uscissi, Galatea, e dimenticassi,

Come qui io siedo, di tornare a casa,

Volessi insieme a me tu pascolare

Le greggi, il latte mungere e col caglio

Acido preparare il mio formaggio!

Mia madre sola mi fa torto e dico

Che è colpa sua: non ha mai detto nulla

Di buono su di me con te presente

Pure vedendo che di giorno in giorno

Mi consumo. Dirò che testa e piedi

Mi battono, e avrà male se sto male.

O Ciclope, Ciclope, dove il cuore

Ti è mai volato? A intrecciare canestri,

A cogliere germogli per le agnelle,

Subito avresti molta più ragione.

Mungiti la vicina, perché insegui

Chi fugge? Un’altra Galatea più bella

Troverai. Sono molte le ragazze

Che la notte mi invitano a giocare,

Ridono tutte, ad ascoltarle. È chiaro:

Sono qualcuno anch’io sopra la terra».

 

Così pasceva il suo amore di canti

Polifemo e viveva ancora meglio,

Più che se avesse speso dei suoi soldi.

 

 

 

 

 

indietro