morto drogato da quasi un decennio
Nessuno potrà – credimi – lenire
la tua dannata, amara solitudine,
la talpa che ti scava nelle arterie,
amico fragilissimo che ascolti
i miei parlari morti, o quasi morti,
tranne il castello che ti porti dentro.
E mai devi scordare che, quaggiù,
la gente stima tutto o merce o beffa,
muto catrame da mangiare adagio!
Solo un lucido studio può graziarti,
farti davvero ricco e puro in cuore,
e far della tua vita festa nobile.
Ma rammenta che nulla qui, mai nulla,
si perdona all’inferno inestirpabile,
e sacro, che ti strugge inesorabile.
*
Coro di prostitute
Da una tragedia consegnata al fuoco
La vita ci ha murate in terrea morte,
che rapida divora e mai dimentica,
vicolo lercio di un porto dannato.
Ma che ne sai? Perché parli così?
Crocefisse da porci imprevedibili,
consumate da squallidi cadaveri,
tiriamo come bestie un carro funebre.
Ma che ne sai? Perché parli così?
Marcirsi addosso è cosa da crepare:
le carni si ribellano allo scheletro,
la pelle ci diventa cartapesta.
Ma che ne sai? Perché parli così?
Relitti e derelitti, non c’è casa
per volti senza età né dignità
nelle terre aborrite dai “migliori”.
Ma che ne sai? Perché parli così?
Fuggire dall’inferno è sempre inferno
per chi tutto ha perduto, mente e membra,
e attende il resto dentro un tritacarne.
Ma che ne sai? Perché parli così?
Infamia sfregia pure chi si salva,
grazie a virtù, fortune o sortilegi,
dalla fornace che, muta, c’ingoia.
Ma che ne sai? Perché parli così?
*
Diceva di chiarire esattamente
la ridda che ballavano i pensieri
più reconditi, astuti, laceranti
di parecchie coscienze fiduciose.
Con l’agio di chi sfoglia un romanzetto,
ragionava di corvi e di fantasmi,
faceva di catastrofi teoremi,
vendeva terapie mirabolanti.
I fati poi gl’imposero il silenzio.
Mai si scompose e solcò nuove rotte
nel caos contaminato degli affari.
Nevrosi, mogli, maglie e confetture,
tutto gestì con sagacia sovrana,
e morì pago e lieto nel suo letto.
Trenodia sopra i miei maestri morti
Quante memorie in un triste cervello,
spossato dall’indegno della chiacchiera,
si affollano, discutono, si scontrano,
nel rendergli un passato oggi negletto.
Immagini severe ed esigenti,
più con se stesse che con volti giovani,
hanno tracciato piste imprescindibili
per chi brami comprendere il domani.
Ma tanti sforzi, trasporti, conflitti
saranno intesi dal mondo che viene,
confinato in ambigui, acri silenzi?
Trascendendo il più vacuo scetticismo,
spero resti lo stile, disciplina
capace di dar vita a vita morta.
*
Stille di gratitudine infinita
Anima d’oro e di porpora fina,
fonte di vita, ingegno ed eleganza,
donate con la grazia della vergine.
Anima di smeraldo e di zaffiro,
m’hai strappato alla morte nel sognare,
incubo culminante sul patibolo.
Anima di rubino e di diamante,
pochi momenti e il balsamo è svanito,
ma il tuo sguardo è scolpito nel mio esserci.
*
Spirituale amicizia con le donne
Soave sentimento
che illumini i sentieri
di questo arduo vagare,
eleva i nostri cuori!
A lei posso dipingere
i gigli del pensiero,
a lei mi è dato esprimere
profondi, amari enigmi.
Ascolta con pazienza,
sorride e mi comprende,
e spesso buone rotte
sa dare alle mie vele.
Talora mi confida
segreti travagliosi,
che altri prostituirebbero
con mani scaltre e turpi.
Ne ride il malizioso,
che tutta vi riversa
la bassa sua perfidia,
nemica di purezza.
Le luci tue svergognino
chi non ti può provare,
la tua musica mostri
che c’è una dignità.
L’intento mai conobbi
d’infrangere il cristallo
di quest’aurea distanza,
che salva dal bitume.
è noto che nel cuore
fiorisce un male antico,
ma il servo di Dio vero
può giungere a domarlo.
*
Se la parola fosse più innocente,
più luminosa, più calda, più autentica,
legioni di sospetti laceranti,
potremmo già raccogliere le perle della gioia.
Ma la parola è sempre un poco infida,
e presuntuosa, e maligna, ed ipocrita,
e nessuno che sia desto l’interroga
senza sospiri, dubbi, acri tremori.
Come vorrei l’intatta trasparenza
del nobile cristallo veneziano,
brezza fredda, policroma cascata,
algida fiamma d’antica saggezza!
Ogni parola in terra sa d’opaca doppiezza,
e chi – come noi due – si esprime a profusione,
dopo i concerti o i duetti verbali,
è stimato sovente un mero istrione.
Amica deliziosa, qui non c’è via di scampo:
per credere in quel poco che puoi saper dell’altro
e dialogare in modo meno falso,
non potrai mai sottrarti al salto di fiducia.
*
Sulle colline statiche scemava
la stima per la mia povera tempra
e la condivisione di un destino,
nutrito d’assoluti in sempiterno.
L’affetto chiama e incide nelle viscere
del cuore memoriali tormentosi,
serre violate da venti autunnali,
flutti che uccidono con un sospiro.
Lasciasti tutti i sogni a chi di sogni
non è mai sazio, non si può saziare,
dacché la vita gli mostrò i suoi piedi.
Potranno le carezze dell’oblio
lenire la ferita che mi morde?
Dimmelo, tu che sai quanto è accaduto.
*
Sotto i flutti dei rumori,
l’esistenza apre dolori
che, nel vacuo degli amori,
si trasformano in tremori.
Oramai della mia storia
t’è appassita la memoria,
e oggi è poco più che scoria
per la tua latente gloria.
Ma talora apparizioni
del mio abisso di canzoni
ti ridonano emozioni,
ti richiedono passioni.
*
Rameau parla al suo sole
Gran sole generoso della Francia,
soavità nelle quattro stagioni,
sublime in questo puro mezzogiorno,
acque d’argento, che mute schiudete
lo spirito immortale di saggezza,
paesi risplendenti ove ogni vita
abbraccia la bellezza con trasporto,
e voi che ancora amate le mie musiche
senza invidie, illusioni o nostalgie,
ascoltate chi ormai volge al morire.
Si pensa, si tratteggia e poi si esprime,
si spiega, si concerta e poi si esegue,
ma il demone tremendo del dolore
continua inesorabile ad affliggere
i freschi panorami del creare.
I vezzi dichiarati solo a sera,
le tenere promesse delle rose,
le gran fontane e i giochi delle sete
son presto divorati avidamente
dalla fiamma fatidica del tempo.
Rimangono miserie ed ossessioni,
che il fuoco lucido di chi governa,
pur fervido, gagliardo, infaticabile,
non potrà mai, non saprà cancellare,
lasciando il buio dopo ogni spettacolo.
*
che dà valore e linfa al ricercare;
qualunque saggio altrove ci contrista,
promettendo miracoli di cenere,
miraggi per devoti di ragione.
Dei fasti tripudianti di una corte
che loda i miei travagli fraintendendoli,
giocando con santissimi segreti,
vivranno per il mondo solo gli ori,
e studi machiavellici e panneggi.
Ma chi vi potrà togliere – ripeti –
la gloria d’esser stato il più valente
per la casta tirannica dei giudici,
in un tempo baciato da talenti
capaci di evocare ogni emozione?
Che gioia posson dare a chi tracolla,
al buon genio oramai mummificato,
i tremanti lucori di un domani
che vacilla, che già gli muore addosso?
Sillabe stanche e amorevoli addii.
E l’euritmico approdo del creare
m’è rimasto impigliato fra le vene...