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LO SPECCHIO INFRANTO DI IERI

(Intorno allo spettacolo “Gli dei tramontano all’alba” di Giorgio Celli e Costanza Savini)

                                                   

Daniela Delzotti


         In un labirinto di specchi si aggira il fantasma dell’immaginazione e tra i molteplici suoi riflessi lo colpiscono anche quelli dai colori del reale. Ed è così che lo specchio non tradisce la verità, mostrandone ogni aspetto senza inganno. Non è, dunque, ciò che si riflette ad essere di natura ambivalente ma il suo stesso mezzo, portale di una dimensione sospesa. E davanti alla sua soglia si attende timorosi, proprio come se fosse acqua o avesse le stesse sembianze della morte.

          È ciò che si riscontra nel celebre rito del peyotl che caratterizza la cultura Tarahumara del Messico Settentrionale, dove lo specchio diventa un buco nero che cattura l'anima di chi vi si riflette. Si pensi, inoltre, ai più vicini miti e racconti della nostra cultura.

         Lo specchio, rivelatore del doppio e del segreto, è fonte di timore per la sua presunta capacità di catturare ogni realtà più vera e più profonda e spesso è considerato mezzo del maligno. Esso, data la sua natura ambivalente, è  inoltre utilizzato in moltissimi riti magici e religiosi. È, infatti, un importante strumento per la Wicca, religione neopagana che si fonda sul principio di rispetto nei confronti della Natura, essenza stessa del Dio e della Dea e portatrice di uno stupefacente ventaglio di stati mentali e spirituali, di cui i più ignorano l’esistenza. Lo specchio è qui usato per incantesimi finalizzati alla protezione domestica oppure per l'evocazione di visioni e sogni che superano la dimensione cognitiva dell'universo fenomenico. Esso si ritrova addirittura come elemento simbolico della Dea stessa, come dono per onorarla e, dunque, anche in qualità di strumento sacro nei rituali. Quello a forma circolare che ricorda il disco solare è ben noto nel lontano Regno di Mezzo e la rappresentazione di Hathor, dea dell'amore, conferisce all'oggetto un significato erotico e riproduttivo. Essendo, infatti, rappresentazione della figura della Dea madre, è esso stesso emblema di morte e rinascita. Un archetipo, questo, che affonda le proprie radici in un passato che è quello dell’uomo e nello stesso tempo supera la realtà umana stessa. Rivela il principio del ritmo, un battito continuo, costante, che richiede silenzio, la pausa di tensione che precede e contiene la necessità del battito successivo. È il segreto della creazione continua. Un continuo evolversi di un rito di passaggio. Un accordarsi al cosmo, alle fasi della luna, al ritmo delle stagioni, come Persefone.

Non a caso anche l’arte teatrale nasce in profonda comunione con i culti religiosi e il rito è strettamente legato al suo esistere.


         Come lo specchio, la funzione sacrale dell’Arte si esplica nel suo essere rivelatrice e vera e propria trappola del reale, intesa sia nella sua qualità di catturare la verità più nascosta che in quella di evocare visioni ed immagini altre che sono da considerarsi il più delle volte come più verosimili esplicazioni del reale rispetto alla stessa realtà fenomenica ricoperta dal noto velo di Maya. Così in una tessitura drammaturgica e registica possiamo immortalare un frammento della realtà, come fosse un’istantanea ben incastonata in una cornice di specchi.

          È di fondamentale importanza ricordare che lo specchio è un elemento molto presente anche nei lavori cinematografici della nota antropologa Maya Deren, dea del New American Cinema. Esso è introdotto come elemento di mistero, di sdoppiamento, di cattura dell'ignoto in una dimensione onirica e sonnambolica. Ed è proprio compito dell'Arte offrire un'immagine anche di quegli angoli bui e nascosti dell'animo umano o di quelle pagine di storia che si tende ad affidare all'oblio. Questo l'intento principale dell'incubo notturno in sei quadri, scritto da Giorgio Celli e Costanza Savini. “Gli Dei tramontano all’alba” grida al mondo una forte denuncia partendo dal tragico momento storico dei totalitarismi ed in particolare di quello nazista. Con un sottile ed inestimabile gioco drammaturgico le parti si rovesciano, i ruoli si invertono. Germoglia il disperato tentativo da parte di anime che vagano nel nulla di giustificare e dar senso all’orrore della propria esistenza. Il crimine più efferato visto con gli occhi dei carnefici. E sarà proprio questa prospettiva, ben più complessa, a rendere la condanna più terribile. Si tratta, però, di una condanna inattesa. E così uno degli intenti del mio progetto registico è proprio quello di sottolineare come l’efferatezza del Reich e dei totalitarismi in genere non sia stata del tutto schiacciata. Così lo specchio del passato si infrange e mostra la realtà più cruda. Quello stesso orrore si aggira oggi per le strade delle nostre città, nelle nostre banche, nelle multinazionali, nelle tribune politiche, nelle guerre interminabili. Sono stati sconfitti solo dei nomi, ma la loro vera comune essenza continua a vivere in molte coscienze e miete ancora innumerevoli vittime. Questa la condanna: l’essere intrappolati nelle maglie strette del tempo. Un tramonto dai colori dell'alba. A noi spetta il libero arbitrio, la più alta libertà dell'individuo.


Riporto qui il commento dei due autori Giorgio Celli e Costanza Savini riguardante il loro impegnato lavoro drammaturgico:

«“Gli dei tramontano all’alba” vuole essere, a suo modo, un dramma storico che punta su alcuni personaggi realmente vissuti, ma che, nel contempo, li investe di una forte carica visionaria. Difatti tutta la vicenda si svolge post mortem, quindi con una intuizione simile a quella di Spoon River, e descrive una sorta di processo che ha luogo nottetempo in un cimitero militare. La verità, quindi, viene riproposta dalla parte dell’immaginazione, che trasforma il dato storico in un evento onirico.

L’intenzione era quella di mostrare uno degli aspetti più segreti del pensiero nazista, la vocazione a calarsi nell’esoterismo, e quindi a muovere le pedine della storia con una mano sinistra che ignorava quello che faceva la destra. Si è voluto, attraverso una contaminazione tra la verità storica e le congetture dell’immaginazione, rappresentare il processo di conversione tra la biologia e l’utopia, tra il mito di una razza superiore e le possibilità scientifiche di calarla nella carne attraverso una selezione guidata.

I nazisti, secondo la nostra interpretazione, consideravano Hitler come un nuovo messia, una sorta di Cristo nero che voleva salvare il popolo tedesco non redimendo la sua anima, ma sublimando la sua biologia. In un certo senso la Germania, affascinata da quel tenebroso demiurgo, ha cessato di vivere nella realtà per andare ad abitare in un sogno che però somigliava molto da vicino ad un incubo.

La condanna di quegli eroi della crudeltà è stata la caduta dalla gnosi esoterica, dove si uccidevano dei fantasmi, nella consapevolezza dell’esistenza dei lager dove si giustiziavano delle donne e dei bambini.

Come chiusa finale al testo poniamo questo aforisma di poetica: il teatro è una finzione sempre consapevole di essere tale e la verità storica deve stare nell’abitacolo del suggeritore, e lo si ascolta solo quando si decide di farlo. L’immaginazione resterà sempre la vera protagonista.»


         L'Arte attraverso l'immaginazione si fa così specchio di una realtà alquanto scomoda che mette a nudo la miseria dell'umano potere che conduce alla ricaduta in quel peccato originale di cui il primo Adamo si macchia: lo specchiarsi in Dio, l'identificarsi con l'onnipotenza, laddove la contemplazione di Dio diviene vera e propria contemplazione dell'Io. Un io totalizzante che annulla la stessa umana ragione fino a contaminare il profondo delle sue viscere. E così il potere si confonde col sacro e col religioso e si innalzano gli idoli a nuovi dei.

         L'idolo più terrificante e potente di tutti è la paura. La paura è il cibo di ogni male che si riversa sull'umanità. Il panico, il timore è ciò che uccide la naturalezza dell'evolversi dell'ordine del cosmo ed è ciò che distrugge lo stato psichico e fisico dell'uomo stesso che si annulla fino a raggiungere uno stato ipnotico, costantemente alterato e alienato della sua esistenza, frutto e nutrimento del caos. Il sentimento della paura ben si cela agli occhi umani. E così ciò che appare indistruttibile e costruito su buone fondamenta si rivela essere un tempio della paura. È quest'emozione a governare per lo più il mondo e il suo divenire: paura della folla, della vita, dello straniero, della morte e di tutto ciò che si rivela ai nostri occhi con aspetto ignoto. Ed è questo il meccanismo che sottende all'ascesa dei tanto aberrati totalitarismi; è questa la dinamica che spinge la folla urlante a proclamare propri questi valori: la paura. Paura di perdere la propria identità, la propria terra, il proprio danaro, la propria stabilità. Il timore, insomma, di smarrire se stessi nel marasma degli eventi della storia. Non a caso i regimi si trasformano in veri e propri focolari della cultura. Essa diventa un'arma potente non soltanto in qualità di strumento di propaganda ma in quanto mezzo per ricercare se stessi. Una conferma del proprio esistere. Uno specchio di sé.

         Non sempre, però, l'immagine che si osserva è quella desiderata. L'importante è esistere comunque, poter affermare la propria autorevolezza in una lotta impari contro il tempo, alla ricerca di quell'eternità che tanto rende l'uomo bramoso di esser come Dio. Il suo errore è nel ricercare la fonte dell'eternità fuori di sé, in un potere che appartiene alle fauci del caos. E così l'uomo snatura se stesso e i mezzi di cui dispone per realizzare i propri ciechi scopi. La scienza è lo strumento più potente da asservire agli obiettivi fanatici dell'uomo.

         A tal proposito risuona l'eco delle parole del noto fisico Nikola Tesla il quale affermava che la scienza non è nient'altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell'umanità. Tale frase compare nel quadro finale dello spettacolo “Gli dei tramontano all'alba”, che conclude la realizzazione di una scenografia che, simulando il percorso umano, si compone in itinere. E così la Storia, rappresentata attraverso una danza incessante, quasi come quella di un rito di possessione, ricompone il celebre aforisma dipinto su tele disseminate in sala. E ancora una volta è l'Arte, in questo caso attraverso la pittura e la mano di Monica Musiani, a farsi specchio di una profonda riflessione e ricerca. A parlare non è più il semplice logos, ma il coinvolgimento sensoriale che spinge lo spettatore ad un pensiero critico più totalizzante attraverso i colori, i profumi e i suoni. Come fosse un grande rito, di stile ortodosso, in cui si riscopre l'origine sacra del teatro. Il linguaggio degli oggetti e dei simboli diventa fondamentale nella decifrazione del codice artistico.

         Tutto rimanda al tema del doppio e dell'ambivalenza dell'anima umana. Come quell'Adolf Hitler che disegnava splendidi volti di Cristo e che al contempo sterminava un numero indefinibile di vite umane. Così, per esempio, in scena vengono appesi, a dei ganci da macelleria che pendono nel vuoto, due quadri: uno dai colori scuri, notturni, in cui si staglia un albero imponente che sta a rappresentare l'albero della vita, della conoscenza e quello dell'esorcizzazione dei mali, il “maggio” tanto indagato dal noto antropologo Frazer. Non può mancare il disco lunare in riferimento ai riti della dea Madre e agli impliciti rimandi al ciclo naturale di morte e rinascita. L'altro dipinto presenta, invece, colori accesi che ricordano, in una dimensione quasi sospesa, un'alba premonitrice di insondabili verità.

         Un altro chiaro riferimento al tema del doppio è il vestirsi o l'atto di spogliarsi eseguito con la sacralità di un rituale da ciascuno dei personaggi, quasi l'abito fosse una seconda pelle o maschera di cui ci si avvale nel grande spettacolo dell'umana esistenza. Gli attori che interpretano il ruolo di due soldati del Reich saranno gli stessi che entreranno nei panni di due personaggi contemporanei, tratti dal mondo della politica e dell'edilizia. Per rinvigorire la percezione sensoriale ed emotiva dello spettatore un punto di forza è sicuramente offerto dalle musiche originali composte da Carlo de Vita. La maestria del saper toccare le giuste corde dell'anima e di farlo con umiltà, senza prepotenza, in punta di piedi, ma lasciando al contempo un segno indelebile in colui che resta in ascolto contraddistingue questi brani musicali, creando un'atmosfera suggestiva che riporta lo sguardo proprio al centro delle passioni umane, delle strenue lotte esistenziali e della forza individuale e spirituale che mai si stanca di sperare.

         La potenza dell'Arte si fa indagatrice di ogni parte più nascosta dell'individuo e dei suoi meccanismi di relazione, utilizzando l'arma invincibile dell'immaginazione. Ed ecco che è solo il sipario di un teatro a calare, ma non quello dell'individuo che è costretto, messo davanti allo specchio, a fare i conti con se stesso e con la realtà e a comprendere come quei meccanismi tanto ammoniti del passato non sono poi scomparsi. Ed è anche per questo che la memoria non può cedere all'oblio. La realtà cruda dell'Arte non fa sconti e mostra l'umanità in tutta la sua miseria e debolezza. Ed è proprio sulla sua debolezza e sui propri mali che Rousseau crede l'individuo capace di erigere la propria fragile felicità. Così lo specchio del passato si infrange e svela un presente dagli stessi colori del suo ieri. Ed è per tale ragione che lo specchio potrebbe rivelarsi crudele. Forse più degli stessi uomini. A volte viola le stanze più segrete, quelle che hanno una chiave sola. Lo specchio riesce a scassinare la serratura; entra lo stesso, a qualunque costo, perché abbaglia o perché coi suoi giochi di luce, coi suoi tentacoli, riesce sempre ad entrare anche nei luoghi più reclusi e bui. E quando ciò avviene in nome dell'Arte nulla giacerà più nell'ombra.

 

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