LA SPARTENZA: FRA PENSIERI ESILI ED ESULI PAROLE
(Autobiografie Migranti dell’Archivio Diaristico Nazionale)
Andrea Franceschetti
Pieve S. Stefano “Città del Diario”
La comparsa di un universo simbolico alternativo
costituisce una minaccia
perché la sua stessa esistenza dimostra empiricamente
che il nostro universo non è inevitabile.
(Peter L. Berger - Thomas Luckmann, La realtà come costruzione sociale)
villaggi di fango contro grandi città
[…]
Il mercato mondiale
il mercato rionale
[…]
La rete globale
i segnali di fumo”
(Lorenzo Cherubini “Jovanotti”, Salvami)
Riflessi propedeutici di un docente migrante della secondaria superiore
Negli scenari della contemporaneità si manifestano e vengono a contatto differenze ed alterità che necessitano di una costante meditazione e di una coscienziosa mediazione. L’agenzia formativa scuola si colloca fra i più importanti scenari deputati ad accogliere la multivocalità culturale e gli insegnanti sono chiamati a recitare un ruolo primario nella gestione delle diversità.
L’avventurarsi nel lontano e nell’esotico non rappresenta più la condizione indispensabile per imbattersi nell’alterità. Il contatto, oggi, avviene quotidianamente e si stabilisce nei nostri luoghi, in casa, al lavoro, negli spazi del tempo libero e, appunto, a scuola. Il ritardo che riscontriamo nell’accettazione da parte dei programmi scolastici di suggerimenti provenienti dalle scienze sociali sulla percezione e la gestione delle diversità non cancella l’urgenza che l’agenzia educativa per eccellenza apra i suoi metodi al rapporto tra le alterità culturali.
L’altrove ci ha raggiunti ed è qui, i luoghi distanti dalle nostre abitudini, dalla nostra religione, dalla nostra arte, si materializzano di fronte a noi, nelle donne e negli uomini accanto ai quali viviamo le nostre giornate. Anche le aule devono essere viste come spazi contaminati al confine tra mondi differenti e l’insegnante, oggi più che mai, è tenuto a farsi traduttore, mediatore di culture. L’intervento educativo non può più permettersi di non tener conto della conflittualità culturale, delle tensioni che oppongono le “periferie” al “centro” e deve essere ispirato dal fine precipuo dell’acquisizione (prima) e della trasmissione (poi) di capacità di contenimento e di gestione. Metodi didattici che dovrebbero essere volti all’abbattimento degli steccati di separazione, favorendo percorsi di ibridazione e disinnescando le illusioni menzognere più pericolose, quelle legate all’idea di purezza.
Come la crisi dell’oggetto di ricerca dell’antropologia contemporanea non può più permettersi il lusso e il conforto classici della triade “cultura, territorio, comunità”, l’‘oggi’ ha fatto saltare lo schema teorico della corrispondenza biunivoca tra la collocazione geografica e la cultura, tra la nazione e la produzione culturale. Nei mondi contemporanei la nuova definizione di cultura comprende differenze, conflitti, contraddizioni, vede convivere singolarità ed universalità, accosta il desiderio individuale all’azione collettiva. Il passo è così ceduto ad un’idea processuale di cultura, ad un concetto della stessa molto flessibile: è nel divenire, è in fieri, è in viaggio proprio come un emigrante.
Coesistono, secondo ritmi di avvicendamento sconosciuti fino ad oggi, la differenziazione e la contaminazione, l’opposizione e l’omologazione e proprio la cultura, nell’epoca contemporanea, diviene il luogo specifico dell’alternanza tra i localismi e la globalizzazione. L’epoca contemporanea è evo globale deterritorializzato e decentrato rispetto al ‘sé’, seppur, nei fatti, sia destinata a continuare ad accogliere quell’idea locale di patria che connota e conforma l’identità culturale.
I mercati sono interdipendenti, merci e beni identici tra loro sono diffusi su tutta la superficie del pianeta, un terminale ci mette in contatto diretto e istantaneo con coloro che si trovano agli antipodi, ma tenaci particolarismi si ostinano a generare tensioni. Anche il lavoro degli scienziati del sociale si svolge in un agone “scivoloso”, “fluido”, “dinamico”, di specificità culturali da una parte e di comunanze dall’altra. Se è vero che la cultura è conflitto e la guerra fra le culture sembra avere sostituito la guerra fra le classi allora è anche vero che il conflitto ingenera un percorso culturale e la violenza non è qualcosa di estraneo a questo percorso.
L’epoca contemporanea finisce così per essere epoca di migrazione, di diaspora e d’esilio e la figura, “trina ed una”, del migrante-fuoriuscito-esule si pone al centro di ogni definizione di cultura nella contemporaneità. Salta agli occhi, di conseguenza, l’innaturalità storica della sedentarietà: le voci antropologiche e geografiche ne pongono in discussione il modello, facendo riemergere, dal passato più radicato nel tempo e nell’uomo, la figura, naturale, del nomade aperto al mondo.
Esuli ricercatori
Esuli e migranti, come i diaristi a cui hanno prestato orecchio, quelli del gruppo di ricerca coordinato da Pietro Clemente e Anna Iuso hanno fatto circolare le loro idee e le loro stesse persone tra Roma, Firenze, Siena e, inevitabilmente, le mura pievane della memoria.
L’ ‘Io’, l’ ‘Altro’, l’ ‘autore’, il ‘lettore-ascoltatore’ si sono dati per un anno appuntamento anche in quattro donne felicemente ispirate (Anna Iuso, Daniela Brighigni, Elena Bachiddu e Alexia Proietti) e due uomini felicemente in subordine (Pietro Clemente e Andrea Franceschetti). Rèsisi disponibili alla lettura di tanti ‘Io’, soffermatisi (dal novembre 2002 al novembre 2003) in ascolto di quelli che erano partiti, hanno tutti confessato di essersi più di una volta ritrovati protagonisti essi stessi dei racconti di vita letti e analizzati. Alla riscoperta di un ‘Io’ che si rivelava essere sempre più un ‘Altro’, e un ‘Altro’ ancora, i ricercatori del gruppo sono stati tutti gli uomini e tutte le donne che hanno ascoltato.
L’attenzione è stata puntata su più corpora tra quelli individuabili all’interno dell’Archivio Diaristico Nazionale: il corpus degli scritti di emigrazione italiana verso l’Argentina; quello comprendente memorie, autobiografie, racconti e tracce di migrazioni dal meridione italiano e dalle campagne verso Torino e Milano dal dopoguerra agli anni ’60; i testi autobiografici a soggetto migratorio di provenienza siciliana (optando per una ricaduta della scelta su quegli scritti che comprendessero gli anni dal 1945 al 1969) e la tanto sterminata quanto avvincente sezione epistolare.
I criteri di lavoro seguiti rispondevano «da una parte all’urgenza di dare una significativa accessibilità ai testi (da qui la lunghezza delle citazioni nel tentativo di non tradirne il senso generale) e dall’altra all’esigenza di mettere in primo piano come l’esperienza emigrazione trovi rappresentazione nella scrittura autobiografica. Lo stesso criterio di concatenazione delle citazioni seguiva associazioni di immagini e significati suggerite dai testi e non adattate a uno schema esteriore quale avrebbe potuto essere quello cronologico. Commenti e interpretazioni, che desideravano solo sollevare spunti di riflessione, si alternavano a due prospettive, una più strettamente testuale e l’altra in cui veniva osservato il fenomeno socio-culturale emigrazione dentro una vita, dentro la prospettiva di un mondo individuale».
Un gruppo di ricerca che non stona, dunque, nel coro della contemporaneità. Voci della multivocalità culturale, raggiunte, senza essere colte di sorpresa, da quello spazio contaminato al confine tra vite e mondi differenti che si chiama Archivio dei Diari.
16 autori e 19 testi, tra significanti verbali, numerici ed esistenziali, tra giochi con le parole, serie aritmetiche e citazioni
La selezione di esuli pensieri autobiografici siciliani comprendenti gli anni 1945-1969 entro gli estremi cronologici del racconto è valsa un corpus di 16 autori e 19 testi.
L’analisi del testo di Tommaso Bordonaro (La storia di tutta la mia vita da quando io ricordo ch’ero bambino (La spartenza), 1909-1988) conduce ad una catalogazione della lingua utilizzata nella varietà sociolinguisticamente etichettata come italiano popolare regionale. A conferma della suddetta catalogazione, una breve rassegna di spie linguistiche: scambi di sonorità («contizione» per ‘condizione’), alternanza interna alle vocali («i miei Genitore si sono sposate») e raddoppiamenti consonantici («abborto» per ‘aborto’) dovuti alla polarizzazione dialettale della realizzazione fonicografica; continuum ininterrotto della catena fonosintattica e incertezze sul rispetto delle convenzioni grafiche e sull’uso delle lettere maiuscole («unaltra volta», «la Mammamia»).
Tratti trapiantati del Vecchio Continente è la traduzione che privilegiamo del titolo originale del testo di William Thomas, Old world traits transplanted, poiché con essa si mantiene inalterata la ricercata allitterazione e il Vecchio Mondo dell’immediata versione letterale viene riconfinato nell’accezione più usuale di Vecchio Continente. L’analisi parte dai tre gruppi di immigrati più numerosi negli States del 1921: polacchi, ebrei e italiani. Per il Thomas, gli Italiani sono capaci solo fino ad un certo punto sia di organizzarsi autonomamente che di servirsi delle organizzazioni americane; essi conservano più a lungo le qualità del gruppo primario; la loro vita nell’ambito della comunità ha il carattere di una grande affettuosità e intimità, e i loro legami si mantengono forti. Bordonaro sembra confermarlo: «Mio arrivo in America il 27 marzo 1947 […] La genti si impressionava di vedere cinque bambini tutti a scala. Così siamo stati ospitati in casa di mio cognato […] Io credevo che appena arrivato cominciare allavorare e guadagnarmi la spesa […] E tutte le sere che mio cognato si ritirava accasa io pronto a domandare se avesse trovato un lavoro per me e lui mi rispondeva: Non pensate anniente. Voi per adesso state incasa». La spartenza racconta l’autore dall’adolescenza fino alle soglie del XXI secolo. In mezzo, la «spartenza amara» verso gli «Iunarsteti».
Quel prefisso sigmatico, quella “esse” di troppo ad inizio parola (all’apparenza solo un oltraggio da eterodossia grammaticale) è un tratto tanto popolare quanto autentico, capace di riconnotare l’atto neutro del partire in un’esperienza di sradicamento, di strappo, ma allo stesso tempo allitterante, consonante e assonante di speranza. Nato il 4 luglio (presagio?) 1909, Bordonaro salpa trentottenne per «L’Estate Unite d’America». La sua prima occupazione sarà quella di becchino nel cimitero dei «Giurei»: «Mi ha domandato se io mi impressionassi allavorare nel cimitero. Non le potevo dire che mi impressiono […] Fattomi un resoconto all’estante che dovevo fare il becchino a scavare fosse e seppellire morte, vedete acché posto sono arrivato in America mentre che in Italia non ero ricco ma con il mio lavoro non mi mancava nulla nella mia casa e quando passavo dal cimitero voltavo il capo dall’altra parte, mi faceva impressione dei miei defunti famigliari, mentre il mio primo lavoro in America ho dovuto fare il becchino per guadagnare un tozzo di pane». Sempre sospeso fra ciò che sta al di là e ciò che sta al di qua dell’oceano, assisterà all’incarnarsi nei figli della doppia anima di un popolo migrante, quella della proiezione verso il nuovo mondo e quella della conservazione del vecchio: Antonino, ancora minorenne, chiede al padre il consenso per arruolarsi nell’esercito americano, nell’ «Arionatik» prima e poi nei «Faimmen» (‘Firemen’), mentre «il figlio Francesco si è trovata una ragaza figlia di italiani, la provenienza della Calabria».
L’immigrato porta con sé il valore lavoro. Solo un bene materiale? Questo modo di pensare produce cattivi effetti, sia sugli stranieri che sulla cultura dell’autoctono che li usa come oggetti. Tutto per una “s” è il titolo dato alla propria testimonianza da Giuseppe Sparacino. Tutto per quel prefisso sigmatico da anteporre all’oggetto affinché diventi soggetto, «per rendersi riconoscibili e farsi accettare, anche dove non conoscono l’onestà dei nostri padri, grazie a un patrimonio che possiamo portarci dietro ovunque andiamo: gli occhi e il sorriso».
Nascere, vivere e lavorare in Sicilia (1936-1995) di Alfio Cicero è uno scrigno di percezioni dell’emigrazione: «Nell’estate 1952, ritornarono dal nord America alcuni Rocellesi. Indossavano abiti eleganti, le donne portavano addosso molti gioielli e soprattutto sbalordivano per il motivo che distribuivano dollari e indumenti (ricorda anche la scena finale di Totò a colori, con Antonio Scannagatti (Totò), sedicente grande direttore d’orchestra e compositore, spacciantesi per immenso maestro di musica, addirittura ribattezzato(si) il cigno di Caianiello, che, incaricato dal sindaco di dirigere la filarmonica del paese in occasione del ritorno di un emigrante che aveva fatto fortuna in America, rovina la festa per volere, a tutti i costi, non interrompere l’interminabile esecuzione). Se poi qualcuno di loro aveva una figlia in età da marito, i giovanotti la corteggiavano con la segreta speranza di sposarla e così emigrare in America. Un oriundo aveva fatto fortuna più di tutti, e per questo motivo lo soprannominarono “mister Dollaro”. Portò ai parenti tanti costosi regali ed al fratello Nino perfino un registratore: il primo in assoluto nella storia di Roccella. Un pomeriggio stavo passeggiando quando vidi una siepe di teste. Stavano ascoltando una registrazione. Esordiva mister Dollaro […] Salutava tutti i parenti e gli amici, nominandoli ad uno ad uno […] Alla fine della registrazione tutti si complimentarono col signor Nino per il fatto che aveva un fratello americano e per di più ricco e gli aveva portato una macchinetta ch’era una vera diavoleria. E se avesse sentito la nostalgia del fratello e della nipote, poteva riascoltare le loro voci quando desiderava. Si sentiva contento e per ricambiare la simpatia incominciò a distribuire del tabacco. Nello stesso tempo vennero dal nord America un altro oriundo Roccellese e la figlia, ch’era giovane, bella e si chiamava Concetta […] Mi disse che mi aveva notato subito, voleva portarmi in America e dovevo parlare subito con suo padre. Espresse il desiderio di venire a casa nostra, ma io e mia madre facemmo finta di non capire, per il fatto che avevamo le sedie zoppe, i tavolini sgangherati e perfino la scala di casa era pericolante […] Andai a parlare con suo padre. Gli dissi che volevo bene la sua figliola e volevo sposarla. Rispose che tutti i paesani parlavano male di me e che dovevo andare di corsa da dove ero venuto».
Anche Tutto per una “s” mette in scena emigranti percepiti: «Tutte le sere si andava a salutare qualche parente o amico che partiva […] Per tutta la notte in quella casa non si dormiva; le donne preparavano la valigia e in quella valigia di cartone si voleva mettere tutto: le lenzuola, le camicie, la maglia di lana fatta dalla nonna, le calze di lana pesanti; perché lì, dove si andava a fare fortuna, era freddo; si metteva il pane fresco, il formaggio (ancora Totò (in Totò, Peppino e la malafemmina), quando è in trasferta a Milano) […] Ma soprattutto in quella valigia si cercava di infilarci l’anima […] Quando chi doveva partire diceva: “Mamma, non mi dare più nulla!”, “E tte figliu meo portatilli, ti ponnu serviri, un’si sa mai!” era la risposta. Il padre dava qualche mille lire a garanzia di ogni evenienza e tutto il passato e il futuro si concentrava in quegl’attimi […] Si arrivava nelle stazione del nord Europa, del nord Italia (da notare sia l’alternanza interna alle vocali anteriori («nelle stazione» per ‘nelle stazioni’) che l’anticlimax (il «nord Europa», geograficamente più lontano, anteposto al più vicino «nord Italia»)) con queste valigie pesanti sulle spalle e i nordisti ridevano».
l titolo dell’autobiografia della sposa per procura Sebastiana Cristofaro in Abrugiato è a figura etimologica: La mia vita vissuta attraverso tre Continenti (1931-1953). Suo anche l’epistolario Lettere a Cecchino (1952-1953): «Sabotinia, 1 maggio 1952 […] Ora non attendo che la tua procura e poi sarò la tua mogliettina […] Quel che voglio che tu sappia è che io da Papà (tranne il mio corredo) non potrò avere aiuto […] Nella procura che mi fai, ti prego di volermi far sapere da chi vuoi essere sostituito in quel giorno». «Sabotinia, 21 agosto 1952 […] con l’animo traboccante di gioia ti comunico che il 7 SETTEMBRE salirò i gradini dell’altare vestita di bianco […] In quel giorno ti prego pensami tanto […] Probabilmente quando ti giungerà questa lettera sarò già la tua mogliettina […] Dimenticavo di dirti che ieri mi è giunto l’avviso della Banca Inglese. Forse sono giunte le 10 Sterline».
La memoria (1935-1961) di Giuseppe di Cola è Terra di San Nicola, una Terra Santa, da cui partono gli esodi, come recitano quattro versi del carmen de vita sua: «Come esodo biblico/nel tempo di terra secca/emigranti furono/le famiglie nostre». «Una sera trovai mia mamma-grande (la nonna, la grand mother) seduta fuori casa. Teneva i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le mani nei capelli […] “Cosa c’è che non va?” “Tutti vanno via per sempre” “Magari loro sono contenti”. Mi rispose che si può andar via contenti solo se la decisione è veramente libera e che, comunque, non a tutti fà piacere lasciare il luogo in cui si è nati, specialmente per i figli della Terra di San Nicola».
Calogero Di Leo è Un siciliano turista milionario emigrante (Mai biurifu’laif, 1937-2000): «Un Visto come turista per l’america perché a New York si è aperta la fiera mondiale […] per avere il Visto come turista il Consolato Americano vuol vedere che la persona sta bene che non va in america per rimanere (come Giuseppe Vaglio: «ci avviammo all’ufficio immigrazione. I funzionari vollero sapere il motivo del nostro viaggio e noi dichiarammo di essere venuti in Kenia per un periodo di vacanza»), vuol vedere se ciai proprieta, negozio, animale, soldi in banca e il biglietto pagato del viaggio antata e ritorno di tutto quello che possiedi deve essere dichiarato e firmato dal sindaco, e una dichiarazione del comandante dei Carabinieri che dichiara che non sei comunista e sei un cittadino di buona condotta […] il Sindaco fa una lettera che dichiara che possiedo 50 vacche […] alla caserma il comandante mi dà una lettera di buona condotta e che non sono comunista».
I giorni della mia vita è l’autobiografia (1930-1982) di Corrado Guglielmino. «Qualche cosa midoveva campiare nella mia vita come campiava aglialtri emicranti come me miveniva linvidia deglialtri sendire che si facevano una casa in Italia […] invece le cose campiano mia moglie incomincia a stancarsi del suo lavoro incomincia di nuovo la crisi famigliare e così campiano anche i miei figli campiano idea cominciano a capire male la vita di germania […] cosi incominciano a fare dei procetti sbagliati le cose girano al condrario angora io non mi scoragio».
Cosimo Quartana nasce a Paceco (Trapani) e muore a Buenos Aires. Emigra a 18 anni, nel 1924. È addetto al decoro floreale della sala del governo della Casa Rosada. La sua corrispondenza epistolare ha inizio quando sono trascorsi 46 anni dal suo arrivo in Argentina. Ha raggiunto un’ottima posizione sociale ma, vedovo e senza figli, rimpiange la terra d’origine. Le sue lettere trasudano del desiderio di comunicare con chi, da lontano, non comprende la solitudine del migrante. Cosimo si rivolge a fratelli e nipoti in Italia: «Ci avessi voglia di fare un’altro viaggetto a Italia andare a portare fiori a Papà i Mamma i passare una giornata dove stanno loro, vedere a voialtri un’altra volta, perche sicuro che si vado io posso vederle, perche si aspetto che viene qualcheduno di voialtri sicuro che non ci vediamo più, non capisco il poco spirito di curiosità di tutti voialtri per conoscere altri Nazione, sicuro non è perché vi mancano i mezzi. I penzare che Cristoforo Colombo fù un’italiano».
Dopo il servizio militare, arriva anche per Francesco Tripodi (Una voce lontana, 1943-1961) il tempo di migrare. Data ed età della partenza (5 febbraio 1961, 24 anni) e della scrittura (1995, 58 anni) si avvicinano curiosamente a quelle di Baldassarre Turco (23 gennaio 1961, 21 anni e 1996, 56 anni). Ma le coincidenze non si limitano ai numeri: Tripodi diverrà addetto alla manutenzione delle ferrovie australiane a Sidney; Turco, a Colonia, lavorerà per le Ferrovie tedesche, «in una stazione-deposito di treni e di locomotive per le pulizie e la manutenzione». «Ognuno credeva che con un paio d’anni di risparmi dopo poteva raccogliere le barattelle e fare ritorno al paese. Per tanti fu così perché lavorando duro accumulavano una piccola fortuna che mensilmente spedivano alla famiglia. Ma si privavano per se stessi quasi del necessario, coabitavano in sette in una stanza e cucinavano a turno in modo che ogni centesimo risparmiato riducesse la permanenza di un minuto. Ma le famiglie al paese ricevendo quelle rimesse spendevano e miglioravano le loro condizioni. Così era impossibile non notare il cambiamento di queste famiglie che ora venivano rispettate perché avevano l’uomo all’estero (come Sparacino: «In paese cominciarono ad arrivare i vaglia postali; le rimesse degli emigrati, la retribuzione della immane sofferenza. Mi ricordo la “zza Ciccina” con il vaglia in mano e sventolandolo con orgoglio in mezzo alla strada diceva: “Me marito da Stuccadda mi manda centoventimila lire!”. Era una specie di gara a chi mandava di più […] A volte più che di capacità o di fortuna si trattava di smisurati sacrifici, brutali privazioni; quel vaglia era frutto di una vita misera, penosa, avvilente vissuta nelle baracche»). Però, altra gente anziché aiutare la famiglia e prepararle un avvenire (ora non parlo dei miei paesani, ma di tanta altra gente della nostra penisola) trovandosi in un paese nuovo con tante occasioni a portata di mano, passato il momento difficile della lontananza dai suoi cari, trovò una nuova donna o si diede all’alcool. Queste persone non hanno fatto altro che rovinare se stessi e mandare al diavolo la famiglia lontana (ancora Sparacino: «Altri non mandavano nulla ed erano i figli degeneri che non pensavano alla famiglia, che si mangiavano tutto a fimmini: perché li fimmini del nord erano sfacciate e ai ragazzi gli facevano prendere brutte strade!»)».
Il già menzionato Baldassarre Turco ci racconta di sé in Ordine o matrimonio? (1961-1996) e Memorie di un adolescente (1950-1991). Nel curriculum redatto per la partecipazione al Premio dei Diari leggiamo: «A undici anni entro in seminario, ne esco quasi a ventuno, emigro in Germania, lotto per farmi una famiglia» (così Giuseppina Caravello in Storia di una vita tutta sbagliata (1927-2000): «Incominciai a scrivere questa autobiografia quando commisi l’ennesimo sbaglio: mi sposai. E con l’uomo sbagliato […] A Natale del 1944 dissi alla Superiora dell’Istituto che avevo deciso di farmi Suora […] Dopo 15 anni gettai alle ortiche il mio abito tonacale: volontà di Dio? Destino? Passo sbagliato?»). Ordine o matrimonio? consta di 99 (33x3) pagine: Baldassarre giunge in Germania il 23 gennaio 1961, subito dopo essersi spogliato dell’abito francescano, esattamente all’altezza del primo terzo della memoria, alla pagina 33. Numeri fortemente simbolici (soprattutto per un ex seminarista). «Trent’anni di vita di un meridionale sbattuto nel mondo dell’emigrazione»: altro lessema a prefisso sigmatico, che, inevitabilmente, ci rimanda alla spartenza di Bordonaro e al Tutto per una “s” di Sparacino. La voce autobiografica di Turco suona così: «E giunse il 24 aprile del 1962. E giunsero gli invitati dal mio paese […] Tutto si svolse bene nel salone del cinema preso in affitto per il trattenimento […] Il nostro primo nido, a Gross-Königsdorf, era composto da una stanzetta mobiliata con un angolo-cottura ed il bagno, fuori, lontano una decina di metri, in comune con altre due famiglie. Era piccolo ma circondato da un giardino nel verde della campagna […] Da connazionali sentivamo parlare del “miracolo economico italiano”, del festival di San Remo, delle glorie calcistiche di squadre italiane, del giro d’Italia. Noi a Colonia stavamo bene, però ci mancava il sole italiano […] Se il clima a me era nocivo, a Giuseppina non piaceva l’atmosfera “morale” tedesca: No, diceva, le mie bambine non cresceranno qui. È troppo libera la vita, troppo permissivi i costumi!».
Africa Orientale è la storia di un emigrato (1931-1984) di nome Giuseppe Vaglio. Nato nel 1920 a Sant’Agata di Militello, emigra in Somalia a 17 anni, il 21 aprile del 1937 (in occasione del 2690° Natale di Roma: all’epoca la data non passava inosservata!); si sposta in Kenia nel 1954, a 34 (17x2) anni; rientra in Italia nel 1971, a 51 (17x3) anni, in virtù della nazionalizzazione del posto di lavoro. Anche questa serie, composta da 17 e dai suoi multipli, è simbolicamente casuale o casualmente simbolica?
Verso il freddo di un futuro migliore
Andarsene «alla ricerca di un futuro migliore» implica, il più delle volte, provare «un gran freddo», sentirsi penetrare da «una lunga lama fatta di ghiaccio» (Giuseppe Di Cola, Terra di San Nicola). La scelta del «fuori dalla patria per un futuro migliore» può nascere dal vedere «nel piccolo paesetto agricolo e un periodo dopo la guerra la possibilità brutta per un futuro migliore». E «fuori» magari arrivi a non farti mancare niente, ma ti ritrovi rotto dagli anni e «stanco della citta, del traffico, degli inquilini, del freddo, di pulire e paliare neve nell’inverno» (Calogero Di Leo, Un siciliano turista milionario migrante). Perché, c’è poco da fare, «lì, dove si andava a fare fortuna, era freddo» (Giuseppe Sparacino, Tutto per un “s”): qualcuno «prima di allora non avevo mai visto la neve da vicino e doveva andare in Germania per vederla!» (Baldassarre Turco, Ordine o matrimonio?); qualcun altro si faceva «ogni mattina sei chilometri di strada su di una bicicletta, con la neve alta e il gelo che si formava sul bavero del cappotto» (Giuseppina Caravello, Storia di una vita tutta sbagliata). Storie dall’altro mondo, dal mondo altro, da «quel paese lontano dall’Italia ma pieno di speranze per un miglior futuro» (Giuseppe Vaglio, Africa orientale - Storia di un emigrato).
Lasciar posto al trovare
Alcuni, incoscienti ai limiti della baldanza temeraria, si riuniscono «una sera col fratello e il cognato parlano e decidono di fare una scappata in America in cerca di fortuna» (Calogero Di Leo, Un siciliano turista milionario migrante). «Lasciare famiglia, paese e l’Italia» per sbattere il muso contro il «brutto risveglio» di «non poter subito lavorare del proprio mestiere». Perché, poi, dover «trovare un lavoro qualsiasi» può anche significare «lavorare in un fonderia. Lavoro pesante e sporco». E allora si lascia ancora per trovare «un lavoro in una fabbrica di giocattoli e contenitori di plastica. Lavoro leggero e non tanto sporco» (Paolo Fazzino, Autobiografia, cominciando dal 1947). «Risparmiare il denaro giusto per acquistare il biglietto del treno, anche per il ritorno», «salutare gli amici e a San Nicola abbracciare i familiari promettendo che ogni anno si sarebbe tornati a trovarli», per poi, una volta giunti alla meta, chiedere subito di farsi accompagnare «da tutti quei compaesani» pronti a domandare «se la vigna nuova che avevano lasciato cresceva bene» (Giuseppe Di Cola, Terra di San Nicola). Siano benedette «le commari con cui trascorrere alcune ore rievocando insieme fatti e amici lasciati al paese»! (Sebastiana Cristofaro in Abrugiato, La mia vita vissuta attraverso tre Continenti). Chi resta a casa non è messo meglio, anche se «il dolore e lo strazio trovano una contropartita nelle rimesse» (Giuseppe Sparacino, Tutto per una “s”). Una volta riusciti a «trovare posto sulle navi», per molto tempo si continua a vedere «la mamma che si asciuga le lacrime, forse pensando che suo figlio sta lasciando definitivamente la sua casa» (Giuseppe Vaglio, Africa orientale - Storia di un emigrato). Di fronte, «un mondo nuovo che non somiglia per niente a quello lasciato», ma passano gli anni, i decenni, e «come si fa ora a lasciare i figli e i nipotini? Ormai tornare in due al vecchio paese e da soli a che serve?» (Francesco Tripodi, Una voce lontana).