SONETTI AZZURRI DEDICATI A GIULIA
Federico Cinti
Intorno all’Ecatombe a Giulia… che posso dire? È appena stata pubblicata questa raccolta di cento sonetti, dedicati alla mia Giulia. Ecatombe, sacrificio di cento buoi, sacrificio di cento sonetti. Ne voglio riproporre qualcuno, contrassegnandolo con un asterisco; ne voglio aggiungere qualcun altro, non entrato nella raccolta, sperando che comunque possa piacere, le possa piacere. Bello sarebbe stato proporre un prosimetro, per meglio colmare i vuoti: le rubriche della mia memoria sono piene di ricordi.
da Federico Cinti, Ecatombe a Giulia, con premessa di D. Monda, AZ Fast Press, Bologna 2006.
Non era l’andar suo cosa
mortale,
ma d’angelica forma; e le parole
sonavan altro, che pur voce humana.
Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i’ vidi: e se non fosse or tale,
piagha per allentar d’arco non sana
Rvf XC 9‑14
Ti avevo da
sempre cercata,
Da sempre sapevo che c’eri
E, un giorno, così ti ho trovata,
Sei tu, sei tu il sogno che ieri
Restava
un’immagine, nata
Nell’anima, dentro i pensieri
Che culla la mente affannata,
Tu c’eri, ci sei, tu ti avveri.
E sono
felice, mi sento
Rinascere, sono rinato
Con te, per te, sono contento
Di amarti,
di amare colei
Che il cielo, dall’alto, ha lasciato
Discendere… cielo anche lei
Stiamo, Amor, a veder la
gloria nostra,
cose sopra natura altere e nove:
vedi ben quanta in lei dolcezza piove,
vedi lume che ’l cielo in terra mostra
Rvf CXCII 1‑4
Sei tutto,
per me, sei il motore
Che muove il mio agire, la vita
Che rapida insegue le ore
Che corrono, via, di sfuggita;
Sei il
battere ansante del cuore
Che scoppia, dopo una salita
Di un colle a raccogliere un fiore
Da stringere in mezzo alle dita:
Lo sai
quanto ti amo: lo sai!
Esistere, forse, vuol dire
Amarti, non perderti mai,
Significa,
forse, gioire
Di ciò che gioisci e semmai
Soffrire il tuo stesso soffrire.
Qual è colüi che somniando
vede,
che dopo ’l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede
Par. XXXIII 58-60
Amarti
nell’ora che il sole
declina tra i coppi dei tetti,
Per dirti le dolci parole
E i dolci pensieri mai detti,
Per dirti
le mie uniche e sole
Paure, le gioie, gli affetti,
Tra le ombre del cuore che vuole
Disperdere angosce e sospetti,
E invece
disperde soltanto
Quel soffio che chiamano vita,
Quell’umile soffio lontano
Che… cerco,
e non trovo la mano,
La tua, le tue candide dita
Che a me giocherellano accanto.
O imaginativa che ne rube
talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
perché dintorno suonin mille tube
Purg. XVII 13‑15
È dolce
pensarti, pensare
Che, forse, sei sempre e soltanto
Vissuta in me, e solo quel tanto
Che basta ad amarti, ad amare,
A farmi
gioire e sognare,
A farmi bagnare del pianto
Che ho, fitto di lacrime, pianto
Per te fino quasi a annegare;
Ma ti amo,
continuo, ostinato,
Caparbio, aspettando il momento
Che spero, che sempre ho sperato,
E tu sarai
qui, sarai mia,
Lo so con certezza, lo sento:
Sì, vera, non più fantasia!
E un di loro, quasi da ciel
messo,
’Veni, sponsa, de Libano’ cantando
gridò tre volte, e tutti li altri appresso
Purg. XXX 10‑12
Il colore
che danno le vocali
Alla vita, al suo pianto, al suo sorriso,
Alla terra bestiale e al paradiso
Che riverbera luci celestiali,
Illuminano
tutto, gli invernali
Albori nella o, il nero e intriso
Rossastro che nella i mostra il suo viso,
La verde e delle selve eterne e eguali,
La dolce
luce d’oriental zaffiro
Che risuona nella u di quel tuo nome
Che nell’oro della a chiude il respiro
Di chi,
simile a me, o solo io
Forse, ricerca dentro il suono il come
Delle cose e il perché lo lascia a un dio.
Così ha tolto l’uno a l’altro
Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido
Purg. XI 97-99
Ti ho
consegnata ai secoli futuri,
Che può essere per te effimera gloria
Tanto che non t’importa e non ti curi
Se il tuo nome appartiene già alla storia;
Questi miei
versi, forse, sono duri
Alle tue orecchie, mostrano una boria
Che non è mia, ma rendono sicuri
I miei passi, sicuri di vittoria.
Non ti può
non piacere il mio libretto
Che parla di noi due, che a tutti dice
Quello che siamo stati, e forse ha detto
Quello che
tu volevi sradicare
Da dentro il cuore, che essere felice
Per me e per te era amarci, Giulia, amare.
Quel sol che pria d’amor mi
scaldò ’l petto,
di bella verità m’avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto
Par. III 1-3
Questo
vuoto incolmabile, che sento
Da quel giorno d’inverno, in cui la neve
Riempiva piazza Verdi lieve lieve,
Cresce dentro di me, come il tormento
Del
gocciare che il sasso scava lento,
Mentre il lago del cuore avido beve
Un’angoscia impalpabile, ma greve,
Fatta di solitudine e di stento;
E tu non ci
sei più, tu sei quel nulla
Che ingigantisce le ombre dei pensieri
Nel notturno che lugubre mi culla:
Tu sei quel
senso che ricerco ancora
Nei giorni che saranno come ieri,
Tu che sei la mia vita, ora per ora.
Io avea già il mio viso nel
suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto
Inf. X 34‑36
Non si vede
con gli occhi, e l’ho imparato
A spese mie, senza volerlo, certo
Per caso, quando mi sono trovato
Immerso in un crepuscolo deserto
Di luci,
fatto d’ombre, incatenato
A un suolo mal sicuro, sempre incerto,
Sempre a un muro vicino, mai staccato
Da chi mi può indicare, meno esperto
Forse di
me, la strada, quel tragitto
Che s’ha da fare, e si farà, in un mondo
Che vorrei sostenere a gran dispitto.
Qualcuno
sarà primo e io secondo,
Camminerò imparando a stare dritto
Senza toccare mai quel nero fondo.
E ’l viso di pietosi color
farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i’ che l’ésca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sùbito arsi?
Rvf XC 5‑8
Le cose che
tu hai dette, ed io ho sentite,
Non so se siano reali per davvero
O false, se sia stato il mio pensiero,
Commosso da vertigini infinite,
A
immaginare quelle vette ardite
D’umanità, ad attingere il mistero
Più limpido, più lucido e più vero
Di quelle cose iniziate e finite!
E com’ero
felice alla tua voce,
Agli occhi sfolgoranti di zaffiro,
Al liquido oro fluente dei capelli…
E ora mi
sento come messo in croce,
Innocente, e s’affanna il mio respiro
A quei ricordi, forse troppo, belli.
Mancando alfin lo spirto
al’infelice,
troppo a sestesso di piacer gli spiacque.
Depose a piè del’onda ingannatrice
la vita e, morto in carne, in fior rinacque.
L’onda che già l’uccise, or gli è nutrice,
perch’ogni suo vigor prende dal’acque.
Tal fu il destin del vaneggiante e vago
vagheggiator dela sua vana imago
G. Marino, Adone V, 27
Se l’essere
coincide con l’avere
In questo vuoto secolo di noia,
Se prevalgono l’impeto e la foia
Sull’amore profondo, sul sapere
Sull’amicizia e sulle cose vere,
Se il frivolo e l’insulso danno gioia
Feconda, e il desiderio si fa il boia
Che mozza le passioni più sincere,
mi sa che è
proprio tutto da rifare
Per uno come me, che pensa e crede
Sia buono e giusto vivere nascosto
Per dare
tutto al prossimo, stimare
Che l’essenziale è ciò che non si vede
E chiedere per sé l’ultimo posto.
Dolce alle Grazie è la
virginea voce
e la timida offerta: uscite or voi
dalle stanze materne ove solinghe
Amor v’insidia, o donzellette, uscite:
gioia promette e manda pianto Amore
U. Foscolo, Le Grazie, II, 35‑39
Rincontrarsi, così, di sfuggita
Sotto le occhiate delle persone,
E avvertire una gioia, smarrita
Dentro le pieghe di un’emozione,
Ricercare
con timide dita
Le antiche mani come ci impone
L’abitudine, è solo la vita
Che detta leggi senza ragione.
«Come va?»
– «Come vado?» – «Va bene»
E altre parole senza discorso
È tutto quello che ora mi viene
Da
domandare e da raccontare.
Però il tempo trascorre e, trascorso,
Fuggi via e, forse, anch’io devo andare.
Che fai? Che pensi? che pur
dietro guardi
nel tempo, che tornar non pote omai?
Anima sconsolata, che pur vai
giugnendo legne al foco ove tu ardi?
Rvf CCLXXIII 1‑4
Sapevo,
sapevo che avrei
Toccato con queste mie dita
La donna più bella, colei
Che sola mi dava la vita;
Ma io non
sapevo che lei
A un tratto sarebbe fuggita,
Lasciandomi solo coi miei
Pensieri, e sarebbe svanita.
Pensare a
quei giorni lontani
È unbrivido pieno d’immenso,
Un oggi che è senza domani
Ripenso a
quei giorni, ripenso
Agli attimi, agli occhi, alle mani,
E il senso… ma aveva poi senso?
E ’l sol vagheggio, sì ch’elli
à già spento
col suo splendor la mia vertù visiva,
et una cerva errante e fugitiva
caccio con un bue zoppo e ’nfermo e lento
Rvf CCXII 5‑8
Anch’io
nascosto, anch’io come Cirano
Mando le mie parole alla mia amata,
Ombra mi sento di un sole lontano,
Giù in una terra buia e desolata;
Invano
scrivo o, meglio, vivo Invano
Una triste vicenda consumata
Lungo pagine stanche, a mano a mano,
In una stanza appena illuminata;
A chi
mostro la luna e sa soltanto
Guardare il dito, sempre apro il mio cuore,
Offro tempo e fatica, e me ne vanto;
Brandisco
la mia penna contro un foglio
Bianco, e passo i miei mesi e i giorni e le ore
Ostinato, volendo ciò che voglio.
Partirono le rondini
dal mio paese freddo e senza sole,
cercando primavere di viole,
nidi d’amore e di felicità
E. De Curtis ‑Furnò‑Marischka, Non ti scordar di me
Se era vita
quel tremito alla schiena
Nel sentire il tuo rapido saluto,
Sperare che restassi dopo cena
Molto di più del solito e dovuto;
Se ha un
senso darsi tutta questa pena
Per ricordare ogni attimo vissuto,
Fissare in una stanca cantilena
Quello che è stato e ciò che avrei voluto,
Posso dirti
che è il goffo tentativo
Di farti ricordare, come dice
La canzone, di me, nell’illusione
Di
suscitare in te qualche emozione,
Non per cercare di essere felice,
Ma solo meno triste e un po’ più vivo.