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IL SOGNO DELLA MACCHINA

 

Claudio Beghelli

 

 

Novella in forma di trattamento cinematografico

liberamente ispirata al racconto omonimo di Giorgio Celli

 

 

A Paola

 

“…deserto pieno/di volti, sì che restare in innocente verità/ è un patire…”

 - Hölderlin  -  

                                                                                              “La verità esiste solo nei limiti in cui la lasciamo in pace”

                                                                                                                                     - Dürrenmatt -

 

 

 

I titoli di testa scorrono sull’immagine di una grande tela da pittore, inizialmente vuota. Un pennello entra in campo e lentamente, pazientemente incide la superficie bianca, tracciandovi molte sottili linee spezzate, che si rincorrono e si congiungono a disegnare  un labirinto. 

 

1.     Prime ore di un mattino primaverile. Nel giardino di una clinica privata.

Immobile – come congelato –  accanto ad una delle grandi, maestose sequoie che vivono nel parco, un uomo attempato, in pigiama, con le braccia alzate. Basta una occhiata per capire che si tratta di uno degli ospiti della casa di cura: sta lì, apparentemente inebetito, assente, inerte, ma – pur essendo come in trance – non ha gli occhi spenti e inespressivi di chi è in stato di incoscienza:  non vi è nulla di allucinato o di vacuo nella fissità intensa dei suoi occhi: bensì, essi brillano di una luce ineffabile, si direbbe gioiosa, quasi euforica; come se quell’uomo magro, emaciato, il cui corpo esprime una stanchezza, una afflizione antica e misteriosa, fosse giunto lì, esausto dopo chissà quale doloroso percorso, e avesse deciso di mettersi a contemplar l’aria, per trovar pace, per riposare, in quella postura innaturale.

Un giovane uomo alto, distinto, dall’andatura un po’ rigida, percorre in fretta il viale che attraversa il giardino e conduce all’entrata dell’ospizio, accompagnato da un medico. L’uomo evita di incrociare lo sguardo del dottore. I suoi gesti nervosi e ostili, rivelano un profondo disagio, una indissimulabile impazienza. Si rivolge al dottore (che non gli ha domandato niente) col tono perentorio e asciutto di chi non ammette repliche, o di chi risponde alle insistenze di una persona petulante, faticando a trattenere una segreta collera: 

-Sono qui soltanto perché lei mi ha convocato e non potevo sottrarmi a                                        quest’obbligo. Per quanto mi riguarda, si tratta di una pura formalità burocratica, da sbrigare il più rapidamente possibile.  -

Il dottore ascolta, imperturbabile; poi indica, con gli occhi, l’uomo in piedi vicino al    monumentale albero:

 - E’ lui, -dice.- Non ci aspettavamo che piombasse in stato catatonico. È successo all’improvviso. Ancora non me lo spiego. Da lunedì non si muove di là. -

Il giovane uomo rivolge al degente una gelida occhiata che ostenta indifferenza, ma sembra  vivamente infastidito a quella vista, non riesce a staccare gli occhi da lui (quasi fosse attratto dalle profonde, penose rughe che imbrattano  il viso smunto dell’uomo); improvvisamente si fa pensoso, si rabbuia.

 

1.1    Flashback.  L’uomo rivede un episodio traumatico della sua infanzia: una drammatica, violenta discussione tra i genitori, al termine della quale  il Padre -che altri non è se non il signore anziano ricoverato - abbandona il tetto coniugale.

 

 

2.     Alla fine del flashback, ritroviamo il giovane uomo a colloquio con lo psichiatra del padre, in una spoglia stanza della clinica, adibita ad ufficio.

Il medico, sicuro del suo ruolo in quella situazione, non si scompone nel constatare l’imbarazzo e la tensione del suo interlocutore, che sta in piedi dietro la scrivania, continua a non  guardarlo, e si sforza di dare un tono formale e neutro alle proprie parole, ma si capisce che dietro ognuna di esse è nascosta una ferita immedicabile: l’uomo ha un groppo in gola: suda e inghiotte in continuazione, come se avesse una arcana paura e volesse, con tutte le sue forze, metterla a tacere (esiste una somiglianza, una affinità fisiologica tra il dolore e la paura).

- …sono nato poco tempo dopo la grande scoperta di mio padre. Si può dire che non l’abbia neppur conosciuto, perché se ne andò di casa che avevo tre-quattro anni. Non posso avere ricordi di lui: forse qualche immagine sfocata, ferma.  Mia madre non ne parlava volentieri: senza dubbio lo odiava: diceva che ci aveva traditi, e, per lei, era come se fosse morto; se le chiedevo di raccontarmi qualcosa, era evasiva e si spazientiva subito;.. e non si poteva biasimarla per questo. -

- Dunque, lei ha vissuto tutti questi anni senza sapere niente di suo padre? Possibile? Non ha mai avuto desiderio, legittimo, di cercarlo, di sapere chi fosse? Di capire come erano, veramente, andate le cose tra sua madre e lui?-

- Senta, non capisco la ragione di tutte queste sue domande! Perché vuol provocarmi?! Non le riconosco il diritto di trattarmi come un suo paziente. Le ho già detto che, per me, quell’uomo è un estraneo. Tutto quello che so di lui è che era un illustre archeologo: e per inseguire le sue ricerche ci ha abbandonati e dimenticati: non glielo perdonerò mai.  Non so e non voglio sapere  niente altro di lui! Se sono qui è unicamente perché il caso ha fatto di lui mio padre. 

Essendosi accorto che l’uomo comincia ad irritarsi, il medico cambia tono:

-Non si arrabbi, la prego. Comprendo il suo stato d’animo, mi creda. È naturale che lei abbia del risentimento verso suo padre. Mi scusi se le sono sembrato invadente e inopportuno, non ne avevo affatto l’intenzione. Sa, fa parte della mia professione essere un poco indagatore…

Il giovane uomo, risponde con voce secca e scontrosa ma controllata, cercando di tagliar corto:

- Non si preoccupi, capisco benissimo. Però, vorrei essere chiaro: si sbaglia se pensa che io disprezzi l’uomo di cui lei vuol parlarmi, le assicuro: non nutro alcun rancore  verso di lui: al contrario, soprattutto adesso, mi fa pena. È vero, io giudico ignobile il modo come si è comportato con mia madre, ma tutto questo appartiene al passato, e non mi riguarda. Non posso e non voglio occuparmi di lui. – A questo punto, l’uomo si accorge di aver parlato troppo:  - Io devo andarmene. Per cui…-

- Sì sì, non la trattengo oltre. Vengo al punto.  Le ho chiesto di farmi visita per una ragione molto banale, che lei ha già inteso: proprio perché lei è figlio del Professor Cristaldi, ed è anche, mi corregga se sbaglio, l’ultimo suo parente rimasto in vita.

- Sì, è così.-

-Ebbene, ho ritenuto necessario informarla del peggioramento irreversibile delle condizioni di salute di suo padre.-

- Allora la ringrazio, lei ha fatto il suo mestiere di medico ed io il mio dovere di figlio. Le telefonerò nei prossimi giorni per prendere accordi circa il pagamento del soggiorno del Professore in clinica. Arrivederla.

- Aspetti, ancora una parola. Sul tavolo della camera di suo padre, ho trovato questo libro: sulla prima pagina c’è una dedica. Credo sia per lei.

Il medico apre un cassetto della scrivania, ne trae una copia di Uno, nessuno e centomila di Pirandello, e la porge al giovane uomo, prima di accomiatarsi.

Il giovane prende il libro dalle mani del medico e se lo mette in tasca, senza quasi guardarlo: si sforza di restare impassibile, mascherando lo stupore e la sorpresa.

 

3.     Più tardi. In una strada di periferia. L’uomo vaga senza meta, come smarrito, assorto e cupo: qualcosa, come un tarlo, o un timore, lo punge, lo tormenta: e lui, suo malgrado, non riesce a fare a meno di pensarci. Finalmente si decide: prende il libro dalla tasca del soprabito e – sempre camminando – comincia a leggere la dedica.

In quel momento, un grido rabbioso e angosciato, proveniente dall’altro lato della strada, lo distrae: egli si volge a guardare, allarmato. Una donna e un uomo stanno litigando. Non si capisce bene cosa si dicano. Lei è sconvolta, furiosa, isterica: urla, lo insulta. Lui, sudato, ubriaco, desolato, barbuglia qualcosa, prova a calmarla, come può, inutilmente, poi, affranto, sopraffatto da una stanchezza abissale, rimane lì, come paralizzato, svuotato. Soltanto una frase della donna giunge chiara all’orecchio del protagonista: - Sei un vigliacco! Mi vergogno di te! -L’uomo, ferito, prova, dapprima, a reagire: vorrebbe darle uno schiaffo, ma l’alcool lo rende impotente; mortificato, allarga le braccia, piange. La disperazione di lui esaspera ancor più la collera della donna, che prende a spintonarlo con violenza.- Ma sì, piangi! Non sai fare altro: bere e piangere! Questa è la tua vita di merda! Sei un buono a nulla! Un fallito! Non hai dignità! Mi fai schifo! Io me ne vado! Non mi vedi più! Hai capito?! Non mi vedi più! -L’uomo indietreggia fino al limite del marciapiedi, sta per perdere l’equilibrio, ha un capogiro: barcolla, fa un mezzo giro su se stesso, e cade sull’asfalto, storcendosi una caviglia. La donna lo vede, disfatto, sfinito: qualcosa di simile ad una repentina compassione si muove in lei, in un istante ogni segno d’ira scompare dal suo volto: ed ella, con premura un po’ spaventata, si precipita a soccorrerlo: lo aiuta a risollevarsi e lo sorregge. L’uomo le chiede (come un bambino, con un tono  di rassegnato pentimento più che di preghiera): -Portami a casa, per favore. Non ce la faccio da solo. -Poi si appoggia a lei, e insieme, lentamente - l’uomo trascina i piedi con dolore-, riprendono a camminare. Attraversano la strada: sono ormai a pochi passi dal nostro uomo, che li guarda come ipnotizzato, ma si capisce che non è attento a loro, piuttosto sta inseguendo un suo pensiero. Quando i due gli passano vicino, lui sembra scuotersi. La donna lo guarda con severità, poi abbassa gli occhi. Anche lui, istintivamente, forse vergognandosi di aver assistito alla scenata, guarda in basso: vede, a terra, un fascicoletto di fogli ripiegati in quattro, pieni di una grafia minuta e fitta, che stavano, evidentemente, tra le pagine del libro. Egli si china, raccoglie la carta da lettere, la mette in tasca, insieme al libro. Quando si rialza, la donna e l’ubriaco sono scomparsi.

 

4.     Interno sera/notte.  Una stanza semibuia, rischiarata soltanto dalla luce giallognola, opaca e polverosa di una abatjour, posta su un comodino.   Semidisteso sul letto - accanto a lui il libro che il padre gli ha lasciato ed una tazza di tè fumante - il giovane uomo legge la lettera, con trepidazione ed ansia crescente. Evidentemente, l’uomo è un pittore, e questa camera è anche il suo atelier: ce ne accorgiamo perché alle pareti sono appesi alcuni quadri astratti; inoltre, in fondo all’ambiente, vicino ad una ampia finestra, si trova il necessario per dipingere.    

 

Voce del Padre: “Caro Federico, solo adesso, dopo troppi anni, ho finalmente compreso che cosa mi ha costretto ad andarmene, obbligandoti a non avere un padre. Trovo il coraggio di scriverti proprio perché credo tu abbia diritto ad una spiegazione. Lo so che questo non cambierà e non risolverà niente tra noi due, ma forse, dopo aver letto questa mia confidenza, mi sentirai, almeno un poco, simile a te. (E mi rendo conto che anche in questa mia tardiva speranza paterna c’è un segno indelebile di egoismo.)

Che cos’è che orienta la vita di un uomo? Ci sono desideri e nostalgie che non si  riescono a negare, che non si possono soffocare,  sebbene provochino sgomento e paura: queste passioni entusiaste e imperiose (da cui non si vuole guarire) sono la forza irresistibile che è all’origine di tutti quegli atti e quei pensieri (a volte anche improvvisi, irrazionali) che decidono la nostra esistenza, che ci spingono a giocare d’azzardo con i nostri limiti, cercando così di dare un senso compiuto e riconoscibile alla fuga dei giorni       

Per resistere al vuoto, per scongiurare  il  senso di soffocante immobilità, che esso provoca, per sfuggire alla oppressione del pensiero inesorabile della morte, ed esorcizzarlo, ho consacrato tutta la mia vita ad una feroce, insopprimibile, passione - e le passioni così forti, irresistibili, dominanti, non lasciano posto all’altruismo: esse ti soverchiano, ti stregano, e ti condannano alla solitudine più irrimediabile. Ma non sono mai stato avido di potere, fama, gloria o denaro - come pensava tua madre. No, la passione a cui io ero destinato (e che poi è diventata il mio carcere a vita, il mio esilio) non era così vile e meschina: è stato, piuttosto, il bisogno di conoscenza, quella curiosità del passato che seduceva di continuo la mia immaginazione, a farmi diventare non soltanto un archeologo, ma anche il persecutore ostinato di me stesso. Per me la vita non è mai stata un dovere, una fatalità da sopportare, un’impostura, ma un mezzo per conoscere la storia. E questa mia volontà di scoprire ed esplorare zone remote del tempo, e civiltà dimenticate, mi ha allontanato da voi: trascinandomi nel deserto, ad inseguire regni sepolti.  Quando, in  quel clima ardente ed inospitale, riportai alla luce, poco a poco, quella civiltà sconosciuta, mi sentii un predestinato a completare la storia, rendendo agli uomini un tassello misconosciuto del loro passato. Posso ben dire di avere adorato quell’ antico e ignoto frammento di storia della specie umana che ho sottratto all’oblio. Ma cominciai a smarrirmi nella mia stessa smania, il giorno in cui scoprii la macchina…”

 

4.2    Flashback (ricordo-sogno). L’archeologo ritrova, in un sotterraneo che pare una tomba vuota, una misteriosa macchina primitiva. L’Archeologo si avvicina meravigliato, affascinato all’oggetto incognito (dal quale emana una blanda fluorescenza, che gli disturba leggermente la vista) e ne tocca qualche pulsante o una leva: la macchina vibra leggermente ed emette uno strano ronzio, poi ritorna alla sua immobile, millenaria solitudine.  

 

4.3            Più tardi, la stessa notte. Sempre nella stanza da letto. Leggendo la lettera, Federico si è addormentato. Forse sta rivivendo, in sogno, il racconto del padre, perché il suo sonno è agitato: trema, ansima. Si sveglia di soprassalto: è molto spaventato e sente freddo; appena riesce a calmarsi un poco, afferra una coperta e se la butta addosso; si alza di scatto, e prende a dipingere (mentre la voce del Padre racconta le tribolazioni e le vicissitudini avute in seguito alla scoperta): il labirinto che abbiamo visto durante la sequenza dei titoli, si trasforma, con poche pennellate rapide, in un deserto, in mezzo al quale campeggia uno strano totem, le cui forme richiamano all’Uomo di Leonardo; al cospetto di esso, una moltitudine in adorazione o forse implorante, in preda al terrore: i volti sfigurati le braccia tese in alto.

 

Voce del Padre: “…Da allora, cominciò un lavoro febbrile durato molti mesi: si trattava di riuscire a capire quale funzione avesse quella strana struttura che alcuni giornalisti fantasiosi avevano definito col nome di ‘macchina cosmica’, perché effettivamente, ad un primo sguardo, pareva essere una sorta di congegno meccanico. Ancor prima che quello strano manufatto fosse trasportato in un padiglione, appositamente costruito, del museo d’Archeologia di New York, si fecero diverse ipotesi e congetture su di esso: c’era chi pensava che fosse una statua a destinazione rituale; chi, invece, era convinto (ed io appartenevo a questo gruppo d’opinione) che la macchina avesse funzioni tecnologiche più complesse, che dovevamo cercare di stabilire. C’erano poi degli stravaganti signori – non si sa se alienisti o alienati – i quali sostenevano, forse per burla, che quella specie di improbabile monumento fosse – pensa un po’! – un messaggio lasciato dagli extraterrestri durante una fantomatica spedizione sul nostro pianeta. Tutti, in breve tempo, si convinsero che dovessi essere io, in qualità di responsabile della scoperta, a risolvere l’enigma. E questo compito così gravoso divenne ben presto, per me, un assillo costante, un motivo di nevrosi: che ci rovinò la vita. Quella macchina si tramutò, per me, nell’oggetto di un culto esoterico: era la mia personale sfinge. Le ricerche sul significato e la funzione di quella ‘cosa’ divennero la mia sola occupazione, l’unica ragione della mia esistenza. E mi isolai irrimediabilmente da tutto, anche per orgoglio e per ripicca: mi era insopportabile che gli altri, i colleghi, le persone che amavo (non potendo comprendere cosa significasse per me la ‘macchina’) mi giudicassero un malato, un ossesso; così vi lasciai.

Studiai tutte le macchine, tutti i prototipi, tutti i modelli dall’ala mitologica di Dedalo ai disegni di Leonardo, fino al laser; interrogai i migliori ingegneri del mondo, ascoltai tutti gli inventori, anche i più deliranti. Ma tutto è stato inutile: non mi è riuscito, in alcun modo, di formulare una ipotesi plausibile e verificabile sul funzionamento di quella maledetta macchina. Ormai da un anno mi sono ritirato in questa clinica privata: per curarmi e riposare. Proprio ieri, una conversazione col mio psichiatra mi ha svelato quella verità che forse avevo sempre sospettato, ma non avevo mai visto con chiarezza: la macchina era una trappola, un inganno…”

 

4.4     Flashback. Nel giardino della clinica. Un pomeriggio assolato. L’Archeologo passeggia stancamente tra gli alberi secolari; poi, si avvicina al vialetto, e va a sedersi su una panchina; vede lo psichiatra, in tuta, che sta facendo un po’ di footing e lo considera con sufficienza, con una lieve smorfia ironica, forse sarcastica. Accortosi della sua presenza, lo psichiatra lo raggiunge, lo saluta, gli si siede accanto, e dice:

-         La saggezza di questi vecchi alberi mi riempie di venerazione: vivono senza pensare, eppure sono la memoria del mondo.-

L’Archeologo, che fino ad ora non badava al medico, a questo punto trasale, come se quelle parole avessero smosso una sua corda interiore:

-         Come possono percepire il tempo, la durata? -

-         Lo sentono a modo loro, nel vuoto. Lo contemplano, ecco. Il loro tronco è il quadrante di un orologio geologico. Credo di averle già detto…-

-         Sì. – E l’Archeologo si volta dall’altra parte, per chiudere la conversazione.

Lo psichiatra continua, in tono cordiale: - I filosofi, gli storici…; tutti i suoi colleghi: avrebbero qualcosa da imparare da questi alberi…! Si è mai chiesto perché passate  la vita ad elaborare massimi sistemi pur sapendo che non possono essere duraturi, perché non esistono verità definitive?

L’Archeologo è sempre più inquieto: un po’ indignato, ma come avvertendo un pericolo.

Riprende lo psichiatra:

- Lo fate perché il nostro cervello è troppo cresciuto! Pensi, mezzo chilogrammo in un milione di anni! Il neopallio, la corteccia sono diventate il tritacarne dei pensieri, per così dire. Lo sa che il digiuno prolungato danneggia lo stomaco e provoca l’ulcera? Bisogna farlo lavorare! Anche il nostro cervello deve continuare a macinare miti, ipotesi scientifiche, filosofie:  se no, addio...!-  

L’Archeologo trova il coraggio di controbattere:- Secondo lei, le nostre ricerche, le scoperte, gli enigmi che il passato ci trasmette e che noi cerchiamo di decifrare servono unicamente a far respirare l’intelligenza, a mantener vivo il cervello. È così?-

Lo psichiatra si affretta a precisare:

- Mi perdoni se ho trattato i massimi sistemi in termini… come dire?…gastronomici. E’ senza dubbio nobile dedicare la propria vita alla ricerca della verità. Ma bisogna sapere che ciò che crediamo essere il vero non ci consolerà, non ci renderà felici. Anzi, troppo spesso ci tradirà. Non si illuda! Le verità che possiamo trovare non sono mai pietose, e non hanno niente di assoluto. –

 - Ma se la verità che riusciamo a vedere non è mai quella vera, perché sprechiamo la nostra vita a rincorrere un miraggio? –

 - Sì. I pensieri che ci sembrano più veri possono rivelarsi, da un giorno all’altro, inconsistenti, se non addirittura menzogneri. Che ci vuol fare? Le nostre  difficili congetture sono fragili come ragnatele: ogni tanto la mano di ferro del caso le lacera senza tanti complimenti. Ma il fatto che non siamo capaci di prevedere o di spiegare tutto ciò che accade, non significa che viviamo in mezzo a delle chimere. E non significa che tutti i nostri tentativi di capire siano inutili. Certo, si resta delusi. Quello che conta, però, non è tanto comprendere, a tutti i costi, la verità, quanto desiderare la verità. Vede, a mio parere, la verità non è un oggetto, che si può comprare, è piuttosto un modo d’essere e di agire. Ognuno, direbbe un filosofo, dovrebbe cercare di raggiungere quella concezione della vita in cui può realizzare la sua più alta misura di felicità.  –

Dopo una pausa: vedendo il fastidio del suo interlocutore: - Ma la lascio tranquillo. Riprendo il mio giro –

L’Archeologo rimane solo, come folgorato, all’ombra delle sequoie.

 

 

5.     Una giornata limpida. Ancora nel cortile della clinica. L’Archeologo sta fissando il vuoto, con le braccia alzate, vicino ad un albero – come all’inizio del film. Il figlio passa accanto a lui e lo guarda a lungo con affetto, quasi commosso. Poi siede all’ombra della sequoia che il padre vuole imitare, estrae di tasca la sua copia di Uno, nessuno e centomila  e legge, come rivolto a lui: “…Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento. Il libro che leggo, il vento che bevo… Così soltanto io posso vivere, ormai… Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni…”

Federico chiude il libro e sorride complice. Senza far rumore si appoggia con la schiena alla sequoia: lascia gli sguardi vagare tra la sagoma di suo padre e il cielo, finché si addormenta.

 

5.1    Il sogno di Federico. Egli vede se stesso scendere nel sotterraneo dove suo padre scoprì la ‘macchina’. Il vecchio e lì ad attenderlo: lo guarda come chi accoglie qualcuno dopo una lunga attesa. Insieme si muovono verso la ‘macchina’. Essa, improvvisamente, comincia a vibrare, emette fumo e si apre: i due scompaiono nelle viscere oscure e imperscrutabili di quella incomprensibile costruzione senza tempo.

 

 

 

 

 

 

La novella “Il sogno della macchina” è pubblicata in:

Giorgio Celli, Dio fa il professore, Torino, Bollati Boringhieri, 1994

 

 

 

 

 

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