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Georges Simenon, Memorie intime, Milano, Adelphi, 2003

 

        Al ritmo di quattro uscite all’anno, la casa editrice Adelphi sta completando dal 1993 la pubblicazione in Italia delle opere di Simenon, 76 romanzi e 26 racconti dedicati alle inchieste di Maigret. L’uscita più recente è  Maigret e la giovane morta, ma altri due titoli non di serie poliziesca sono apparsi nel 2005 (L’orologiaio di Everton e Luci nella notte) ed è annunciata  La casa sul canale.

Ma da quando, con l’uscita de le Memorie intime, anche l’ultimo mistero sulla vita di Simenon è stato svelato(il suicidio della figlia, il suo diario), viene veramente da chiedersi che cosa resti da dire sull’uomo e sullo scrittore. Anche in questo caso l’ultima parola spetta a lui, a Simenon che, scrittore di razza, cinge d’assedio -come in un inchiesta della sua creatura più perfetta- il lettore, il quale deve giudicare l’opera in cui, per molto tempo, si è riconosciuto. È il segno della vittoria -ennesima- di Simenon su tutto e su tutti. Su quanti hanno considerato il giallo un genere inferiore e su quanti hanno giudicato lo stesso autore, un autore di serie B. Ma la sua è anche la vittoria della letteratura su chi la considera mera attività ricreativa e passatempo, perché scrittore era il mestiere di Simenon, e non altro, e in questo settore la sua consapevolezza artigianale era infallibile.

 

La cifra di questo successo sta proprio nella quotidianità del protagonista maggiore dei suoi romanzi, quel Maigret indagatore del segreto che si cela dietro al grigiore di ogni giorno. Discreto, a volte sornione, refrattario alla burocrazia, ma ligio fino in fondo al proprio dovere, Maigret dimostra le sue qualità migliori nel tono dimesso della giornata, quando rincasa, ad esempio, oppure quando, con un gesto rimasto giustamente memorabile, vuota il fornello della pipa battendolo contro il tacco della scarpa, sinonimo della fine di qualcosa, ma anche inizio di una nuova avventura. In questo senso possiamo ritrovare un pezzo di straordinaria efficacia ne Il cliente del Sabato[1], romanzo tutto festivo in cui l’atmosfera ovattata della domenica mattina avvolge con uno strato sottile tutta la vicenda e in cui un Maigret casalingo e “pagnottone” come lo ha definito in un celebre saggio A. Savinio, conduce in disparte la sua indagine. Questa discrezione che, proprio perché tale, rimane sempre celata tra le righe dei romanzi, è forse la cifra di un personaggio che umilmente compie il suo dovere senza sprecare le parole e i gesti di una vita che già colpisce senza pietà i suoi protagonisti.

Il genio di Simenon, e quindi di Maigret, sta tutto qui: nel non aggredire la realtà, nel spiegarla quel tanto che basta, in una parola nell’accettarla per quella che è. Fiducioso in una verità dei fatti che quasi sempre viene a galla, Maigret conduce il lettore ad essa con una semplicità e una sicurezza che raramente si sono viste nel novecento. La chiusa n.1[2] è forse il romanzo che più di ogni altro esemplifica questo atteggiamento di fondo in un inseguimento finale in cui il commissario osserva il lento ma inesorabile cammino che conduce l’assassino-protagonista a costituirsi. Non una parola, non un gesto ma i semplici fatti che preludono ad una giustizia finale. Ma quale giustizia? Quella degli uomini? Non credo proprio. Anche quando Maigret si presenta come paladino dell’ordine la sua spinta moralizzatrice non è mai manichea, ma possibilista in un’apertura alla vita e alla realtà che ancora oggi è in grado di suscitare ammirazione e stupore. È forse questo il motivo di tanto successo, non solo in Francia, di uno scrittore il cui talento viene ora definitivamente consacrato con la pubblicazione di una scelta delle sue opere nella Biblioteque de la Pleiade fra i grandi di tutti i tempi, come da molto ormai si meritava.

(M. A. )


 

[1] Milano, Oscar Mondadori, 1994, ma non più in catalogo.

[2] Milano, Adelphi, , 1998 (lLe inchieste di Maigret)

 

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