SGUARDI PERPLESSI SUL MONDO ATTUALE
Il pensiero della modernità è un pensiero scisso, disavvezzo ad ogni approccio olistico; la frantumazione sta alla base dell’avanzamento tecnologico moderno, così come del moderno smarrimento antropologico. Sarà per questo che i problemi del nostro tempo sembrano assediarci da ogni direzione, ciascuno reclamando proprie irriducibili soluzioni. Si fanno descrivere, ma sfuggono a una reale comprensione, giacché comprendere (dal latino cum-prehendĕre) significa porre relazioni, collegamenti, individuare al di sotto della mutevolezza dei fenomeni la struttura persistente delle invarianze.
I geografi impongono la questione ecologica, i demografi la necessità di contenere il tasso di crescita della popolazione mondiale; i politici si scontrano con la regolamentazione dei flussi migratori, gli economisti con il controllo dei mercati emergenti nonché con la gestione di quel concetto tanto onnicomprensivo quanto evanescente che è la globalizzazione. Ma esiste un denominatore comune capace di collegare i diversi fenomeni che urgono dietro alla modernità? È realmente possibile adottare misure specifiche per ciascuno di essi e credere in una loro risoluzione separata?
I tempi, al contrario, richiedono una diagnosi generale e, quindi, un’azione i cui effetti si rivolgano alle molteplici dimensioni della contemporaneità. Un’approssimazione è ormai il male minore. Ebbene, approssimando, pressoché tutte le tensioni attuali paiono riconducibili a una tensione originaria tra le esigenze del particulare, perseguite con miope e anacronistica pervicacia dalle varie corporazioni di potere (Occidente, governi dei singoli stati, multinazionali, aziende private…), e le esigenze universali, postulate ormai in maniera ineluttabile dal progresso della tecnica, dal ridimensionamento delle categorie di spazio e di tempo, dalla pervasività e liberalizzazione dei processi comunicativi. Detto in altre parole: per quanto mai come oggi il mondo sia apparso interconnesso e sotto gli occhi di tutti, le iniziative internazionali continuano ad essere dominate dagli interessi interni e dalla “Ragion di Stato”. Sempre più faticosamente, tuttavia.
Per quanto sarà ancora sostenibile il fatto che una risoluzione presa all’unanimità dall’Assemblea generale dell’ONU possa essere bloccata dal veto di uno solo dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza? Per quanto il fatto che i cittadini degli stati della UE rifiutino di sacrificare alcuni dei privilegi delle loro costituzioni nazionali in nome di una carta costituzionale europea? Per quanto il fatto che l’erogazione di fondi verso paesi del Terzo Mondo da parte del FMI o della WB sia subordinata alla promozione delle strategie commerciali di aziende statunitensi? O per quanto il fatto che ancora la cosiddetta globalizzazione non sia altro che un’enorme operazione di marketing che non mira a condividere spazi di libera concorrenza, ma ad allargare il bacino d’utenza dei prodotti occidentali?
Alla fine del XVIII secolo il filosofo Immanuel Kant scriveva così (Per la pace perpetua): «L’idea del diritto internazionale presuppone la separazione di molti Stati vicini e indipendenti tra loro; e sebbene un tale assetto sia già di per sé uno stato di guerra (salvo che la loro unione in federazione non prevenga lo scoppio delle ostilità), esso tuttavia vale sempre meglio, secondo l’idea della ragione, che non la fusione di tutti questi Stati per opera di una potenza che soverchi le altre e si trasformi in monarchia universale, poiché le leggi, a misura che aumenta la mole del governo, perdono di forza e un dispotismo senza anima, dopo aver sradicato i germi del bene, cade da ultimo in preda all’anarchia. Tuttavia proprio questa è l’aspirazione di ogni Stato (o del suo sovrano), cioè di porsi nella condizione di pace durevole dominando, se è possibile, l’intero mondo. Ma la natura vuole altrimenti. Essa si vale di due mezzi per impedire la mescolanza dei popoli e per tenerli distinti: la diversità delle lingue e la diversità delle religioni, la quale tende sì a portare all’odio reciproco ed è pretesto di guerra, eppure, con il progredire della cultura e il graduale avvicinarsi degli uomini ad una maggiore intesa in tema di princìpi, conduce all’accordo in una pace che non è prodotta e garantita, come lo è (sul cimitero della libertà) il dispotismo, dall’indebolimento di tutte le energie, ma dal loro equilibrio nella più viva delle emulazioni».
Sostituendo a monarchia universale il sintagma superpotenza economica e militare e a pace l’espressione mancanza di concorrenza, la prima parte della previsione di Kant potrebbe adattarsi perfettamente al nostro tempo. Perché si avveri la seconda parte, nondimeno, occorre superare la strategia di alcuni paesi economicamente dominanti, i quali – anche attraverso la globalizzazione – tentano di impedire che si realizzi un equilibrio basato sulla viva emulazione delle energie interne.
Oggi, ormai, le concentrazioni di potere, i monopoli capitalistici, le corporazioni e ogni altro organismo accentratore ricordano i grandi dinosauri alla fine del Cretaceo. Sotto, sopra, intorno ad essi pullula una vita incontenibile che affida al numero dei propri rappresentanti, ben più che alle loro dimensioni, le proprie speranze di sopravvivenza, in attesa che un cambiamento radicale delle condizioni contestuali le conceda l’occasione per imporsi come specie dominante. Garante di questa possibilità è sempre di più la rete, immagine virtuale e reale allo stesso tempo di un sistema policentrico, di una maglia polimorfica di relazioni, tale almeno da impedire una gestione unilaterale delle informazioni.
Analogamente, lo stato-nazione e i suoi istituti sono mastodonti che patiscono la perdurante e gravosa – per quanto difficilmente sacrificabile – connessione tra politica ed economia; così al loro interno ogni cittadino soffre la propria pesantezza di essere fisiologico e morale. La prima legge della meccanica insegna che la velocità è uguale a spazio fratto tempo; la smaterializzazione dello spazio in byte ha quasi annullato i tempi di spostamento per alcuni, ma non per tutti gli oggetti che ineriscono all’esistenza contemporanea: in alcuni casi la velocità di trasferimento ha potuto eguagliare quella della luce, in altri, perché la costrizione della gravità, i retaggi culturali o le peculiarità della nostra specie non lo consentono, è aumentata moderatamente, né è prevedibile che in futuro raggiunga risultati molto migliori. Tutto ciò che non può prescindere dalla componente fisiologica dell’uomo e dalle sue esigenze, e quindi anche le “nazioni” che in fondo sono solo un’estensione del concetto di “cittadino”, sta facendo l’esperienza dell’insostenibile leggerezza dell’etere. L’uomo e i propri sistemi di governo non hanno ancora imparato ad orientarsi su spazi più ampi del territorio d’appartenenza, ma volenti o nolenti devono fare i conti con il fatto che tutto ciò che è riducibile a segnale elettronico (capitale e informazioni, in primis) è praticamente affrancato dai vincoli del territorio all’interno del quale ha avuto origine, verso il quale si dirige e attraverso il quale passa. «In un mondo nel quale il capitale non ha fissa dimora e i flussi finanziari sono largamente fuori del controllo dei governi, molte delle leve della politica economica non funzionano più» (V. Cable, The World’s New Fissures: Identities in Crisis). Qual è, ad esempio, il reale potere concesso alle misure per il contenimento della disoccupazione, attivate dai governi occidentali, se confrontato con i vantaggi economici offerti dalla forza-lavoro orientale, causa di un inarrestabile decentramento delle industrie europee ed americane? O qual è il reale potere di controllo sulle coscienze affidato alle tradizionali istituzioni identitarie, se confrontato con l’attrazione dell’esotico e del diverso?
Xenofobia e multiculturalismo sembrano antonimi, ma nei fatti non sono che le due facce della stessa medaglia, ovvero non sono che reazioni allo stesso spaesamento socio-antropologico. Né sono fenomeni nuovi; basti pensare, da una parte, alle innumerevoli persecuzioni razziali, ai pogrom e ai fenomeni di oppressione etnica, dall’altra alle diverse ibridazioni culturali (dal sincretismo romano alla civiltà mozarabica e oltre) che hanno caratterizzato l’età antica, medievale e moderna. Ciò che oggi s’impone come nuovo è la velocità e la pervasività dei processi comunicativi, il loro appiattimento monodimensionale che scardina le tradizionali categorie di giudizio e che rende ardua la distinzione tra informazione e deformazione, tra fusione e confusione. «Concluso il secolo che tra contraddizioni tragiche ha sanzionato la scoperta del molteplice, delle relazioni infinite, ci si trova, nell’era della comunicazione globale pienamente attiva, a fare i conti più che con la disgregazione del soggetto o con la prosaicizzazione del mondo, con la perdita dell’esperienza: il tempo e lo spazio del nostro presente insieme si dilatano e si comprimono incessantemente, si scandiscono in frammenti, mentre si modificano le nozioni di vicinanza e alterità, di qui e altrove, di sincrono e differito. E non stupisce che, nel radicale mutare della percezione, si affermi uno spaesamento di tipo nuovo, dovuto al collettivizzarsi dell’esperienza, al suo derealizzarsi nell’ora degli pseudoeventi e in una topografia della contingenza assoluta, che abolisce le polarità e la dialettica» (N. Lorenzini).
La forma dello stato-nazione, così come quella dell’individuo-cittadino, inevitabilmente subiscono l’azione corrosiva di forze transnazionali e transpersonali; le quali, tuttavia, «sono in gran parte anonime e quindi difficili da identificare e non formano un sistema o un ordine unificato» (G. H. von Wright). La dissoluzione delle strutture sociali e culturali all’interno delle quali scorreva tradizionalmente l’esistenza delle persone appare inarrestabile, imprevedibile e soprattutto intacca direttamente l’idea moderna di controllo. Le leadership delle grandi potenze che hanno ridefinito l’assetto mondiale postbellico intessono alleanze strategiche, promuovono conflitti preventivi o contenitivi, perseguono misure geopolitiche di interesse commerciale ma sistematicamente sbagliano e i loro errori sono sotto gli occhi di tutti. E questo perché una forma mentis locale non è in grado di rapportarsi ad un ordine globale, nessun tipo di analisi semplificatoria o di azione massimalista possono risultare efficaci in un sistema complesso, in cui – per dirla con Guicciardini – «ogni minima varietà nel caso può essere causa di grandissima variazione nello effetto: e el discernere queste varietà, quando son piccole, vuole buono e perspicace occhio». La legge del particulare non è applicabile ad una rete policentrica, ovvero ad un mondo costruito su una trama infinita di relazioni possibili.
Il nostro è un tempo profano. E “profano”, etimologicamente, è colui che sta fuori dal tempio (fanum) e che si oppone al “fanatico”, a colui che è nel tempio. Il tempio è uno spazio sacro, perché protetto e perché, ritagliato nel mondo, lo esclude. I Neocon e i Teocon, di qualunque credo e di qualunque latitudine, sono votati al fallimento, giacché, in caso contrario, sarebbe l’esistenza del mondo – così come esso necessariamente ormai si pone – ad essere a repentaglio. Il nostro tempo, per la prima volta, sta facendo l’esperienza sconvolgente del dramma della libertà: gli spazi ritagliati dai confini non servono più a descrivere una realtà interconnessa, chi si ostina a permanervi o a delegare loro il significato della propria esistenza è semplicemente un isolato e, quindi, un estromesso. Può fare tutto il rumore che vuole: il mondo continuerà a muoversi intorno a lui. «L’idea di globalizzazione rimanda al carattere indeterminato, ingovernabile e autopropulsivo degli affari mondiali; ancora, fa pensare all’assenza di un centro, di una sala di comando, di un consiglio di amministrazione, di un ufficio di direzione» (Z. Bauman).
La nostra incapacità di decifrare la globalizzazione ci porta a subirla; c’è stato un tempo in cui pensavamo che il concetto di globalizzazione avrebbe coinciso con quello di universalizzazione, ovvero che saremmo stati in grado di guidare e di pianificare l’ampiamento su scala mondiale della nostra civilizzazione. Ma i nostri istituti e i nostri ordinamenti, di tipo coercitivo, si sono ritrovati incapaci di arginare la piena dei processi di deregolamentazione e di liberalizzazione. L’avanzamento tecnologico, infine, lungi dal risolversi in un vettore di democratizzazione, in un’immensa possibilità di facilitazione, è ancora per lo più un monopolio che ostacola, o tenta di farlo, la mobilità sociale ed economica in numerose regioni delle terra, aumentando gli squilibri all’interno della distribuzione della ricchezza. Potrà resistere questo stato di cose?
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Oggi si impone l’imperativo di una reale comunicazione, nel senso letterale di mettere in comunione, di condividere conoscenze. Non sembra che ci siano altre vie d’uscita. Non per caso, in un libro relativamente recente (La condizione postmoderna) Jean-François Lyotard afferma come «il sapere cambi di statuto nel momento in cui le società entrano nell’età detta postindustriale e le culture nell’età detta postmoderna» e come lo stesso sapere scientifico divenga «una specie di discorso». «Si può dire che da quarant’anni le scienze e le tecnologie cosiddette di punta vertano sul linguaggio […]. L’incidenza di queste trasformazioni tecnologiche sul sapere sembra destinata ad essere considerevole. Esso ne viene o ne verrà colpito nelle sue due principali funzioni: la ricerca e la trasmissione delle conoscenze».