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SFREGIO E ONORE*

 

STEFANO SCIOLI

 

Università di Bologna

 

 

 

 

   Nel suo Dizionario moderno. Supplemento ai Dizionari Italiani pubblicato a Milano per i tipi Hoepli in editio princeps nel 1905, Alfredo Panzini così annotava alla voce “sfregio”: «Nel dialetto napoletano indica il colpo di rasoio dato a tradimento sul volto, solitamente a scopo di vendetta amorosa» (p. 444). Sembra – stando al Dizionario etimologico della lingua italiana di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli (Bologna, Zanichelli, 1988, V, p. 1194) – che questa sia la prima registrazione “ufficiale”, nella lessicografia italiana, di un uso, localmente specificato (in area partenopea e più latamente meridionale), del vocabolo, che risulta, invece, attestato  – nel senso generale di «taglio, ferita, cicatrice e sim. che altera o deturpa il volto» – sin dal XVII secolo.

   Sulla scorta infatti del Vocabolario degli Accademici della Crusca[1], ancora i più diffusi lessici della lingua italiana nella fin de siècle e nel primo Novecento lo spiegano soltanto nel suo significato generale di «taglio fatto altrui sul viso», ricordando il latino «vulnus oris inflictum», senza far alcun riferimento alla diffusione di tale pratica nel napoletano: così, ad esempio, il Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini (Torino, UTET, 1872, VI, p. 867), il Vocabolario universale italiano compilato a cura della Società tipografica Tramater e Ci. (In Napoli, Dai torchi del Tramater, 1838, VI, p. 301) e il Dizionario della lingua italiana edito a Bologna, «Per le stampe de’ Fratelli Masi» nel 1824 (p. 257). E così – ma con un’ulteriore precisazione sulle ragioni – anche Il Nuovo Vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze, ordinato dal Ministero della Pubblica Istruzione, compilato sotto la presidenza del Comm. Emilio Broglio, dai signori Bianciardi Stanislao, Dazzi Pietro, et alii (Firenze, Coi tipi di M. Cellini, 1897, IV, p. 261), che ha: «Sfregio. Dicesi un taglio, una ferita sul viso, fatto per nimicizia, per odio e anche talvolta per religione, per costumanza»[2].

   La segnalazione di Panzini non sembra, d’altra parte, essere stata successivamente ripresa dai lessici, dai repertori, e dai vocabolari seriori: è assente nel Dizionario enciclopedico italiano (Roma, Ist. Enc. It., 1960, XI, p. 226) – opera lessicografica che accompagnò la rinascita dell’Italia post-bellica – e nelle successive sue “versioni” aggiornate, il Lessico universale italiano (ivi, id., 1978, XX, p. 647, con i Supplementi, ivi, id. 1986, II, p. 420, e ivi, id., 1998, II, p. 445) e, in tempi più recenti, La Piccola Treccani (ivi, id., 1997, XI, p. 82). Non compare né nelle Appendici dell’opus magnus Treccani, l’Enciclopedia Italiana, né nel Vocabolario Treccani (ivi, id., 1997, V, p. 14). E neppure negli altri moderni dizionari continuamente riveduti, corretti e ampliati. Sorte identica viene riservata al vocabolo nel Grande Dizionario della lingua italiana, fondato da Salvatore Battaglia ed ora diretto da Giorgio Bárberi Squarotti (Torino, UTET, 1996, XVIII,  pp. 937-38), e nel Grande dizionario italiano  dell’uso diretto da Tullio De Mauro (ivi, id., 1999, VI, p. 25).       

   Se, dunque, risulta ancora sostanzialmente escluso dall’enciclopedia del sapere formalizzato nei lessici e nelle enciclopedie, il fenomeno dello “sfregio” napoletano come preciso segno di un linguaggio realizzato su e attraverso il corpo è, invece, conosciuto – anche se non profondamente investigato – dall’antropologia. Nel corso del tempo – sappiamo – molti studi etnografici sono stati spesi nel documentare la pratica, diffusa soprattutto presso popolazioni dell’Africa e dell’Oceania, d’incidere profondamente la pelle per ottenere, ad esempio, tatuaggi ornamentali. Pratica, questa,  presente anche in certe forme di arte contemporanea, per non dire di talune mode giovanili dei nostri giorni: la pelle, d’altronde, com’è stato giustamente detto, rappresenta «la totalità di una superficie di confine» tra noi e il mondo esterno[3].

   Ma – sappiamo anche – come l’uso del tatuaggio sia stato storicamente fatto proprio da gruppi malavitosi: «Non va neppure dimenticato» – annotano, a questo riguardo, Giovanni Greco e Davide Monda in uno studio dedicato all’analisi storica della delinquenza e della marginalità contemporanee – che numerosi criminali solevano adoperare il tatuaggio come una sorta di scrittura telegrafica, per indicare l’appartenenza all’onorata società camorristica. Infatti, per esempio, una lineetta e un puntino significavano giovinotto onorato, una lineetta e due puntini picciotto, una lineetta e tre puntini camorrista, mentre coloro che aspiravano ad entrare nella camorra si facevano tatuare anche qualche particolare ambientale relativo alla propria zona d’appartenenza o al territorio che avevano “in gestione”: un ponte, una chiesa, un arco, una via»[4]. E a tale argomento (alla «devozione» come veniva chiamato il tatuaggio in àmbito camorristico) dedicò – in pieno clima lombrosiano – pagine celebri Abele De Blasio: Il tatuaggio dei camorristi e delle prostitute di Napoli, Ulteriori ricerche intorno al tatuaggio dei camorristi, Il tatuaggio in Usi e costumi dei camorristi, Il tatuaggio ereditario e psichico dei camorristi[5], ecc.      

   Nell’area di tali studi più generali dedicati al corpo “scritto”, strumento di una comunicazione ricca di dinamiche di senso ben precisate all’interno dei diversi “gruppi”, lo sfregio napoletano – particolarissimo signum praticato sulla pelle, carico di specifiche valenze simboliche – attirò l’attenzione “classificatoria”, tassonomica dell’antropologia tardo-ottocentesca come testimonia l’interessante relazione (firmata Nocera, 1 novembre, 1885) che la dottoressa Dominique Ventra tenne sul fenomeno nel primo Congresso internazionale d’antropologia criminale[6]. La studiosa prendeva le mosse del suo discorso «sur le sfregio» («manifestation criminelle qui augmente sans cesse dans certaines couches du bas peuple napolitain, et y acquiert une importance et un caractère endémiques»), a partire da un preciso interrogativo: se tale pratica – allora diffusissima – fosse motivata dall’indole del popolo napoletano, «faut–il considérer la coutume du sfregio comme l’effet des passions violentes, excessives, innées dans le méridionale et notamment dan le Napolitain»; oppure se essa fosse «la conséquence de tendences héréditaires à mal faire». E, nell’esposizione delle sue «recherches» (destinate ad una più ampia «monographie spéciale» che non fu completata) diede – già in quel contesto – una definizione ancora utile della sanguinosa pratica:

 

   Le sfregio consiste d’ordinaire, à Naples, dans la cicatrice plus ou moins apparente d’une blessure de dimensions variables, pratiquée sur le visage, à l’aide d’un instrument tranchant, le rasoir de préférence, plus rarement un couteau à lame épointée. Dans le prisons, les camorristes pour infliger le sfregio se servent, faute d’autre instrument, d’un merceau de fer affilé et parfois de morceaux de verre.

   L’habitude du sfregio, traditionelle chez nous, se relie, paraît–il, au développement d’une plaie sociale, d’origine encore obscure, qu’on nomme la Camorra, sorte d’association criminelle, qui apparut à Naples, il y a plus d’un siècle, y prit racine et s’y maintient encore de nos jours, par un privilège peu enviable, malgré tous les efforts tentés, à maintes reprises, pour l’extirper.[7]                           

 

   L’antropologa, quindi, poneva subito in relazione la diffusione dello sfregio con gli usi dei gruppi malavitosi. Esso, d’altra parte, risultava ben radicato anche in altri codici malavitosi meridionali, come si può evincere, per esempio, dal Rapporto del Questore di Bari, Felzini, al Procuratore del Re, del 22 agosto 1890, «rivelante l’esistenza in Bari della MALA VITA». Felzini, dopo aver ricostruito la «gerarchia», l’«iniziazione nella Società», gli «obblighi dei Socii», spiega quali siano le «Sanzioni Penali», e annota:

 

   Le trasgressioni […] sono, a seconda della gravità delle circostanze che le hanno accompagnate, punite con la morte o con lo sfregio. Lo sfregio viene fatto in due diversi modi; o la persona che la deve subire viene sfregiata con un colpo di rasoio alla faccia, o nei casi più lievi gli viene gettato in pieno viso dello sterco umano. […]

   La prostituta Grittani Filomena ebbe tagliata la faccia con un colpo di rasoio per avere sconsigliata, e giustamente, una sua compagna di mestiere dal presentarsi quale testimone a discarico del picciotto Mercoledisanto Salvatore, arrestato dagli agenti di P.S. accosto al di lei postribolo, perché sorpreso armato di un lungo pugnale (vedi mio rapporto in data 2 Luglio u. s. N. 8992).

   La prostituta Velon Tommasa venne sfregiata col gettarle in faccia dello sterco, per aver fatto delle rivelazioni in Questura a carico del picciotto Morisco Savino, arrestato per ferimento (vedi allegato N. 146). E prima anche che il fatto si verificasse, ne era già a conoscenza l’altra prostituta Cardani Eleonora, che ne faceva prevenzione alla Grittani anzidetta.[8]

 

Proprio il citato De Blasio, d’altra parte, in un suo studio del 1905 sui tatuaggi indicava l’esistenza a Napoli di un gruppo di malviventi “specializzato” nella pratica dello “sfregio”, una «combriccola taglia-faccia, che abbraccia i più vigliacchi della società minore della camorra, e, che per poche lire, si offre di sfregiare le più avvenenti fanciulle»: loro «distintivo», appunto, un rasoio[9]. Ricordiamo, en passant, come la camorra, «sorte d’association criminelle», era già stata oggetto di studio, in un’atmosfera culturale che – in quegli anni – vedeva sempre più radicandosi il sapere antropologico[10] e farsi strada pur tra ingenuità e aneddoti, che viziavano analisi, per alcuni aspetti, pregevoli: e così, ad esempio, Dalbono, prima di iniziare il suo studio su Camorra e camorristi, ebbe a discutere la validità delle considerazioni diffuse che legavano l’origine di quella forma delinquenziale alle abitudini oziose che si ritenevano tipiche dei napoletani, ecc.[11]. Era stato, comunque, Marc Monnier (citato dalla stessa Ventra) che, analizzando codici e riti della camorra, aveva messo in luce – già nel cuore dell’Ottocento – l’uso fatto dai gruppi malavitosi dello “sfregio” per “segnare” chi (soprattutto le donne) si fosse reso colpevole di azioni disonorevoli, o avesse con il proprio comportamento allungato – agli occhi della società – l’ombra dell’infamia, del disonore sul partner, sulla famiglia, sul gruppo. E tutto questo in un clima pesante di omertà totale:

 

[…] Io rammento solo che essa la camorra era venuta di Sicilia d’onde avea condotto lo sfregio, una delle operazioni ordinarie della setta, una delle pene che essa infligge o applica al bisogno per conto altrui, in specie al di là dello stretto. A Napoli s’incontra con uguale facilità un uomo sfregiato come uno studente tedesco: si può scommetter a colpo sicuro che egli è stato sfregiato da un camorrista. Ma è particolarmente sulle donne che questa barbarie veniva commessa, in un accesso di collera o di gelosia: qualche volta anche a sangue freddo e dopo una sentenza. Gli sfregi divennero sì frequenti fra il 1830 e il 1840 che fu necessaria una legge speciale per reprimerli; fu decretato che ogni ferita che avesse sfigurato il volto di chi l’aveva ricevuta, sarebbe punita con raddoppiamento di severità. Fu anche proibito agli uomini di portare sopra di sè de’ rasoi, istrumento ordinario di questa sorte di supplizi. Ma come punire violenze di cui niuno si lagnava, nè eranvi testimoni che parlassero, e neppur le vittime stesse? Sarò creduto se affermo sul onore che queste disgraziate (Victor Hugo direbbe queste miserabili) si affezionavano con una specie di furore all’uomo che li [sic] avea sfigurate? – «Bisogna che egli mi ami», esclamava una di esse, mostrando sulla gota una larga piaga d’onde usciva sangue, «bisogna che mi ami!» La folla s’era riunita: sopravvenne un agente di polizia, il quale chiese ciò che era accaduto. – «Non è nulla» rispose ella «ho preso questo rasoio, ridendo, per imitare quel giovane quando si fa la barba: io non v’ho badato troppo e mi sono tagliata: ecco tutto. Io non scherzerò più coi rasoi.»[12]

 

   Non sfugge alla Ventra, nella ricostruzione del fenomeno, di ricordare – giustamente – come la pratica dello sfregio non fosse esclusiva della cultura napoletana («Nous ne prétendons pas cependant que le sfregio n’ait jamais été en usage chez d’autres peuples que le napolitain»), e come, in tempi remoti, essa venisse censurata e punita presso diverse popolazioni (i Greci, i Longobardi, «les Burgundes»): 

 

Nous savons même que les législations de presque tous les peuples et de tous les temps, comme nous l’apprend Gioia, en établissant des indemnités pour cause de blessure, ont augmenté le taux des amendes pour celles qui endommageaient la beauté. Platon voulait que les peines à appliquer pour les blessures déformant les traits fussent les mêmes que pour les blessures incurables. Le loi lombarde prescrivait le même genre de punition pour la mutilation et pour les blessures au visage. Les Burgundes avaient décrété que pour les blessures faites ai visage, les châtiments fussent trois fois plus graves que pour celles faites sur les autres parties du corps.[13]     

  

Ma la studiosa sottolinea anche come, in seno alla cultura napoletana, quel “gesto” abbia assunto, nel tempo – e in quegli anni in modo incisivo – una diffusione preoccupante e un preciso significato, legato soprattutto alla “vendetta”: «De nos jours, ce genre d’attentant qui, sans avoir la gravité de l’assassinat, offre à la vengeance une manière facile de s’assouvir, une proie con tamment à la portée, et qui laisse une marque indélébile, ne se retrouve guère que dans le bas peuple napolitain, où il se maintient avec une remarquable tenacité, et, même, comme nous l’avons dit, paraît augmenter de fréquence». Analizzando, infatti, «les registres d’entrée de l’hôspital des Incurables, où sont admises les femmes victimes de lésions graves», si poteva notare come i casi di sfregio fossero «en progression notable»: 

 

Tandis que, de 1859 à 1860, on constatait 116 cas de sfregio, le nombre des cas qui se sont vérifiés dans le cours des deux dernières années, a déjà dépassé le chiffre de 223. Il y eut, cependant, dans le passé, une époque, de 1830 à 1840, où les sfregi étaient si fréquents qu’il fallut une loi tout spéciale de répression. C’est à cette occasion que l’on en vint à défendre par des peines sévères le port du rasoir, déclaré arme insidieuse (Marc-Monnier).[14]      

 

Attribuendo alla camorra l’introduzione del costume dello “sfregio” «dans le ville de Naples», la studiosa dava credito, peraltro, nel suo essai, all’ipotesi storiografica («la plus probable») che voleva la camorra proveniente dalla Spagna[15]: teoria fondata «sur l’analogie du but, des des coutumes, des status de la Camorra napolitaine avec ceux d’une association de même nature qui existait, il y a trois siècles, à Séville et dont Cervantes parle dans ses Nouvelles». E dalla Spagna sarebbe stato importato anche il particolare ricorso allo “sfregio” di sangue per questioni d’onore[16]

   D’altra parte, tutta la letteratura scientifica, alla quale l’antropologa attinge (Pucci, Lombroso, Monnier e persino il romanziere Mastriani), confermava il legame tra la camorra e la pratica dello “sfregio”:

 

   Tous ceux, du reste, qui on étudié la Camorra, ont reconnu que pour les membres de cette secte le sfregio constitue le genre de châtiment le plus fréquent, soit qu’il s’agisse de punir des fautes légères commises par les affiliés, soit qu’il s’agisse de vengeance à exercer contre les profanes. Le plus grand nombre des accusés de sfregio sont de jeunes repris de justice, plus ou moins étroitement liés à cette association de malfaiteurs. Le professeur Pucci, dans une étude monographique sur la Camorra actuelle, nous apprend qu’au nombre des peines disciplinaires de la secte, figurent l’amende, le baisement des pieds et des mains des affiliés, les soufflets, le noircissement de la figure et la suspension; et que les peines afflictives sont la destitution, la réparation des dommages, les coups, le sfregio et enfin la mort. Dans ses remarquables recherches, Lombroso rapporte que, s’il s’agit d’accomplir un méfait ou une vengeance, le camorriste n’hésite pas à blesser, et même à tuer sa victime, mais que pour sa vengeance particulière, il recourt de préférence au sfregio sur l visage de son adversaire, à l’aide d’un rasoir. Enfin, Monnier et Mastriani assurent aussi que le sfregio est une des pratiques ordinaires de la secte, un châtiment qu’elle inflige même au besoin pour le compte d’autrui.[17]      

 

   A questo punto, la Ventra si sofferma a descrivere – da antropologa – gli aspetti rituali dello “sfregio”, secondo le movenze di un’analisi che nella sua implicita articolazione cerca di rispondere ad alcuni quesiti: chi, all’interno dei gruppi malavitosi, aveva concretamente l’incarico di fare gli “sfregi”? Quali i luoghi, nella città di Napoli, di maggiore diffusione di tale pratica? Chi erano le vittime? E, infine, quali le ragioni del gesto? I principali autori – sulla base di quanto emerge dalle ricerche della studiosa francese – andavano individuati nei “picciotti”, i giovani da poco “arruolati” tra le fila della camorra: di età compresa tra i 16 e i 30 anni; tutti di estrazione sociale bassa. E, in pieno stile lombrosiano, proprio dall’aspetto fisico caratterizzato da certi segni topici – secondo la lezione del criminologo italiano – si annettevano testimonianze di devianza sociale:    

  

   Le mandat d’infliger le sfregio est toujours confié à un picciuotto. Ce titre que l’on donne aux jeunes garnements qui s’initient dans le mystères de la Camorra, correspond à un des cinq degrés hiérarchiques qu’il faut successivement franchir pour devenir camorriste effectif: giovanotto onorato, picciuotto, picciuotto di sgarra, picciuotto di reggimento, capo picciuotto (Pucci).

   Le camorriste effectif n’inflige jamais le sfregio de sa main, ni pour son compte ni pour celui des autres; pourtant sa femme d’ordinaire aura été sfregiata par lui, lorsque jeune encore et n’étant que picciuotto, il lui faisait la cour.

   L’âge des sfregiatori varie, sauf de rares exceptions, entre 16 et 30 ans, comme j’ai pu m’en assurer par l’examen de 60 procès criminels et par de nombreuses informations qui m’ont été fournies par des camorristes. Le 70% d’entre eux est bien connu de la police et se recrute parmi les repris de justice. Ils sont, pour la plupart, adonnés à des métiers vils ou à des professions basses: vidangeurs, revendeurs, camelots, marchands ambulants, etc. J’ai pu examiner personnellement douze de ces jeunes gens, dans les prisons ou en liberté. Plus tard, en donnant plus d’extension à mes recherches sur les sfregiatori, je présenterai en détail la description de leur physique. Qu’il me suffise aujourd’hui de signaler chez eux la fréquence des asymétries du visage, des pommettes saillantes et d’autres indices très apparents de dégénérescence, comme le petit lobe darwinien, les dentes surnuméraires, les yeux coupés obliquement, le nez aplati.

   Presque tous les sfregiatori tirent vanité de leurs forfait et s’en vantent comme de traits de bravoure. Un d’eux, Nicolas P…, surnommé u mimmo (le mime), picciuotto de la section Porto, qui épousa son amante après lui avoir sfregiata la figure, me disait que parmi eux on balafrait sa maîtresse non seulement pour attester la supériorité de l’homme sur la femme, mais aussi afin que tous pussent reconnaître à cette marque caractéristique qu’elle appartenait à un homme capable au be oin de la faire respecter.[18]                             

 

   A cadere vittime dello “sfregio” – naturalmente – troviamo in numero elevato le donne, e, in particolar modo, femmine d’età variabile dai 15 ai 26 anni; raramente oltre i 40[19]. Così continua ad annotare l’antropologa francese: 

 

   Parmi les balafrées, le nombre des filles est supérieure à celui des femmes mariées; les veuves viennent en dernière ligne.

   Très souvent les femmes qui sont victimes de ce genre d’attentant se donnent pour des femmes de ménage; il en est qui font les revendeuses; viennent ensuite les domestiques, tailleuses, coiffeuses, blanchissesuses et enfin les courtisanes matriculées. Il est à remarquer que nombre de celles qui se disent femmes de ménage, ne sont en réalité que des femmes perdues clandestines ou notoires, se dissimulant sous cette dénomination élastique. Généralement on peut affirmer, sans crainte d’erreur ni de démenti, que les femmes ainsi sfregiate ne sont pas des vertus de premier ordre; tout au plus appartiennent-elles à la couche moyenne entre l’honnête femme et la courtisane; épouses sans grands scrupules, vierges de rue destinées à devenir des filles de ruisseau, ou veuves dont les larmes ont bientôt tari.[20]          

 

   Quanto poi agli “ambienti” che, con maggiore facilità, divenivano teatro di atti lesivi, la studiosa indicava i “bassifondi” e certi quartieri napoletani, che proprio in quel torno di tempo la penna di poeti come Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, o di letterati come Matilde Serao andavano evocando in figurazioni liriche, in prose d’arte o in pagine di denuncia pittoresca celeberrime[21]:     

 

   Le sfregio est le plus en vogue dans les quartiers mal famés où pullulent les femmes de mauvaise vie. Au syphilicome de Naples, sur 160 femmes qui se présentèrent à la visite et dont 32 étaient des sfregiate, plusieurs avouèrent qu’avant de se livrer à la prostitution, elles avaient été sfregiate par celui-là même qui les avait déshonorées d’abord et abandonnées ensuite.

   Toutes mes, tous les nombreux renseignements que je dois à M. le chevalier Donadio, secrétaire de la Questure à Naples, me font conclure que ce genre d’attentat se commet le plus fréquemment dans les quartiers de Vicaria, Mercato, Prato, Pendino; ensuite dans ceux de la Stella et Montecalvario, qui sont les repaires des camorristes (Lombroso). S. Ferdinando, Chiaia, San Giuseppe offrent un moindre contingent.[22]         

 

Diffusissima sulle donne, la piaga sociale dello sfregio non escludeva però regolamenti di conti feroci tra gli uomini:

 

   D’ordinaire c’est l’homme qui balafre la femme; souvent aussi les hommes se balafrent entre eux. Par jal usie de cœur ou de métier, on a vu des femmes se balafrer entre elles; mais il est plus rare qu’une femme se venge ainsi de son amoureux.

   A l’hospice des Pellegrini, où sont admis les hommes atteints de blessures graves, la statistique présente une moyenne annuelle de balafrés bien moindre que celle que les Incurabili nous fournit pour les femmes. Il n’y a guère, par an, que de 3 à 8 cas d’individus blessés dans un but de sfregio.[23]            

 

Venendo ai motivi del gesto cruento, diverse potevano essere le ragioni che spingevano o ispiravano lo “sfregio” nel «bas peuple» napoletano. Le più frequenti andavano ricercate in quel legame indissolubile che – in forme varie di complessità comportamentale – vedeva coagularsi intono alla dialettica onore-vergogna il valore rispettato dai diversi gruppi sociali[24]:

 

   Les motifs qui poussent à commettre cet attentat sont le plus fréquemment la jalousie, une vanité déplacée, les mauvais instincts; parfois c’est aussi une vengeance (vendetta) à assouvir au compte de celui que balafre, ou par ordre de la secte, ou bien encore par mandat de quelques particulier qui a besoin d’un sicaire et qui le paie.

   Ce qui précède ne doit pas induire à croire que le sfregio n’existe que dans les bas-fonds les plus immondes de la ville de Naples. De nos jours la contagion morale monte et envahit, plus largement que par le passé, d’autres couches sociales jusqu’ici indemnes ou peu atteintes.

   Le penchant si connu à l’imitation, la tradition héréditaire, une impressionnabilité excessive, une explosion exagérée de transports affectifs, expliquent comment, chez le peuple napolitain, une aussi déplorable contume puisse gagner du terrain parmi les classes moyennes.

   Sur 78 cas qui ont été soumis à nos observations, nous avons pu constater par 18 fois que des jeunes gens, honorables du reste, mais emportés par une passion indomptable, par un accès de jalousie ou par un froissement d’honneur, avaient balafré le visage de leur maîtresse. La femme laide ou enlaidie passe pour plus fidèle; peut-être, en frappant leur maîtresse au visage, voulaient-ils atteindre la cause de soupçons toujours renaissants, de brouilles et querelles d’amoureux incessantes. Dans ces cas, un sfregio, loin de briser les liens de l’affection mutuelle, ne fait souvent que les resserrer davantage, et décider une union par laquelle une jeune fille qui, sans cela, eût été perdue d’honneur dans l’opinion publique, se voit réhabilitée.[25]       

 

   Analoghe ragioni possono ritrovarsi nei comportamenti interni alla camorra. La Ventra sottolinea ancora – come Monnier – il clima omertoso che avvolge la pratica dello “sfregio”, ma pure – il particolare è notando – l’attrazione esercitata in certi contesti proprio da quei comportamenti improntati  al ricorso e all’uso, detestabile, della violenza, della forza impiegata al fine di ottenere o conservare il “rispetto”:

 

   Il en est à peu près de même chez les camorristes. La femme qui a reçu un sfregio ne dénonce jamais celui qui l’a frappée; au contraire, elle s’attache à lui davantage, toute orgueilleuse d’appartenir à l’homme qui l’a défigurée. A ses yeux le sfregio est une action glorieuse (un «atto guapposo») qu’elle admire, dont elle est fière et dont d’autres peut-être lui portent envie. Qu’on remarque qu’il n’y a pas là un sentiment de générosité, mais simplement de vanité. C’est le même sentiment qui fait que, le mariage conclu, le camorriste, sans manifester une grande tendresse pour sa famille, l’entoure cependant de luxe (Lombroso). Il offre à sa femme les grandes roses de perles (sorte de pendants d’oreilles), des bracelets, des toilettes coûteuses pour les promenades à Notre-Dame de la Neige, à Montevergine, ou Fuori-Grotta; ce qui ne l’empêche ni d’avoir en secret des concubines ni de fréquenter les mauvais lieux.[26]

 

La varia fenomenologia dello “sfregio” meridionale – che abbiamo visto contenere una varia fenomenologia di significati (secondo un rapporto che vede la parola farsi gesto, e il gesto dello “sfregio” divenire, oltre che punizione per chi lo riceve, a sua volta segno capace di agire attraverso la carne e comunicare sanzioni alla comunità) – registrava al suo interno una diversa modulazione nella messa in atto a seconda della gravità dell’offesa. Si poteva distinguere uno sfregio «par sympathie» da contrapporre a uno «par vengeance»:

 

   Dans les dernières classes sociales, le sfregio s’applique d’ordinaire avec une froide préméditation. En voici une preuve.

   Des recherches minutieuses, des renseignements reçus de M. Canale, qui fut longtemps délégué de la sûreté publique à la section Porto, me mettent à même d’affirmer que, chez les camorristes, le sfregio s’applique de différente façon suivant le motif plus ou moins grave qui l’a provoqué. Le sfregio par sympathie, comme ils l’appellent dans leur argot, forme le cas le plus fréquente; ce genre de balafre se fait à l’aide d’un rasoir bien affilé, de l’oreille à la lèvre, horizontalement; la cicatrice dans cette direction se confond presque avec les traits du visage sans trop le défigurer et quelquefois même, elle ajoute une certaine grâce au minois coquet des filles du peuple. Aussi dans quelques cas advient-il que le juge, tenant compte de ce que la défiguration n’est que momentanée, n’applique que la peine réservée à une simple blessure volontaire.

   Plus grave est le sfregio par vengeance, pour lequel on se sert d’un rasoir ébréché, afin de mieux déchirer les chairs, et qui se pratique de haut en bas, en obliquant vers l’œil. Le visage est ainsi plus défiguré; la blessure est plus apparente et peu atteindre non seulement les yeux, mais même les glandes salivaires. Ce cas s’est présenté naguère chez un individu admis aux Pellegrini. Ce genre de sfregio est spécialement réservé aux espions et aux agents de police.

   Hors de Naples, comme nous l’avons dit, le sfregio est assez rare. On n’en constate guère de cas que dans quelques villes de la Sicile, et il n’y est en usage que parmi les affiliés à la Mafia (association de malfaiteurs, mère, fille ou sœr de la Camorra).

   Par suite de la différence d’instincts et de coutumes du bas peuple sicilien et du bas peuple napolitain, le sfregio n’a pu pendre racine chez le premier, qui le délaisse pour des moyens plus violents, plus cruels, qui vont jusqu’à l’assassinat.[27]                 

 

La chiosa finale getta – rapidamente, senza approfondimenti (con ragioni in parte confermate, in parte smentite dalla cronaca) – lo sguardo su rapporti e differenze fra realtà criminose, che con diverse manifestazioni storiche, segnarono parte della storia del Mezzogiorno, e non solo[28]. Raccogliendo le fila del discorso, ecco le conclusioni – per noi ancora problematiche – a cui approda la Ventra:

 

   De ces faits, bien que succinctement exposés, nous pouvons déduire :

        1° que le fàcheux usage du sfregio, importé chez nous avec la Camorra, est devenu endémique à Naples, parce que dans cette ville seulement cette secte a pu se populariser et jeter de profondes racines ;   

        2° que le sfregio n’est qu’une forme spéciale de la délinquance et procède le plus souvent d’une tendance innée à mal faire; la preuve en est que la couche sociale dans laquelle cet attentat est le plus en vogue (affiliés à la Camorra, repris de justice, femmes perdues, etc.) est aussi celle où le délit trouve le terrain le plus favorable, celle où le sens moral est le plus perverti, où la vanité est morbide, où les marques de la dégénérescence son les plus abondantes et les plus saillantes;

        3° que, à cause de son naturel tout spécial, du aux influences cosmo-telluriques, de ses tendances à l’imitation et surtout de son affectivité excessive et toujours débordante, le peuple napolitain, plus que tout autre, devait adopter le sfregio; cette manifestation criminelle entre si bien dans ses habitudes que sortant peu à peu de son premier domaine, ce genre de délit s’est repandu même audela des basses classes, n’inspire plus la même aversion et n’est guère considéré, surtout dans ces derniers temps, que comme un délit inspiré par la passion;

        4° que, tenant compte de son origine, le sfregio peut être considéré comme une manifestation mitigée d’instincts qui se révèlent ailleurs d’une manière bien plus grave. Cette mitigation pourrait être le fait du milieu où le sfregio se produit le plus fréquemment. Parmi les associations de malfaiteurs, la Camorra, en effet, a toujours été une des plus avancées. Elle a une organisation, une discipline, des traditions, une sorte de code qui se transmet oralement. Elle s’arrête au sfregio, là où le brigandage et la Mafia ont recours à l’assassinat.

   Le Napolitain venge une offense par un coup de rasoir sur la figure, le Corse et la Sarde encore arriérés en plongeant un poignard dans le cœur. Où l’un tue, l’autre se contente de défigurer.

   Une genre de crime analogue au sfregio prend vogue en France. Là, de même, le milieu social est évidemment avancé. Mais la chimie y remplace le poignard et le rasoir par l’acide sulfurique, arme terrible, qu’aucun code pénal n’avait prévue jusqu’ici.[29]                      

 

   Se questo studio registra tutti i limiti delle categorie concettuali applicate (allora in voga nelle comunità scientifiche), e i segni delle ragioni ideologiche sottese, nondimeno, esso conserva interesse come documento storico capace di mostrare come – da un particolare àmbito scientifico (che andava in quei tempi definendo campo d’indagine e strumenti d’investigazione) – venisse analizzato uno specifico comportamento delinquenziale: un costume che in una porzione di territorio (“Napoli e dintorni”) aveva raggiunto – nella diffusione – proporzioni più che allarmanti.   Di questa problema – come ricordava il Monnier – s’interessò, più volte, anche il diritto (dottrina e giurisprudenza) ispirando l’intervento del legislatore che disciplinò tale pratica, configurandola come prassi criminosa: e anche oggi – nell’attuale Codice Penale – lo “sfregio” è considerato circostanza aggravante del delitto di lesione personale (art. 583, 2° co., n. 4).

   Il fatto che, storicamente, tale specifica «aggravante» fosse destinata proprio alla repressione di questi rituali tipici delle varie forme di criminalità, lo ricordava Giorgio Canuto in un suo studio del 1930 per «L’Archivio di Antropologia criminale, Psichiatria e Medicina Legale», la rivista fondata da Cesare Lombroso. «L’Archivio», infatti, in quell’anno – in occasione della promulgazione del nuovo codice penale che modificava quello del 1889 –, iniziava la pubblicazione di un «Commentario», volto a segnalare «ai giudici ed ai periti i criteri di applicazione tecnicamente meglio fondati». E affidava a Canuto l’analisi del «nuovo criterio medico-legale nella valutazione dello sfregio permanente del viso secondo il nuovo codice penale». Lo studioso, dopo aver riportato quanto scritto nel progetto preliminare del nuovo codice, le discussioni e i dibattiti che ne erano seguiti, e la scrittura definitiva, con la definizione precisa di ciò che doveva intendersi – da un punto di vista medico e d’interpretazione giuridica – lo “sfregio”[30], si soffermava a considerare tale azione non solo come danno «estetico», ma anche di natura «morale». E questo a partire dalla “topografia” voluta della ferita:

 

   La limitazione topografica ha invece un valore quasi diagnostico medico-legale, in quanto denota l’intenzione nel feritore di sfregiare; come una cicatrice ai polsi, o del gomito, ci denota una intenzione suicida.

   La sede elettiva della lesione è la estrinsecazione obiettiva della “caratteristica forma di delinquenza”, contro la quale si è rivolto in modo specifico il legislatore.

   Ma questa estrinsecazione obbiettiva, di speciale delinquenza, come si può ravvisare in una lesione colposa? In modo indiretto.

   Lo sfregio non va considerato come un danno puramente estetico […]. Il danno dello sfregio è fondamentalmente un danno morale […] altre volte la sede e la direzione della lesione, la sua lunghezza, la sua natura (taglio, causticazione), richiamano senz’altro alla mente dell’osservatore, anche non medico, l’atto caratteristico dello sfregiatore che può aver colpito quel volto. Sarà? non sarà? La persona che ci sta innanzi fu vittima di un accidente o fu sfregiata? Ebbe dunque rapporti con persone della mala vita? Ecco il danno estetico-morale, obbiettivo, che è conseguenza indiretta, direi per l’azione psicologica esercitata sull’osservatore, della “antica barbara costumanza, che disgraziatamente non è ancora scomparsa, specialmente nelle provincie napoletane” (Lavori prepar. Vol. VI. p. 334)».[31]

 

Quella «caratteristica forma di delinquenza» e la considerazione finale mostrano quali fossero le esigenze che muovevano il legislatore nel dettare la norma relativa allo “sfregio”. Si vede, dunque, come lo studio dello “sfregio” – quale pratica di tutela dell’onore nell’ambito di gruppi malavitosi –  possa illuminare un aspetto non secondario della storia civile (e culturale) prima del napoletano, e poi dell’Italia intera.


 

* Nel testo si riproduce in parte la lectio da me tenuta l’8 aprile 2004 ai cadetti dell’Accademia Militare di Modena (Facoltà di Giurisprudenza) nell’ambito del corso di Storia contemporanea del Chiar.mo Prof. Giovanni Greco. Desidero qui ringraziare – per il prezioso aiuto fornitomi – il personale della Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna, e in particolare i Dott. Marilena Buscarini, Giacomo Nerozzi e Maurizio Avanzolini. Un grazie sentito va anche, per la costante disponibilità, al personale della Biblioteca del Dipartimento di Italianistica, a quello della Biblioteca Universitaria e ai responsabili del Dipartimento di Biologia Evoluzionistica Sperimentale dell’Università degli Studi di Bologna.  

 

[1] Vd. il Vocabolario degli Accademici della Crusca, Quarta impressione all’Altezza Reale del Serenissimo Gio: Gastone, Granduca di Toscana loro signore, In Firenze, Appresso Domenico Maria Manni, 1735, IV, p. 510; cfr. anche il Vocabolario degli Accademici della Crusca. Oltre le giunte fatteci finora, cresciuto d’assai migliaja di voci e modi de’ Classici, le più trovate da veronesi, dedicato a Sua Altezza Imperiale il Principe Eugenio, Vice-Re d’Italia, Verona, Dalla Stamperia di Dionigj Ramanzini, 1806, VI, p. 170; il Vocabolario della lingua italiana già compilato dagli Accademici della Crusca ed ora novamente corretto ed accresciuto dall’abate Giuseppe Manuzzi, In Firenze, Appresso David Passigli e Socj, 1840, t. II, parte II, p. 1181; il Vocabolario Universale della lingua italiana, edizione eseguita su quella del Tramater di Napoli con giunte e correzioni a cura del Professore Bernardo Bellini, Prof. Don Gaetano Codugni, Antonio Mainardi, ecc. ecc., Mantova, Presso gli Editori Fratelli Negretti, 1855, VI, p. 329; il Supplimento a’ Vocabolarj italiani proposto da Giovanni Gherardini, Milano, Dalla Stamperíe di Paolo Andréa Molina, 1875, V, p. 485; il Vocabolario della lingua parlata compilato da Giuseppe Rigutini e Pietro Fanfani, Firenze, Spese della Tipografia Cenniniana, 1875, p. 1434.            

 

[2] Nulla dicono i principali dizionari napoletani otto-novecenteschi, pur sensibili, in altri casi, verso l’uso locale di vocaboli di diffusione generale nella lingua italiana: nulla il Vocabolario domestico napoletano e toscano compilato nello studio di Basilio Puoti, In Napoli, Dalla Stamperia del Vaglio, 1860²; il Vocabolario Napoletano-italiano tascabile compilato sui dizionari antichi e moderni e preceduto da brevi osservazioni grammaticali appartenenti allo stesso dialetto per Pietro Paolo Volpe, ivi, Gabriele Sarracino, Librajo-Editore, 1869; il Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri del professor Raffaele D’Ambra da Napoli, ivi, A spese dell’Autore, 1873 (in fine: presso Chiurazzi) [rist. anast. Bologna, Forni, s.d.] e R. Andreoli, Vocabolario napoletano-italiano, Torino, Paravia, 1887 [ora Napoli, Arturo Berisio Ed., 1966²]. Nulla A. Altamura, Dizionario dialettale napoletano, con introd. storico-linguistica e note etimologiche, Napoli, Fausto Fiorentino Ed., 1956. Non lo trovo nemmeno in A. Prati, Voci di gerganti, vagabondi e malviventi studiati nell’origine e nella storia, Pisa, Stabilimento Tipografico G. Cursi & Figli, 1940.     

 

[3] Vd. O. König, Pelle, in AA. VV., Cosmo, corpo, cultura. Enciclopedia antropologica, a cura di C. Wulf, ed. it. a cura di A. Borsan, pref. di R. Bodei, Milano, Bruno, Mondadori, 2002, pp. 438-47. Utili informazioni danno anche il Dizionario di antropologia. Etologia, Antropologia culturale, Antropologia sociale, a cura di U. Fabietti e F. Remoti, Bologna, Zanichelli, 1997, sub. vc. corpo (pp. 201-2) e tatuaggio (p. 738) e M. Aime – F. Buttafarro, Tatuaggio, in L’Universo del corpo, Roma, Ist. Enc. It., 2000, V, pp. 582-87.   

     

[4] Vd. G. GrecoD. Monda, Bassifondi contemporanei. Malfattori, prostitute e vittime dentro la storia, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2003, p. 114. 

 

[5] Vd. A. De Blasio, Il tatuaggio dei camorristi e delle prostitute di Napoli, Torino, Fratelli Bocca, 1894; Id., Ulteriori ricerche intorno al tatuaggio dei camorristi napoletani, ivi, Camilla e Bertolero, 1894; Id., Usi e costumi dei camorristi, con pref. di Cesare Lombroso, Napoli, Stab. Tip. Michele Zambelli, 1897 (2ª ed. illustrata da S. De Stefano, ivi, L. Pierro, 1897); Id., Il tatuaggio ereditario e psichico dei camorristi, ivi, Stab. Tip. A. Tocco, 1898.        

 

[6] Vd. Note préliminaire sur le “sfregio” (la balafre) dans le bas peuple napolitain par M. le Dr. Domique Ventra, Extrait des Actes du 1er Congrès international d’Anthropologie criminelle, Rome, Ippolito Sciolla (Imprimeur di Ministère des Affaires Étrangères) 1887. 

 

[7] Ivi, p. 4.

 

[8] Cit. in C. D’Addosio, Il duello dei camorristi, Napoli, Pierro, 1893, p. 151. È ben ricordare come il volume – nelle intenzioni dell’autore – fosse volto a colmare una lacuna della «letteratura giuridica» del tempo, ossia lo studio (non praticato a eccezione del Manduca) di «quella parte della vita camorristica, che si esplica sotto la forma del duello», nella versione del «dichiaramento» («che si combatte col revolver») e della «zumpata» («che si consuma col pugnale»): infatti, spiega D’Addosio nel rapido essai introduttivo, «[…] ogni giorno nei Tribunali e nelle Corti di Assise vengono a giudizio omicidii o lesioni,verificatisi in dichiaramento. E spesso l’avvocato difende, e il magistrato o il giurì condanna, senza avere una idea precisa di questa forma speciale di delinquenza, e perciò dubbiosi intorno alle aggravanti o alle scuse che possano toccare al giudicabile», p. XII.

 

[9] Vd. A. De Blasio, Il tatuaggio, rist., Bologna, Forni, 1978 [Napoli, 1905], p. 164. 

 

[10] Proprio a Napoli, nel 1880, il prof. Nicolucci nella sua proluzione accademica, ringraziava, commosso, le autorità per l’istituzione della cattedra di antropologia, vd. la Prolusione al Corso di Antropologia dettato nella Regia Università di Napoli dal Prof. G. Nicolucci, recitata il 22 aprile del 1880, Napoli, Tipografia dell’Accademia Reale delle Scienze diretta da Michele De Rubertis, 1880. Lo stesso De Blasio scrisse tra i suoi Appunti di antropologia: «Per gli studi antropologici l’Italia non è seconda agli altri Paesi; fra noi, da circa mezzo secolo, detta scienza già fa parte dell’insegnamento superiore. Attualmente alcune università hanno cattedre e laboratorii di antropologia; […]» (A. De Blasio, Appunti di antropologia, Milano-Roma-Napoli, Società Ed. Dante Alighieri, 1915³, p. 17.   

 

[11] Vd. C. T. Dalbono, Il Camorrista e la Camorra, in Usi e Costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti. Opera diretta da Francesco de Bourcard, rist. Napoli, s.e., 1976 [ivi, 1866], II, pp. 215-36. Sullo status della disciplina a cavaliere tra Otto e Novecento, vd. almeno R. G. Mazzolini, L’Antropologia fisica, in Storia della scienza, Roma, Ist. Enc. It., 2003, VII (L’Ottocento), pp. 698-708; P. Farber, Le leggi della natura e le leggi della vita (1780-1900), in Storia della scienza, Torino, Einaudi, 1994, IV, pp. 136-91 e B. Fantini, Le scienze della forma nel secondo Ottocento, in Storia della scienza  moderna e contemporanea, dir. da P. Rossi, ivi, UTET, 1988, II (Dall’età romantica alla società industriale), t. 2°, a cura di E. Bellone, U. Bottazzini et alii, pp. 631-44. Sulla psichiatria, vd. A. Massucco Costa, Studiosi contemporanei di psicologia scientifica e la psicologia in Italia, in Storia delle scienze, Torino, UTET, 1965, III, t. IIº, pp. 828-40 (in partic. su Lombroso pp. 831-2), S. Poggi - S. Nicasi, La psicologia e il dibattito psichiatrico fra Otto e Novecento, in Storia della scienza moderna e contemporanea, cit., 1988, III (Il secolo ventesimo), t. 1°, pp. 127-71, S. Poggi, La nascita della psicologia scientifica, ivi, id., 1988, II, t. 2°, pp. 999-1022 e V. P. Babini, La psichiatria, in Storia della scienza, cit., 1994,  pp. 402-37.      

 

[12] Vd. La Camorra. Notizie storiche raccolte e documentate per cura di Marco Monnier, trad. it., Firenze, G. Barbèra, 1862, pp. 75-6. 

 

[13] Ventra, cit., p. 4. 

 

[14] Ivi, pp. 4-5. 

 

[15] «Des différentes suppositions que l’on a faites et que nous ne voulons pas discuter ici sur les origines de la Camorra, la plus probable, semble-t-il, est que cette institution ténébreuse et criminelle nous vient d’Espagne», p. 5.

 

[16] «On y voit que le sfregio était un des moyens dont la secte se servait pour infliger des punitions, on pour remplir un mandat des particuliers. Marc-Monnier cite, à cet égard, des extraits du registre sur lequel Monopodio traçait les ordres à exécuter: "Note des sfregi à appliquer dans la semaine; La première, au marché, sur le coin de la rue; prix convenu 50 écus, dont 30 reçus à compte. Exécuteur: Quiquinznaque, etc. Les mêmes procédés existant chez nos camorristes, on peut conclure que l’hypothèse est admissible ou tout au moins qu’il existe entre les deux faits une grande et curieuse analogie"», ibid.

 

[17] ivi, pp. 5-6.

 

[18] Ivi, p. 6-7. E aggiungeva: «A l’appui de notre assertion, nous avons ce fait bien connu que le sfregio est rarement signalé dans les régions où la Camorra est inconnue, et même dans les pays voisins et dans les environs immédiats de Naple, où la Camorra n’a jamais pu pendre pied. A cet égard, Lombroso ajoute que "si, par hasard, quelques tentatives se sont produites, dans les villages ou les campagnes des alentours de Naples, elles ont échoué devant l’aversion et les démonstrations énergiques des populations." Dans l’espace de dix ans, à Nocera, ville peu éloignée de Naples, on n’a eu à déplorer, d’après le témoignage du délégué local de la sûreté publique, que deux seuls cas de sfregio, et encore les victimes étaient-elles des courtisanes», ivi, p. 7.  

 

[19] «D’après les registres des Incurables, l’âge auquel la plupart des femmes sont sfregiate varie entre 15 et 26 ans; il est rarement de plus de 40 ans», ibid

 

[20] Ibid.

 

[21] Sulla pericolosità delle strade napoletane – sin da epoca storica – scrisse pagine limpide Benedetto Croce commentando (1911) la novella di Andreuccio da Perugina di Boccaccio; il testo del critico-filosofo si può ora leggere in B. Croce, Storie e leggende napoletane, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 2004, pp. 51-88.

[22] Ventra, cit., pp. 7-8.

 

[23] Ivi, p. 8.

 

[24] Vd. A. Zingerle, Onore e vergogna, in Enciclopedia delle scienze sociali, Roma, Ist. Enc. It., 1996, VI, pp. 340-47.

 

[25] Ventra, cit., pp. 8-9.

 

[26] Ivi, p. 9.  

 

[27] Ivi, pp. 9-10.

 

[28] Vd. S. Lupo, Mafia, in Enciclopedia di scienze sociali, cit., 1996, V, pp. 388-99; P. Arlacchi, Criminalità organizzata, cit., 1992, II, pp. 586-97 e M. B. Clinard, Criminalità, in Enciclopedia del Novecento, Roma, Ist. Enc. It., 1975, I, pp. 1059-70. Sulla “camorra” vd. G. Alongi, La Camorra. Studio di sociologia criminale, Torino, Fratelli Bocca, 1890, A. De Blasio, Saggio di un vocabolario dei camorristi, in «Archivio di psichiatria, scienze penali e antropologia criminale», XXI, 1900, pp. 96-101, E. Mirabella, Mala vita. Gergo, camorra e costumi degli affiliati, rist. Sala Bolognese, Forni, 1984 [Napoli, 1910] e, tra i più recenti, almeno M. Marmo, Tra le carceri e i mercati. Spazi e modelli storici del fenomeno camorrista, in AA. VV., Storia d’Italia, Le regioni dall’Unità a oggi, La Campania, a cura di P. Macry e P. Villani, Torino, Einaudi, 1990, pp. 684-730.

 

[29] Ventra, cit., pp. 10-11.

 

[30] Non si dimentichi l’importante discussione sorta nel corso degli anni – in dottrina e giurisprudenza – sulla definizione medico-legale della nozione di “viso”. Vexatissima quaestio resa ancora più problematica dal silenzio del legislatore in proposito e dal fatto che la ratio dell’aggravante si sostanzia proprio nell’accertamento o meno dell’alterazione estetica di tale parte del capo, vd. F. Ballotta, Lo sfregio permanente del viso nella pratica medico-legale, in «La giustizia penale», a. XL, 1934, vol. XL (X della 4ª serie), parte I, coll. 140-3; G. Cortesani, In tema di sfregio, ivi, parte II, coll. 1171-3; P. Frisoli, In margine all’accertamento giudiziale dello sfregio, in «Rivista italiana di diritto penale», 1954, p. 90 e L. Macchiarelli, Lesioni personali, in Enciclopedia medica italiana, Firenze, USES Edizioni Scientifiche, 1980², VIII, coll. 1449-58 (in partic. coll. 1455-6). Ma interessanti risultano anche le analisi ottocentesche: vd. G. L. Granelli, Commento ai principii medico-legali sulle lesioni violente, Milano, Chiusi, 1852; G. Gandolfi, Dottrina analitica delle lesioni violente del corpo umano considerate in rapporto alla legge criminale, Modena, Tip. Vincenzo Moneti, 1855; G. Lazzaretti, Dottrina medico-legale sull’omicidio e lesioni personali, Firenze, L’autore, 1861-1863 e E. De Pietra  Leone Sulle lesioni personali: nota medico-giuridica, Piazza Armerina, Stab. Tip. Fratelli Bologna, La Bella, 1887.

 

[31] Vd. G. Canuto, Per un nuovo criterio medico-legale nella valutazione dello sfregio permanente del viso secondo il nuovo c.p., in «Archivio di Antropologia criminale, Psichiatria e Medicina Legale», vol. L (vol. XX della Serie IV), 1930, pp. 948-54. Sullo sfregio nella giurisprudenza tardo-ottocentesca vd. R. Balestrini, Le lesioni personali ed il nuovo codice penale, Torino, Fratelli Bocca, 1889 (cfr. F. De Cola Proto, Il reato di lesione personale. Studio, Messina, Lo Turco e C., 1883); A. Adamo, Del delitto di lesione personale, Roma, s.e., 1890; A. Messina Sciamone, Sulle lesioni del viso specificate nell’articolo 872 del nuovo codice penale italiano. Illustr. scientifiche per la pratica medico-forense dell’autore medesimo. Con un’appendice sulle lesioni personali in genere, Noto, Tip. F. Zammit, 1890; L. Giampietro, Quali debbansi intendere le armi propriamente dette che aggravano il reato di lesione personale, Potenza, Tip. Giarramone e Marchesiello, 1892. Per il diritto moderno utili accessioni in P. Giolla, Sfregio e deformazione, Milano, Fratelli Bocca, 1948; G. De Matteo, Lesioni personali, in Enciclopedia forense, dir. da G. Azzariti, E. Battaglini e F. Santoro-Passarelli, Milano, Vallardi, 1959, IV, pp. 780-802; R. Pannain, Lesioni e percosse (Diritto penale comune), in Novissimo Digesto Italiano, dir. da A. Azara ed E. Eula, Torino, UTET, 1963, IX, pp. 742-67 (in partic. pp. 755-7) e M. G. Gallisai Pilo, Lesioni e percosse, ivi, id., Appendice, 1983, IV, pp. 860-6 (cfr. anche V. Chiaricò, L’art. 582 C. Pen. come modificato dalla L. 16 gennaio 1963, n. 24 e il diritto transitorio, in «Rivista penale», 1963, II, p. 457.) Per la giurisprudenza attuale vd. T. Galiani, Lesioni personali e percosse, in Enciclopedia del diritto, Milano, Giuffrè, 1974, XXIV, pp. 140-64; V. Zagrebelsky, Lesioni personali e percosse, in Enciclopedia giuridica, Roma, Ist. Enc. It., 1990, XVIII e M. G. Gallisai Pilo, Lesioni personali e percosse nel diritto penale, in Digesto delle Discipline Penalistiche, Torino, UTET, 1993, VII, pp. 392-403; rapide, ma precise indicazioni fornisce anche S. Saglia, Lesione personale, in Dizionario enciclopedico del diritto, dir. da F. Galgano, Padova, Cedam, 1996, pp. 896-97. 

 

 

 

 

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