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Sergio Romano, Guida alla politica estera italiana. Da Badoglio a Berlusconi, Bur Saggi, 2004, 297 pp.

 

 

La falsa convinzione che le politiche estere nazionali siano ancora possibili è rafforzata, agli occhi della pubblica opinione, dalla evidente carenza di una politica estera europea.

            S. Romano, Guida alla politica estera italiana

 

 

Nel giugno 2004 il presidente americano George W. Bush, nella sua ultima visita in Italia, ha dovuto affrontare ancora una volta, naturalmente a distanza di sicurezza, le manifestazioni di protesta di parte dell’opinione pubblica italiana, da sempre contraria alla guerra, e soprattutto contraria alla nuova aberrazione logica della cosiddetta “guerra preventiva”. Eppure, nonostante le manifestazioni di piazza, le denunce degli intellettuali e le esternazioni, a volte brusche, di alcuni uomini politici, il governo italiano si è schierato da sùbito ed incondizionatamente con gli Stati Uniti nella guerra in Afghanistan e in Iraq.

“Siamo tutti americani”, proclamavano gli editoriali nei giorni successivi all’11/9; una dichiarazione che andava oltre il cordoglio per le vittime civili del più angosciante attentato terroristico del secolo, e che sottintendeva - anche abbastanza apertamente - lo schieramento del nostro Paese, dalla stessa parte degli Stati Uniti, nel presente e soprattutto nel futuro. L’equazione “attacco all’America = attacco alla civiltà” difficilmente avrebbe potuto esser valido, come sostiene anche Gino Strada (G. Strada, Buskashì, 2005), nel caso si fosse trattato di Pechino o di Mosca, piuttosto che di New York.

            Per comprendere quel “Siamo tutti americani”, così esplicito, perentorio e totalizzante, e poi la successiva adesione dell’Italia alle iniziative belliche americane in Medio Oriente, nonostante l’avversione di buona parte dell’opinione pubblica italiana e l’esplicita voce costituzionale, è necessario nondimeno risalire alle radici storiche della nostra repubblica, onde ritrovare quelle ragioni profonde che spinsero il nostro paese a legarsi indissolubilmente al destino della “civiltà americana”. Tali ragioni si mantennero valide nonostante le alternanze di governo (o l’impossibilità dell’alternanza durante gli anni di democrazia bloccata) e continuano, secondo l’autore, ad essere alla base delle scelte del governo italiano in politica estera.

Sergio Romano, con la sua Guida alla politica estera italiana, analizzando le cause e le motivazioni che influirono sulle scelte dei governi e le ripercussioni di queste ultime nel tempo, affresca un panorama storico-culturale nel quale le scelte politiche odierne appaiono, se non condivisibili, quantomeno comprensibili e in qualche misura logiche.

            L’importanza di questa Guida come strumento d’interpretazione della realtà deriva innanzitutto dal prestigio dell’autore e dalla sua conoscenza diretta di molti dei protagonisti della storia italiana. Giornalista attento, uomo di governo e ambasciatore a Mosca durante gli anni della perestrojka, Sergio Romano ha insegnato nelle Università di Firenze, Sassari, Pavia, Berkley e Harvard, occupandosi, in veste di storiografo, prevalentemente di storia italiana e francese tra Otto e Novecento. La produzione letteraria frutto della sua posizione di testimone privilegiato e dei suoi studi è notevole: dalle biografie (su Giolitti e Gentile) ai saggi sulla Russia, dalle storie d’Italia alle analisi di problemi contingenti: si pensi, ad esempio, all’antisemitismo in Europa, allo sviluppo italiano inferiore alle potenzialità effettive, alle relazioni  fra Italia e Stati Uniti.

            L’impostazione del libro come “guida”, inoltre, permette al lettore di seguire il filo logico del pensiero dell’autore, che espone le sua tesi e le comprova attraverso la trama di avvenimenti storici che ne documentano le deduzioni. Non si tratta, in effetti, di un mero manuale di politica estera italiana, di una cronologia tendenzialmente onnicomprensiva di avvenimenti, bensì di un’interpretazione lucida e penetrante in cui le spinte che costantemente influiscono nella politica estera italiana risaltano come ricami sopra una trapunta.

            Discepolo di Montanelli nel ripudiare certa pedanteria squisitamente accademica, Sergio Romano ha saputo rendere la Guida alla politica estera italiana un libro agile e piacevole da leggere, dalla prosa fluida seppur raffinata e puntuale. Nonostante ciò, a nostro avviso, il suo carattere di “guida” lo rende adatto ad un pubblico tutt’altro che digiuno di conoscenze storiche, a lettori che siano in grado, cioè, di valutare criticamente alcune posizioni non proprio ortodosse dell’autore.

            Una delle principali tesi sostenute da Sergio Romano viene enunciata già nella prima pagina della prefazione alla terza edizione dell’opera (arricchita da un prezioso aggiornamento relativo al periodo dal 1993 al 2002): “le politiche estere dei singoli membri dell’Unione europea sono in realtà ‘sottopolitiche’, e […] nessuno Stato europeo può influire sul corso delle maggiori crisi internazionali”. A riprova di questa affermazione, l’autore ricorda l’inutilità delle proteste di Francia e Germania, contrarie all’intervento armato in Afghanistan, nonché l’insofferenza con la quale Washington recepiva le voci degli alleati, ogni qualvolta si discostavano dalle direttive del Governo americano. Ma - continua l’autore - le accuse mosse al Presidente del Consiglio italiano di seguire supinamente le decisioni americane in politica estera non rappresentano nulla di nuovo, anzi, costituiscono un “ritornello ossessivo”.

Tale situazione ha radici profonde, ed è, in estrema sintesi, il risultato del circolo vizioso nel quale la nostra repubblica è invischiata dagli anni della sua fondazione: la mancanza di coesione sociale impedisce all’Italia di avere un buon sistema politico; l’inefficienza del sistema politico, a sua volta, provoca contrasti ed impedisce la coesione del tessuto sociale. In altri termini, la scelta del governo Berlusconi di entrare in guerra a fianco degli Stati Uniti, una scelta non condivisa e osteggiata pubblicamente da parte dell’opinione pubblica italiana, ha causato attriti sociali, i quali hanno costretto il governo italiano a far marcia indietro e ad abbassare il profilo dell’intervento armato, che veniva così qualificato come umanitario e di pace. Tale voltafaccia non può che aver influito negativamente sull’immagine internazionale del nostro paese, e quindi averne diminuito l’importanza: ancora una volta, l’Italia si dimostrava inaffidabile ed incapace di mantenere le promesse formali (del Governo verso gli Stati Uniti, a favore dell’intervento) ed informali (delle associazioni della società civile verso i movimenti culturalmente affini di altre nazioni europee, contro l’intervento).

Delineare l’intreccio e il condizionamento reciproco di politica estera e politica interna non è certo cosa facile, in quanto i fattori da tenere in considerazione sono numerosissimi e, non di rado, sfuggenti: ciononostante, nel caso dell’Italia questa relazione è risultata fondamentale sia per quanto riguarda la politica interna, sia per l’influenza sulla sua capacità di sostenere una autonoma politica estera. Sergio Romano delinea in modo eccellente i fatti e i protagonisti, attraverso riferimenti agli eventi storici, ma soprattutto rievocando l’atmosfera e le personalità presenti nei momenti fondamentali della nostra Repubblica. Questo metodo “narrativo” rende il volume avvincente e suggestivo, oltre che, cosa assai più importante, denso di significato e d’informazioni che appartengono ad un ambito più profondo di comprensione dei fatti storici e della “natura umana”.

Partendo dalla situazione esistente alla fine del Secondo Conflitto mondiale, attraverso le fasi dell’unificazione europea e dell’adesione alla Nato, ed analizzando le conseguenze del passaggio dal sistema elettorale proporzionale a quello maggioritario e degli attentati alle Twin Towers, emergono le direttrici che, ad avviso dell’autore, hanno segnato con continuità le azioni dei vari governi in politica estera.

I punti di forza dell’Italia in politica estera erano costituiti, durante tutto il periodo della guerra fredda, dalla propria collocazione geopolitica e dai contrasti esistenti tra i vincitori. I politici italiani cercarono ininterrottamente di trarre ogni possibile vantaggio dalla posizione geografica dell’Italia, al centro del Mediterraneo e quindi a diretto contatto, attraverso la Jugoslavia di Tito, con il blocco comunista; cercarono altresì di sfruttare ogni possibile contrapposizione tra i paesi vincitori per schierarsi dalla parte più vantaggiosa. L’adesione dell’Italia ai tentativi d’integrazione europea (necessari per poter usufruire degli aiuti economici del Piano Marshall) e alla Nato (un’organizzazione difensiva che coinvolgeva esplicitamente gli Stati Uniti nella difesa dell’Europa) avvennero quindi con modalità che furono peculiari del nostro paese: “l’ansia di partecipare e il desiderio di eludere le regole della partecipazione” (S. Romano, Guida alla politica estera italiana, p. 54), che si concretizzavano in “pubblici entusiasmi e private prudenze” (S. Romano, op. cit., p. 84). Per tutto il periodo della guerra fredda, dunque, l’Italia fece buon viso all’adozione della doppia scelta europeista ed atlantica, dettata dall’esigenza di ricevere gli aiuti economici americani, e di ottenere il supporto degli Stati Uniti nei giochi di potere interni alla Comunità Europea, fornendo in contropartita un’ottimale sistemazione logistica per le basi della Nato.

L’Italia non fu capace di creare e consolidare delle linee coerenti in politica estera durante gli anni della guerra fredda, e ciò per due motivi principali: l’instabilità ministeriale, e l’uso della pratica del trasformismo come strumento par excellence del potere politico, che implicava l’utilizzo della carica di ministro degli Esteri come “parcheggio” per i leader in attesa d’incarichi di maggior importanza nazionale, una prassi che rientrava in un più generale utilizzo strumentale delle cariche governative come pedine di scambio tra partiti.

Tale stato di cose, l’instabilità ministeriale e l’incoerenza in politica estera, produssero il loro frutto più amaro alla fine degli anni Settanta, quando l’ambasciatore americano rilasciò una brusca dichiarazione contenente, de facto, il veto americano all’ingresso dei comunisti al governo. E “gli uomini di governo si piegarono senza reagire ad un’esplicita imposizione straniera” (S. Romano, op. cit., p. 194). A prescindere dalla delusione di quanti pensavano che il proprio paese avrebbe dovuto mantenere almeno lealtà e coerenza, l’inflessibilità americana portò alla dichiarazione esplicita, da parte dei maggiori partiti politici italiani, della condivisione degli obiettivi europeisti ed atlantici, agevolando così la nascita, anche nel nostro paese, di una politica estera “bipartisan”.

Le direttrici, o la loro assenza, in politica estera rimasero costanti fino alla serie tumultuosa d’avvenimenti che caratterizzarono gli anni Novanta: il crollo del comunismo, e soprattutto, la modifica del sistema elettorale da proporzionale a maggioritario, nel 1993. Nel 1994 inizia infatti, per dirla con le parole dell’autore, “l’enigma Berlusconi”, ossia una coalizione di governo comprendente due forze euroscettiche (Lega Nord ed Alleanza Nazionale), amalgamata da un’insieme di “propositi generici e dichiarazioni sfuggenti” (S. Romano, op. cit., p. 274). L’altro polo, d’altronde, non aveva dato maggiori garanzie di stabilità, e il governo D’Alema (che aveva già sostituito il governo Prodi), privato dell’appoggio di Rifondazione Comunista nel 1998, dovette dimettersi, dimostrando ancora una volta che l’Italia era, fra i maggiori paesi europei, uno dei più deboli, e che niente, nel suo sistema politico, era veramente cambiato.

L’analisi di Sergio Romano si spinge ai primi anni del nuovo millennio, riscontrando la permanenza di fattori deleteri per l’immagine internazionale dell’Italia, quali la presenza di forze fortemente euroscettiche nel governo, e la consueta titubanza ad impiegarsi efficacemente nell’integrazione europea: quando Renato Ruggiero, ministro degli esteri, si dimise nel 2002 a causa dei contrasti interministeriali che impedivano di mantenere una linea di condotta coerente in politica estera, Berlusconi assunse l’incarico ad interim, confermando “che l’Italia aveva un pessimo sistema politico e che l’Europa, per Berlusconi, non meritava una baruffa ministeriale” (S. Romano, op. cit., p. 284).

La tesi dell’autore secondo cui - per l’Italia in particolare, ma oramai per tutti i Paesi europei - non si possa più parlare di politica estera, bensì di “sotto-politica” risulta, a nostro avviso, ampiamente dimostrata, e costituisce un valido strumento interpretativo per analizzare gli avvenimenti dei nostri giorni. Gli eventi successivi all’11/9, le guerre all’Afghanistan e poi all’Iraq, hanno palesato come alcuni attori internazionali siano in grado di definire le direttive planetarie, nonostante le critiche ufficiali ed ufficiose, e indipendentemente dalle regole del diritto internazionale. I rapporti di forza consolidati storicamente sono tali per cui all’egemonia americana non può in alcun modo contrapporsi un singolo Paese.

E proprio il tentativo di costituire un contrappeso a siffatta egemonia è stato l’obiettivo dell’integrazione europea dell’ultimo decennio. Tale obiettivo, però, non potrà essere raggiunto se non con la stabilità interna dei governi dei singoli Paesi, con la collaborazione costante e fattiva di tutti i Paesi europei, con la cessione di prerogative nazionali all’Unione. Finché le singole Nazioni s’illuderanno di poter attuare una politica estera indipendente, non potranno sfruttare appieno quelle che sono le vere armi di un’Europa concorde, e cioè la pressione economica e lo spessore culturale e scientifico-tecnologico. L’ostacolo maggiore al raggiungimento di questo obiettivo è costituito, secondo l’autore, dall’accanimento con cui le nomenklature degli Stati si aggrappano ai vecchi simboli di potere, e dunque all’attrito sostanziale che le istituzioni nazionali contrappongono alle spinte centripete comunitarie.

Indipendentemente dalle scelte che verranno prese in seno all’Unione europea, tuttavia, l’analisi di Sergio Romano dimostra con rara efficacia come solo un Paese coeso e con un sistema politico efficiente possa davvero difendere i propri interessi sul piano internazionale, un àmbito che, per quanto riguarda l’Italia, si è dimostrato influente, nel corso del tempo, anche in politica interna. Quel “s’è fatta l’Italia ma non si fanno gl’Italiani” che pronunciava preoccupato il Marchese D’Azeglio nell’Ottocento sembra oggi ancora attuale, e a complicare le cose ad un Belpaese di fatto incapace di darsi un sistema politico funzionale e ragionevole, davvero in grado d’aggregare armoniosamente la società civile, c’è un terribile quanto colpevole ritardo, giacché s’è fatta anche l’Europa, ma di europei autentici non se ne vede neppure l’ombra…

 

(Lia Correzzola)

 

 

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