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Il “sentimento del tempo” nei poeti del Novecento

 

Alessandro Castellari

 

         Già Sant'Agostino in un famoso passo dell'XI libro delle Confessioni si chiedeva: “Cos'è dunque il tempo?”, e con umiltà rispondeva: “Se nessuno m'interroga lo so; se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so”.

         Il tempo e la poesia. Un quadro novecentesco (CLUEB, 2008), curato da Elisabetta Graziosi, ripercorre questa domanda antica e nuova sul tempo interrogando le opere di alcuni grandi poeti del Novecento e intervistando alcuni poeti contemporanei come Ferdinando Bandini, Silvio Ramat, Davide Rondoni, Tiziano Rossi, Paolo Valesio. Antica e nuova la domanda sul tempo, perché la dimensione temporale è sempre stata decisiva per la riflessione estetica e la creazione letteraria, ma nel Novecento essa si pone al centro di una contraddizione: fra “l'ossessione moderna del tempo, l'incapacità di vivere senza il punto fermo degli orologi”, ovvero la “cronocrazia”, e la qualità non mensurale di essa che spesso solo i poeti riescono a cogliere: l'attimo ineffabile, il tempo sacro, la rivelazione epifanica, il “tempo opportuno” (il “kairós” dei greci), il suo scorrere precipitoso.

         La stessa polisemia della parola “tempo” sembra nascere dal suo carattere primitivo, polimorfo, intuitivo e analogico. Scriveva Henry Bergson nella Filosofia dell'intuizione (1908) che “c'è almeno una realtà che afferriamo tutti dal di dentro, per intuizione e non per semplice analisi: è la nostra propria persona nel suo scorrere attraverso il tempo”. Allora questa intuizione, impossibile da definire, spesso può essere espressa in parole solo attraverso metafore che afferiscano a esperienze e a modelli mentali: il tempo “fluisce”, “fugge”, “inganna”; il tempo è “edace”, è “mago”, è “ladro”, è “tessitore”, è “cacciatore”. Il “tempo” è tutte queste cose, perché questa parola così domestica è sempre ambigua, allusiva, conturbante.

         Gli stessi Futuristi, che assumono la nozione temporale nel loro nome avanguardistico e che provocatoriamente tendono ad abolire il tempo predicando l'uso del verbo infinito e la soppressione del soggetto nella sua dimensione temporale, se lo ritrovano ambiguamente incorporato nel loro stesso idolo della velocità che, come sappiamo dalle più elementari nozioni di fisica, non è altro che il rapporto fra lo spazio percorso da un punto mobile e il tempo da esso impiegato.

         Ma è solo coi grandi poeti del Novecento che si riesce a cogliere quel tanto di domestico e di misterioso, di Heimliche e di Unheimliche (per usare l'opposizione freudiana) che fa sì che la loro esperienza del tempo, il loro “sentimento del tempo” diventi parola rivelatrice. L'”ansia del tempo” di Clemente Rebora che “scivola in tutte le sue poesie, sostenuta da un impianto metaforico e simbolico coerente, dove l'immagine dell'acqua prevale su tutte”; la costante, altissima tematizzazione di Eugenio Montale in cui lo scorrere del tempo è rotto da improvvise rivelazioni e apparizioni; la fittissima rete di indicatori temporali di Giuseppe Ungaretti attraverso i verbi, gli avverbi, gli aggettivi, le preposizioni (E subito riprende il viaggio, come dopo un naufragio, in Allegria di naufragi); la “sospensione dell'accadere” in Cesare Pavese che gli permette di percepire l'essenza mitopoietica del tempo “come ritmo, pulsazione, fluire del sangue nelle vene”; i forti blocchi temporali antitetici, à tableaux, che in Pier Paolo Pasolini proiettano il tempo storico in spazi contrapposti: il passato in forma di ruderi della civiltà contadina, il presente in forma di squallidi caseggiati della periferia; la “riduzione” di Giorgio Caproni dell'enigma del tempo a giorni e a luoghi, ad alba/frigida, al colore/di malva della sera incipiente; la rilevanza epifanica del tempo che si fa “evento” in Mario Luzi sia attraverso la ridda di metafore della prima età ermetica, sia nella contemplazione della continuità e ciclicità degli accadimenti umani e naturali dell'età matura; l'arco di tensione in Alda Merini fra il “tempo opportuno”, quel preciso punto del presente in cui s'innesta l'eterno, e, dopo l'esperienza manicomiale, il tempo che pulsa nel corpo sofferente: Tempo perduto in vorticosi pensieri/ assiepati dietro le sbarre/ come rondini nude (in Vicino al Giordano).

         Questi brevi ed approssimativi appunti sui nostri poeti del Novecento forse danno l'idea  della ricchezza di analisi di questo libro. Il fatto poi che un gruppo di studiosi di diversa formazione abbia trovato “un punto di incontro non su un centenario da ritualizzare, ma su un grande tema di ricerca novecentesco”, come sottolinea Elisabetta Graziosi, mi sembra un ulteriore merito del volume.

 

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