Bibliomanie.it

 

Beppe Sebaste, Oggetti smarriti e altre apparizioni, Contromano, Laterza, 2009,  pp. 146, € 9,50

 

 

         «Si tratta di dare alle parole la stessa importanza che hanno nei sogni»: prendendo per buono questo avvertimento di Antonin Artaud, proviamo a interpretare l’ultimo libro di Beppe Sebaste, uscito come il precedente, Panchine, nella collana Contromano di Laterza, sorta di manuali di viaggio in bottiglia,  circumnavigazioni intorno all’umanità.

         Cosa  intende Sebaste per “oggetti smarriti”? C’è chi ha notato che essi stanno in situazione ossimorica rispetto alla seconda parte del titolo, “e altre apparizioni”, ma io credo piuttosto che si tratti di una perfetta equivalenza. Gli oggetti smarriti sono apparizioni, sono fantasmi (da faino, appaio), in pratica sono epifanie. E lo sono in quanto smarriti, decentrati, dislocati. «Le cose non spariscono/ si spostano/ come il peso da una gamba all’altra» dicono i versi di Elisa Biagini[1].

         Ma facciamo un passo indietro. Il libro si compone di un certo numero di testi, alcuni inediti e altri già proposti, con varianti, su quotidiani, su riviste, sul  blog[2] di Sebaste, sempre aggiornato. Lo scrittore ha dunque scelto non la strada del saggio compatto – in contemporanea usciva ad esempio La vita delle cose di Franco Rella – ma quella della scrittura mista, delle angolazioni diverse attraverso stili ibridi: il racconto, l’articolo, la memoria, il sogno. E’ sempre stata una delle cifre di Sebaste, questa “misticanza” che produce senso nel suo farsi, nel suo aggiungersi man mano di annotazioni che il lettore accumula, tiene insieme, dimentica, riprende, ricostruisce, secondo una tecnica che sembra mediata dalla pittura contemporanea. Così era nel romanzo Tolbiac e poi in H.P. L’ultimo autista di lady Diana: un ritmo di inchiesta o di vagabondaggio che ad ogni giro, come nello scheletro del gasteropode, produce   qualcosa di nuovo.

         Per alcuni mesi al Palazzo delle Esposizioni di Roma si è tenuta la mostra antologica di Alexander Calder: nell’ottimo catalogo viene riportato un pensiero di Dewey: «laddove è tutto già completo, non c’è appagamento” (Arte come esperienza, 1934) Un’esperienza è un qualcosa che vogliamo completare; le esperienze nuove ci colpiscono perché solo col tempo si impara dove guardare, e di impulso le ancoriamo alla memoria.

I testi di Sebaste hanno questa caratteristica, paiono smarrirsi, divagare, tremare, esitare, e invece colano colore, cioè senso, nel loro farsi; si tratta di passare, di saper passare, dalle apparenze alle apparizioni.

         Che siano oggetti o persone non cambia:  entrambi stanno dentro lo smarrimento, smarriti sono gli oggetti  come lo possiamo essere – lo siamo – noi umani, quando ci troviamo (continuamente) a non essere “a casa”. Gli oggetti smarriti, cioè le apparizioni, hanno un vantaggio in più rispetto agli oggetti e alle esperienze comuni (le apparenze): lasciano l’ombra, e mettono in scena il desiderio. Con le parole del poeta Cardarelli:

«Felicità, ti ho riconosciuta dal passo con cui ti allontanavi».

Ha ben ragione Chiara Valerio[3] quando dice che la nostalgia è  madre-patria narrativa di Sebaste, ma più che di matrice pascoliana io la sento leopardiana (il nostro poeta filosofo): è una nostalgia che è dislocazione.

         L’epigrafe “seria” che Sebaste dichiara di volere per il suo libro è tratta dal suo amatissimo Beckett[4], dal romanzo Murphy, nel quale si stabiliscono due assiomi basilari:  che la vita è figura e sfondo ed è uno smarrirsi sulla strada di casa.

Ora, la polarità figura/sfondo, ovvero significato/significante, rimanda sicuramente a un percorso, a quel fort/da del rocchetto tirato e richiamato dal bambino, come Freud ha stupendamente intuito, per rielaborare la perdita. E la strada di casa è continuamente conquistata e persa, specie quando si ha a che fare con la lingua: il proprio delle parole è non arrivare mai a segno, o meglio giungere come detriti, come resti. Trattano ogni strada come strada di casa (l’esperienza del “qui” e del “questo”, in Pascoli e in Leopardi), eppure continuamente la smarriscono. Si pensi, in ambito artistico, alla fascinazione delle fotografie “di indugio” di Luigi Ghirri (autore amato da Sebaste), dove lo sguardo prova a farsi abitatore e non viandante; si pensi ai dettagli dei quadri trattati come punctum di significazione (Antonella Anedda ne ha scritto recentemente con grande maestria[5]) o alle bottiglie di Giorgio Morandi  in cui Jaccottet sente un «sospetto di attesa»[6]

         Quel che il perduto esige  è di restare in noi in quanto perduto, e per questo si fa apparizione. Per uno scrittore la lotta è quotidiana, perché le parole sono oggetti smarriti per eccellenza: «Il linguaggio è il mio sforzo umano. Per destino devo andare a cercare e per destino torno a mani vuote. Però ritorno con l'indicibile. L'indicibile mi potrà essere dato solo attraverso il fallimento del mio linguaggio. [...] La rinuncia è una rivelazione» Così ci indica la scrittrice Clarice Lispector[7], anche lei, come Elisabeth Bishop[8], regina della perdita.

         Beppe Sebaste  ha preso su di sé il compito di trasformare le apparenze in apparizioni per passione civile (per questo lo metto vicino a Leopardi, del resto lo fa anche Antonio Prete[9] nella sua recensione a Panchine): perché non si stanca di ripeterci che la politica è desiderio, l’utopia concreta di un altro modo possibile di stare e di essere felici. Così l’indugio, l’attenzione, la visione sono strumenti che il politico deve usare per ricondurre la gente «a casa». Sebaste lo fa continuamente, nei suoi articoli su Repubblica e sull’Unità, nei suo interventi civili. E’ lo stesso spirito che lo ha portato a redigere il catalogo degli oggetti smarriti nel volo «perduto» di Ustica, ora portati al bolognese – bellissimo -  “Museo per la memoria di Ustica” ideato da Boltanski.

Stanno in contenitori coperti da teli neri. Stanno lì, non si vedono. Ma sono le parole di Sebaste che ce li fanno vedere, che ce li sospendono addosso, ce li avvicinano e ce li allontanano,  che ci ricordano che la strada di casa è lunga e tortuosa; ma che possiamo avere fiducia nella apparizioni del linguaggio.

 (Magda Indiveri)


 

[1] Elisa Biagini, Uova (poesie, edizione bilingue), ZONA edizioni 1999

[3] Chiara Valerio, “Ogni cosa è sempre qualcos’altro”, Nazione Indiana: http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/ogni-cosa-e-sempre-qualcosaltro/

[4]Sul sito di Rai3, nel programma Damasco è possibile scaricare in podcast un intervento di Sebaste su Beckett:
http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/damasco/puntate.cfm?first=51&Q_PROG_ID=309&Q_TIP_ID=0 , cliccare sul logo Damasco e poi cercare nella "radiolina" a ds la data  19-3-2007

[5] Antonella Anedda, La vita dei dettagli, Donzelli 2009

[6] Philippe Jaccottet, La ciotola del pellegrino, Casagrande 2007; una recensione qui: http://www.bibliomanie.it/philippe_jaccottet_ciotola_pellegrino_morandi_indiveri.htm

[7] Clarice Lispector, La passione secondo G.H., Feltrinelli 1991

[8] Elisabeth Bishop, “L’arte di perdere”: «L’arte di perdere non è una disciplina dura…»

[9] Antonio Prete, recensione a B.S. ,  “L’immaginazione” , n 243, nov-dic  2008; ora  visibile in  http://www.beppesebaste.com/libri.html

 

Bibliomanie.it