Dedicato a tutti gli studenti che ho cercato di educare dall'ottobre del 1969 al luglio del 2006. Alla scuola media per cinque anni, in un Istituto professionale femminile per un anno, al ginnasio e al liceo per 31 anni, e alla Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario dell’Università per sei anni. Tutto questo finora (10 luglio del 2006).
oJ de; ajnexevtasto" bivo" ouj biwto;" ajnqrwvpw/",
la vita senza ricerca non è vivibile per l’uomo.
Platone, Apologia di Socrate, 38 a.
Atto primo.
Scena unica
Ambientato nel novembre del 1980, in un’aula di un liceo classico tradizionale. Allievi di prima liceo. Parlano due studenti. Il primo è realista, il secondo ottimista.
Primo studente.
Gli anni scorsi abbiamo lavorato con un metodo non usuale, con un maestro insolito, quasi scandaloso per questa scuola. Mi chiedo se andrà bene anche ai nuovi insegnanti un sistema di lavoro tanto raro.
Secondo studente.
Non può non andare bene. Oltre a svolgere i programmi ministeriali, abbiamo letto tanti libri e ne abbiamo tratto il gusto di riflettere sui sentimenti, le idee, i diritti e i doveri degli uomini. Abbiamo lavorato con una sensazione di gioia.
Primo studente.
Appunto: è una cosa sospetta per chi non l’ha mai provata.
Secondo studente.
Comunque, anche da un punto di vista strettamente scolastico siamo ben preparati.
Primo studente
Infatti. Dobbiamo sperare che i nostri docenti ne sappiano più di noi, altrimenti non possono insegnarci nulla, e per giunta si offendono.
Secondo studente.
Perché? Potranno imparare qualcosa da noi, mentre ci insegnano quello che sanno; se non altro il loro metodo. Non credo che non sappiano niente: sono uomini e donne di scuola, e dovrebbero essere anche persone di cultura. Resteranno sorpresi, ma piacevolmente, dalle letture che abbiamo fatto.
Secondo studente.
Può essere; ma se loro non le hanno fatte, non vogliono farle e conoscono solo i manuali, vedrai che per rivalsa ci accuseranno di avere trascurato la tecnica linguistica.
Secondo studente.
Vuoi scherzare? Per due anni, tutti i giorni, abbiamo lavorato su grammatiche e sintassi, con regole, eccezioni, esercizi e verifiche. Abbiamo studiato le lingue antiche con ordine e tenacia esemplari, affaticandoci anche.
Primo studente.
E’ vero; però abbiamo pure provato il piacere della letteratura, della storia, della filosofia con l’insegnante di lettere.
Secondo studente.
E questo non è oggettivamente un merito?
Primo studente.
Lo è per uno come il nostro ex maestro che crede nell’uomo e mira allo sviluppo del pensiero umano; ma se i nuovi professori sono dei repressi ed hanno nel mirino la repressione nostra, negheranno perfino la possibilità di uno studio chiarificatore che stenebri la mente e le tolga i ceppi dei luoghi comuni.
.
Secondo studente.
Tu dici che possono essere tanto malati? Io spero di no.
Primo studente.
Io pure. Infatti se sono malati, rendono malati anche noi.
Secondo studente.
Come?
Primo studente.
Come loro.
Secondo studente.
In che modo?
Primo studente.
Ci rendono diffidenti trattandoci con diffidenza, ci fanno diventare servili gratificando chi li asseconda in maniera adulatoria e umiliando chi li confuta con ragione. Ci rendono insicuri dei valori estetici ed etici, affermando il brutto morale con parole ed atti. Ci danno cattiva coscienza del lavoro intelligente che abbiamo svolto in questi anni, abituandoci a un apprendimento manualistico, meccanico e sottoposto a controlli ignobili, pieni di malafede.
Secondo studente.
Cerca di non essere prevenuto! Perché dovrebbero essere moralmente e intellettualmente ubriachi?
Primo studente.
Perché tali stanno diventando i capi della nazione, e costoro li imitano. Comunque ne arriva una: sentiamo cosa dice.
Secondo studente.
Sì; poi facciamole delle domande.
Entra una docente di età indefinibile. Brutta assai.
Docente.
Buongiorno ragazzi. Sono la nuova insegnante di lingue classiche. Spero che potremo lavorare insieme proficuamente, anche se il mio metodo risulterà un attimino diverso da quello del vostro ex professore. Vorrete sapere qual è il mio scopo: ebbene io mi propongo di darvi una disciplina mentale attraverso il greco e il latino. Se volete diventare professionisti rispettati, cominciate subito ad essere studenti ordinati. Ma che cosa vuol dire essere ordinati, e l’ordine che cos’è, chiederete voi. Ebbene, il mio ordine è questo: ognuno stia al suo posto. Qui dentro, per esempio, io devo insegnare, e voi dovete studiare. Studiare non è la morte di nessuno: quando avevo la vostra età lo facevo pure io. Ogni cosa a suo tempo, e tutto ordinatamente. Non dovete pensare: “Beata lei che ha finito gli studi e ora prende lo stipendio”; la vita è fatta di turni: oggi a me, domani a te. Vivere corrisponde a fare un’equazione: togli da una parte, metti dall’altra. Non lavoro, però studio, oppure studio perché non lavoro. Avete capito? Io posso permettermi di non studiare, io lavoro; voi no, voi dovete affaticarvi sui libri siccome non lavorate. Anche questo è ordine, anzi è un ordine che vi do subito.
Studentessa, carina e intelligente.
Allora, se ho capito bene, il dovere di studiare riguarda solo noi.
Docente.
Voi siete i discenti. Certo, per me adesso non è necessario: è un optional, come modernamente e simpaticamente si dice. Perché io sono moderna e vi capisco! Ma io ho studiato, eccome! Io ne ho date di soddisfazioni ai miei genitori, agli insegnanti, ai signori presidi! Cercate di darne anche voi ai vostri; non c’è piacere più grande nella vita, credetemi, che sentirsi dire “bravo!” dai superiori!
Studentessa a studente, sottovoce.
Ha un Super Io grosso come una balena: ha inghiottito la schiuma e la feccia di tutte le autorità che ha individuato.
Studente a studentessa.
Lasciamola concludere; dopo le faremo delle domande.
Docente.
Cosa? Ah, niente...
Io non ho dimenticato il tempo in cui stavo dall’altra parte. Era bello, era brutto? Chi può dirlo? Ora sono docente di ruolo A, ma forse, in fondo, non sto meglio di allora. Lo so: voi a scuola ci venite mal volentieri, vi annoiate, studiate contro voglia; vorreste evadere sempre, e aspettate la fine delle lezioni con ansia. Ebbene, dall’alto della mia esperienza vi garantisco che non cambia niente. Considerate la vita della sottoscritta: la mattina deve alzarsi presto per sistemare i bambini propri, poi viene qua a occuparsi dei figli degli altri, quindi corre a casa per preparare il pranzo. Dopo pranzo, deve sbrigare tante faccende, riordinare, ripulire, seguire le creature. Così si fa notte. E il giorno seguente si ricomincia da capo.
Studentessa.
La fatica di Sisifo.
Docente.
Sì, mi sembra di ricordare. Non si finisce mai di sgobbare. Però non dobbiamo lamentarci, bensì stimolarci con il senso del dovere. Del resto, ditemi voi, se non siamo utili a nessuno, cosa viviamo a fare?
Studente.
Vedo, signora, che lei è molto impegnata nel servizio del suo prossimo, dei congiunti più vicini. Ma qui, a scuola, per noi, che cosa intende fare?
Docente.
Oh questa è bella! Farò quello che devo: l’insegnante di latino e greco! Vi detterò le traduzioni e i paradigmi dei classici in programma, vi leggerò e commenterò le pagine più significative dei manuali, vi suggerirò le bibliografie che voi, nel tempo libero, potrete usare per approfondimenti e ampliamenti. Voi dovrete lavorare in armonia con me, senza procurarmi inquietudine. Ordine e armonia sono sinonimi di vero umanesimo. Questa è appunto una scuola umanistica, di persone per bene, dove si impara ad essere umani con decoro.
Studentessa.
Come ci aiuterà dunque a sviluppare la forma umana che abbiamo dentro?
Docente.
L'ho appena detto, ma lo ripeto. Questa volta però dovete capirlo. La mia educazione funziona nel modo seguente: io tradurrò gli autori in programma, consultando un quaderno compilato da me stessa. Così avrete una versione precisa e definitiva, indubbiamente più sicura che se fosse ricordata senza l’ausilio prezioso del foglio scritto. In fondo al vademecum ci sono i paradigmi, che dovrete imparare a memoria. Con questo lavoro meticoloso, voglio fornirvi un modello di serietà e precisione. Sapete: al giorno d’oggi, tante cose vanno a casaccio. Qui dobbiamo lavorare con rigore scientifico.
Studentessa.
Scusi signora, ma come possiamo farci un’idea della cultura greca dai paradigmi e dalle traduzioni dettate?
Docente.
Cosa intendi con idea?
Studentessa.
Intendo l’elemento visivo: dagli eroi omerici, che cadono come le foglie, ma rendono onore alla propria vita con il coraggio, con l’intelligenza, fino ai voli metafisici dell’anima eterna di Platone, “simile alla potenza unita di una biga alata e di un auriga” (1), tutto si vede; mentre leggo, appaiono immagini che mi inquietano, mi fanno pensare, mi commuovono e mi aiutano a conoscere l’essere umano incluso in me. Via, lei mi capisce: intendo l’ijdei'n (2).
Docente.
Certo: è l’infinito dell’aoristo di oJravw (3), io lo so; e tu lascia perdere i voli metafisici dei filosofi, che non sono tenuta a conoscere, e, francamente, non mi interessano. Infatti, io voglio procedere con rigore scientifico, te l’ho già detto, per radicarvi alle cose concrete. Te lo ripeto ancora: manuali, regole e paradigmi.
Secondo studente.
Signora, i paradigmi sono esempi senza i quali non esiste efficacia educativa, lo so. Ma devono essere esempi di virtù, di giustizia, di generosità, di bellezza: sono questi i modelli di cui una scuola e una nazione hanno bisogno.
Docente.
Vi ho detto di non preoccuparvi: i paradigmi li ho imparati a memoria tutti, o quasi; quelli che non ricordo li vado a pescare nel quaderno dove li tengo in ordine alfabetico. Metterceli, a suo tempo, è stata una fatica erculea, e voi dovreste apprezzarne il valore. Questo è un esempio anche nel senso che dice lei: un paradigma di diligenza.
Secondo studente.
Può essere; però la sua impostazione tecnicistica ignora l’aspetto eroico, quello estetico, l’etico, l’agonistico della civiltà greca, e chissà quanti altri che noi non conosciamo.
Docente.
Troppe cose in una volta.
Secondo studente.
Ha ragione. Le faccio un esempio. Pensi al secondo stasimo dell'Edipo re , quando il coro chiede a Zeus di non porre fine alla nobile gara benefica per la città4. Io sono convinto che tanti giovani demoralizzati, privi di idee, vuoti di entusiasmo, carenti di vita, trarrebbero incoraggiamento da un agonismo teso alla kalokajgaqiva (5). La letteratura e la filosofia greca vogliono educare al bello morale.
Docente.
Lasci perdere la filosofia, che non mi riguarda, e dimentichi la meschina competitività fautrice di invidia.
Secondo studente.
Lei non ha capito; io auspico una gara di generosità: un lavoro politico che sia utile e susciti entusiasmo qui nella povli" (6), o almeno nel nostro liceo. Lei, professoressa, può essere la nostra guida: ha passato la vita a leggere gli autori dell’umanesimo; ci aiuti a trovare l’idea che ogni uomo è una creatura sacra e non deve essere avvilito dalla prepotenza di altri uomini, né violentato o deriso dal potere. Se non raggiungiamo questa coscienza, per quale motivo dovremmo alzarci la mattina?
Docente.
Io mi alzo per sistemare i bambini, lei per venire qua a fare il suo dovere. Ma non sembra che ne abbia una gran voglia. Il suo è un discorso superbo e contorto. Lei ha perduto di vista la modestia e la semplicità che insieme costituiscono la pura naturalezza.
Secondo studente.
Ma si guardi intorno signora professoressa! Dov’è la naturalezza? Non vede che i giovani si drogano, si ubriacano, si stordiscono poiché non sanno trovare né Dio né l'uomo dentro se stessi? E siccome rimangono al livello animale della loro esistenza, si rendono simili alle bestie chine a terra e schiave del ventre. Raccolga questo mio appello: ci aiuti a trovare una natura meno guasta di questa che ci assale da tutte le parti: la città è piena di siringhe, di facce livide e siringhe. I drogati mi ricordano il gregge di Ades custodito da Cerbero.
Docente.
Mi pare di avere già sentito questi discorsi.
Secondo studente.
E’ vero, il mio discorso sa di libri più che di uomini ed esperienze; ma se non avessi fatto delle letture buone, non avrei armi con le quali difendermi dalla volgarità e dalla violenza. Due anni fa, questa classe ha iniziato uno studio appassionante sui testi classici della cultura europea: la ricerca della nobiltà della stirpe umana: una razza che sa guardare il cielo con gioia, sa spregiare i miseri quattrini, sa apprezzare il bello, sa dire di sì alla vita. Continuare tale lavoro per me, per molti, è un’esigenza profonda. Ci dia una mano. Dio gliene renderà merito.
Docente.
Per le vostre ricerche è aperta la biblioteca tutti i giorni, dalle dodici alle tredici meno cinque; andate là con la mia bibliografia, compilate una scheda, prendete un libro in prestito, portatelo a casa, studiatelo e provatene orgoglio, se vi sembra giusto. Entro un mese però dovete restituirlo, altrimenti vi mandiamo i carabinieri a casa. Così vi abituate a fruire delle biblioteche consapevolmente e responsabilmente.
Secondo Studente.
Signora, alla nostra età abbiamo bisogno di una guida.
Docente.
Appunto: vi do la bibliografia che i miei professori, gli emeriti, mi diedero all'Università.
Secondo studente.
Non basta: è necessario l’adulto esperto della materia che dia la visione generale, che riunisca in sinossi le conoscenze frammentarie, che metta ordine nell’apprendimento di un giovane cui mancano le categorie mentali dove collocare ordinatamente le nozioni.
Docente.
Ma che cosa vuol dire? Lei pecca di astrattezza. Io di fatto posso leggere in classe le pagine più chiare dei manuali ed indicarvi le parti da sottolineare. Ma crede davvero di risolvere le sue difficoltà in questa sede con lo studio del greco e del latino? Il problema è quello di riuscire a svolgere i programmi ministeriali nel breve tempo a nostra disposizione: io devo dettare le traduzioni e voi dovete impararle con i paradigmi. Questo non è un lavoro meccanico: ha una sua filosofia. Quando studiate a memoria con umiltà e con onestà le forme cardinali della lingua e le pagine dense e salate dei manuali, vi abituate a una disciplina essenziale per il successo nella vita: imparare a ubbidire senza discutere e senza almanaccare tanto. I ragazzi si drogano perché non hanno certezze; io qua ve le do: paradigmi e obbedienza ai superiori. Vita nobile, di razza, significa vita gerarchicamente ordinata, dove l’inferiore si sottomette, com’è naturale, a chi detiene il potere. Considerate il microcosmo del nostro istituto: qui non c’è confusione da quando è arrivato il superiore attuale. Cosa ha fatto? Semplice: ha irreggimentato gli studenti, ed ora le lezioni sono seguite. Voi prima non c’eravate, ma io c’ero, e voglio informarvi. Pensate: con la precedente gestione i ragazzi rumoreggiavano nei corridoi per tutto il tempo, o uscivano addirittura dalle porte aperte dell’istituto! Tranne quando avevano in classe uno di quegli insegnanti sovversivi che, atteggiandosi a divi, si esibiscono per tre ore al giorno, spiattellano idee cariche di malizia e, con la scusa di interpretare i testi, attribuiscono al defunto Sofocle, per esempio, le loro convinzioni malsane, onde plagiare i giovani e indurli alla disobbedienza. Il Signor Preside, assai giustamente, ha eliminato o degradato questi falsi profeti ed ha premiato me, onorandomi con una promozione. Contemporaneamente, ha sprangato i cancelli: così gli studenti rimangono bloccati nelle aule, o per lo meno nell’edificio, e imparano che un professore è comunque degno di ascolto, se non altro perché è un superiore. Il vostro ex insegnante era uno di quei sobillatori ascoltati nei tempi bui, ed è stato punito.
Primo studente.
Veramente l’abbiamo ascoltato con interesse anche nei tempi chiari di questa gestione carceraria.
Docente.
Io sono stata promossa dal ginnasio al liceo perché non ho mai fatto concessioni alla demagogia. Una volta, perfino i ginnasiali osavano non ascoltare o perfino sciamare via. Ma io continuavo a leggere grammatiche e manuali, anche se in classe restava un ragazzino solo che a sua volta leggeva il giornale. E leggerò ora, a maggior ragione, con l’aula piena. Infatti, non vi serve studiare il significato di Ulisse nella letteratura occidentale, come pretendono certi fanfaroni capaci di legare Omero non solo a Dante, ma a Joyce, se non conoscete i nomi dei genitori di Eschilo, e il perfetto di tutti i verbi, compreso lambavnw (7). Tuttavia la “nobile gara”, come la chiama lei, ci sarà, non dubiti: chi ricorderà il maggior numero di paradigmi avrà il voto più alto. Non c'è modo migliore di ripristinare l’agonismo dei Greci.
Studentessa.
I suoi colleghi “educano” alla maniera sua?
Docenti.
I migliori insegnano come me, però sono più fiscali nella valutazione e nella sorveglianza degli scritti.
Studentessa.
Fiscali riguardo a che cosa, se non insegnano niente?
Docente.
Come si permette?
Studentessa.
Mi scusi. Fiscali in che modo?
Docente.
Quando vi interrogano, vogliono che voi ricordiate quanto ricordano loro: infatti, una è la verità, uno il sapere. Quando fanno la sorveglianza, si aspettano un comportamento sleale, data la malizia connaturata agli adolescenti. Voi dovrete convincerli della vostra schiettezza con un comportamento irreprensibile: assecondandoli sempre.
Suona la campanella.
Allora ci siamo intesi. Noi dobbiamo ricominciare la letteratura greca che è stata assassinata con il parlare di Joyce o di Nietzsche. Per domani, studiate il manuale da pagina uno a pagina cinque: la vita di Omero.
Primo Coro.
La classe.
Ho passato due anni a studiare
la cultura europea,
con tensione di tutte le forze
per centrare l’idea della vita morale.
Ho tenuto la mira sul bello morale,
e ho imparato a pensare
cosa valgano il coraggio, l’onore, l’ingegno
dell’omerico eroe;
la giustizia del mondo eschileo;
la pietà religiosa di Sofocle che santifica l’uomo;
e, di Euripide, la compassione dal dolce pianto,
la mente che rende malato l’eroe,
la madre furente;
la Pianura della realtà cui anela Platone;
la buona mente e il furore di Seneca,
la satira dell’Arbiter cesellatore dei vizi (8),
la sofferenza di Dostoevskij impregnata di idea,
il potenziamento dell’uomo di Nietzsche,
l’almanaccare ozioso di Svevo,
il borghese e l’artista di Mann,
l'angoscia contagiosa di Kafka,
la donna pensante di Ibsen,
l'inconscio e il pansessualismo inquietante di Freud,
la terra di Eliot in attesa di pioggia divina,
i salotti mondani di Proust che vuole sbucciare le cose,
i topi di Joyce affogati in barili di birra irlandese.
Ma adesso quel tempo è lontano.
E’ arrivato il momento
di fissare all’orecchio
la parola leggera del manuale
e il paradigma fugace.
Che i miei studi passati sian vani comunque
giudizio verace non è.
Ho imparato che l’Uomo
destinato al dolore e alla morte,
effimero come le foglie,
con potenza di mente e purezza di cuore
può forzare il destino a portarlo di là.
Al di là del dolore, al di là della morte,
resta il bene che fai,
l’amore che dai,
la giustizia che rendi,
il bello che crei,
il vero che cerchi,
e la nobile stirpe dell’Uomo
che sempre procede,
e se cade talora o declina,
risorge con nuovo vigore
come foglia nella selva fiorita al tempo di primavera.
Il bene cos’è?
E’ capire la parte profonda della nostra persona,
è sconfiggere mostri paurosi generati da antichi dolori,
per attingere il massimo oggetto di scienza:
che nell’umana creatura c’è Dio.
Amore cos’è?
Un assillo che spinge a creare nel Bello.
Giustizia cos’è?
E’ luce serena che rischiara ogni vivere onesto,
è fiamma vitale che scalda lo sguardo profondo del buono,
è il lampo sinistro che svela la colpa
dello stolto violento, dell’ipocrita triste,
e infine, tremendo, li abbatte.
Il bello cos’è?
E’ ricchezza interiore che dagli occhi si irradia su tutto l'aspetto
e diviene armonia delle membra, alto stile di vita.
Il vero cos’è?
E’ oggetto d’indagine eterna:
senza esame non è degna di essere vissuta
la vita dell'uomo.
Secondo atto.
Scena unica
Il Preside. La classe.
Preside. Un uomo non bello, nemmeno piacente, anzi piuttosto sgradevole.
Effettivamente voi senza esame non potrete accedere all'Università. Lasciate perdere i ricordi e guardate al futuro: avete davanti un corso di studi più elevato, e professori dagli intenti più limpidi. Perché dobbiamo dirla una buona volta questa benedetta verità: voi nell'ultimo biennio avete seguito un corso immorale. Ho sentito, senza volere, mentre passavo casualmente di qua, alcune parole della vostra strana, incresciosa lamentela: volevo retrocedere, poiché non mi piace avere l’aria di ascoltare mentre mi avvicino e non intendo; tuttavia, alcuni nomi sospetti di quella cantilena fastidiosa, mi hanno indotto a proseguire, francamente controvoglia, fino alla vostra presenza. Ed eccomi qua in mezzo a voi. Ebbene, io vi dico chiaro e tondo: non posso tollerare che nella mia scuola si leggano autori scelti con il criterio e il gusto dell'immoralità. E' una storia vecchia di due anni: quando presi la doverosa decisione di mettere ordine qua dentro, il sobillatore vostro commentava il Satyricon in una terza liceo di ragazze, il Simposio in seconda, e il canto di Nausicaa in prima. Come vedete c’è sempre il sesso nella testa di quell’uomo che vi plagia! Il sesso e la politica: mi risulta che ha scritto articolacci dove si legge, fra l’altro, che, per vedere chiaro nelle stragi, bisognerebbe togliere il segreto di Stato. Senza contare il torbidume erotico di cui mena vergognoso vanto. Io certe porcherie non le ammetto perché sono padre di famiglia e so quanto è facile turbare la sensibilità inquieta degli adolescenti. Sicché, appena arrivato, cercai di ripulire la scuola da tanto marciume, ma non potei arrivare al repulisti definitivo poiché quello aveva l'appoggio degli studenti e dei genitori plagiati; tuttavia riuscii a sottrargli due classi sbattendolo in una quarta ginnasio: la vostra. Speravo che si sarebbe vergognato di trattare sesso e politica in una classe di quattordicenni; invece, colui ha rincarato la dose: al Satyricon completamente guasto, al Simposio pericolosamente ambiguo, al sesto canto dell’Odissea maliziosamente interpretabile, ha osato aggiungere le laidezze sovversive che stavate rievocando or ora con la vostra nenia triste e spudorata. Freud, Svevo, Joyce, Kafka, Mann, Proust: non mi curo di leggerli poiché non mi sento attirato dalla putredine morale della decadenza; però, se i punti cruciali sono quelli raccolti per caso dal mio orecchio: pansessualismo, giustizia, vizi, topi affogati, allora il ginnasio F non è piegato al mio volere, ma si lascia indirizzare da quella brutta persona sulla via raccapricciante dell’anarchia politica e della trivialità pseudoculturale.
Studentessa.
Non è vero Preside, lei è informato male.
Preside.
I miei informatori - docenti, segretari, bidelli - sono persone serie, precise, e mi hanno riferito le sconcezze che sono state dette in questa classe; lerciume che il vostro lamento opprimente del resto conferma. Sapete che cosa vuol dire pansessualismo? Tutto sesso, tutto sesso. E giustizia? Vergognosa polemica sociale. Alcuni di quei libri li ho letti; non sono poi tanto disinformato: il Simposio contiene un’apologia dell’omosessualità; il Satyricon è la bibbia della corruzione, e dopo tutto anche il Seneca morale del vostro bel giustiziere, bastonava a sangue gli schiavi. No, certi scandali non li tollero più; quel sobillatore lo manderò via, e pure voi, se manterrete questo atteggiamento, sarete smembrati.
Studentessa.
Sì come Penteo dalle Baccanti, oppure Atteone dai cani.
Preside.
Volete insegnarmi qualcosa? Io non ho niente da imparare.
Studentessa.
No, infatti, lei no. Io però a questo punto capisco che non si tratta più di una faccenda personale tra lei, un docente buono e uno cattivo: ora la questione è politica, ed io ne voglio parlarne alla classe, anche se lei non è più capace di imparare.
Preside.
Come ti permetti? Stai peggio?
Studentessa.
No. Sia gentile e mi lasci parlare. Oramai non solo la nostra classe, ma tutto l’Istituto, anzi tutto il paese, sente un bisogno profondo di pulizia morale e d’intelligenza efficiente. Noi abbiamo lavorato efficacemente nel senso della moralità: ecco perché rifiutiamo i sistemi mafiosi che penalizzano l’intelligenza morale.
Preside.
Non è vero.
Studentessa.
Lei dice “non è vero”. Io affermo che il suo non è un giudizio perché lei non ha seguito il nostro lavoro: l'abbiamo invitata diverse volte, ma ci siamo sempre sentiti rispondere che l'atmosfera di questa classe non le è congeniale. Avrebbe potuto in ogni modo verificare il valore anche specificamente scolastico del nostro lavoro dai compiti scritti che le sono stati regolarmente consegnati. Ora faccio un tentativo estremo contro la sua ostinata volontà di non capire, e le spiego la sostanza del nostro impegno. Spero che il mio rendiconto valga più dei sospetti scatenati dai pettegolezzi insistenti delle spie, quasi un constans rumor (9) da impero tacitiano. Le mie affermazioni non sono sospette siccome non hanno speranza di lucro di fronte a lei e agli attuali docenti; anzi, so bene che se non riuscirò a convincerla, non avrò vita facile in questo istituto e forse dovrò andarmene, ma sono disposta a correre il rischio: una scuola che elimina persone desiderose di imparare, che annoia e mortifica invece di vivacizzare le menti, che annebbia le coscienze invece di trarre luce dal fumo, non è degna di essere considerata un luogo di educazione, né di essere frequentata.
Preside.
Queste sono parole di una persona plagiata.
Studentessa.
Non siamo stati plagiati, bensì influenzati da una persona, un maestro che abbiamo a nostra volta stimolato a studiare molto.
Preside.
Ammesso e non concesso che quello studiasse, voi che cosa facevate?
Studentessa.
Lui studiava, poi ci riferiva le sue letture con piacere, con chiarezza e pathos, cioè in maniera viva, commentandole attraverso altre letture, i suoi sentimenti, i suoi pensieri, e facendo confronti con le proprie esperienze di uomo umano. In tal modo ci provocava a leggere, a riflettere, a reagire con il nostro punto di vista per il quale provava interesse e rispetto; insomma lavoravamo tutti con lo stesso scopo: progredire insieme e renderci migliori a vicenda. Quando lo criticavamo, anche aspramente, poiché le sue provocazioni avevano messo in crisi i luoghi comuni sui quali ci eravamo adagiati, lui reagiva impegnandosi di più, approfondendo ancora, scavando il terreno sotto il pregiudizio per farlo crollare, senza reprimerci né lasciarsi scoraggiare. In questo modo, ci dava un esempio di fede ferrea in quanto faceva, ci mostrava con un lavoro instancabile che la cultura è la nobiltà dell'uomo e l'educazione è divina.
Preside.
E allora?
Studentessa.
Allora noi venivamo a scuola provando un senso di accrescimento vitale quando c'era lui. Adesso non c'è e noi già sentiamo la noia, per non dire la nausea nei confronti della scuola. Vuole sapere perché?
Preside.
Io lo so: perché non avete ancora preso coscienza che a scuola non si viene per divertimento.
Studentessa.
No. Noi ci sentiamo mortificati in quanto è mortificante l’atteggiamento di chi dovrebbe educarci. Abbiamo sentito parlare questa professoressa che ci ha preannunciato il suo stile di insegnamento, e quello dei suoi colleghi. Alcuni anzi li abbiamo conosciuti durante il biennio. Dovrebbero invogliarci a leggere, e pretendono lo studio mnemonico del manuale; dovrebbero esortarci a pensare con il nostro cervello, e non ammettono confutazione dialettica; dovrebbero incoraggiare la fede nell’uomo, sempre vacillante nel tempo della violenza, e ripetono dentro le aule la brutalità, la malafede, la diffidenza del rapporto umano più degradato: quello del despota pazzo con i sudditi demoralizzati. Il tiranno classico è il loro modello. Questo è violento, ipocrita e corrotto? Lo sono anche loro. Sono ipocriti, siccome vogliono simulare conoscenze che non hanno e sanno di non avere. Sono violenti, poiché cercano di imporci la loro miseria mentale sottraendoci la cultura cui abbiamo diritto. Sono corrotti, in quanto prendono uno stipendio corrisposto a un lavoro che non sanno fare. Sono diffidenti per il fatto che esercitano un potere di giudizio non corrispondente ad un’effettiva superiorità culturale e morale, e quando, ad esempio, io mi impegno senza malizia per tradurre un brano la cui versione è già stata controllata dal docente, costui, invece di aiutarmi, mi sorveglia come se fossi un ladro, temendo che io faccia quello che lui ha fatto in precedenza.
Preside.
Hai concluso la tua filippica?
Studentessa.
No. Rimane da fare una considerazione. Certi insegnanti a mio parere sono privi di cervello e di cuore, due organi essenziali all’educatore vivo e non meccanico.
Non hanno mente: se infatti l’avessero capirebbero la nostra, non ci annoierebbero a morte perfino quando parlano delle loro materie, e lei preside non dovrebbe chiuderci a chiave dentro la scuola.
Non hanno sensibilità, ché, se ce l’avessero, non oltraggerebbero di continuo la mia, delicata se permette, con battute offensive, gesti di spregio, risposte evasive, valutazioni arbitrarie.
Preside.
Ma insomma, al di là delle calunnie nefande e distruttive che voglio fingere di non avere udito, che cosa avete appreso di positivo da quell’uomo?
Studentessa.
Un metodo di ricerca.
Preside.
Di che cosa? E dove?
Studentessa.
Del significato della vita umana nei testi più tradizionali e tradizionalisti.
Preside.
E quale sarebbe il senso della tua vita? Quello di criticare e calunniare chi è migliore di te?
Studentessa.
No. Il suo modo di parlare mi offende: non è da educatore, né da uomo civile; ma le voglio rispondere lo stesso come ad un uomo cui si deve rispetto. Devo controbattere la sua paradossale accusa di immoralità. Noi abbiamo trovato nei libri, e verificato con l’esperienza, che la scarsa moralità è la causa prima dell’infelicità umana. Nella storia nostra e in quella dei popoli, abbiamo notato che quando tramonta la luce morale, cadono nel buio, e nel gelo, tutti i valori suscitati da tale stella: la grande arte che è etica e politica, l’educazione che deve valorizzare e assecondare l’aspirazione al Bene insita in tutti i giovani, la religione che valuta l’uomo più degli idoli fabbricati da lui. Abbiamo cercato esempi di quanto vengo affermando nei classici europei, come l’Edipo re di Sofocle, l’Apologia di Socrate scritta da Platone, le Lettere a Lucilio di Seneca, La terra desolata di Eliot, L’uomo senza qualità di Musil e molti altri. Dopo aver letto questi libri ed averli confrontati con la nostra coscienza, ci siamo sentiti autorizzati e incoraggiati ad un vivere morale, cioè a prendere sul serio noi stessi e gli altri, a non giocare con il cuore della creatura umana che è sacra, a considerarla un fine, non un mezzo; in fondo, sono luoghi comuni già sentiti, ma in questo momento il liceo, la città, la nazione, sono malati di stanchezza morale, di tubercolosi dell’anima, ed è tempo di affermare con forza la necessità di una cura.
Preside.
Figuriamoci! Lei non sa quello che dice! Seneca bastonava gli schiavi personalmente, con le sue mani!
Studentessa.
Non so a quale fonte faccia riferimento. Me la indichi! Io la invito a leggere la quarantasettesima lettera.
Preside.
La conosco, eppure non ignoro che Seneca predicava bene e razzolava male, come qualcuno qua dentro, ammesso e non concesso che predichi bene. Comunque Seneca transeat, ma Petronio con tutti quegli sdilinquiti cinedi, e quel pervertito di Joyce, e l’omosessuale Proust, l’incestuoso Musil, e gli altri araldi della putredine dove il vostro cosiddetto maestro sguazza come porco in brago, come si accordano con la vostra moralità?
Studentessa.
Abbiamo cercato di capire cosa sia la decadenza.
Preside.
E’ il vizio di cui il vostro insegnante si bea.
Studentessa.
No. E’ l’energia morale che viene meno, la gioia di vivere che cala, il vigore dell’uomo che si spegne; è il suolo stesso che perde la forza di generare. Abbiamo sguazzato, come dice lei, nella decadenza per capire la situazione attuale: come è avvenuto che l’uomo ha perso il contatto con il suo spirito ed è diventato il burattino del profitto. Gli autori che abbiamo interrogato ci hanno risposto tutti nella stessa maniera: l’uomo si corrompe, degenera e si estingue ogni volta che diviene idolatra. L’opinione adesso corrente che l’essere umano non valga più del suo denaro - hai cento lire, vali appena cento lire, ubi sola pecunia regnat , per dirla con il cantore dei cinedi10 - è il sintomo più evidente dell’esaurimento di una nazione. Allora essa si consuma. Si consuma nei lucri disonesti, nelle guerre, nelle stragi, nel consenso ai tiranni, nella volgarità dei gusti depravati, nei matrimoni senza amore, negli adultèri e negli aborti, nell’alcol e nelle droghe, nell’incultura e nell’idiozia generale. Noi vogliamo agire in favore di un rinascimento intellettuale e morale, intanto in questo Istituto. E non basterà lei con i suoi svigoriti professori a fermarci. Noi vogliamo imparare a non essere spiritualmente stanchi, a non sentirci meno preziosi delle ricchezze materiali, a non seguire l’opinione comune, quando essa non sia verificata dalla ragione. Nei testi che lei chiama immorali, abbiamo letto che nell’uomo c’è un’anima cui dobbiamo rispetto poiché è più potente e duratura dello sporco denaro, del potere violento e ipocrita, del dolore probabile, della morte sicura. Dentro lo spirito umano abbiamo trovato il bello morale che l’immensa confusione dei più non riconosce e l’avidità dei potenti disprezza. E adesso con la forza che ne ricaviamo, proclamiamo questo bando per noi stessi, per lei e per tutta la scuola: “Non è compito dell’insegnante ruminare paradigmi o leggere i manuali dalla cattedra, poiché sappiamo farlo da soli a casa. Non è funzione del preside privilegiare gli insegnanti incolti per espropriare i ragazzi del diritto di imparare e di pensare; viceversa è dovere di tutti i morali-intelligenti risollevare l’educazione e la cultura, dare un vigore nuovo a questo suolo afflosciato, risuscitare la speranza dei giovani che attendono una moralizzazione meno catastrofica di quella paradossalmente, e temo, solo temporaneamente, causata in questi giorni dal terremoto dell’Italia meridionale”.
Preside.
Allora sarai tu a fare il professore, il preside, il ministro della pubblica istruzione.
Studentessa.
No. Auspico un’autorità intelligente e morale, qui e dovunque. Io credo con il Manzoni che non ci sia giusta superiorità di uomo sopra gli uomini se non in loro servigio (11). Io penso che di fronte a un’autorità stupida e immorale la disobbedienza sia una virtù.
Preside.
Lei è espulsa da questa scuola.
Studentessa esce. Suona la campanella.
Bene, ora vado a bonificare un’altra classe del vostro ex.
Arriva alla porta, si ferma perplesso, si volta e guarda i ragazzi.
Paludi, paludi.
Esce.
Secondo coro
La classe al completo.
Invoco l’aiuto dei buoni
per tenere la testa
sopra il flutto sanguigno
sollevato dal vento
che soffia la strage
su questo paese
da quando sapere,
vuol dire soltanto
sapere arraffare denaro.
Potere, vicario di industria e finanza,
con ferrea rete di truffa
estorce i cervelli,
farcisce le teste di gesso
che appare dagli occhi
trebbiati di luce
sui lividi volti sconciati
del gregge di Ades.
E te invoco, Paideia (12),
tu accendi di splendida luce
la neve del colle
dritto sulla città
che vomita fumo e miasmi
dall'anima guasta.
Tu guidi la danza
dei raggi di sole,
presagio d’estate felice,
su diafane acque montane
ridenti in una mattina di aprile.
Tu rendi armonioso il mio corpo,
equilibrata la mente,
e fai fiorire il mio sguardo di chiara coscienza.
Concedimi aperta vittoria
contro potere l’ipocrita,
il mascherato di piombo
che senza grida, senza capestro,
mi aggira con lacci contorti di noia,
per strangolare entusiasmo
e affidare il governo della mia mente
a impulso cattivo,
il consumatore vorace,
il nauseato di vita.
Contro potere il violento,
lo sporco di sangue,
macellatore di teste, di torsi, di arti,
dall’uomo bovinamente strappati e distorti,
quando risuona la strage dal ringhio metallico
nella banca, nella piazza,
nel treno, nella stazione,
contro il braccio omicida
del consapevole ipocrita,
Paideia, dammi la forza
di continuare la lotta per l’uomo.
Con te lotterò e con i buoni
finché possa vedere una vita migliore
spuntare da queste rovine.
Io voglio indicare con dito diritto
a tutti gli sguardi rialzati
il cuore puro, la mente lucida, le valide membra
quali modelli per l’uomo che intende formarsi aiutando la vita.
Voglio segnare con dito sprezzante
gli sconci esempi attuali
che servono a tasche voraci
e ingrossano il gregge di Ades:
tortuoso raggiro, violenza assassina,
luogo comune triviale,
sordido ventre vicino a scoppiare,
viscida bocca piegata, bieco sguardo abbassato,
mente confusa, buia parola insidiosa.
Io chiamo a raccolta le forze del bene
per volgere in fuga retrograda, precipitosa
la folla dei mostri bestiali
ostili alla vita.
Terzo atto.
Scena unica.
La classe, il maestro, il docente, il preside.
Preside.
Ho fatto chiamare il vostro ex insegnante per un confronto.
Studente.
Lui è ancora il nostro maestro.
Preside.
Sì, maestro di anarchia. Non c’è male più grande.
Studente, sottovoce.
Però, conosce l’Antigone di Sofocle! (13).
Preside.
Per esempio: perché lei, professore, si faceva dare del tu dagli studenti, se non per confutare l’autorità e annientare la naturale, santa gerarchia?
Maestro.
Non ho mai proposto agli studenti di darmi del tu; ci arrivano spontaneamente quando si accorgono che siamo tutti persone, cioè soggetti morali e intelletti pensanti, capaci di dare e farsi rendere ragione.
Preside.
Già, così trovano tutte le ragioni per non studiare.
Maestro.
Non è vero. Questa presa di coscienza infatti avviene attraverso lo studio e lo scambio delle idee: certo è che dopo avere provato il gusto della loro dignità umana e scolastica, non sono più predisposti al morbo dello studente servile: la coazione a ripetere riassunti di manuali e traduzioni dettate senza una parola di commento.
Docente, alzando la mano e aspettando che il preside la guardi.
Signor Preside, potrei difendermi?
Preside.
Prego signora: la sua parola onesta è sempre gradita.
Docente.
Scusi, professore, ma io qui vengo calunniata: io non ometto mai di sottolineare il sublime della poesia che traduco.
Studente.
E la prosa dove la mette?
Docente.
Silenzio tu! E’ sublime anche quella. Sicuramente però io non vado a caccia dell’idea politica come certi colleghi, poiché essa è pericolosa quanto la dinamite, particolarmente nelle teste tanto verdi degli adolescenti. Lei professore non crede?
Maestro.
Così in assoluto no. L’idea è pericolosa quando si accampa nella mente del ragazzo senza ammettere confutazione dialettica; il giovane deve conoscerne diverse. Il rischio dell’ideologia unica qui a Bologna l’abbiamo corsa intorno al 1975, quando il P.C.I. faceva il piglia tutto, e l’intellettuale ganascione, echeggiando La distruzione della ragione di Lukàcs, proclamava che al di fuori del razionalismo materialistico c’è solo un irrazionalismo debole al servizio della borghesia imperialistica e reazionaria. Successivamente tale panrazionalismo gretto e totalitario divenne dispotico, disgustoso al punto di spingere molti di noi, con ragazze che sferruzzavano a scuola e fricchettone variopinte, verso l’irrazionale. Succede quando la logica senza pietà dell’illuminismo suscita per reazione movimenti di simpatia nei confronti dell’istinto e del sentimento. Euripide con le Baccanti per esempio, oppure il movimento dello Sturm und Drang. Forse volevamo amare la vita più di quanto consenta la logica. Forse avevamo torto.
Docente.
Sì ma io cosa c’entro?
Maestro.
Lei sta collaborando all’attuazione di un disegno infernale.
Docente.
Lei non sa quello che dice! Io faccio il mio dovere. O no? Cosa faccio di male io?
Maestro.
Ora glielo spiego. Ma partirò dal vertice. Un giorno Potere supremo, guardando fuori dalla sua reggia d’oro, si accorse che le genti tendevano all’irrazionale. Allora convocò i profeti esperti di menti umane destinate al consumo e pose loro tale quesito: "Vati svelatemi il vostro pensiero. Io voglio sapere come andranno i miei affari se le svigorite teste dei mortali destinati a comprare, procederanno sulla strada dell’irrazionale”. E poiché gli avevano spiegato Freud, aggiunse: “Mi conviene concimare la pianta dell’Es, oppure ci guadagno a rivalutare la logica vacillante? Che cosa dobbiamo imporre attraverso i mezzi di informazione?” Secondo lei signora quale fu la risposta?
Docente.
Cosa vuole che ne sappia? Se questa non fosse una sua fantasia, le risponderei che i disegni delle menti dei grandi sono imperscrutabili.
Maestro.
Fino a un certo punto. I sacerdoti del quattrino che conoscono gli arcani di tutti i mercati, presenti passati e futuri, risposero così: “Se tu, signore, rimetterai in corso questa pur pallida logica, non vedrai crescere le vendite dei tuoi prodotti, che per lo più non sono necessari alla felicità dell’uomo anche solo un poco ragionevole”. Allora il re domandò: “Devo dunque ammettere il soddisfacimento delle pretese del cuore?” Secondo lei cosa rispose quel grande?
Docente.
Ma dica, professore, intende forse canzonarmi? Parla sul serio o scherza?
Maestro.
Purtroppo sto raccontando una parabola storica di tragica serietà. Dunque i vati risposero: “Se tu ammetterai il soddisfacimento dell’amore che unifica, la stirpe umana crescerà in forza, sicurezza e intelligenza; assisterai all’avvento di una razionalità nuova, quella comprensiva della mente e del cuore, più vasta e profonda della logica fredda che ora sta declinando; vedrai nascere idee nuove, ampie e potenti, molto diverse dai concettuzzi striminziti e mosci che informano il meschino vivere attuale della gentucola comune”. I sacerdoti tacquero. Allora il sovrano chiese: “Ma le vendite dei miei prodotti, come andranno?” “Male o re, male per te” dissero i sacerdoti in coro. Quindi il loro portavoce spiegò: “Quando le genti saranno state potenziate dall’amore razionale, vorranno procurarsi soltanto le cose belle che le tue macchine non sanno produrre”. Il sire guardò i suoi consiglieri con occhi sanguinari, poi domandò: “Come potremo scongiurare questa sciagura?” I profeti, impauriti, si affrettarono a rispondere attraverso il corifèo: “Non temere, signore. Prima di tutto colpiremo le idee. Impediremo a chiunque di produrne di nuove e vive; le vecchie le diraderemo, assottiglieremo, svaluteremo, finché saranno annientate. La televisione, i giornali, il cinema e soprattutto la scuola, dovranno progressivamente impoverirsi dal punto di vista culturale, fino a restare svuotati di espressioni mentali decenti. Le televisioni dovranno propinare pubblicità, menzogne e frastuono: parole e suoni drogati. I giornali ribadiranno i luoghi comuni più triti e vieti; il cinema continuerà a produrre film di evasione fatti di violenza, stupidità e pornografia. Abbiamo messo in giro alcune pellicole: Super man; Flash Gordon; Un’avventura senza tempo nello spazio senza confini; Super donne porno; Sesso infuocato; Oroscopiamoci (14). Per gettare fumo negli occhi, si possono tenere in piedi anche alcuni vecchi maestri del cinema che passa per buono. Tanto non hanno più niente da dire e biascicano ricordi personali suggerendo l’evasione dalla politica agli intellettuali poco intelligenti. Il popolo del resto non li ha mai considerati. Ma per depravare le menti, il mezzo più importante è la scuola. Arruolerà insegnanti fanatici dei tecnicismi, demoralizzati, pezzenti mentali avversi tanto alle idee quanto ai sentimenti. Quelli capaci di volare più in alto verranno minacciati, isolati e, se non basterà, eliminati. Insomma, il pensiero e l’arte dovranno sparire dalla circolazione. Le teste dei giovani, completamente prive di nutrimento spirituale, non acquisteranno la capacità di pensare. Rimarranno solo le sensazioni. Allora anche su queste noi tireremo una serie di colpi: non sarà difficile estirpare quanto può rimanere di positivo, di favorevole alla vita nelle menti svigorite. Basterà evidenziare con enfasi, con sinistra libido, gli effetti dell’odio che abbiamo già infiltrato tra gli uomini: accresceremo la frequenza e la forza distruttiva degli atti terroristici, incrementeremo la circolazione della droga, favoriremo l’avvelenamento di Eros attraverso nuove pesti inaudite. Agli uomini resterà solo il consumo dei tuoi prodotti. Le deboli teste vaneggianti nel vuoto culturale, nell’assenza di emozioni vitali, perderanno ogni affetto nobile, ogni pensiero elevato, e resteranno in balìa di un’unica pulsione: quella della rovina. La massa dall’anima sciancata non potrà non parteciparvi: nei casi estremi ammazzando e ammazzandosi, nella media sostituendo la distruzione con la sua metafora più ovvie per gente manipolata dai tuoi servi dell’informazione: il consumo indiscriminato dei prodotti che tu vorrai imporre, o divino”. Il sacerdote tacque e osservò speranzosamente il volto del suo signore. Questo aveva seguito il discorso scrutando i ministri del suo culto con aria sprezzante, ma, udite le ultime parole, non poté dissimulare un moto di intima soddisfazione che anzi, stava per manifestarsi nel lancio di una manciata di luccicanti monete, il massimo bene da conseguire secondo le menti dei vati. Ma ad un tratto un pensiero molesto gli attraversò il cervello. Trattenne l’oro in mano e domandò: “Degli uomini politici che cosa faremo?” I sacerdoti, già pronti a saltare per afferrare la paga, bloccarono i piedi sul pavimento marmoreo che, candido più dei gigli splendenti, nitido quanto il biancore delle nevi intatte, rispecchiava gli aurei cassettoni dell’alta volta simulando le fattezze della reggia di Zeus. I ministri, contraffacendo anch’essi la serenità dell'Olimpo, risposero rassicuranti: “Non preoccuparti, o supremo. In campo politico noi unificheremo e divideremo secondo il tuo interesse. Uniremo la maggioranza con l’opposizione per segnare la morte della dialettica; divideremo l’etico dal politico per situare la bruttura morale sull’acropoli della nazione. La fine di ogni dibattito serio garantirà la processione sulla via tracciata dalla tua volontà: quali unici valori resteranno vendere e comprare; il bello in sé, la bontà, la generosità, non conteranno più nulla. La politica senza morale autorizzerà ogni nefandezza in nome del successo”. Il sovrano alzò il pugno per la seconda volta, ma poi, in preda a un altro dubbio, lo abbassò di nuovo. I sacerdoti riuscirono ancora a dissimulare il desiderio. “E se qualcuno - domandò il signore ai vati oramai trepidi -, se qualche persona morale e intelligente, con parole nobili, con un bel volto sereno, svelerà il vostro piano al popolo?” “Ti ricordi di Socrate e di Cristo?”, ribatterono i profeti, con un sorriso di compatimento per i due disgraziati. Poi continuarono: “Quell’uomo farebbe la stessa fine. Quando il terreno sarà stato preparato secondo i tuoi interessi, signore, le anime nobili, amiche della vita, verranno isolate dall’odio, annientate dalla calunnia, ridicolizzate dal successo dei tuoi lacchè. Può essere che alcuni cerchino di resistere ai tuoi profitti”. “E noi li lasceremo fare?”, domandò minaccioso il monarca. “Mai, o divino”, risposero i ministri. “Noi faremo lo sforzo supremo per eliminarli e giungere alla soluzione finale. Organizzeremo scempi e stupri con i quali screditeremo definitivamente le idee morali, amiche della vita, e gli ostinati fanatici desiderosi di manifestarle. Eliminati questi, li sostituiremo con nostre creature meccaniche, automi cui applicheremo maschere ripugnanti dai nasi dilatati, dagli occhi striminziti, dalle bocche viscide e bavose, dai denti formidabili, dalle pappagorge ridondanti. Avranno l’aria di gente stanca, generata senza amore, nemica della luce, priva di intelligenza e di vita. Li metteremo davanti a tutti per offendere il merito; li programmeremo a pronunciare frasi insignificanti, con voce arrogante, catarrosa, e toglieremo al popolo ogni voglia e possibilità di occuparsi del bene comune, di partecipare alla gestione della così detta cosa pubblica che sarà diventata cosa soltanto tua”. Il re si compiacque della soluzione finale e, per suo diporto, scatenò un’ignobile gara sul lustro e duro pavimento dove i profeti si lanciarono in rapido, scivoloso agone a raccattare monete. La parabola è finita. Io credo che in Italia sussista ancora un poco di quell’anima che non si china a raccattar monete. Perciò chiedo ai ragazzi di conservare l’entusiasmo, il mio ed il loro; ai rari volti e cuori umani ancora presenti nei desolati luoghi del potere, chiedo che non ci lascino soli contro la fangosa ondata di indifferenza e ignoranza che incombe sulla scuola e sulla società italiane. E prego lei, preside, che ha potere qua dentro, di contribuire a vitalizzare questo istituto stanco e cadente siccome povero di cultura.
Preside.
Allora lei non vuole vedere l’autorità annientata?
Maestro.
No, voglio vederla rifondata sulla morale.
Docente.
E non auspica che gli studenti prendano a calci i professori?
Maestro.
Al contrario. Io vedo gli allievi e i docenti nella loro totalità di persone, e perciò considero la diffidenza o l’ostilità con cui gli uni trattano gli altri, quali frutti guasti di menti malate.
Preside.
Ma lei in pratica che cosa chiede?
Maestro.
Sì certo, glielo specifico meglio. Premetto che le mie esigenze di fondo, quelle della pulizia morale, dell’intelligenza, della cultura, le ho individuate grazie all’aiuto dei migliori tra i giovani che ho cercato di educare dal 1969 in avanti. E ora, a nome di questi ragazzi desiderosi e capaci di pensare, amare, studiare; adolescenti che non sono ancora abituati alle menzogne, non sanno odiare, non vogliono sprecare il tempo della loro vita a scuola né altrove, chiedo ai pochi uomini con responsabilità di potere ancora moralmente vivi, di lottare contro l’ipocrisia, la corruzione, la violenza; chiedo al Partito Comunista di tornare a fare un’opposizione vera, oppure, se ne avrà la forza elettorale, di fare il governo ammettendo un’opposizione, poiché la fine della dialettica è la morte del pensiero e della libertà. A lei, preside, chiedo di togliere spazio agli insegnanti incolti che detestano la scuola per darne di più agli entusiasti dell’educazione; ai colleghi raccomando di studiare e di non essere diffidenti verso i giovani che non sono disonesti, se noi non li rendiamo tali. Esorto i miei allievi a non perdere la speranza, anche se le loro attese verranno momentaneamente frustrate. Poiché le nostre idee sono eterne: sono quelle per le quali l’uomo non è ancora scomparso come portatore di umanità; esse danno cattiva coscienza al violento e all’ipocrita, limitandone l’efficienza; sono state la forza di Socrate e di Cristo, sono la potenza vitale con cui i buoni ancora una volta, siatene certi, prevarranno sui malvagi.
Breve pausa.
Ora ragazzi, diteci il vostro parere.
Terzo coro.
Classe, maestro, docente, preside.
Classe.
Al falso docente
che dissacra la scuola
e profana la santa educazione
con soporifera indifferenza,
con diffidenza offensiva
atta a destare cattive emozioni,
con criminale ignoranza
la dispregiatrice cruenta dell’anima umana,
l’adoratrice prostrata a venerare
lucro nefando, losco intrallazzo,
disanimante frastuono,
la gastrolatra enorme,
visceri guasti dai ripugnanti sospiri;
al polimorfo ruffiano di se stesso
che, allucinato,
crede di scorgere in me
la repressione violenta,
la perversione profonda,
la malafede servile,
l’immedicabile angoscia
della sua anima impoverita,
ulcerata da desideri furiosi,
rabide cagne ostili all’amore,
io chiedo di torcere in fuga
fuori dal tempio
lo scivoloso, sacrilego piede,
senza lasciare
la sudicia traccia vischiosa
contaminante i fedeli;
io non posso seguirla,
io voglio affiancare
con passo diritto
il vero maestro
sacro a Paideia:
l’educatore entusiasta
che, con atto di fede incrollabile
nella limpida umana creatura
predisposta a riflettere
gioiosamente
lo splendido volto della vita,
progredisce sicuro sulle orme di luce
impresse nella strada erta dell’uomo
dai maestri che hanno indirizzato
l’umanità al culto del bello morale,
e, cacciando i mercanti dal tempio,
hanno rimesso lo spirito sopra l’altare.
Esodo.
Tutti i personaggi sono presenti.
Maestro.
Infatti il problema è quello di riconsacrare l’uomo. Continueremo a lavorare insieme con questo scopo.
Preside.
Vedremo, vedremo. Lei sta facendo i conti senza il preside.
Docente, rivolta al capo dell’istituto.
E’ un sobillatore odioso: deve essere allontanato.
Maestro.
Lavorerò comunque. Mi avete calunniato per due anni; avete cercato di istigare contro di me i genitori degli alunni e perfino gli stessi allievi, eppure ho impegnato tutte le forze. Non smetterò di educare i giovani. Sono convinto che un adolescente educato bene sia mentalmente più integro e avanzato di un adulto medio. E che fornisca maggiori stimoli al lavoro intellettuale. Anche se riuscirete a cacciarmi, sarò maestro dell’intero istituto, anzi dell’intera città attraverso il contagio diffuso dai miei alunni e dal mio lavoro.
Docente.
Cosa? Contagio? Io non voglio contrarre malattie innominabili.
Maestro.
Già: la sifilide del libero pensiero. Non è in noi la malattia. Questi ragazzi ed io vorremmo attaccarvi la nostra volontà di salute. Noi diffondiamo germi di vita ascendente.
Preside.
Sì, quelli del sesso e della licentia.
Studente.
No preside. I semi dell’entusiasmo.
Preside.
Ma mi faccia il piacere! Entusiasmo per che cosa?
Studente.
Per l’umanità, per la vita, per la scuola che ci educa.
(Scritto nei mesi di novembre e dicembre del 1980).
1) Cfr. Platone, Fedro, 246 a.
2) Vedere.
3) Vedo.
4) Cfr. Sofocle, Edipo re, vv. 879-880.
5) Somma di tutte le virtù: bellezza e bontà.
6) Città, comunità di cittadini.
7) Verbo tra i più comuni. Significa “prendo”.
8) Si tratta di Petronio e del Satyricon.
9) Diceria insistente. L’espressione è presa da Tacito, Agricola, 43, dove lo storiografo avanza dubbi sulla morte naturale del suocero Agricola, che con i suoi successi aveva scatenato l’invidia dell’imperatore Domiziano.
10) Dove solo il denaro ha potere, Petronio, Satyricon, 14.
11) Cfr. Manzoni, Promessi Sposi, XXII.
12) Educazione.
I3) Il ragazzo ricorda il v. 672: “ajnarciva" de; mei'zon oujk e[stin kakovn”, non c’è male più grande dell’anarchia. E’ pronunciato dal tiranno Creonte, e non è detto che il preside lo conosca; è più probabile che la coincidenza fra le due espressioni autoritarie, ma non autorevoli, sia casuale.
14) Erano film proiettati nei cinema del centro di Bologna quando questo lavoro fu scritto, nel novembre-dicembre del 1980.