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Studio sulle scrittrici romane Contemporanee

Alessandra Giannitelli

 

         Si potrebbe parlare per ore di Roma, della cultura che l’ha attraversata, degli artisti che l’hanno amata, proclamandola città eterna. Si potrebbe, ma sarebbe superfluo – o peggio, scontato – perché Roma è tuttora fulcro di quella cultura, fertile di autori, oggetto-soggetto di opere letterarie e non solo.

Ecco perché è interessante poggiare lo sguardo su una parte di questa realtà, approfondendo la prospettiva delle scrittrici contemporanee romane. Romane non solo di nascita, romane d’origini o di adozione, romane nell’essenza delle rispettive opere, attraverso circostanze e pensieri diversi, scrittrici o poetesse.

 

 

Antonella Anedda

Sarda di origini ma nata a Roma nel 1958, una laurea in Storia dell’Arte Moderna, la passione per la traduzione e un amore incondizionato per il miracolo di volta in volta suscitato dalla poesia. E ancora narratrice, insegnante di lingua francese presso l’Università di Arezzo e collaboratrice di riviste e giornali come «Linea d’ombra», «Nuovi Argomenti», «Poesia», «Il Manifesto».

Nella raccolta poetica d’esordio, Residenze invernali (Crocetti 1992. “Premio Sinisgalli opera prima”, “Premio Diego Valeri”, “Tratti Poetry Prize”) è già spiegata la sua concezione di poesia, quel caratteristico immergersi dentro sé stessa per mostrarlo – seppur con discrezione, senza eccesivo abbandono sentimentale – al lettore. La sua poesia rompe lo stato di apparente placidità per mostrare tutto ciò che tranquillo non è e lo fa attraverso una scrittura limpida, lasciando fuori qualunque accenno di retorica o di fregio e abbandonandosi al fascino della semplicità e della trasparenza, appresa dalla lezione di Philippe Jaccottet, di cui l’Anedda ha tradotto numerose prose e poesie (ricordiamo, tra le altre, La parola Russia, Donzelli 2004). «Non sono nobili le cose che nomino in poesia:/stanno sotto il palato, attente, coscienti solo del caldo/ignare della lingua» (da Musica, in Il catalogo della gioia).

In Residenze invernali, per l’appunto, si nota la sua tendenza – che negli anni si consolida fino a diventare una sorta di sigillo – a fare della poesia un’occasione di autoriflessione, in cui lasciare spazio a personali reminiscenze biografiche e letterarie (da qui il titolo “residenze”) per renderle infine condivisibili, al punto da sentirle quasi estranee. Attraverso il personale, riesce ad inquadrare e ad approfondire realtà collettive. Di questo approccio troviamo un chiaro esempio in Notti di pace occidentale (Donzelli 1999. Premio Montale), incentrata sull’intervallo tra la seconda guerra in Iraq – terminata nel 1990 – e l’inizio della guerra del Kosovo nel 1989, nelle immagini fulminanti che quelle poesie trasmettono: “Se ho scritto è per pensiero/perché ero in pensiero per la vita/per gli esseri felici/stretti nell’ombra della sera/per la sera che di colpo crollava sulle nuche./Scrivevo per la pietà del buio/per ogni creatura che indietreggiava/con la schiena premuta a una ringhiera/per l’attesa marina – senza grido – infinita” (da In una stessa terra, in Notti di pace occidentale).

Attraverso opere come Nomi distanti (libro di traduzioni, Empirìa 1998), Il catalogo della gioia (raccolta di poesie, Donzelli 2003), Tre stazioni (Lieto Colle 2003) e Dal balcone del corpo (Mondadori 2007), Antonella Anedda consolida la sua percezione della poesia come una realtà parallela, una radice a cui si sente inesorabilmente legata, il suo modo di aprirsi restando però in disparte quanto basta per non cadere in una componimento-confessione, spesso impostando i suoi testi come una breve narrazione. Alla prosa si dedica apertamente nei saggi Cosa sono gli anni (Fazi 1997) e La luce delle cose. Immagini e parole nella notte (Feltrinelli 2000), oltre che nei racconti di Come solitudine. Storie e novelle da un’isola (Donzelli 2006).

Altra realtà, non meno importante, è la traduzione, vissuta come qualcosa di parallelo alla sua scrittura, come un’opportunità per accogliere in sé l’altro, l’estraneo, riconducendolo alla propria lingua e quindi al proprio mondo. Una possibilità di crescita non solo stilistica me etica, sempre cercando di mantenere la trasparenza e la fedeltà al testo d’origine. E proprio da una traduzione, dall’ascolto di una lirica in russo di Aleksandr Blok, prende avvio il suo amore per la poesia («Quel suono, quel ritmo – e poi la loro traccia in italiano – mi hanno spinta verso uno spazio che da allora coincide per me con la poesia. Ascoltarla ha sterrato dentro di me uno spazio dove negli anni è cresciuta una foresta di libri. Alberi diversi, secolari o recenti. Alberi-libri», afferma l’autrice ripensando a quei versi).

Tra le sue influenze letterarie prevalgono autori russi come Cecov, Dostoevskij, Leskov, Victor Pelevin, Ludmilla Ulickaja, Tolstoj e Nicolaj Gogol, ma anche Camillo Sbarbaro, Eugenio Montale, Giorgio Caproni, Franco Fortini, Gustave Flaubert, Marcel Proust, Samuel Beckett, Kierkegaard e Franz Kafka («riuscire a sorridere di sé stessi è una forma di bontà, quando alla domanda se si sente solo risponde “sì solo... come Franz Kafka”, parla il difficile linguaggio dell’ironia e della compassione» spiega la Anedda). Un posto rilevante è inoltre occupato dalla poesia dialettale, che – complici le sue origini sarde – legge come fosse poesia straniera.

 

Isabella Camera d’Afflitto

Uno sguardo particolare nei confronti della letteratura è quello della studiosa di lingua e letteratura araba Isabella Camera d’Afflitto, da oltre vent’anni impegnata soprattutto nella traduzione e divulgazione di opere letterarie arabe. Professore ordinario di Letteratura Araba Moderna e Contemporanea presso la Facoltà di Studi Orientali dell’Università di Roma “La Sapienza” e collaboratrice per l’Università di Napoli “Federico II” e per l’Università “Rovira i Virgili” di Tarragona, in Spagna, inizia il suo insegnamento a Roma nel 1978, presso l’Istituto per l’Oriente.

Sin dall’inizio promotrice della conoscenza della cultura e della letteratura araba in Italia, collabora a diverse case editrici – Giunti, Sellerio, Editori Riuniti, Utet, Abramo, Mondadori, Feltrinelli, Sperling&Kupfer, Bompiani, Ripostes, Avagliano, Jouvence, Edizioni Lavoro, E/0 – per la diffusione della cultura araba in Italia. Collabora inoltre a giornali e riviste, quali «Il Mattino», «Rinascita», «Avvenimenti», «Millelibri», «L’Unità», «Il Manifesto», «Paese sera», «Meridiani», «Nigrizia», «Effe», «Diario», «Tuttestorie», «Leggendaria», «Rivisteria» e le riviste «Linea d'Ombra» e «Rive».

Organizza eventi culturali – tra i più recenti ricordiamo Sabir Festival (Sicilia 2005), di cui è stata direttore scientifico, e Galassia Gutenberg (Napoli, febbraio 2005) – e cura le voci della letteratura araba contemporanea per le enciclopedie Treccani, Utet, De Agostini e Bompiani.

Curatrice, per la casa editrice romana Jouvence – l’unica in Italia interamente dedicata all’argomento – delle collane “Narratori arabi contemporanei”, “Memorie del Mediterraneo” e “Cultura araba” per la quale ha curato la traduzione di 40 romanzi dei maggiori scrittori arabi di oggi – tra cui ‘Abd al-Rahman Munif, Ghassan Kanafani, Emil Habibi, Rashid Daif, ‘Ali al-Duagi, Sulayman Fayyad, Tawfiq Fayyad, Latifa al-Zayyat e il premio Nobel Nagib Mahfuz, oltre a numerosi racconti  pubblicati in antologie e riviste – dal 1993 è consulente del Comune di Roma per il “Progetto Biblioteche Multiculturali” e collabora con Comuni, Province, Regioni e istituzioni bibliotecarie di diverse città italiane.

È attualmente membro del Dottorato di Ricerca in “Studi sul Vicino Oriente e Maghreb” dell’istituto Universitario Orientale di Napoli, dell’UEAI (Union Européenne des Arabisants et Islamisants), dell’EMTAR (European Meeting Teachers of Arabic Literature) e della prestigiosa giuria internazionale del “Sharjah Prize for Arab Culture” promosso dall’UNESCO (riconoscimento per il quale è stata lei stessa finalista nel 2003).

Quanto alla sua attività di scrittrice, nel 2002 pubblica Letteratura araba contemporanea dalla nahdah a oggi (Carocci), un vero e proprio studio sulle origini della “nuova letteratura araba” nata tra l’Egitto e la regione siro-palestinese alla fine del secolo scorso, spronata anche dai flussi occidentali e dalla volontà di modernizzazione culturale e sociale. Una letteratura inizialmente legata al recupero della cultura araba classica ma in seguito intenta a svincolarsi dal passato. Attraverso l’approdo alla stampa, l’avvento dei giornali, la diffusione di poesie e racconti, l’autrice attraversa due secoli di storia letteraria e culturale prima di tutto.

Sempre la cultura – questa volta riguardante però il policromo bagaglio culturale palestinese dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri – è al centro di Cento anni di cultura palestinese (Carocci 2007), dalla poesia alla produzione teatrale, dal romanzo al cinema, dal racconto ai fumetti, attraverso circostanze storiche caratterizzanti e influenti. La maggior parte della produzione letteraria palestinese nasce infatti conseguentemente alle difficoltà di particolari momenti storici, come delle realistiche istantanee, a volte autobiografiche eppure collettive. Una cultura nata quasi come scudo, come esigenza di sopravvivenza, compresa la formazione dei primi movimenti femministi.

Nel 2006 si aggiudica il premio Grinzane Cavour per la traduzione e, in occasione del Terzo convegno internazionale sulla traduzione in corso al Cairo, riceve un riconoscimento per la sua opera di traduzione e diffusione della cultura araba in Italia, consegnatole dalla first lady Suzanne Mubarak.

 

 

Francesca Romana Capone

Nata a Roma nel 1974, Francesca Romana Capone – una laurea in Storia dell’Arte con tesi in Estetica, un master di specializzazione presso la Business School del Sole 24 Ore, appassionata di pittura e di arti visive – ha lavorato come apprendista in uno studio di restauro pittorico e tra il ’97 e il ’98 ha realizzato due mostre di pittura personali e una collettiva nell’ambito di associazioni culturali romane. Ha esordito come giornalista nel 2000, lavorando come addetta alla comunicazione e all’ufficio stampa di Italia Lavoro (agenzia del Ministero del Lavoro) e in seguito coordinatrice del magazine. Dal 2002 al 2005 redattrice di labitalia.com (agenzia di stampa on-line creata da Italia Lavoro e AdnKronos), nel 2003 ha collaborato al “Libro dei Fatti” e dal 2007 è caporedattore della testata on-line www.labsus.org e collaboratrice dell’agenzia di comunicazione Aaland. Nel 2006 sembra cambiare improvvisamente direzione: l’altra realtà, che fino a quel momento si era espressa attraverso le immagini rappresentate nei suoi dipinti, passa ora dalla penna. Quella ricerca di un nuovo equilibrio che le sue opere esprimono, rifacendosi a una concezione artistica novecentesca per cui la tela è intesa come superficie bidimensionale, si proietta nei ventidue monologhi che danno forma a Quello che non ti ho detto (Baldini Castoldi Dalai 2006), una raccolta di racconti in cui la narrazione è affidata a personaggi di volta in volta diversi, che attraverso dei soliloqui riportano alla luce pensieri, ricordi, rancori, paure, sentimenti che non sono riusciti ad affidare alle parole al momento giusto. L’interlocutore è incluso in ogni storia, implicitamente presente nel gioco delle vite mai vissute. La Capone suggerisce così al lettore il valore delle parole, la loro capacità di cambiare un destino, creandone altri, e lo fa con una scrittura secca, essenziale, sintetica. Le parole non dette sono alla base di gesti mancati, di vite che potevano volgere diversamente, oppure no. Nel dubbio, vuole rappresentarle, concedergli quello spazio che non hanno avuto, in un libro introspettivo eppure non autobiografico. Sulla scia di questo primo approccio letterario, pubblica nel 2007 il racconto Genova tra le gambe (2007), storia di un amore sbagliato, contenuto nell’antologia Irresistibili bastardi, curata da Adriana Albini (Fratelli Frilli Editori).

Nell’attesa di quello che sarà il suo primo romanzo, al quale sta tuttora lavorando, è impegnata in un’iniziativa curiosa quanto interessante, dal nome “I martedì del comodino”: una sorta di convivio casalingo per parlare di libri, del libro poggiato sul comodino per l’appunto, di quelli che l’hanno preceduto e di altri che lo seguiranno. Un buon invito alla lettura e a costruttive conversazioni.

 

Giulia Carcasi

Nata a Roma nel 1984, dove attualmente studia medicina, Giulia Carcasi mostra sin da bambina i sintomi di un’inguaribile passione: la scrittura. Cimentatasi dall’età di sette anni in filastrocche, storie e racconti in cui l’immaginazione era sinonimo di fuga, la sua prima e giovanissima prova letteraria “ufficiale” è invece fortemente intimistica e vede la luce nel 2005: Ma le stelle quante sono (Feltrinelli) – apprezzato da Erri De Luca a tal punto da segnalarlo personalmente alla Feltrinelli –  è un viaggio nell’emotività dei giovani, raccontato dalle parole di due diciottenni, Alice e Carlo. Due voci, due prospettive divergenti ma con lo stesso obiettivo, le stesse paure, le stesse domande. Quelle che accomunano tutti i loro coetanei e che per la schiettezza dello stile riescono ad arrivare in modo diretto alla sensibilità dei giovani («Sentivo il bisogno di mettere un segnalibro, di fare un’orecchia a una pagina della mia vita che è stata intensa. I diciotto anni sono un’età sacra, non te la ridà nessuno»). Ragazzi in cerca di un contatto concreto con gli adulti, con la famiglia, che spesso non riescono a lasciarsi andare abbastanza per riuscire ad incontrarli, fermandosi purtoppo a metà strada, rendendo più difficile ogni tentativo di comunicazione.

Diversa nella trama ma sempre a due voci è invece la storia del secondo – e altrettanto apprezzato – romanzo, Io sono di legno (Feltrinelli 2007), in cui la Carcasi affronta un difficile rapporto madre-figlia. Le circostanze sono più o meno le stesse, la difficoltà di comunicazione che si intuiva nel primo romanzo viene approfondita e sviscerata, grazie anche alla forma diaristica che induce alla confidenza, alla comunicazione. Mia è una ventenne che non riesce ad ammorbidirsi nel rapporto con la vita e con sua madre, si chiude in sé stessa e non permette a nessuno di entrare nel proprio mondo, nemmeno all’amore. Giulia è sua madre, è una donna fragile che non riesce a creare un vero e proprio rapporto affettivo con la figlia, paralizzandosi di fronte al muro innalzato da quest’ultima.

“Il legno sembra fermo, ma è sottoposto a pressioni interne che lentamente lo spaccano. La ceramica si rompe, fa subito mostra dei suoi cocci rotti. Il legno no, finché può nasconde, si lascia torturare ma non confessa. Io sono di legno” (Io sono di legno, p.77). Mia come unica “appartenenza” per Giulia, suo sommo desiderio d’amore. Giulia come Giulia Carcasi, che confessa infatti di ritrovarsi maggiormente nel personaggio materno, nonostante i suoi 24 anni, perché vicinissima alle fragilità del personaggio, alle debolezze di una madre che pur di andare incontro alla figlia, pur di creare un varco nel suo muro, arriva a confessarsi, a svelarsi completamente, liberandosi di qualunque ipocrisia, senza tralasciare nemmeno gli errori fino ad allora inconfessabili. Lo fa scrivendole una lunga lettera, perché attraverso carta e penna le cose emergono con più facilità dai giacigli della propria interiorità.

In entrambi i libri emerge continuamente l’interiorità della Carcasi – non a caso amante di autori intimisti come Isabel Allende, Amos Oz e Alda Merini – la sua gracilità, la sua abitudine a mettere nero su bianco qualunque pensiero che chieda di essere raccontato, la sua indole di ragazza introversa che con la scrittura riesce ad essere realmente sé stessa e che mai riuscirebbe a farne a meno, tanto da dialogare costantemente con i suoi lettori nel suo blog, raccontando piccole storie, commentando notizie d’attualità, scambiando con loro esperienze e consigli.

 

Patrizia Chelini Liverani

Romana, figlia di un autunno anni sessanta, laureata in storia e insegnante di italiano in un liceo di Roma, Patrizia Chelini Liverani è, prima ancora che scrittrice, una vorace lettrice a tutto tondo, con predilezione per i classici russi e gli autori israeliani, primi tra tutti Abraham Yeoshua e David Grossman. Passa tranquillamente da un genere all’altro, ma attualmente ama soprattutto il noir.

Nel suo primo romanzo, Devo andare (Traccediverse 2005), descrive intensamente i risvolti interiori della paura, una paura intima prima ancora che fisica, che coinvolge improvvisamente una giornalista inviata di guerra al momento della partenza per l’ennesimo reportage. Lo smarrimento che ne consegue mette in crisi la concezione di sé, ponendola di fronte al complesso solco delle sue debolezze.

Nel 2006 pubblica Continua a parlare (Baldini Castoldi Dalai), storia di cronaca, di vite distrutte da un mostro in carne ed ossa, di un vuoto incolmabile che la protagonista del libro crede di riuscire a colmare capovolgendo la situazione, minacciando l’uomo che ha violentato, massacrato e ucciso sua sorella. A distanza di vent’anni, scarcerato anticipatamente per buona condotta, è lui a trovarsi nel ruolo di vittima, in balìa del dolore di chi ha smesso di vivere per una perdita insanabile.

Il tutto in uno stile semplice e intrigante, che riesce a delineare fin nei particolari uno scenario purtroppo realistico e attuale.

 

Nadia Ciopponi

Sin dal suo primo libro, Parola di donne. Otto secoli di letteratura italiana al femminile (Edizioni Clandestine 2006), Nadia Ciopponi, nata a Roma nel 1960, mostra una propensione allo studio e all’approfondimento dell’interiorità, analizzando la vita di cinquanta donne – prima ancora che scrittrici – da Compiuta Donzella (XIII secolo) alla contemporanea Dacia Maraini, mettendo in evidenza il rapporto tra la dimensione privata e le opere attraverso i secoli, il riscatto sociale, i vincoli psicologici con il mondo maschile – familiare ma soprattutto collettivo.

Ancora una volta incentrato sul nesso tra interiorità e ruolo pubblico è il saggio Innamorati di me (Edizioni Clandestine 2007), in cui però cambia decisamente il soggetto della riflessione: non più donne-scrittrici bensì uomini. Uomini impegnati in imprese letterarie ma anche politiche e belliche. Uomini di cui non restano segreti – pare – ma che né le cronache né i libri hanno mai preso in considerazione dal punto di vista affettivo, sentimentale, interiore. Esattamente quella parte di loro che il più delle volte ne ha influenzato – positivamente o negativamente – il ruolo pubblico e il raggiungimento dei propri obiettivi. Con il recente saggio Donne come noi (Pascal 2008), scritto insieme a Paola Marcelli, la Ciopponi torna a parlare al femminile in uno studio degli aspetti straordinari che si celano anche nelle vite delle persone cosiddette “normali”. Lo fa con una serie di interviste a donne e uomini più o meno giovani, mogli, padri, amanti, figlie, evidenziando il coraggio, le paure, le difficoltà di vite ordinarie.

 

Cristina Comencini

Scrittrice, sceneggiatrice e regista nata a Roma l’8 maggio 1956, Cristina Comencini non si presta facilmente a nessuna di queste definizioni, eccessivamente succinte per rendere appieno la passione che l’ha spinta a raccontare e a raccontarsi sempre di più.

Figlia del noto e apprezzato regista Luigi Comencini, sorella di Francesca (regista e sceneggiatrice) e di Paola (costumista), è proprio nel cinema che Cristina muove i primi passi verso la scoperta della scrittrice che da tempo scalpitava, nonostante la laurea in Economia e Commercio, malgrado le recensioni economiche e il lavoro di ricercatrice. Il suo esordio cinematografico risale addirittura al 1969 quando, ancora tredicenne, recita nel film Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano, diretta dal padre. Proprio per quest’ultimo inizia a scrivere sceneggiature (i film TV Il matrimonio di Caterina, 1982 e Cuore, 1984; il lungometraggio Buon Natale... Buon anno, 1989) e nel 1988 esordisce alla regia con Zoo. Nel 1991 finalmente pubblica il suo primo romanzo, Pagine strappate (Feltrinelli) – notevolmente apprezzato da Natalia Ginzburg – incentrato sul difficile rapporto tra un padre e una figlia, sui conflitti interni e interiori, nel mistero di una vita sradicata. I rapporti familiari e sociali costituiscono una sorta di filo rosso delle opere della Comencini, che in Passione di famiglia (Feltrinelli 1994) conduce ancora una volta un’approfondita analisi delle mura domestiche: due sorelle espropriate, dieci figlie, cinquanta nipoti e le loro sventure affettive. Una partita a poker nel complesso gioco della vita. Di nuovo due sorelle – diversissime tra loro, nella Roma del Sessantotto – sono le protagoniste del suo terzo romanzo, Il cappotto del turco (Feltrinelli 1997). Due opposte concezioni di vita, Isabella in giro per il mondo, Maria con un marito e un figlio. L’arrivo di un ragazzo turco ricercato dalla polizia farà convergere nuovamente le loro vite.

Seguono Due partite, ulteriore approfondimento di realtà familiari; Matrioska (Feltrinelli 2000), storia di due donne – una narratrice e una scultrice – e del travagliato percorso verso la riscoperta della propria interiorità; La bestia nel cuore, vicenda di un trauma apparentemente lontano, che a sorpresa torna nella maturità, nella famiglia che la protagonista vorrebbe costruire, staccandosi definitivamente da un orrendo passato di abusi consumati tra le mura domestiche.

È una scrittura visiva, quella della Comencini, come se al posto delle parole usasse le immagini, conferendo in questo modo fluidità e realtà alle sue opere letterarie. Non a caso molti dei suoi libri sono sfociati poi in una sceneggiatura cinematografica e, a volte, teatrale, a dimostrazione di come il linguaggio cinematografico sia rimasto negli anni il suo prezioso punto di partenza. È arrivata alla letteratura passando per il cinema e si è ritrovata a fare cinema passando attraverso – e andando oltre – la scrittura, amando l’uno e l’altro, per lei inevitabilmente legati.

Nel frattempo la sua attività di regista continua con I divertimenti della vita privata (1990-92), La fine è nota (1992, dall’omonimo romanzo di Geoffrey Holliday Hall), Va’ dove ti porta il cuore (1996, dall’omonimo romanzo di Susanna Tamaro), Matrimoni (1998), Liberate i pesci (1999), Il più bel giorno della mia vita (2002, Nastro d’Argento per la migliore sceneggiatura), La bestia nel cuore (2005, nomination all'Oscar come miglior film straniero) e Bianco e nero (2008).

Nel 2006 esordisce sul palcoscenico, dirigendo Due partite, un viaggio nell’universo femminile tratto dall’omonimo libro.

Il suo ultimo libro, L’illusione del bene (Feltrinelli 2007, finalista al Premio Strega 2008), affronta il disincanto di una generazione ce ha creduto nella politica come in una chiave di svolta. Gli anni Settanta, un’utopia, il ritorno alla realtà di ingiustizie politiche e sociali, la disillusione finale.

 

Alma Daddario

Giornalista, collaboratrice di «Avvenimenti», «Minerva», «Elle», «Agenparl», «Orizzonti», «What’s Up», «Il Tempo» e «L’Unità», membro della Free Lance International Press, socio fondatore della Onlus “Progetto Universo Donna” nonché membro onorario della prestigiosa “Accademia dei Sepolti” di Volterra per meriti letterari e dal 2003 membro della giuria del premio teatrale “Ombra della sera” per il Festival del Teatro Romano di Volterra, dal 1997 Alma Daddario si occupa di scrittura creativa, collaborando con scuole e accademie private per la realizzazione di corsi e seminari. Ha collaborato inoltre con la Fondazione Moravia e con Dacia Maraini. Come scrittrice, esordisce nel 2003 con il libro-intervista Se scrivere potesse dire... (Selene), in cui dà voce a sette scrittrici, tra cui Anita Desai, Natalia Ginzburg e Sahar Khalifa. Nell’aprile 2008 pubblica Strani frutti e altri racconti (Il Filo. Prefazione di Aldo Carotenuto e nota di commento di Dacia Maraini), raccolta di quindici racconti brevi inaspettati come la vita, tangibili come la realtà, pur nell’apparente irrealtà delle vicende narrate. «I racconti di Alma Daddario hanno in sé quel qualcosa di affascinante che attrae con una pacata aggressione: non sono favole sospese nel vuoto ma si gettano nella vita vera, la stessa che non necessariamente ha un lieto fine. I personaggi sono seri, spesso tormentati, eppure trovano un coraggio insospettabile nei momenti più difficili. Infatti, pur familiari, i racconti sono sempre imprevedibili: caratteri opposti, mescolati e non confusi, con una chiave di lettura sempre rinvenibile tra le righe. Suggerirei al lettore di prendere questo libro come un album di fotografie che lo porterà in luoghi diversi, a conoscere persone diverse: una specie di viaggio in mondi lontani della memoria, e dell’immaginazione» (Dacia Maraini).

Alma Daddario è inoltre autrice di testi teatrali come Siamo tutti libertini (1997, premio “Stanze Segrete”) e Io ero (2004, vincitore del premio “Fondi La Pastora”). Ha rappresentato Albertine o della gelosia, L’anima e la voce, Le confessioni, Ritmo spezzato e Mare Nostrum alle Orestiadi di Gibellina (2008).

 

Francesca D’Aloja

Attrice, regista, sceneggiatrice ed esordiente scrittrice, nata a Roma il 21 aprile 1963. A diciotto anni “scappa” in America, dove, tra New York, Los Angeles e San Francisco si mantiene con lavori saltuari – tra cui cameriera e modella. Al suo ritorno frequenta una scuola di teatro e di lì a poco sale sul palcoscenico al fianco di Vittorio Gassman e di suo figlio Alessandro, con il quale intraprende una lunga storia d’amore. Dopo le esperienze teatrali di Poesia la vita, Quando eravamo repressi, Le quattro stagioni e Une intime absence: Pasolini/Callas, debutta come attrice cinematografica nel 1984 in Amarsi un po’ di Carlo Vanzina. Da quel momento lavora con grandi registi come Martin Donovan (Apartament Zero, 1988), Carlo Verdone (Stasera a casa di Alice, 1990), Ferzan Ozpetek (Il bagno turco, 1997), Ettore Scola (La cena, 1998), Ricky Tognazzi (La scorta, 1993) e Marco Risi (L’ultimo capodanno, 1997; Tre mogli 2001), che nel 1993 diventa suo marito e con cui nel 2004 firma la regia di 100 ragazzi in Monzambico, ultimo di una serie di documentari da lei diretti, comprendente Piccoli ergastoli (interamente realizzato all’interno del carcere di Rebibbia con la collaborazione dei detenuti e presentato al Festival di Venezia 1997), Sol y sombra (Festival Torino Giovani 1999) e Break on through. Tribute to Jim Morrison (Festival di Torino 2001).

Nel 2002 prende parte alla fiction Il bello delle donne e nel 2007 recita nel thriller All’amore assente di Andrea Adriatico e in David’s birthday di Marco Filiberti. Come scrittrice esordisce solo nel 2006 con il romanzo Il sogno cattivo (Mondadori) – da cui sarà tratto un lungometraggio da lei stessa scritto e diretto – ma l’amore per la letteratura risale ai suoi studi liceali e le sceneggiature lo hanno consolidato, incoraggiando il suo percorso verso la scrittura. Scritto in meno di due anni, Il sogno cattivo – che nel titolo richiama l’omonima poesia di Guido Gozzano, contenuta nella raccolta La via del rifugio (1906) – racconta i traumi che una giovane donna è costretta ad affrontare sin dall’adolescenza, approfondendo l’animo umano scendendo nelle pieghe più strette e tentando un’analisi di quei complessi anni ’70 e delle conseguenze protrattesi nei decenni successivi. L’incubo di Penelope inizia nel 1978 con la morte di suo padre in un incidente, il suicidio della madre e la scomparsa dell’amica del cuore, inghiottita nel vortice della lotta armata e delle BR dopo averle chiesto un aiuto che non ha saputo – o voluto – darle: nascondere delle armi. Provata per l’accaduto, sprofonda in un’autoesclusione dalla realtà per provare a sfuggirvi, a tutelarsi, aggrappandosi ad una inutile quanto inevitabile tossicodipendenza, nel tentativo di dilatare il tempo. Si ritrova così a sopravvivere e, dopo dieci anni, le sue ferite sono ancora aperte. Non riuscendo a distaccarsi definitivamente da quella realtà, capisce che solo ritrovando a sua amica e ricostituendo un contatto con la vita potrà riprendere a tessere la tela della sua esistenza e ritrovare finalmente sé stessa.

Nelle pagine più forti – in cui la d’Aloja descrive minuziosamente la vita dei reclusi nel carcere di Rebibbia (in cui Penelope si reca per parlare con un ex terrorista che potrà condurla dalla sua amica), si avverte l’eco della sua esperienza di regista ai tempi del documentario Piccoli ergastoli (1997): l’autrice stessa racconta di aver conosciuto in quell’occasione Giusva Fioravanti, con cui ha scritto la sceneggiatura del suo documentario. Pur essendo la sua prima prova letteraria, la d’Aloja dimostra grande attenzione nell’approfondimento dei comportamenti e della psicologia dei personaggi, restituendo un’immagine realistica – e quindi inquietante – della difficile società dell’epoca.

 

Rossella Drudi

Sceneggiatrice e scrittrice nata a Roma il 19 ottobre 1964, conosciuta in Europa e negli Stati Uniti con lo pseudonimo di Sara Asproon.

All’età di dodici anni inizia a scrivere storie per fumetti horror, che invia sistematicamente alle case editrici con lo pseudonimo “Ghibli”, fingendosi un ragazzo e barando sull’età.

Passa poi alla scrittura di sceneggiature, sempre dietro falsa identità, per aggirare difficoltà anagrafiche e convenzioni sessuali. Inguaribilmente appassionata di cinema, a diciassette anni inizia a lavorare come assistente volontario al montaggio.

Negli anni si afferma soprattutto come sceneggiatrice horror e thriller, scrivendo testi per molti film di Claudio Fragrasso (marito della Drudi) e Bruno Mattei.

Nel 2007 pubblica la sua prima – e al momento unica – opera letteraria, Prendimi e uccidimi (Grauseditore), thriller ambientato nella Torino delle Olimpiadi Invernali 2006, che nei primi due mesi ha venduto più di diecimila copie.

 

Biancamaria Frabotta

Nata a Roma nel 1946, Biancamaria Frabotta si divide tra l’amore per la poesia e l’insegnamento di letteratura italiana moderna e contemporanea come docente ordinario all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Interessata alla poesia contemporanea nella duplice veste di studiosa e poetessa, cerca di trasmettere la sua passione agli studenti dei suoi corsi, proponendo moduli in grado di stimolarne la curiosità e coinvolgendoli nella lettura e nell’interpretazione del testo poetico, sempre prestando attenzione alla periodizzazione letteraria, importante per un’adeguata ricostruzione del percorso culturale contemporaneo.

Tra i suoi studi troviamo autori come Giorgio Caproni, Pier Paolo Pasolini, Vittorio Sereni, Franco Fortini, Elsa Morante e Amelia Rosselli, ai quali dedica corsi universitari, saggi e libri. Nel 1976 cura l’antologia di poesia femminile italiana dal dopoguerra a oggi, Donne in poesia (Savelli).

Dal 1981 al 1983 redattrice della rivista femminile «Orsa minore» e dal 1989 al 1991 della rivista «Poesia», la sua opera poetica inizia concretamente nel 1982 con Il rumore bianco (Feltrinelli), per poi dispiegarsi attraverso raccolte come Appunti di volo e altre poesie (La Cometa 1985), Controcanto al chiuso (Rossi & Spera Editori 1991). Nel 1994 inizia la collaborazione con l’artista Giulia Napoleone, con la quale realizza i libri d’arte Controcanto al chiuso (monologo teatrale con due incisioni della Napoleone, Edizioni della Cometa 1994), Ne resta uno (sedici haiku con sei incisioni dell’artista, Il Ponte 1996) e Sopravvivenza del bianco (Scheiwiller, Milano 1997). Tra le raccolte poetiche ricordiamo anche La viandanza (Mondadori 1995. Premio Montale), Terra contigua (Empirìa 1999). E ancora La pianta del pane (2003) – raccolta contenente brevi componimenti il cui tema portante è l’amore coniugale – e Gli eterni lavori (2005).

Nelle sue poesie si avverte un profondo e sincero scavo interiore, che riesce a trasmettere al lettore con uno stile semplice eppure mai scontato.

Dal convegno sulla storia e sulle problematiche della malinconia in Occidente organizzato nel 1999, nascono nel 2001 i volumi Arcipelago Malinconia e Poeti della malinconia, curati dalla Frabotta.

Ha scritto inoltre opere narrative, come il romanzo Velocità di fuga (Reverdito 1989. Premio Tropea); testi teatrali (la trilogia Trittico dell’obbedienza, Sellerio 1996); saggi quali Letteratura al femminile (De Donato 1980) e Giorgio Caproni, il poeta del disincanto (Officina edizioni 1993); radiogrammi.

Nel 2007 ha pubblicato La piega delle cose (Il Bulino edizioni), libro-oggetto in collaborazione con l’incisore Ernesto Porcari. Il libro racchiude il segno grafico dell’artista e i testi poetici che la poetessa ha composto ispirandosi ai patterns astratti di Porcari.

 

Chiara Gamberale

Scrittrice, conduttrice radiofonica e televisiva nata a Roma il 27 aprile 1977, laureata in storia del cinema al Dams di Bologna, collaboratrice di vari quotidiani nazionali (tra cui «Il Giornale») e vincitrice del premio di giovane critica Grinzane Cavour 1996 – promosso dal quotidiano «La Repubblica» –,esordisce “in privato” a soli sei anni con Clara e Riki, storia di due piccoli montanari ispirata ai cartoni animati.

Nel 1999 realizza il sogno di diventare scrittrice quando, partecipando al Campiello Giovani, Cesare De Michelis – presidente e direttore letterario della Marsilio – rimane colpito dal romanzo Una vita sottile al punto da pubblicarlo. Ciò che lo colpisce è l’introspezione con cui vengono ritratti gli stati d’animo e le difficoltà legate all’anoressia e alla crescita, la spensieratezza con cui è affrontata una riflessione tutt’altro che leggera, attraverso vite e storie diversissime tra loro.

Con questo primo lavoro – giunto alla quinta edizione in meno di un anno – la Gamberale si classifica al primo posto nella categoria opera prima dei premi “Orient Express”, “Un libro per l’estate” e “Librai di Padova” e nel 2003 la Rai ne trae un tv-movie per la serie “Generazioni”, con la sceneggiatura di Lidia Ravera e Mimmo Rafele e la regia di Gianfranco Albano.

Nel 2001 pubblica Color lucciola (Marsilio), storia di Aletè, una donna dalle prodigiose capacità maieutiche che tenta di aiutare un ragazzo a uscire da un enigmatico silenzio, dando vita a un intreccio di realtà e finzione: “Io una volta ho capito che niente può essere talmente tanto vero da non celare in sé almeno un riflesso di bellezza. Tu una volta hai amato, Aletè. Io una volta ho capito che niente può essere talmente tanto bello da non celare almeno un’ombra di verità. Tu una volta hai amato, Orfeo. Bellezza e Verità un binomio inscindibile e le lucciole lo illustrano pienamente perché quando viene giorno non mantengono nemmeno un velo di poesia che la notte infonde loro” (dall’epilogo di Color lucciola).

Pubblicato nel 2002, Arrivano i pagliacci (Bompiani) racconta invece le vicende di una famiglia a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta come pretesto per una più ampia analisi della società del tempo. Nello stesso anno inizia a lavorare per Rai Educational come autrice e conduttrice televisiva: da “Parola mia” con Luciano Rispoli a “Gap (Generazioni Alla Prova)”, fino a “Quarto piano scala a destra” – di cui è anche ideatrice – al fianco di Carlo Guarino. Insieme a quest’ultimo, dal 2005 conduce su Radio 24 la trasmissione “Trovati un bravo ragazzo”, un appartamento radiofonico in cui Chiara e il suo coinquilino gay si dànno rispettivamente una mano nella stravagante ricerca di un partner, rivolgendosi reciprocamente l’invito a trovarsi entrambi un bravo ragazzo.

Ha da poco pubblicato La zona cieca (Bompiani 2008), Premio Campiello - Selezione Giuria dei Letterati: la “zona cieca” del titolo è tutto ciò che gli altri colgono di noi ma che a noi sfugge – in riferimento a uno schema inventato da due psicologi, Joseph Luft e Harry Ingham, chiamato “finestra di Johary”, che suddivide il campo che intercorre tra due o più persone in quello che io so di me, quello che i non so, quello che gli altri sanno di me e quello che non sanno – nel mezzo di un amore tortuoso fatto di bugie, tradimenti, abbandoni e indifferenza.

Attualmente dirige a Roma il laboratorio di scrittura creativa “Il calamaio”.

 

 

Ilaria Giovinazzo

Scrittrice e pittrice nata a Roma l’11 giugno 1979, laureata in Scienze Antropologiche all’Università degli Studi “La Sapienza”, ricercatrice in campo spirituale e storico-religioso e attualmente iscritta alla facoltà di Scienze Umanistiche.

Nel 1999 vince il premio Segnalazione speciale della Giuria al concorso europeo di poesia e narrativa “Massimo Grillandi”. Dal 2000 al 2002 collabora come articolista e scrittrice di racconti per «Cioè» e «Astrella» e nel 2001 pubblica il suo primo romanzo, Anime perdute (Effedue Edizioni).

Tuttora poesia e narrativa convivono tra le passioni della Giovinazzo, insieme a pittura, astrologia e filosofia orientale. La poesia rappresenta il suo lato più intimo, denudandola, mentre scrivere romanzi la fa sentire “protetta”, celata tra le pieghe dell’invenzione narrativa, e le permette di esprimersi con maggiore chiarezza. Proprio per questo, nei suoi romanzi tenta continuamente di raggiungere il giusto equilibrio tra contenuti e forma espressiva, senza mai mancare di schiettezza. Raccontarsi attraverso diverse forme artistiche è il suo modo per comunicare qualcosa su diversi livelli. Nel 2002 esce Come una macchia di caffè sui jeans (Effedue Edizioni), ripubblicato nel 2005 da Prospettiva Editrice con il titolo Non posso lasciarti andar via, un’esortazione a lasciarsi andare, a cogliere le opportunità della vita, imparando ad ascoltarsi e a seguire ciò che il cuore ci suggerisce, in un misto di ironia e profondità stilistica. Al 2007 appartiene invece un testo particolare, intitolato Donne del destino (Besa Editrice), romanzo storico basato su tre donne leggendarie – Maria Maddalena, Aspasia e Francesca – e sulle tre storie d’amore che le riguardano: Gesù, Pericle e Paolo. Donne-ombra, in balìa del silenzio e delle convenzioni sociali.

Amante di David Herbert Lawrence, Hermann Hesse, Kahlil Gibran e Goethe, la sua ultima scoperta in campo letterario è il francese Maxence Fermine.

Attualmente è redattrice della testata web Oltrepensiero.it, sulla quale gestisce una rubrica di attualità politica e con cui ha organizzato il Concorso Letterario Giornalistico “Scrivere Oltrepensiero”, in collaborazione con Prospettiva Editrice.

 

Carmen Iarrera

Scrittrice di romanzi e racconti gialli, giornalista, autrice radiofonica e televisiva, sceneggiatrice e traduttrice di origini siciliane, nata a Roma nel 19--.

Laureata in Scienze politiche all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, si occupa prevalentemente di “letteratura gialla” e collabora alle riviste «Gente Viaggi», «Io donna» e «Confidenze». I suoi racconti figurano in riviste ed antologie americane, tedesche, francesi, spagnole e sono pubblicati dalla Mondadori nella collana “Il Giallo Mondadori, Segretissimo”, che comprende anche i romanzi Guantanamera (1991) e Jihad 1999 (1995).

Dal 1998 al 2001 riveste il ruolo di presidentessa della sezione italiana dell’AIEP, l’associazione internazionale che raggruppa scrittori di gialli di tutto il mondo.

Scrittrice di soggetti e sceneggiature di molti fotoromanzi (tra cui Condor-Rusconi e Grand Hotel) e fumetti (Lancio Story, Scorpio, Intrepido, tanto per citarne alcuni), è autrice di due romanzi gialli scritti con il critico d’arte Federico Zeri: Mai con i quadri (Longanesi 1997) – da cui nel 1999 viene tratta una miniserie – e Uno sguardo indiscreto (Longanesi 1999). Per Mondadori ha tradotto molti autori, tra cui Rex Stout, Ellery Queen, Barbara Wood e Van Gulick, mentre per RADIO-RAI ha scritto diversi racconti, il testo del programma “My way” sulla vita e il mito di Frank Sinatra e la sceneggiatura di Rosso cardinale, tratto dal romanzo di Peter Nichols sulla vicenda del cardinale Fabrizio Ruffo. Ha lavorato anche per RAI-TV come autrice di “Uno mattina” e “Format”.

Nel 1986 ha vinto il Premio WWF per la miglior favola sul lupo con Il lupetto e la bambina e nel 2003 è entrata nella cinquina finale del Premio Scerbanenco con il romanzo Delitti alla Scala (Fazi Editore).

 

Loriana Lana

Scrittrice, sceneggiatrice di musical, autrice di testi e musicista, nata a Roma il 15 marzo 1969, Loriana Lana inizia il proprio percorso letterario al seguito dello scrittore Massimo Grillandi, al quale – giovanissima – sottopone poesie e articoli pubblicati su periodici letterari.

Seconda classificata al premio letterario di narrativa e poesia “Michele Cima” 19—(presieduto da Grillandi) e vincitrice della prima edizione del premio letterario per l’infanzia “C’era una volta” 19--(patrocinato da «Il Messaggero»), nel 1986 pubblica il suo primo libro, L’amore addosso, incentrato sulle vicende di una giovane donna e sulla sua battaglia per l’amore.

Seguono Le persone del cuore (Serarcangeli, libro di poesie); Passione immortale (Jouvance, romanzo), storia di un amore che va oltre la vita e la morte; Il primo bacio della luna (Serarcangeli), storia di passioni, sconfitte e trionfi nell’universo cinematografico; SMS diVersi, raccolta di brevi poesie d'amore da inviare con il telefonino.

È inoltre autrice di sigle televisive, canzoni per il cinema, commedie musicali e testi per Luis Enrique Bacalov, Amii Stewart, Iva Zanicchi, Mariangela Melato, Athina Cenci, Tony Esposito ed Ennio Morricone. Nel 2005 le è stato assegnato il Premio Internazionale Elsa Morante per la commedia Carnevalissimo, ispirata alle maschere della Commedia dell'Arte, e attualmente collabora con l'Associazione Culturale "Fonopoli" di Renato Zero, nel settore Testi Musicali.

 

Rosetta Loy

Nata a Roma nel 1931, Rosetta Loy ha origini in parte piemontesi e in parte romane. Scrittrice, traduttrice (per la collana «Scrittori tradotti da scrittori» di Einaudi ha tradotto Dominique di Fromentin e La principessa di Clèves di Madame de La Favette) e giornalista, la scrittura rappresenta per lei un’esigenza, l’urgenza di raccontarsi, l’occasione per vivere molteplici vite, pensando ai libri come a degli incontri in cui si può trovare ciò che ci si aspetta e che nessun altro può dirci, un contatto con il resto del mondo.

Divenuta famosa nel 1974 con La bicicletta (Einaudi. Premio Viareggio Opera Prima), tra le sue opere ricordiamo: La porta dell’acqua (Einaudi 1976), L’estate di Letuqué (Letuche) (Rizzoli 1982), All’insaputa della notte (Garzanti 1984), Le strade di polvere (Einaudi 1987-88?, premio Campiello e Viareggio e Catanzaro), Sogni d'inverno (Mondadori 1992 o 95?), Cioccolata da Hanselmann (Rizzoli 1995 o 97?) e Ahi, Paloma (Einaudi 2000).

I ricordi e il ricordare sono l’indispensabile premessa delle sue opere, un guardare indietro per andare avanti e affacciarsi al futuro. Lo conferma – sin dal titolo, un verso di Sylvia Plath – il suo ultimo libro, Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria (Einaudi 2004) in cui, attraverso sguardi giovani, viene narrata la difficile storia di una famiglia dal 1941 agli anni Sessanta, in un intreccio di eventi storici e vicende quotidiane, senza lasciar emergere alcun giudizio morale ma solo mostrando la molteplice identità di qualunque individuo. Se i ricordi sono bui – sembra suggerirci l’autrice – il domani (l’aria) è azzurra, è aperto alla speranza e al cambiamento.

Non a caso, nella sua formazione letteraria spiccano nomi come Proust (la memoria, il vissuto), Virginia Woolf, Primo Levi ed Elsa Morante, tutti autori che – in un modo o nell’altro – nella memoria scorsero la propria identità.

Sul tema della memoria per eccellenza, La parola ebreo (Einaudi 1997. Premio Fregane e premio Rapallo-Carige) – nato quasi per caso, frutto di una scrittura personale – è uno sguardo profondo sulla crudeltà delle leggi razziali, affidato a una bambina, alla sua scoperta della parola “ebreo”. Una bambina che assiste inconsapevolmente a dei cambiamenti intorno a sé, cambiamenti sospetti ma incomprensibili per la sua età. Una bambina: l’unica ad avere il sacrosanto diritto a non sapere, a non capire. Divenuta donna, quella stessa bambina ripercorre quegli stessi cambiamenti, ormai perfettamente in grado di comprenderne le cause e l’ingiustizia. Un contenuto laborioso sostenuto però da uno stile leggero, che lascia parlare gli eventi ed evidenza la morte psicologica e sociale di quegli anni.

 

Melania G. Mazzucco

Scrittrice e autrice di soggetti e sceneggiature per il cinema, nata a Roma nel 1966.

Laureata in Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea e in Cinema al Centro Sperimentale di Cinematografia, Melania Mazzucco collabora dal 1995 all’Enciclopedia Italiana Treccani, per la quale ha curato il settore letteratura e spettacolo di varie opere dell’Istituto.

Seval è il suo racconto d’esordio (1992), seguito da altri racconti poi pubblicati da varie riviste. Nel 1996 è tra i finalisti del Premio Strega e del Premio Viareggio con il romanzo Il bacio della Medusa (Baldini&Castoldi), tradotto in numerosi Paesi. Torino, valle della Stura di Demonte (la tanto amata Demonte della scrittrice Lalla Romano), primi del Novecento: storia di una scandalosa unione al femminile. Ricco di dettagli, si concentra sulle conseguenze – soprattutto psicologiche – dell’unione e della conseguente separazione.

Nel 1997 pubblica il radiogramma La vita assassina e nel 1998 è di nuovo finalista al Premio Strega con La camera di Baltus (Baldini&Castoldi), un intreccio di tre storie ambientate in una stanza sulla torre della fortezza di Bastia del Garbo. Il castello in questione non è meramente fisico, bensì rappresenta una metafora dell’architettura del romanzo stesso, in cui ciascun capitolo prende il nome da una parete del castello (Parete nord, sud, est, ovest). Una narrazione ossessionata dall’azione del tempo, che tutto cancella. Un tempo reversibile, come recita il verso di Eugenio Montale posto in epigrafe, per cui la Mazzucco scivola continuamente tra il passato e il presente in un continuo scambio spazio-temporale, senza alcuna intenzione di ricongiungimento, nella consapevolezza dell’irreparabile dissoluzione del tempo.

Una prospettiva storica e al femminile è alla base di Lei così amata (Rizzoli 2000. Super Premio Napoli, Premio Vittorini, Premio Bari Costa del Levante e Premio Chianciano) – da un verso di Rainer Maria Rilke (“Lei così amata che più pianto trasse/da una lira che mai da donne in lutto;/così che un mondo fu lamento in cui/tutto ancora appariva: bosco e valle/villaggio e strada, campo e fiume e belva;/e sul mondo di pianto ardeva un sole/come sopra la terra, e si volgeva/coi suoi pianeti un silenzioso cielo,/un cielo in pianto di deformi stelle -/lei così amata” da Orfeo Euridice Hermes) – in cui l’autrice ripercorre la vita di Annemarie Schwarzenbach (1908-1942), scrittrice e giornalista continuamente alla ricerca di una integrità e una cognizione di sé stessa. Un racconto ce inizia e si conclude con la morte di Annemarie, in una narrazione a ritroso che testimonia la ciclicità degli eventi e il nesso indissolubile tra via e morte, principio e fine.

Con Vita (Rizzoli 2003) – la vita degli emigrati italiani negli Stati Uniti nei primi del ‘9oo, Vita insieme a Diamante, nomi emblematici di due ragazzini realmente esistiti, tristemente segnati da quell’esperienza più grande di loro, un’esperienza che raramente restituisce appieno ciò che sottrae alla vita – portato sul grande schermo da Paolo Virzì nel 200_, la Mazzucco è finalmente vincitrice del Premio Strega.

Nel 2005 pubblica il romanzo Un giorno perfetto (Rizzoli) – da cui è tratto l’omonimo film attualmente nelle sale – cronaca di un giorno apparentemente “qualunque”, un’immersione nella caotica Roma, prototipo della società d’oggi, verso la risoluzione di un delitto-facciata di quella stessa società.

Romanzi a parte, Melania Mazzucco ha scritto anche numerose storie per la radio, articoli e recensioni sul teatro. Proprio per il teatro, a metà degli anni ‘90 ha curato insieme a Luigi Guarnieri Una pallida felicità - Un anno nella vita di Giovanni Pascoli, vincitore della Medaglia d’oro per la drammaturgia italiana.

 

Manuela Minelli

Scrittrice e giornalista romana nata il 22 gennaio 1961. Collaboratrice di quotidiani come «Il Messaggero», «La Repubblica», «Il Tempo» e di varie riviste culturali, soprattutto on-line, ideatrice e direttrice di periodici di musica, spettacolo e attualità, è autrice di molte commedie musicali, tra cui Sognando Broadway, Famiglia Cocciuolo, ovvero, pacchi a sorpresa e Un Paradiso tutto da ridere.

Animalista convinta, ha curato l’ufficio stampa della L.I.P.U. (Lega Internazionale Protezione Uccelli) ed è tuttora in prima linea nella difesa dei diritti degli animali.

Come giornalista privilegia apertamente la free-lance sulla base di libertà di idee e d’espressione, assertrice di un giornalismo senza freni né bavagli, come quello dell’indimenticabile Enzo Biagi, artigiano della parola che ha sempre privilegiato l’informazione, scevro di qualunque servilismo o narcisismo.

Proprio l’amore per la libertà espressiva ha portato la Minelli al grande salto verso la narrativa con C’è odore di cuore (Giraldi Editore 2007), romanzo che raccoglie le narrazioni – più o meno brevi – di un gruppo di donne che si riunisce in occasione del funerale di un’amica in comune. Tema portante di ciascuna narrazione è l’amore, quello che si insegue per una vita e che sembra puntualmente sfuggire, quello legato all’eros, quello del binomio eros-tanatos, il sentimento al quale – volenti o nolenti – non si può in alcun caso sfuggire. Un libro in cui la presenza dell’autrice si avverte direttamente o indirettamente nelle figure femminili di ciascuna storia.

Quello della Minelli sembra uno stile improntato sulla forma breve, sulla suddivisione in capitoli e sulla creazione di racconti. Attualmente sta lavorando all’Epistolario erotico tra due internauti sconosciuti, romanzo sul legame sentimentale tra due persone che non si conoscono fisicamente e che intraprendono un rapporto esclusivamente telematico ma molto profondo, basato sulle e-mail che l’uno scrive all’altra.

Gran parte del materiale contenuto nelle rubriche femminili da lei curate negli anni verrà pubblicato con il titolo Ti mando il pezzo, mentre nei progetti della scrittrice balugina l’idea di un libro che raccolga ricette culinarie abbinate di volta in volta alle persone da cui sono state suggerite o create (convinta sostenitrice dell’indissolubile legame amore-cibo, ispiratole da Isabel Allende) e di una raccolta di favole narrate, inventate o reinterpretate da personaggi dello spettacolo, della cultura e dello sport.

 

Michela Monferrini

Studentessa di Lettere all’Università Roma Tre e autrice di racconti, poesie e haiku, Michela Monferrini è nata a Roma nel 1986. Ha ottenuto riconoscimenti come il premio “Subway2005-poesia” e alcuni dei suoi componimenti sono stati pubblicati su manuali, riviste e antologie, tra cui Nulla è per sempre (Perrone Editore 2006). Sempre per Perrone Editore, nel 2007 ha pubblicato il racconto Coperta patchwork, inserito nella raccolta Senza sapere chi sei (a cura di Paolo Di Paolo).

I racconti Mentite spoglie e Uscita di scena sono pubblicati rispettivamente in Niente è per niente – 59 ultimi respiri e nell’antologia San Gennoir, mentre altri testi si trovano nelle antologie Sempre caro mi fu... quest’ermo frigo e Subway – Poeti italiani Underground (Il Saggiatore).

 

Ingy Mubiayi

L’etimologia del nome suggerisce in qualche modo le sue origini in parte zairesi e in parte egiziane, ma Ingy Mubiayi, nata al Cairo nel 1972 da madre egiziana e padre congolese, dall’età di quattro anni vive a Roma, dove frequenta le scuole francesi per poi passare a quelle italiane e dove nel 2000 apre una piccola libreria – Modus Legenda – nel quartiere di Primavalle.

Laureata in Storia della civiltà arabo-islamica all’Università “La Sapienza”, negli anni ha partecipato a diverse associazioni operanti prevalentemente nell’ambito dell’immigrazione e si è occupata di traduzioni e insegnamento.

Inizia a scrivere sull’onda del suo amore per Sartre, influenzata anche da Camus, Simone De Beauvoir, Marguerite Yourcenar, Marguerite Duras, Quenau e, tra gli scrittori italiani, Italo Calvino. Collaboratrice del settimanale «Internazionale», nel 2004 viene premiata nell’ambito del concorso letterario Eks&Tra, esordisce con due racconti – Concorso e Documenti prego – contenuti in Pecore Nere (2004-05?), raccolta che riunisce le esperienze di quattro scrittrici (Ingy Mubiayi, Laila Wadia, Igiaba Scego e Gabriella Kuruvilla) in relazione alla loro doppia identità. Otto storie ambientate in Italia con uno sguardo al proprio Paese d’origine, un incrocio di culture e tradizioni, le difficoltà di una convivenza spesso tutt’altro che ben accetta.

Altri suoi racconti sono contenuti anche in Italiani per vocazione (Cadmo 2000) e Amori Bicolori (Laterza 2008), entrambe raccolte che ruotano intono al tema dell’immigrazione, con tutto ciò che ne consegue: difficoltà, stati d’animo, disperazione. Nel 2007 collabora con la collega Igiaba Scego nella realizzazione di un reportage sui figli dei migranti afro-italiani, Quando nasci è una roulette. Giovani figli di migranti si raccontano (2007, Terre di Mezzo): i protagonisti sono, naturalmente, i ragazzi di origine africana nati – o comunque cresciuti – a Roma, tra le difficoltà quotidiane, il rapporto con la famiglia, con gli amici, con la religione, con il futuro. Un futuro di culture diverse che, si spera, possano imparare a convivere serenamente,arricchendosi l’un l’altra.

 

Romana Petri

Romana di nome e di nascita, Romana Petri – classe 1955 – scrittrice, traduttrice, insegnante di francese in un liceo e collaboratrice di «Nuovi Argomenti», «l’Unità» e «Il Messaggero», esordisce nel 1990 con Il gambero blu e altri racconti (Rizzoli. Premio Rapallo e Premio Mondello Opera Prima).

Con Alle case venie (Marsilio 1997), ambientato durante la guerra partigiana in Umbria tra il 1943 e il 1945 e incentrato sullo stretto legame tra vivi e morti, si aggiudica il Premio Rapallo-Carige e il Premio Palmi, e arriva finalista al Premio Strega 1998.

Il complesso vincolo padre-figlio è invece al centro del romanzo I padri degli altri (Marsilio 1999. Premio Bari e Premio Chiara 2000), in cui la Petri affronta con estrema delicatezza le difficoltà della distanza fisica e congenita – frutto anche di un’ingiusta educazione da “veri uomini” – dei padri nei confronti dei figli. Difficoltà che raramente emergono invece all’interno del più intimo legame materno.

Tra le sue opere ricordiamo: Il ritratto del disarmo (Rizzoli 1991), Il baleniere delle montagne (Rizzoli 1993), L’antierotico (Marsilio 1995), La donna delle Azzorre (Piemme 2001. Premio Grinzane Cavour 2002, sezione Narrativa Italiana), Dagoberto Babilnio, un destino (Mondadori 2002) ed Esecuzioni (Fazi 2005). Recentemente ha pubblicato Ovunque io sia (2008), storia di una maternità, della sua illimitata forza, del supremo amore che la nutre.

I suoi libri sono tradotti in inglese, francese, tedesco, portoghese, olandese, ebraico.

 

Silvia Pingitore

Esordisce vincendo il Premio Moravia 2004 con un breve racconto su Roma, Silvia Pingitore, giovane scrittrice romana classe 1984. Vincitrice per due anni di seguito del premio letterario “Poche storie” (2006 e 2007), giornalista pubblicista, collabora al «Venerdì di Repubblica», su cui gestisce una rubrica di letteratura.

Molti dei suoi racconti sono pubblicati in antologie e riviste (come Via Savoia, in Senza sapere chi sei, Perrone 2007, raccolta di racconti di cui ha curato le illustrazioni). Amante dei libri di Roald Dahl, ha recentemente pubblicato il suo primo romanzo, Via Ripetta 218 (Perrone 2008), uno sguardo attento su una generazione, sulla scuola d’oggi, sulle variegate personalità di ragazzi all’ultimo anno di un liceo artistico di via Ripetta, a Roma. Ragazzi che, in mancanza di una vera e propria formazione di vita – compito a cui la scuola dovrebbe provvedere e invece non lo fa – si aggrappano alla violenza verbale, ad un linguaggio crudo, spesso fatto di parole corrose e frasi a metà.

Sempre nel 2008, vincitrice della borsa di studio “Robert Schumann”, Silvia Pingitore vola a Bruxelles per uno stage di giornalismo presso il comitato editoriale del Parlamento Europeo, non senza un pizzico di nostalgia per la sua Roma, alla quale è dedicata la poesia, non a caso intitolata Amor:

 

Niente lagnanze mediterranee che parlano di terre sapori

acque azzurre o piccanti. Roma non ce l’ha una terra

o un mare vero, e le piazze, pure troppo larghe,

non bastano per le nostre memorie di gioventù.

Siamo milioni, coi nostri grilli per la testa e gli appuntamenti

in ogni dove. E le nuvole neanche sanno custodirli i segreti,

nell’aria dipinta e inquinata che si beffa del traffico.

Il cielo è l’unica cosa che ti perseguiterà per tutta la

vita, e se te ne vai devi non averlo amato per non soffrire.

E ti sembra scontato che abbia un colore,

finché non vieni qui. Questa specie di bianco

non lo ritrovi nella tavolozza dei ricordi.

È l’insieme di tutti i colori, ma qui non c’è sfumatura

sulle cose, e i palazzoni di vetro ti risbattono in faccia il

nulla, in un abbaglio quasi nauseante.

Il quasi nero della strada, il quasi grigio delle nuvole.

Non c’è senso in questi alberi, né vita sui loro rami.

Solo una banda di piccioni in strada,

manco dei pennuti speciali per l’occasione.

Pennuti polari, magari, qualcosa di esclusivo

e incantevole, e invece niente, perché

neanche è un paese del nord, questo.

Dove lo si colloca il Belgio?

Sotto l’ombrello, signori miei.

È l’unico luogo che gli compete.

E per te, non più arancione e azzurro e violetto tendente

al blu, frullati in quella cromia assurda

che ti si rifletteva nelle pupille.

Non scappi, caro il mio brillante cervello in fuga.

Perché se metti Roma allo specchio

non puoi che leggere Amor.

Veronica Raimo

Nata a Roma nel 1978, Veronica Raimo collabora con diverse riviste e quotidiani – tra cui «XL» di Repubblica, «Il Manifesto», «Roma c’è», «Liberazione», «Rolling Stone» – e lavora come traduttrice per Minimum Fax, Fandango e Coconino Press. Autrice di poesie e racconti con cui ha partecipato a festival e antologie – tra cui Fuori dal cielo e Tu sei lei (Minimum Fax 2008), Il dolore secondo Matteo (Minimum Fax 2007) è il suo primo romanzo, storia di un ménage a trois tra Matteo (protagonista nonché io narrante), una giovane terapeuta musicale e un ragazzo omosessuale. Un romanzo sulla difficoltà di comunicare, sulla laboriosità delle relazioni affettive, sul dolore che ne deriva.

 

Elisabetta Rasy

Vincitrice di numerosi premi letterari, tradotta in molti Paesi, collaboratrice di giornali come «La Stampa» e «Panorama», Elisabetta Rasy, nata a Roma, ha pubblicato un cospicuo numero di romanzi e racconti, tra cui: La prima estasi (Mondadori 1985), Il finale della battaglia (1988), L’altra amante (Garzanti 1990), Mezzi di trasporto (Garzanti 1993), Ritratti di signora (finalista al Premio Strega 1995) e Posillipo (Rizzoli 1997. Vincitore del Premio Selezione Campiello). È inoltre autrice di vari saggi di argomento letterario, in gran parte dedicati alla scrittura femminile (La lingua della nutrice, 1978; Le donne e la letteratura, 1984).

Nel 2005 pubblica La scienza degli addii, sulla storia – vera – del poeta russo Osip Mandel’stam  e di sua moglie Nadezda Chazina, sul loro stabile amore fino alla separazione forzata nel 1938, quando lo scrittore viene deportato in un campo di concentramento in Siberia, dove morirà.

Con L’estranea (2007), la scrittrice si addentra tra le dolorose pieghe di uno straziante rapporto madre-figlia, raccontando di un ultimo viaggio insieme, durante il quale le due donne si scopriranno estranee l’una all’altra. Un viaggio nella malattia, nella solitudine, nell’incomprensione innocente, scevra d’intenzionalità.

 

Igiaba Scego

“Somala di origine, italiana per vocazione”, come si autodefinisce, Igiaba Scego, nata a Roma nel 1974 da genitori somali (figlia di Ali Omar Scego, ex ministro degli esteri somalo), è laureata in Letterature straniere all’Università degli Studi “La Sapienza” e sta svolgendo un dottorato di ricerca in Pedagogia presso l’Università Roma Tre.

Collabora attivamente con «Il manifesto», «Nigrizia», «Latinoamerica», «Carta», «il Ghibli» e «Migra». Attualmente si occupa di scrittura, giornalismo e ricerca nell’ambito del dialogo tra le culture e della migrazione.

Le sue opere, arricchite da elementi autobiografici, si fondano sul delicato equilibrio tra le sue due culture d’appartenenza (italiana e somala)

Nel 2003 vince il premio Eks&Tra per scrittori migranti con il suo racconto Salsiccia e pubblica il suo romanzo d’esordio La nomade che amava Alfred Hitchcock (Sinnos), un modo – attraverso la narrazione della vita nomade di sua madre prima di stabilirsi a Mogadiscio e, in seguito, in Italia – di spiegare la Somalia alle nuove generazioni.

Rhoda (Sinnos 2004) è invece un romanzo disposto du tre diversi piani temporali, ambientato tra Roma e Napoli, che fa luce sulla realtà dei cosiddetti “immigrati di seconda generazione”, quelli che dovrebbero aver assimilato la cultura italiana fino a sentirla propria e che invece restano in bilico tra le proprie origini e la quotidianità di usanze e comportamenti completamente diversi.

Nel 2005 cura l’antologia di scrittori migranti Italiani per vocazione (Cadmo) e nel 2007, insieme a Ingy Mubiayi, la raccolta Quando nasci è una roulette. Giovani figli di migranti si raccontano, storia di sette ragazzi e ragazze di origine africana, nati a Roma da genitori stranieri (o arrivati in Italia da piccoli), descritta attraverso la scuola, il rapporto con la famiglia e con i coetanei, la religione, il razzismo, le paure, i sogni. Molti dei suoi racconti sono usciti nelle antologie Pecore nere (Laterza 2005) e Amori Bicolori (Laterza 2008)

Il suo ultimo romanzo è Oltre Babilonia (Donzelli 2008), in cui Italia, Somalia e Argentina entrano in contatto tra loro, ancora una volta un romanzo concepito in nome di una positiva contaminazione etnica e culturale.

 

Clara Sereni

Nata a Roma nel 1946 (doveva vissuto per quarantacinque anni) ma perugina d’adozione, Clara Sereni, esordisce come scrittrice nel 1974, con Sigma Epsilon (Marsilio) – incentrato sullo scalpitante impegno politico della sua generazione, con delle sfumature autobiografiche. Per più di dieci anni si dedica intensamente alle traduzioni di Stendhal, Balzac e Madame de Lafayette, e solo nel 1987 torna alla scrittura con il romanzo Casalinghitudine (Einaudi), in cui il cibo – e in particolare le ricette culinarie – scandiscono periodi ed episodi di vita vissuta. Nel 1989 pubblica Manicomio primavera (Giunti), volume di racconti pubblicato in Argentina, seguito da Il gioco dei regni (Giunti 1993. Premio della società dei lettori di Lucca e Premio Marotta. Tradotto in Francia ed Irsaele) e dalle raccolte di racconti Eppure (Feltrinelli 1995) e Il lupo mercante (Rizzoli 2007). In quest’ultimo, la Sereni traccia il profilo di una generazione – quella a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta – attraverso le esperienze di giovani donne, attraverso i loro sentimenti, le loro scoperte, la loro sensibilità le loro paure. Una profonda – e al contempo leggera nello stile e nella narrazione – indagine al femminile per un sottile confronto con quella che è la femminilità d’oggi.

Da sempre alterna la sua attività letteraria a un forte impegno politico come vice sindaco di Perugia (1995-1997) e con un profondo impegno nelle tematiche sociali, esperienza riportata nel libro Taccuino di un’ultimista, in cui racconta le difficoltà ma anche la gioia di chi si presta quotidianamente al servizio del prossimo. Opinionista sulle pagine de «L’Unità» e de «Il Manifesto», curatrice delle opere collettive Mi riguarda e Si può?, nel 1998 – a seguito di una vicenda familiare – promuove la Fondazione “La città del sole” - Onlus (di cui è attualmente presidente), impegnata nella costruzione di progetti di vita per persone con disabilità psichiche e mentali.

Nel 2004 partecipa al film documentario girato dal marito Stefano Rulli, dal titolo Un silenzio particolare, sull’esperienza di vita col loro figlio Matteo, anche lui protagonista del film.

 

Barbara Spinelli

Giornalista e saggista nata a Roma il 31 maggio 1946, Barbara Spinelli inizia scrivendo articoli per «Il Globo».

Nel 1969 pubblica il saggio Presente e imperfetto della Germania orientale (Il Mulino). Tra i fondatori del quotidiano «Repubblica», tra il 1984 e il 1985 passa al «Corriere della Sera» e infine alla «Stampa» come corrispondente da Parigi (dove vive e lavora tuttora) e in seguito come editorialista. Nel 2001 torna alla saggistica con Introduzione a Solzenicyn. L'arcipelago Gulag e Il sonno della memoria. L'Europa dei totalitarismi (Mondadori).

Ferma sostenitrice della battaglia in difesa dei diritti civili, l’8 marzo 2005 riceve il premio “È giornalismo” in qualità di vincitrice per il 2004 e, nello stesso periodo, pubblica Ricordati che eri straniero (Qiqajon 2005), saggio in cui affronta il delicato tema del rapporto con il “diverso”, incitando gli uomini di oggi a non dimenticare gli individui di ieri, le esperienze di migrazione, a volte di rigetto, vissute allora in prima persona, tenendole anzi bene a mente nel quotidiano rapportarsi con le diverse realtà attuali. Senza considerarle unicamente portatrici di minacce e negatività.

Nel 2006 vince il Premio Ischia come giornalista dell’anno per l’informazione scritta e nel 2007 riceve il Premio Internazionale Ignazio Silone per la saggistica.

 

Carla Vangelista

Sceneggiatrice di successo nata a Roma il 3 aprile 1954, Carla Vangelista ha collaborato con grandi registi – tra i quali Gabriele Salvatores – e ha curato i dialoghi di molte fiction.

Nel 2006 esordisce come scrittrice al fianco di Silvio Muccino (un esordio anche per il giovane attore) con Parlami d’amore (Rizzoli), da cui è tratto l’omonimo film (2008), regia dello stesso Muccino. Una narrazione a due voci, quella del giovane Sasha e quella più matura di Nicole. Lentamente tra i due nasce una dolce amicizia, che si trasforma in un inseguimento emotivo, tra vecchi amori, dolori indimenticabili, disagio sociale e imbarazzo: l’impaccio per due vite così diverse, per le loro età forse troppo distanti, eppure irrilevanti quando si riesce a “parlare d’amore”, ad esprimersi con il cuore. Tutto il resto escluso.

 

 

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