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Cardinale Ildefonso Schuster, Scritti su la Chiesa orante, la Vergine Maria e la vita monastica, Milano, Glossa, 2005.

 

 

 

La sera del 30 agosto 1954, nella quiete notturna del Seminario Teologico di Venegono Inferiore, moriva santamente, dopo una vita interamente spesa fino all’ultimo respiro, il Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, Arcivescovo di Milano dal 1929. L’Arcivescovo vi era arrivato, non senza lo stupore dei seminaristi e dei professori, per passarvi qualche giorno di riposo e di ristoro. “Non aveva mai fatto una vacanza e i venticinque anni di episcopato lo avevano ormai consumato”. La sua fibra energica, racchiusa in un corpo quasi diafano, piccolo e magro, si stava consumando. Non si era mai risparmiato e aveva visitato anche i luoghi più remoti dell’Archidiocesi; durante la guerra la sua era rimasta quasi l’unica voce che si era levata forte nella Milano devastata dalle barbarie belliche e come agli antichi Vescovi dell’epoca tardo imperiale a lui gli ambrosiani guardavano e si rivolgevano durante l’interminabile conflitto. Come “architetto di pace” si era poi prodigato per arrivare ad una conciliazione fra un Duce, ormai stanco e fiaccato, e gli alleati già vincitori, offrendo la sua alta mediazione. La poca lungimiranza di Mussolini e della sua “corte” fecero in modo che anche questo ultimo tentativo andasse a vuoto. Piazzale Loreto già attendeva lo scempio dei giorni successivi.

Tutti lo avevano potuto vedere immerso nella preghiera e quasi assorto in una dimensione ultraterrena partecipare alle liturgie pontificali nel Duomo privato delle sue belle ed artistiche vetrate, anche col gelo invernale, e questo aveva notevolmente influito sulla sua salute. Il suo carattere riservato e umile lo spronava quasi più a nascondersi che ad apparire.

Così ricorda il suo arrivo a Venegono l’allora Rettore Maggiore Mons. Giovanni Colombo:

“L’automobile dell’Arcivescovo si fermò davanti all’atrio del Seminario verso le 18 del 14 agosto. Non pioveva più, ma una bassa nuvolaglia copriva tutto il cielo e la campagna era macera di pioggia recente”. Non era stato facile persuaderlo a lasciare la calura dell’Episcopio di Piazza Fontana, ma finalmente aveva ceduto alle insistenze di chi lo consigliava di prendere qualche momento di riposo per porre rimedio alla sua ormai malandata salute.

Nato a Roma nel 1880, figlio di uno Zuavo Pontificio bavarese e di un’altoatesina, era entrato giovanetto nel Monastero benedettino di San Paolo fuori le Mura, dove nel 1918 era diventato Abate[1]. Profondo conoscitore di epigrafia latina, si era dedicato agli studi storici e liturgici e, prima della nomina ad Abate, era stato Maestro dei novizi e professore di Storia Ecclesiastica, prediligendo gli studi sulla Storia di San Benedetto.

Nominato Visitatore Apostolico per i Seminari Ambrosiani durante l’Episcopato del Cardinal Tosi, aveva fortemente voluto la costruzione del Seminario Teologico a Venegono per sottrarre i seminaristi dal caos e dagli spazi (da lui giudicati angusti) del vecchio Seminario di Corso Venezia a Milano. Quando Pio XI lo nominava Arcivescovo di Milano come successore del Cardinal Tosi (del quale forse Papa Ratti non si era mai fidato pienamente, continuando a considerarlo sempre il suo antico alunno del Seminario) egli non giungeva quindi totalmente sconosciuto nella più vasta e importante Archidiocesi d’Italia che tra l’altro custodiva - e custodisce ancora oggi - un suo Rito Liturgico particolare (l’Ambrosiano appunto).

Sin dai suoi primi messaggi inviati al clero e ai fedeli tutti di Milano, si intuiva subito il suo alto profilo spirituale e la sua profonda pietà cristocentrica incentrata sulla Liturgia. Così infatti egli si esprimeva: “Una riforma ascetica, anzi un metodo pastorale di formazione spirituale d’una parrocchia, e più specialmente, delle associazioni cattoliche, ispirato alla Sacra Liturgia, quanto riuscirebbe bello, utile, fecondo! Quale vantaggio ne conseguirebbe altresì la formazione catechistica, qualora si incentrasse sulla partecipazione veramente attiva ed intelligente del popolo alla S. Liturgia […]”

 Chi avesse il tempo di riprendere interamente la lettura della prima lettera al clero milanese, Qui pio emensi, scritta tra l’altro in uno splendido ed elegante latino non facile ed agevole da tradurre, potrebbe subito comprendere come la sua idea di Liturgia fosse per certi aspetti premonitrice del Vaticano II e ritenuta il cardine di tutta la vita e la spiritualità sacerdotale. Dai suoi scritti sulla Vergine Maria traspare un tenero amore alla Madonna, ma non venato di devozionismo fine a se stesso, bensì tutto proteso verso il di Lei Figlio, verso quel Cristo centro e vertice di tutto l’Anno Liturgico. Così egli scriveva: “Eccomi pertanto a voi, o venerandi consacerdoti e fedeli della Chiesa Ambrosiana; eccomi a voi, non del tutto sconosciuto, […] nel Nome Santo di Colui che a voi mi invia per lavorare insieme o, per dirla con una frase dell’Apostolo: per immolarmi sul sacrificio vostro e sulla liturgia (divino servizio) della vostra Fede.” Questi scritti così profondi e forse non del tutto compresi nemmeno dal clero milanese del suo tempo (anche per la nuova prospettiva così lontana dalla pastorale allora insegnata), andrebbero veramente ripresi in mano e rimeditati integralmente.

 A quasi cinquantuno anni dal pio transito di Schuster, l’editrice Glossa di Milano ha pensato bene di riproporre ampi saggi dello Schuster teologo, storico e liturgista.

Anche la Chiesa Ambrosiana, che lo scorso 30 agosto si è limitata ad una breve commemorazione in Seminario a Venegono seguita da una S. Messa celebrata dal Cardinale Tettamanzi, credo possa davvero fare di più per ricordare e riproporre il pensiero di uno dei suoi pastori più santi e più grandi.

(Alessandro Manzani)


 

[1] Per un buon approccio alla figura di Schuster si può vedere A. Mayo, Storia della Chiesa ambrosiana, Milano, NED, 1995,

 

 capp. XLVII, XLVIII, XLIX, L, LI, LII, LIII, LIV.

 

 

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