Tiziano Scarpa Groppi d’amore nella scuraglia, Torino, Einaudi, 2005
Nel panorama moderno delle lettere italiane, desolante come una landa sahariana e arido da togliere ogni speranza, talvolta compare una piccola vena sorgiva autentica e arricchente, che rallegra.
Il piccolo libro di Tiziano Scarpa Groppi d’amore nella scuraglia, edito da Einaudi nel giugno di quest’anno, mi sembra un libro di questa natura. Scritto in una lingua totalmente inventata ma comprensibilissima, costruita su un modello di dialetto meridionale franco, una specie di siciliano popolare da Cielo d’Alcamo di notevole rigore stilistico e linguistico, il testo è un poemetto narrativo, che racconta le disavventure di Scatorchio e il suo amore per la bella Sirocchia, insidiata dal rivale Cicerchio.
A parte il pretesto narrativo, per così dire di attualità, cioè la creazione di una discarica nel paese, in cambio dell’installazione di un ripetitore televisivo, il poemetto si segnala per la capacità di comunicare immediatamente e di dire qualcosa di nuovo fuori dalla palude mefitica del romanzo (importante la scelta del poemetto e il ritorno a un dialetto stilizzato e creativo) e soprattutto per alcuni bellissimi intermezzi lirici, di poesia creaturale pura, da tanto tempo assente nella lingua patria, che hanno per protagonisti il “rundenello”, il “pepestrello”, lo “scuiattolo”, il “bombo muscario” (forse l’invenzione più convicente), la “lucertula”, il “gatto gattaro”, e poi figure da teatro sacro popolare, Gesù, la “Maronna”, in un universo paesano assoluto, cioè non confinabile in una realtà regionale precisa, che diventa spontaneo e può esprimersi nel dialogo.
Ecco un modo per dire cose che aggira i problemi della nostra lingua letteraria, medievale e aristotelica, che rimane strutturata persino nella prosa di livello basso e anche quando chi scrive non la conosce neppure.
(Maurizio Clementi)