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Saviano parla di camorra[i]

Riflettendo sul vaso di Pandora

 

LIA CORREZZOLA

 

 

Ragionare sul libro di un coetaneo m’infonde una sensazione singolare. Sono abituata infatti a confrontarmi con autori verso i quali provo, sovente mio malgrado, la soggezione dell’età, o dei titoli accademici o, peggio ancora, dell’aura di potenza che deriva dall’essere “faro dei popoli”, che si genera quando il pensiero contenuto in un testo diviene una sorta di bandiera per movimenti politici o sociali. Saviano non possiede nessuna di queste caratteristiche: è giovane, non ha mai insegnato, descrive un fenomeno sconosciuto ai più. Eppure Saviano potrebbe in breve tempo divenire un autentico maître à penser, e suscitare quella presa di coscienza ch’egli stesso vorrebbe vedere all’orizzonte, sempre che lo sguardo riesca a superare la repulsione verso un fenomeno così vasto e tentacolare da mettere alla prova la stessa capacità di comprensione.

Saviano – com’è oramai ben noto a tutti i lettori del Paese – parla di camorra. «Nato in terra di camorra, nel luogo con più morti ammazzati d’Europa», la vede, la vive, la subisce… e, nel libro, con forza rabbiosa comparabile a quella di un profeta veterotestamentario, la denuncia, con lirismo degno di tanti martiri antichi e moderni la rende davvero comprensibile, al di là della patina ipocrita di civiltà che tutto ricopre.

Non mi aspettavo, in un ragazzo di nemmeno trent’anni, uno stile asciutto e giornalistico eppur sorprendentemente poetico, un linguaggio tanto evocativo, una parola così potente. E tuttavia, man mano che leggevo, mi sembrava di capire: l’urgenza del messaggio, la brutalità del bisogno di comunicare «per sentirsi ancora uomini degni di respirare» aveva – come ogni vera difficoltà – aguzzato l’ingegno, acuendo l’unico strumento a sua disposizione per contrastare il fenomeno che ammorba la sua terra. Gliel’aveva insegnato Don Peppino, un sacerdote di Bari morto ammazzato nella sua chiesa per aver usato «la parola come concretezza, materia aggregata di atomi per intervenire nei meccanismi delle cose, come malta per costruire, come punta di piccone».

Descrivere lo stile di Saviano è – tutto sommato – relativamente facile, raccontare quello di cui parla il suo libro molto, molto meno. Certo, tratta di camorra, ma in realtà ci fa scoprire il brulicante vaso di Pandora che si cela sotto questa parola, invertendo gli assiomi dell’economia, rivoltando il guanto del rapporto nord-sud, facendo emergere aspetti sconosciuti e sconvolgenti della produttività italiana. Evoca fatti, nomi, soprannomi, elenca strategie e settori d’azione delle organizzazioni malavitose; descrive, sconsolato, la presa del crimine sulle generazioni più giovani, su quelli che «imparano a morire» mentre gestiscono i giri di droga o lo smaltimento dei rifiuti; non risparmia, rabbioso, definizioni, non giustifica gli assassini.

È pressoché impossibile riassumere qui l’analisi che Saviano fa dell’economia di camorra: d’altronde, in questo caso, la sintesi non aiuterebbe granché la comprensione. L’unica strada percorribile, a mio avviso, è arrivarci per passi, farsi accompagnare lungo il ripido sentiero che svela poco per volta il panorama, che dà il tempo di razionalizzare, di unire i pezzi mancanti di un puzzle che, altrimenti, verrebbe rigettato come assurdo. Mi limito qui a delineare i principali temi trattati, le ferite suppurate che l’autore riapre impietosamente e che ci mostra spavaldo, quasi sfidandoci a non guardare.

Si parte dal porto di Napoli, frenetico centro di smistamento delle merci e dei capitali dove «tutto avviene talmente velocemente che mentre si sta svolgendo, scompare». Si passa poi al settore tessile, e ai luoghi depressi in cui vengono prodotti i capi dell’alta moda italiana. Zone in cui non servono permessi né licenze per aprire fabbriche dove impiegare la manodopera abbondante e specializzata, per portare a termine le commesse concordate durante aste clandestine tra le grandi griffe e gli imprenditori collusi. Un’economia sommersa, che non produce benessere collettivo, che fa sì che il sarto Pasquale, il quale lavora duramente per 600 euro al mese, veda la sua creazione addosso ad Angelina Jolie la notte degli Oscar. «Il massimo e il minimo».

Siamo però solo all’inizio dell’analisi del “Sistema”, stiamo solo lambendo le dinamiche di auto-preservazione e di crescita dell’organismo mostruoso sviluppatosi grazie al «cono d’ombra dell’attenzione data perennemente a Cosa Nostra» che ha regalato alla camorra «la giusta distrazione mediatica per risultare praticamente sconosciuta». In effetti, «i clan di camorra non hanno bisogno dei politici come i gruppi mafiosi siciliani, sono i politici che hanno necessità estrema del Sistema», visto che è il “Sistema” a detenere il controllo sulle forze produttive, visto che è l’economia a sostenere la politica, e non viceversa.

E forse la rivelazione più sconvolgente sta nel fatto che le imprese camorristiche non vincono con la violenza, vincono sul mercato grazie alla loro competitività. È indubbio, la ferocia che le caratterizza è un modus operandi, eppure le commesse non vengono imposte con la violenza, ma prevalgono sul mercato semplicemente grazie alla convenienza. «Non sono gli affari che i camorristi inseguono, sono gli affari che inseguono i camorristi. […] il pensiero dei boss coincide col più spinto neoliberalismo».

La vera base del potere economico camorristico, il settore in cui è possibile fare e riciclare più denaro, impiegare manovalanza, marcare la presenza sul territorio, è però il settore edile. «Il cemento. Petrolio del sud». Traino dell’economia italiana, che si fonda su montagne sventrate, ditte in subappalto, «camioncini zeppi di operai che lavorano di notte e scompaiono al mattino, impalcature marce, assicurazioni fasulle», sull’occultamento degli infortuni sul lavoro, in una scenografia marziana in cui «ogni pilastro è il sangue degli altri». Quasi metà delle ditte edili che operano in Italia sono del sud. «Agro aversano, napoletano, salernitano. A sud possono ancora nascere gli imperi, le maglie dell’economia si possono forzare».

Dai traffici di droga alle guerre di camorra, è un bollettino di guerra: «la camorra ha ucciso più di tutti», più della mafia, più dell’ETA, più dell’IRA, per mantenere quell’immobilità che ne è la linfa vitale. «Necessario è che la carne da macello rimanga impantanata nelle periferie […] e che nessuno ne faccia cenno, che tutto sembri una guerra di bande, una guerra tra straccioni». E mentre la gente soffre (magari atrocemente), i boss si fanno costruire ville blindate da sceicchi, come quella di Walter Schiavone, soprannominata Hollywood, in quanto copia perfetta della dimora di Tony Montana in Scarface.

Devo confessare che mentre leggevo le pagine finali mi chiedevo la stessa cosa che si domandava Saviano: sono in grado i sentimenti umani «di fronteggiare una così grande macchina di potere», esiste una terza via oltre a «conoscere ed essere compromessi o ignorare – e riuscire quindi a vivere serenamente»? Anche per me, onesta cittadina del nord, solo sfiorata a livello mediatico dal fenomeno, eppure parte del sistema economico su cui è basato il potere dei clan. I vestiti che porto, quelli di cui sono più fiera forse sono stati cuciti da persone come Pasquale; la ditta per cui lavoro, come moltissime ditte italiane, ha clienti e fornitori campani. Accidenti, forse anche la terra con cui concimo le mie piante da terrazzo è stata inquinata in uno dei passaggi del sistema di smaltimento dei rifiuti tossici in Campania. E, a questo punto, non più inconsapevole, per sentirmi degna di essere chiamata essere umano non posso far altro che reagire, scrivendo questo pezzo, parlandone, indignandomi e boicottando, mentre ringrazio nel mio cuore che questa sia una delle tante piccole lotte di civiltà che mi compiaccio d’intraprendere, e non una necessità sostanziale, una questione di vita o di morte, una strada che porta al rischio di incolumità e alla necessità di viaggiare sotto scorta, come è successo a Roberto Saviano.


 

1 Tutte il mio contributo rappresenta una libera lettura del fortunatissimo Gomorra di Roberto Saviano, Milano, Mondadori, 2006, 332 pp., € 15,50.

 

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