indietro

SAMURAI NEL XX SECOLO

Lo spirito del bushido nella fusoliera dei caccia

giapponesi durante la guerra del Pacifico

 

 

ALBERTO PURI

 

 

 

Viaggio a ritroso nel tempo e ritorno al presente, samurai e kamikaze.[1] Metamorfosi di ideali, coraggio mescolato a disperazione, spirito di dedizione e valore all’ennesima potenza. Codici di comportamento guerriero medievali e strategia militare nella Seconda Guerra Mondiale, acciaio forgiato per la lama di una spada e ricomposto nella forma aerodinamica e micidiale di un caccia A6M della Mitsubishi (i celeberrimi Zero dell’aviazione giapponese). Delirio di onnipotenza e fragilità dei sentimenti, abnegazione verso le gerarchie e frustrazione dell’obbedienza. E paura di morire. Una umanissima paura della morte.

È già abbastanza per creare nella mente del lettore confusione e disorientamento. Cosa c’entrano i samurai con i kamikaze? E il medioevo con il XX° secolo? Ma soprattutto: quale collegamento è mai possibile tra una casta di guerrieri protagonisti della storia del Giappone dall’VIII° secolo d.C. almeno fino alla seconda metà del XIX° e la giovane generazione degli aviatori giapponesi impegnati in prima linea sui cieli del Pacifico tra il ’44 e il ’45?

Ebbene il nesso è fortissimo! La strategia dei “corpi speciali” – così venivano denominate le unità di combattenti kamikaze – non si comprende se non si considera il passato giapponese illustre e millenario. Lo sfondo è dunque essenziale. Ci accingiamo a camminare sopra un ponte che collega le due estremità, il mondo dei samurai e quello dei kamikaze; da qui questo sfondo diventa lentamente visibile, percepibile. Cominciano ad intravedersi strane analogie nella tattica di combattimento, nello spirito con cui viene affrontata e ricercata la morte (la coscienza della sua inevitabilità), nella consapevolezza che una volontà di ferro possa spezzare qualsiasi resistenza (anche quando il confronto delle forze in campo è impari, quando il divario di tecnologia, di mezzi e materiali è tale da suggerire che l’ostinazione a combattere contro un nemico più forte porterà inevitabilmente alla tragedia!). Appaiono strani parallelismi nei nomi scelti per le unità dei kamikaze, o per le navi simbolo della marina giapponese, nomi che richiamano potentemente la storia dei samurai e lo spirito del bushido. E ancora. La scelta della morte lanciandosi in picchiata con il proprio velivolo sulla portaerei o corazzata nemica, e la scelta del suicidio rituale noto nella tradizione del sol levante con il termine di seppuku; gli stessi dettagli del rituale del brindisi con il saké prima della missione; le frasi che incitano all’eroismo sulle fasce che i piloti mettevano in fronte; la presenza di piccole spade che quegli stessi aviatori – come gli antichi guerrieri - portavano all’altezza della cintola; o l’uso di espressioni tristemente evocative per indicare i giovani che morivano in combattimento, ragazzi tra i diciotto e i venticinque anni: i ciliegi in fiore, che cadevano prima del tempo, prima di poter sbocciare.[2]

Insomma. Leggere la storia dei kamikaze alimenta continuamente pensieri che scivolano nel passato, rimbalzano sui ricordi della tradizione nipponica, corrono dietro ai nomi di samurai famosi che hanno fatto grande la storia del paese, rendendo imitabili lo stile di vita, il senso dell’onore e la dedizione agli ideali.[3]

Il lettore cammina sopra un ponte, dicevamo. È una posizione ideale per oscillare con lo sguardo, per cogliere sovrapposizioni di ideali, di situazioni, di rituali  e di etica del combattimento.

Siamo nella Seconda Guerra Mondiale, agli inizi del 1942. Il Giappone è nella scia di importanti successi sul piano militare in diverse regioni asiatiche: Pearl Harbor, l’isola di Guam, di Wake, l’arcipelago delle Aleutine, Hong Kong, le Filippine, la penisola della Malacca. La stessa Australia sembrava essere minacciata, insieme all’India. Si profilava un futuro brillante per la stirpe di Amaterasu[4]. Ma la reazione americana di lì a poco impedisce al sogno di avverarsi. Una controffensiva che inizia con l’operazione “Doolittle” nell’aprile del ‘42, un raid aereo nel cuore del Giappone, sulle città di Tokyo, Osaka e Yokohama. Seguiranno la sconfitta delle isole Midway, poi i combattimenti in Nuova Guinea, le sconfitte nella linea interna di difesa nipponica, ovvero le isole Marianne, poi ancora Iwo Jima e Okinawa. Infine Hiroshima e Nagasaki.

Tra il ’42 e il ’45, nonostante i combattimenti in corso, i successi e gli insuccessi alterni, i giapponesi cominciano a realizzare l’idea fino ad allora impensabile: l’impossibilità della vittoria finale, il vuoto profondo e buio della perdita, della sconfitta nonostante tutto. Ed è una consapevolezza a vari livelli, dalle alte gerarchie all’imperatore, e via via fino all’ultimo comandante, capitano, tenente, sergente, soldato, marinaio, meccanico, aviatore, istruttore.

La strategia kamikaze si innesta precisamente qui: nell’intuizione di non poter trionfare e nella scelta disperata di ritardare il crollo dell’impero con operazioni e missioni che rasentano l’assurdo, tanto inefficaci sul piano dei risultati quanto improbabili sul piano della tattica. Domanda. Come è potuto accadere? Come è possibile che la strategia, la logica insegnata ed appresa nelle accademie militari abbiano ceduto il posto all’irrazionalità, alla incapacità di accettare i limiti di uno scontro impari, alla volontà di spingere un combattente fino all’azione estrema, il sacrificio?

Per rispondere dobbiamo fare uno sforzo di decentramento del nostro punto di vista di occidentali. È un passo necessario per aggirare i pregiudizi più sbrigativi e facili che evocano parole come fanatismo, ferocia, ingenuità. È il punto di vista dell’altro che dobbiamo sforzarci di cogliere. Forse possiamo dedurre, da un modo di combattere, la cultura e la personalità di un popolo, il suo modo di affrontare la difficoltà o il successo, le sue molteplici espressioni di fede e di sfiducia, la lucidità e la perdita di orientamento, il senso di obbedienza e di dovere, come del resto la legittimità o meno della trasgressione. Possono esserci utili le parole di una grande antropologa, profonda conoscitrice della psicologia nipponica:

 

Il Giappone differiva profondamente dagli Stati Uniti anche per il modo in cui fondava le proprie speranze di vittoria. Per i giapponesi si trattava di una vittoria dello spirito contro la materia. Che importava che l’America fosse una grande potenza e che i suoi armamenti fossero superiori? […] Le grandi risorse economiche a disposizione del nemico non possono servire in questa guerra. […] Gli stessi soldati giapponesi andavano ripetendo che non si trattava di una lotta fra armamenti, quanto piuttosto di confronto tra la nostra fede nelle cose – ovvero quella americana – e la loro fede nello spirito. […] I piloti giapponesi che scagliavano i loro piccoli aeroplani in uno scontro suicida contro le nostre navi da guerra rappresentavano la massima testimonianza della superiorità dello spirito sulla materia.[5]

 

È a questo punto che il mondo dei samurai e l’esperienza kamikaze cominciano a scivolare l’uno nell’altro.

Il termine kamikaze significa “vento divino – brezza degli dèi”[6] ed allude ad un episodio accaduto nel XIII° secolo, allorquando una tempesta respinse a più riprese l’invasione del Giappone da parte di Kublai Kan, provocando lo scompiglio della flotta mongola e la decimazione dell’esercito. La salvezza per effetto di un miracolo? Non importa la realtà storica in questo contesto; conta invece l’eco di quell’episodio propagata nei secoli, al punto da essere usata per designare un corpo specifico di combattenti nell’era moderna, un vento che, come allora, arriva dal cielo per sconvolgere i mari (e il nemico che arriva dal mare!).

Le prime quattro sezioni dell’unità dei corpi speciali ebbero tutte nomi evocativi della tradizione samuraica: Yamato, antico nome del Giappone, oltre che di un principe simbolo dei samurai, Yamato Takeru; Shikishima, altra denominazione per Yamato; Asahi, ovvero sole nascente, nota simbologia del Giappone; Yamazakura, i ciliegi di montagna in fiore.

Il nemico più feroce da affrontare per le gerarchie militari nipponiche era il tempo, scarsissimo, nonché le risorse da mettere in campo, anch’esse ridotte ai minimi termini. Aerei pochi e mal equipaggiati rispetto al gigante industriale americano, carburante razionato, piloti giovanissimi e da addestrare velocemente. La situazione è drammatica e richiede un rapido adattamento agli eventi, a metà strada tra il calcolo e l’improvvisazione. È questo contesto svantaggioso che rende plausibile allo Stato Maggiore giapponese il ricorso agli attacchi suicidi. Sarà il viceammiraglio Onishi a battezzare il varo dei corpi speciali, a metà del ’44. L’operazione verrà chiamata Sho Go, letteralmente “operazione trionfo”.

La tattica della collisione raggiungeva lo scopo meglio della strategia di combattimento convenzionale. I caccia - gli Zero - con un carico ridotto di bombe avrebbero potuto centrare più facilmente le rampe e i ponti delle navi nemiche, così da farle rimanere fuori dai giochi per le riparazioni. In picchiata, a 550 km orari, difficile bersaglio per la contraerea. Piccole formazioni di aerei leggeri per garantire rapidi spostamenti nei cieli, e piloti selezionati in brevissimi corsi di addestramento: manovre specifiche, volo ad alta quota (6000, 7000 metri), volo radente (10-15 metri), volo a quota intermedia; tutto in funzione della tipologia di obiettivo, ovvero portaerei, corazzate, cacciatorpediniere, incrociatori. E l’atterraggio non era previsto.

Il compito dell’aviazione era ritardare il più possibile l’avanzata americana. Per questo vennero studiati altri velivoli che sfruttassero al meglio le collisioni e il volo in picchiata, a dimostrazione che la strategia kamikaze non fu per nulla manifestazione di atti sporadici voluti da singoli piloti. La penuria di aerei danneggiati o persi nelle collisioni non veniva compensata tempestivamente da nuovi mezzi, nonostante il lavoro febbrile dell’industria e dei meccanici; i successi erano nettamente inferiori alle perdite e nonostante tutto i comunicati di radio Tokyo erano trionfali per le imprese dei kamikaze. Un delirio di onnipotenza? A sentire i commenti del viceammiraglio Onishi sembrerebbe di sì:

 

Un corrispondente di guerra, Goto Motoji del “Mainichi” di Osaka, lo interpellò sulle possibilità di vittoria del Giappone. Onishi replicò con un mugugno. «Ma allora perché continuare?» «Lei ha presente l’epoca della Restaurazione Meiji? – chiese a sua volta il viceammiraglio – Nella guerra che ne seguì il clan degli Azu fu sconfitto. Un gruppo di giovani guerrieri, l’unità della Tigre bianca, lottò all’ultimo sangue. Fu la responsabilità che un singolo clan avvertì nei confronti della nazione. […] Ora torni ai nostri giorni. Guai a noi se la gioventù non insorgesse. […] Il loro sacrificio ci istruirà, È un periodo cupo, ma lo spirito nipponico non muore. […] Siete tutti kamikaze, qualsiasi lavoro facciate e qualunque sia la vostra sorte. Che restiate qui o meno, siete membri dei corpi speciali a tutti gli effetti. I tecnici non meno dei piloti; chi combatterà a corpo a corpo con gli invasori, e chi si lancerà in picchiata sulle navi nemiche. Non occorre un aeroplano per farvi sentire dei kamikaze. È lo spirito che conta, il furore bellico, e quello lo possedete tutti.[7]

 

Ma il sacro terrore che i giapponesi speravano di infondere nel nemico non si manifestava nelle proporzioni sperate:

 

Il viceammiraglio Charles Brown aggiunge che di fronte a certe aggressioni ci si sente spettatori, anziché vittime. Come se al cinematografo, all’improvviso, ci si catapultasse addosso qualcosa dallo schermo a una velocità impressionante. Un ordigno che punta dritto contro di noi, minacciando di distruggerci. E quando ci accorgiamo di trovarci nel bel mezzo dell’evento è già troppo tardi!

Gli americani constatarono lo spirito combattivo dei kamikaze, e alla fine della guerra comunicarono le loro impressioni al colonnello Inoguchi. Il loro stupore si mescolava all’ammirazione. Provavano uno strano miscuglio di sentimenti contraddittori nei confronti di un nemico invincibile. Invincibile? Certo, i risultati della guerra lasciavano intendere ben altro. Ma quale nemico può dirsi sconfitto se lotta a fianco della morte? Era questo connubio ad atterrire, e su questa pista i giapponesi non avevano rivali. Gli americani non potevano emularli.[8]

 

Lottare a fianco della morte, convivere con la sua ombra! Domare il pensiero della fine con la forza della volontà e della fedeltà ad un ideale. Una filosofia da brivido, inconcepibile dentro una normale esistenza, quasi impensabile nello scorrere della quotidianità banale e ordinaria. Ma nulla di ordinario si presentava agli occhi dei piloti giapponesi! Dirò di più. La consapevolezza della morte non è un qualcosa che si possa costruire partendo da zero. È necessario uno sfondo, una mentalità e una cultura che abbiano lavorato per lunghissimo tempo sulla psicologia, sulla sensibilità dei singoli, giustificandone le convinzioni e legittimando il senso delle azioni, dei comportamenti. Voglio dire che l’addestramento dello spirito del combattente – più che l’addestramento tecnico – diventa efficace se trova già terreno fertile nella mente e nel cuore, nel credo e nella filosofia di un popolo, nelle sue tradizioni e nei suoi miti.

I kamikaze possono essere definiti come gli eredi del bushido surclassati dalla modernità. Convincersi delle proprie risorse, convincersi di poter annientare il nemico; consapevolezza che non si è mai soli, soprattutto nel momento estremo. I compagni caduti sono con te, i kami ti prestano soccorso, i guerrieri del passato ti accompagnano con lo sguardo, lo stesso imperatore e il Giappone intero osservano la tua dedizione e il tuo onore! In questi concetti c’è un richiamo fortissimo all’etica del bushido, la via del samurai, depositata in opere come l’Hagakure.[9] Quando i piloti venivano esortati al sacrificio, non si faceva altro che richiamarli al codice informale dei samurai, il quale insegna a superare la paura della morte proprio attraverso un’attenzione costante verso di essa: poiché è solo nella consapevolezza della impermanenza delle cose che ogni esistenza può essere vissuta in pienezza. Alcuni passi dell’Hagakure sono eloquenti:

 

Noi tutti amiamo la vita ed è naturale che troviamo sempre delle buone ragioni per continuare a vivere. Colui che sceglie di farlo, pur avendo fallito nel suo scopo, incorre nel disprezzo ed è al tempo stesso un vigliacco e un perdente. […] L’essenza del bushido è prepararsi alla morte, mattina e sera, in ogni momento della giornata. Quando un samurai è sempre pronto a morire, padroneggia la Via (I, 2).

                                                        

L’uomo calcolatore è un codardo. Affermo questo perché i calcoli concernono sempre il guadagno e la perdita, e l’opportunista si preoccupa sempre di ciò. Morire è una perdita, vivere è un guadagno, ed è così che spesso si decide di non morire, ma questo è un atto di viltà. Allo stesso modo chi ha ricevuto una buona educazione può mascherare, con la sua intelligenza e la sua eloquenza, la codardia e la cupidigia che costituiscono la sua vera natura  (I, 112).

                                              

Il daimyo Naoshige era solito dire: «La via del samurai è la passione per la morte. Neppure dieci uomini insieme sono capaci di far vacillare un uomo animato da una convinzione simile». Non si possono compiere grandi gesta quando si è in una disposizione  di spirito normale. […] Se si esita o si pensa eccessivamente, si rischia di perdere l’occasione per realizzare l’impresa (I, 114).

 

Se sul campo di battaglia il samurai non cede l’incarico di condurre l’assalto ed è fermamente intenzionato a penetrare le file nemiche, non cadrà, il suo spirito sarà audace e dimostrerà il suo valore marziale. Questo consiglio è un’eredità degli antichi. D’altra parte, se si deve morire in battaglia, bisogna essere decisi a stare di fronte al nemico (I, 163).

 

Di certo esiste solo il particolare scopo del momento presente. Tutta la vita è fatta di attimi che si susseguono. Una volta compresa questa regola fondamentale, il samurai non deve più manifestare impazienza né porsi altri scopi. L’esistenza scorre semplicemente. Tuttavia le persone tendono a dimenticare tale precetto, pensando che esista sempre qualcosa di più importante (II, 17).

 

La via del samurai va cercata nella morte. Si mediti quotidianamente sulla sua ineluttabilità. Ogni giorno, quando nulla turba la nostra mente e il nostro corpo, dobbiamo immaginare con tranquillità la nostra fine: trafitti da frecce, proiettili e lance, toccati dalla spada, inghiottiti da onde impetuose, divorati dalle fiamme in un incendio immenso, folgorati dal fulmine, travolti dal terremoto, precipitati in un abisso senza fine, vittime della malattia o della morte improvvisa. Dobbiamo iniziare la giornata pensando alla morte (XI, 134).[10]  

 

La lettura di questi passi lascia interdetti. Si rimane colti da un vago senso di stupore e ammirazione per una filosofia che sembra fuori dal tempo, che forse affascina e incuriosisce proprio per questo. Coordinate di pensiero distantissime da noi, un mondo di giganti che non ci appartiene se non nella dimensione della fantasia e del mito. Potremmo rimanerne irretiti solo a livello metaforico, applicandone il senso ad una generica filosofia di vita che implichi determinazione, coraggio, intuizione, fiducia in se stessi; ed è poi ciò che regolarmente avviene quando si reclutano precetti, massime o aforismi dal passato per impiegarli in situazioni di vita vissuta nel mondo sportivo, economico, politico o a livello personale.

Per i corpi speciali dell’aviazione giapponese non è così! Questa filosofia, questo spirito vengono applicati alla lettera, assimilati nella lettura, nei gesti, nei riti quotidiani, nella conversazione, vengono metabolizzati attraverso l’addestramento e il confronto col nemico. Lo spirito del bushido passa in mille modi dentro i pensieri e le reazioni di questi uomini, ne attraversa i sentimenti e ne condiziona le emozioni  fino ad esorcizzare (ma mai completamente!) il vero nemico: non quello che sta fuori, davanti agli occhi, ma quello che è dentro l’anima, la paura di morire.

Il viceammiraglio Onishi sosteneva che ci sono solo due tipi di aviatori, i perdenti e i vincenti. E che cercare di ribaltare le sorti della guerra confidando nel miglioramento della tecnologia e nel potenziamento della produzione industriale sarebbe stato fatuo. È lo spirito che vince sulla materia, non il contrario. È l’abilità del pilota, la sua determinazione e il suo spirito di sacrificio che vincono sulla perfezione tecnologica.  Perfetto accordo tra pensiero e azione. Come se non esistessero due entità separate, il pilota e il velivolo, ma un tutt’uno in cui strumenti di bordo, ali, lamiere e bombe si presentassero come il prolungamento del corpo e dell’intenzione dell’aviatore.

Questi concetti sono imbevuti di filosofia orientale, rispecchiano esattamente il comportamento del guerriero zen armato di spada dinanzi all’avversario. Acciaio e combattente non sono due ma uno. Nessuna mente guida l’azione, la ragione con la sua capacità di calcolare mosse e contromosse diventa ostacolo piuttosto che soluzione allo scontro. La volontà del pilota come dello spadaccino non può essere scissa perché la meta e l’atto che porta a realizzarla sono una cosa sola. Più si ha consapevolezza dei gesti che si compiono – con una spada come con un bombardiere – più si è vulnerabili perché tra intenzione ed azione trovano spazio una gamma di sentimenti quali il calcolo, la paura, il pensiero della famiglia, l’ambizione, o l’esitazione che conducono al fallimento[11].

Traduciamo ora la filosofia da combattimento sopra descritta nel concreto delle battaglie. C’è da rimanere sconcertati per la molteplicità di soluzioni kamikaze studiate e messe poi in atto dai comandi nipponici. Ricordiamo ancora brevemente che la chiave di volta per comprendere le azioni-suicidio è il rapporto di forze assolutamente impari tra americani e giapponesi nel biennio ’44-’45[12].

Kaiten, koryu, shinyo, oka. Quattro modelli di azione contro il nemico, nessuno dei quali prevedeva la possibilità di salvezza per l’equipaggio.

Il primo ha un campo di impiego lontano dai cieli; si attua precisamente in acqua e corrisponde ad una sorta di “torpedine umana” che, almeno teoricamente, avrebbe compensato l’inferiorità navale giapponese. Il piccolo mezzo, guidato da uno o due uomini, avrebbe avvicinato il naviglio nemico rapidamente in modo da eluderne il rilevamento, e avrebbe garantito allo stesso tempo la sicurezza della nave madre. Condizione per il successo della missione: la morte sicura del pilota, la cui  presenza ai comandi del mezzo doveva essere garantita fino al momento dell’impatto, nessuna  via di fuga prevista, nessun congegno tecnico per garantire al marinaio l’allontanamento. Le operazioni che prevedevano i kaiten ebbero una denominazione ancora una volta evocativa del bushido: kikusui vennero chiamate, ovvero “crisantemo galleggiante”, per l’immagine bianca del fiore intarsiato sulla cabina, evocativo naturalmente della purezza che implicava il sacrificio imminente.

Una morte forse meno appariscente del kamikaze su aereo, si potrebbe pensare, per il fatto di presentare dinamiche meno spettacolari: non si arriva dall’alto, il nemico non rimane pietrificato dalla vista di un oggetto che piomba a velocità, ed in verticale, su di sé; manca l’effetto visivo da count-down prima dell’impatto. Al contrario tutto si svolge nell’oscurità, in mezzo ai flutti che coprono l’avvicinamento. Il nemico non capisce nemmeno cosa sia accaduto, vive solo l’esplosione e il dramma.

Ma il sacrificio rimane sempre solenne e debitamente sottolineato dal rituale. La fascia (hachimaki) posta sulla fronte del kamikaze rimanda ai samurai, all’antico ornamento che consideravano dotato di magico potere, una sorta di talismano protettivo dei propri punti deboli, fonte di energia e di forza, una porta aperta all’invincibilità.

La spada corta collocata all’altezza della cintola aveva lo stesso un valore di richiamo: al seppuku (letteralmente “sventramento”), il suicidio rituale che il samurai compie per salvare il suo onore o sottrarsi ad un debito intollerabile. E di suicidio realmente si trattava, quella spada non era altro che la metafora di se stessi; loro erano la lama, un tutt’uno col mezzo aereo o marino, determinati a squarciare col sacrificio della vita il ventre della nave nemica.

I saluti cerimoniali, gli inchini con il corpo e con le spade, il nome dei piloti gridato dai compagni prima della partenza in segno di commiato. Tutto sembra essere l’eco degli stessi gesti compiuti dai samurai prima di lanciarsi sul campo di battaglia.

Torniamo agli altri modelli sopra accennati.

Il koryu è una variante di sottomarino derivato dal kayten, ma più dotato di esplosivi. Non ebbe grande successo soprattutto per lo scarso impiego (troppo costoso per i materiali impiegati).

Ancora più parco di successi fu il terzo modello di azione, lo shinyo, piccole imbarcazioni imbottite di esplosivo e per questo inesorabilmente pesanti, scarsamente manovrabili e facile preda delle intercettazioni da cannone.

Infine gli oka, con i quali dal mare ritorniamo al cielo. Missili umani sarebbe la descrizione esatta. Un ordigno di forma aerodinamica, dotato di piccoli razzi propri, grande a sufficienza da contenere un uomo e collocato a sua volta nel ventre di un aereo. La dinamica è pressappoco questa, e mostra forse più di ogni altro esempio la tragedia di una strategia suicida senza appello: il bombardiere sgancia questo missile a forma di piccolo aereo pilotato da un uomo, il quale ha la certezza di non far ritorno, in quanto il suo mezzo è privo di carrello. È fatto soltanto per la velocità, per l’obiettivo, non decolla né atterra, viaggia solo verso la morte. Nessun ripensamento una volta sganciato, nessun contrordine, nessuna salvezza pensabile! Ed infatti queste squadriglie erano completamente fuori dalla norma rispetto agli altri kamikaze. Si consideravano l’élite, privi di legami matrimoniali ovviamente per scelta, sostanzialmente distanti dalla vita comune degli altri militari, poco alcol, poco sesso, confidenti della morte.

Moriremo tutti! – sembrano pensare questi uomini - ed è giusto così. La vita in cambio della patria, dell’imperatore, dei nostri superiori, dei nostri padri come dei nostri figli. È come se la morte facesse la differenza nella tattica dei due schieramenti a confronto, da una parte si combatte cercando di sopravvivere per vedere la vittoria, dall’altra si cerca il sacrificio estremo per garantirla, questa vittoria. Lo spirito è quello riferitoci da Inoguchi nella rappresentazione di un colloquio tra un guardiamarina e un superiore:

 

«Lei è venuto qui per tre sere consecutive… sbaglio o vorrebbe entrare a far parte del Corpo Speciale?» Mi rivolse uno sguardo furtivo e rispose a bassa voce: «Non sbaglia, comandante. Sono venuto per offrirmi volontario, ma mi era difficile esprimere i miei desideri perché, come lei certamente sa, sono il peggior pilota di tutta la base. […] So di non essere un buon pilota, ma non riesco a pensare di non poter entrare a far parte del Reparto Speciale.»

Stava quasi per piangere. Mi alzai e andai a battergli amichevolmente sulla spalla. «Non se la prenda, Uemura. Troverò qualcosa da fare anche per lei. Smetta di tormentarsi e vada a letto».

Per la prima volta in tre giorni lo vidi finalmente sorridere. S’inchinò profondamente e disse: «Grazie, signore. Sono a sua disposizione».[13]

 

Casi del genere sono ampiamente citati nei testi che si occupano di strategia del suicidio giapponese. Uno dei più noti, forse per il ruolo del protagonista, è quello del capitano Seki Yukio, il primo kamikaze riconosciuto della storia, il quale, secondo diverse rievocazioni, viene convocato dal viceammiraglio Onishi e proposto come leader dei corpi speciali. Di tutti i dubbi, le perplessità e le paure che una simile richiesta avrebbe suscitato emerge invece solo la risolutezza e l’orgoglio per essere stato predestinato ad un incarico così onorevole. Realtà storica o coloritura propagandistica? In queste ricostruzioni a posteriori non compaiono i gesti, né gli sguardi, né i pensieri rivolti alla famiglia e alla moglie, non si coglie la respirazione che tradisce uno stato d’animo, non sono citati i silenzi. Abbiamo però una lettera che il capitano scrive alla madre dopo aver accettato l’incarico. E il senso dello scritto è questo:

 

Cara mamma, il Giappone si trova a un bivio, ed è forse destinato alla sconfitta. Neanche in questo momento, tuttavia , dobbiamo smettere di tentare di ripagare a tutti i costi il nostro debito verso la benevolenza imperiale. Ora più che mai, anzi, quest’impegno si rende necessario. Io ho scelto la carriera militare, e non ho alternative. Ripagherò il debito andandomi a schiantare contro una portaerei americana. Sono rassegnato.[14]

 

Ripagare il debito! Ma quale debito? Verso chi? L’onore era vincolato ad un onere? Ma allora non erano volontari. O forse si?

Facciamo un passo indietro. Per gettare luci sulle contraddizioni sarà bene guardare allo sfondo culturale dell’Estremo Oriente, alla mentalità dell’uomo nipponico che un occidentale fatica così tanto a capire (del resto siamo sul ponte, no? costruiamo la nostra percezione osservando in più direzioni!).

Potremmo suggerire che davanti alla morte esistano due atteggiamenti incompatibili tra loro: coloro che la allontanano da ogni pensiero perché troppo condizionante le azioni e la libertà dell’esistenza, e coloro che ne amplificano il ruolo proprio per la sua capacità di dare un senso all’esistenza. Fanatici della vita i primi, incantati da un eroico senso della disciplina e del dovere i secondi. I due punti di vista non convergono. Il suicidio ha le connotazioni negative di una scelta funesta, del far violenza su se stessi, della rinuncia a possibilità ulteriori, dell’abbandono; ma possiede anche le connotazioni positive della vittoria definitiva, del senso di invincibilità sul più inesorabile dei destini dell’uomo, della rinascita gloriosa. E non c’è modo di accettare o rifiutare oggettivamente l’una o l’altra delle opzioni. Bisogna vivere in un contesto per schierarsi, è necessario assorbirne la cultura e la sensibilità prima di condividere o rifiutare. Ebbene, il suicidio è profondamente connaturato alla strategia bellica giapponese, e non possiede per niente l’alone di negatività che per noi è così evidente.

Il Giappone ha vissuto a lungo nella convinzione di essere un popolo privilegiato; una razza superiore generata dalle stesse sue divinità che crearono e preservarono le varie forme di vita; l’imperatore era il diretto discendente e rappresentante del cielo[15]. La devozione e il rispetto verso questa figura abbraccia ogni strato della società, dal popolo in tutte le sue classi fino naturalmente alle gerarchie militari. E già questo genera profonde differenze nel modo di concepire la resa in guerra. Un militare occidentale, di alto o basso rango, che combatte con onore al servizio del proprio paese accetta l’eventualità della sconfitta, e si dispone ad arrendersi quando la situazione lo richieda secondo le convenzioni stabilite. Non arriva a pensare che questa eventualità lo ponga in disgrazia agli occhi dei superiori, dei rappresentanti politici o addirittura della propria famiglia. Non c’è alcun disonore in questo. Per un militare giapponese non è così. La disfatta, la resa non è compendiata nel suo credo, né come soldato né come cittadino. Arrendersi per salvarsi la vita è quasi una bestemmia, in nessuna situazione disperata l’onore può essere barattato con la salvezza, perché non c’è salvezza nel disonore. Il suicidio, nelle sue varie forme dunque, è la via percorribile. Non ce ne sono altre.

Dietro questo senso del dovere c’è allora un percezione delle gerarchie che chiarifica il problema sopra citato del “debito verso qualcuno”. È come se esistesse un posto specifico assegnato a ciascun individuo che ne condiziona le scelte, i comportamenti, i gesti; una griglia di opzioni che non è eludibile da nessuno, che è la base di ogni rapporto intersoggettivo, e in cui l’uguaglianza o la discrezionalità non sono contemplate. Le parole di Ruth Benedict sono molto efficaci a riguardo:

 

L’uguaglianza è per gli americani il più alto e il più nobile dei presupposti su cui essi fondano le loro speranze in un mondo migliore; per noi essa significa libertà dalla tirannia, dai soprusi, dalle imposizioni; significa uguaglianza di fronte alla legge e diritto a migliorare le proprie condizioni di vita. […] I giapponesi, sostenendo la propria fiducia nel «giusto posto» si rifacevano ad una regola di vita che si era radicata nelle loro coscienze attraverso l’esperienza sociale che avevano vissuto. L’ineguaglianza era stata per secoli la regola del loro vivere sociale, […] pertanto un comportamento che si conformi ad un sistema gerarchico è per loro un fatto assolutamente naturale, come il respirare. […]

Il Giappone nonostante la sua recente occidentalizzazione rimane tuttora una società aristocratica. Ogni saluto, ogni forma di contatto umano deve indicare con precisione la diversa posizione sociale  occupata dai singoli individui. Ogni volta che un giapponese si rivolge ad un altro dicendogli di mangiare o di sedere, usa parole diverse a seconda che si rivolga a qualcuno in termini di familiarità, o parli invece ad un superiore o ad un inferiore. […]

Tutto è regolato da una serie di norme e di abitudini, […] non basta soltanto sapere a chi ci si deve inchinare, ma occorre sapere anche quanto ci si deve inchinare; infatti un tipo di inchino che va bene per un certo ospite, potrebbe essere preso come un insulto da un altro che si trovi, rispetto a chi si inchina, in una posizione sociale leggermente diversa. […]

È proprio all’interno della famiglia che si imparano e si osservano meticolosamente le regole del rispetto. […] La moglie si inchina di fronte al marito, il figlio di fronte al padre, i fratelli minori di fronte a quelli maggiori, la sorella di fronte a tutti i fratelli, di qualsiasi età.[16]

 

Tutte queste manifestazioni esteriori hanno un senso. Danno sostanza alla rete di relazioni con gli altri; e gli altri sono i parenti, i superiori, i colleghi, gli amici, gli antenati, la società, la patria, l’imperatore. Ogni cosa è connessa nella mentalità nipponica, ed ogni relazione implica una sorta di debito verso chi precede o chi accompagna. In altre parole: per la mia condizione di benessere attuale io devo rendere conto a qualcuno che ha reso possibile tutto ciò, e se non lo ringrazierò giorno per giorno almeno manifesterò verso di esso un rispetto solenne che si annuncia fatto di parole, gesti, atti, rituali, culti. E soprattutto  di  senso della responsabilità.

Niente di più lontano dal cosiddetto self-made man all’occidentale, l’uomo che si è fatto da solo, artefice del proprio successo, che non si sente in debito mai se non per piccole cose. Un tipo di uomo certamente non molto appesantito dal senso di responsabilità verso gli altri: come dire, riconoscenza sì, ma entro ovvi limiti! 

Il punto è esattamente questo. Per la mentalità giapponese l’espressione “ovvi limiti” è fuorviante, subdola; implica una volontà di minimizzare, un calcolo delle opportunità molto poco onorevole in cui c’è sempre una via di fuga al carico di responsabilità. E responsabilità, qui, equivale a pagare il debito quando la situazione lo richieda.

I giapponesi utilizzano una parola che racchiude tutti questi sentimenti di gratitudine, lealtà, obbligo o devozione: on! che sintetizza appunto l’obbligo di assolvere un debito nei confronti di un altro. Chi? Chiunque abbia avuto un ruolo nella propria vita: i genitori, il maestro, gli antenati, i superiori, il proprio signore, l’imperatore. In particolare l’on verso quest’ultimo richiama una devozione e una gratitudine incommensurabili. Non si avvicina minimamente a ciò che noi possiamo provare nei confronti di un simbolo come la bandiera! L’imperatore è il simbolo, assolutamente inviolabile, il grande padre, e il popolo sono i figli[17].

Il debito può valere anche la vita! Morire per il mio imperatore vuol dire morire per il mio paese, per i miei padri come per i miei figli. E non devo avere paura, perché questa disponibilità al sacrificio mi accomuna a tutti quelli come me. Saranno le circostanze a specificare il quando dovrò agire. E probabilmente anche il come: da solo, nel chiuso di una stanza, con la spada rituale per fare seppuku; in cielo, nella fusoliera di un caccia in picchiata; in mare, alla guida di un mezzo imbottito di esplosivo; in gruppo, per la paura indotta di cosa mi farà il nemico una volta che avrà vinto. Il suicidio nel convincimento del kamikaze, come in quello del samurai, riscatta il debito che non si è riusciti a saldare, è una strada molto onorevole per ricongiungersi con l’obiettivo mancato in vita, e per riabilitare la memoria.

E questo è ciò che è realmente accaduto.

Lo spirito del samurai è nascosto nelle mille sfaccettature di questi atteggiamenti, a maggior ragione quando la disperazione diventa moneta corrente.  È quasi plateale  nel suicidio di due alti ufficiali giapponesi[18] che non hanno retto all’idea di sopravvivere alla disfatta, o forse all’idea ben più umiliante di sottoporsi ad un tribunale militare internazionale (e al tribunale della storia!). Parliamo del viceammiraglio Ugaki, che sceglie di guidare personalmente la squadriglia di aeroplani sui cieli di Okinawa in una missione suicida. La guerra era persa, oltretutto  un alto ufficiale non avrebbe dovuto esporsi in prima persona in uno scontro dalla inutilità tattica evidente. Ma è il daimyo che guida in battaglia i suoi samurai. E l’ultimo collegamento radio dal suo velivolo consegna ai posteri un messaggio che si conclude in maniera sconcertante con l’esortazione «Tenno heika banzai!», lunga vita all’imperatore!

Lo stesso vale per il viceammiraglio Onishi, padre dei corpi speciali di kamikaze,  che muore con il più samuraico dei riti, lasciando un testamento in cui ringrazia tutti coloro che hanno valorosamente combattuto, e si dispiace di non essere stato all’altezza dei suoi compiti:

 

Onishi aveva con sé la spada di Kodama. Era tempo di usarla. Si squarciò il ventre, secondo le modalità del bushido. Ma non era bravo. Non morì sul colpo. L’aiutante di campo lo trovò agonizzante, steso al suolo. Rifiutò il colpo di grazia che Kodama, come suo secondo, poteva assestargli. Più per ostinazione che per senso di colpa. Aveva infierito anche alla gola e al petto, ma la morte sembrava disprezzarlo. Kodama confessò che l’arma era inadatta. Giustificò il suo signore, come avrebbe fatto un vassallo ai tempi dei samurai. Qualcuno imputò ad Onishi di aver voluto soffrire sino in fondo in segno di grandezza: un’osservazione prevedibile, scontata. Si tenta di abbellire lo squallore degli eventi, scivolando nel mito e nell’agiografia.[19]

 

Peggio ancora del suicidio rituale del singolo è quello collettivo. Come nel caso dell’isola di Okinawa, in cui la macabra contabilità dei morti ha evidenziato che solo una minima percentuale dei soldati giapponesi si è arresa. Tutti gli altri avidi della morte. O come nel caso di altre isole dell’arcipelago in cui sono stati trovati cadaveri di civili e militari la cui morte è rimasta un mistero (c’è chi ha ipotizzato il suicidio collettivo in risposta all’orrore dell’avanzata americana, che secondo la propaganda nipponica avrebbe portato un’ondata di violenze e soprusi sui vinti ad opera dei vincitori).

E ancora di suicidio collettivo si può parlare per l’affondamento della nave simbolo della marina giapponese, la Yamato[20], spinta da ordini superiori in un viaggio senza ritorno. Direzione: attraversare il Mare Interno del Giappone e raggiungere Okinawa, il cuore della guerra. Una missione senza speranza, fuori da ogni logica strategica, vista la presenza massiccia di sommergibili e navi americane in quel tratto di mare. Non sarebbe mai arrivata a destinazione, avendo il carburante per il solo viaggio di andata. Una sorta di seppuku collettivo che sembra studiato, programmato dallo stato maggiore della marina, e imposto al suo comandante viceammiraglio  Ito Seiichi. Con lui muoiono 2488 marinai.

Domanda. Il Sol Levante dei kamikaze/samurai fu un paese di volontari? Tutti compatti al nastro di partenza, contagiati dall’attrazione verso la morte? Nessuna smagliatura nel coraggio, o nella dedizione? Nessuno spazio per il libero arbitrio?

La risposta non è così semplice! Oltre alla storia con la maiuscola che ci restituisce il complesso degli avvenimenti e lo sfondo nel quale essi sono accaduti,  esistono le storie, i punti di vista dei singoli, che allargano l’orizzonte dei fatti ad un’ampia gamma di sfumature, spesso essenziali. La selezione per le brigate suicide inizialmente fu molto rigida. Pochi i predestinati, mai obbligati. La proposta ai singoli faceva leva più sulla tempra del soggetto, sulla sua abilità e forse sull’ambizione a giganteggiare nella memoria dei sopravvissuti. Le cose cambiano tra il ’44 e il ’45. Sempre meno mezzi a disposizione, sempre meno uomini, sempre più compromesso l’esito della guerra. È a questo punto che la questione del volontariato diventa irrilevante. Tutti sono arruolati nell’aggravarsi della situazione, sedici o venticinque anni non fa differenza. Tutti possono essere addestrati nella tecnica, ma soprattutto disciplinati nello spirito, resi pronti cioè a pensare ed agire da invincibili. Pronti per essere ospiti del tempio di Yasukuni, a Tokyo.[21]

Ryuji Nagatsuka è stato uno dei pochi piloti kamikaze scampati alla morte. Per uno scherzo del destino. Il maltempo che ritarda la missione decisiva, poi il ferimento grave durante un combattimento aereo, e infine la resa dell’imperatore ascoltata alla radio durante la convalescenza fanno si che la morte lo accarezzi soltanto, senza mai portarlo via con sé. Lascia a noi e al mondo intero un documento di straordinaria bellezza, il lungo racconto della sua vita da kamikaze, permettendoci di cogliere tutte quelle sfumature precedentemente accennate ed essenziali per collegare il combattente perfetto e l’uomo imperfetto.

Un documento storico ed emozionale allo stesso tempo, che prende per mano il lettore e lo accompagna in rapide istantanee cariche di malinconia, di incertezze sui compiti da svolgere, di umanissima paura, di crudeltà, di capacità visionaria, di scatti di rabbia.

Nagatsuka si presenta come un outsider nella filosofia del combattente nipponico (e probabilmente non fu una figura isolata!). È un giovane studente universitario di diciannove anni rassegnato ad adempiere i propri doveri nella corsa al reclutamento; studia letteratura francese e vede irrompere il dettaglio della guerra nella sua ordinaria vita quotidiana, sperimentando drammaticamente come gli uomini facciano programmi senza mettere in conto la beffa, le cose che cambiano all’improvviso, il tassello sconosciuto che va ad inserirsi proprio dove non ti aspettavi. Arruolamento e addestramento al volo per sei mesi. Uniforme nuova di zecca,  dinamismo di aerei che decollano e atterrano. Una ubriacatura di entusiasmo. Bellissimo! Poi la presa di coscienza nelle parole dell’istruttore: «La vittoria dipende dal dominio dell’aria. Siete voi che dovete conquistarlo. […] L’addestramento che riceverete da domani sarà tanto più duro in quanto accelerato e compresso dalla necessità immediata. Fra un anno, forse, non avrete più la gioia di ammirare i bei paesaggi del vostro paese; ma mi auguro che sopporterete l’addestramento per sacrificare la vostra giovinezza alla patria. Buona fortuna!»[22]. Era giugno del 1944.

L’immaginazione cede vertiginosamente spazio alla realtà. Addestramento marziale e troppo veloce, incidenti mortali dovuti all’impreparazione delle reclute e all’uso di un carburante di scarsa qualità che non consentiva evoluzioni sufficientemente sicure in aria (anche il carburante era razionato!). Poi la partenza anticipata per il fronte e il congedo dagli istruttori e dai compagni. Mentre le labbra dicevano arrivederci, gli occhi dicevano addio! Mesi che valevano anni, tutto così intenso, così irreale. Nagatsuka comincia a prendere coscienza della morte:

 

L’immagine della morte si traduceva per me in un puntino nero, incollato alla retina, che mi danzava davanti agli occhi giorno e notte, come una zanzara instancabile. Non faceva rumore, non pungeva. Quando stavo per acchiapparlo, spariva improvvisamente  per nascondersi in un altro angolo dell’occhio. Un nemico inafferrabile. … Aveva l’aria di canzonarmi. Ai miei occhi la morte non aveva una forma concreta. Non vedevo la scena tragica della mia morte, né il mio povero cadavere. Ma esisteva quella allucinazione astratta di cui non riuscivo a sbarazzarmi![23]

 

È soprannominato dai compagni “l’aspirante filosofo” perché nelle loro conversazioni veniva fuori la sua passione per la letteratura europea e una sorta di scetticismo nei confronti dello spirito del bushido. In particolar modo, non lo convinceva l’idea della morte volontaria. Non riusciva a rinunciare al suo attaccamento alla vita, ai suoi affetti; e addirittura deprecava se stesso per non credere fino in fondo alle parole che scriveva nel suo diario personale – il mio desiderio più vivo sarebbe morire in cielo dopo aver abbattuto il maggior numero possibile di apparecchi nemici -. È consapevole che in battaglia non conta la filosofia ma abbandonarsi all’istinto, al ritmo delle traiettorie, conta la mente sgombra da qualsiasi distrazione, sia essa la famiglia, il futuro, la morte. In una parola: il presente, nessuna dilatazione del tempo in avanti o indietro.

Ma il giovane Nagatsuka non è un robot, non è il perfetto combattente che vorrebbero i suoi superiori. Pensa a proseguire gli studi dopo la guerra. Pensa a quel romanzo di George Sand, Les maîtres sonneurs, di cui è tanto innamorato e che la madre gli ha spedito con affetto. Immagina sulla pista da cui decolla i fantasmi invisibili dei compagni che non sono più atterrati, e i parenti che li aspettano. Non può dimenticare lo sguardo di quel giovane aviatore che nella sala d’aspetto pettina dolcemente i capelli di una donna anziana che era andata a trovarlo, probabilmente la madre. Non può evitare, in pieno combattimento, l’istinto di deviare dal punto d’impatto per seguire l’unica traiettoria ragionevole, quella eccentrica che porta verso il margine della battaglia; come se nel furore del campo visivo esistesse una periferia dello sguardo in cui tutto ritorna a dimensioni più umane.

E la tempesta di questi pensieri lo ha assillato fino all’ultimo decollo – che per sua fortuna non fu veramente l’ultimo. La mente tutt’altro che sgombra, l’incapacità di ricacciare indietro il pensiero degli ultimi gesti compiuti: rasatura, addormentarsi sapendo che al risveglio delle ore 4,30 vedrà per l’ultima volta l’alba, lasciare sulla branda la lettera di addio per la propria famiglia assieme ad un fiore, essere cosciente del momento in cui solleva il piede d’appoggio per salire sull’aereo (un suolo che non calcherà più!):

 

«E ora,» dice con voce vibrante il comandante, «non ho altro da chiedervi che morire eroicamente per la patria. Il mio augurio è che la vostra missione sia coronata da successo. Saluteremo nella direzione del palazzo imperiale».

Dopo aver bevuto il saké, salutiamo inchinandoci fino a terra verso sud. Chissà perché, non penso neppure un attimo all’imperatore. Il mio pensiero è altrove. Guardo le erbacce ai miei piedi e mi dico: «Loro hanno il diritto di vivere ancora mentre fra due o tre ore io sarò morto! Perché? La mia vita è dunque più effimera di quella di un umile filo d’erba!»[24]


 

[1] Fuori da ogni generalizzazione, manteniamo il termine kamikaze all’interno del rigido binario della storia giapponese. Qualsiasi riferimento ad una dilatazione del termine fino ad inglobare fatti e situazioni recenti (la mente va subito agli episodi di terrorismo dell’11 settembre 2001) ci sembra in questa sede azzardata e quantomeno superficiale. Eventuali analogie, similitudini dovrebbero sempre superare la tentazione di facili comparazioni, soprattutto quando si considerano le diversità di contesto, mentalità e cultura.

[2] Eloquenti sono le parole di Herrigel: «…L’abilità si è fatta spirituale, e l’allievo stesso, di superamento in superamento, più libero di grado in grado, è diventato un altro. …. Può accadere che egli rifiuti la lotta con un avversario indegno, un uomo rozzo, che fa sfoggio dei suoi muscoli, accettando con un sorriso l’accusa di viltà; ma d’altra parte può accadere che, per l’alta stima che ha dell’avversario, solleciti un combattimento che a quest’ultimo non porterà che una morte onorevole. Qui si manifestano sentimenti che hanno determinato l’etica del samurai, l’incomparabile “via del cavaliere” che porta il nome di Bushido… Vita e morte sono in fondo la stessa cosa e appartengono al medesimo piano di destino. Egli vive volentieri nel mondo, ma è pronto ad abbandonarlo senza lasciarsi turbare dal pensiero della morte. Non a caso lo spirito del samurai ha scelto a purissimo simbolo il delicato fiore del ciliegio. Come nel raggio del sole mattutino un petalo di ciliegio si stacca e scende a terra luminoso e sereno, così l’uomo impavido deve potersi staccare dall’esistenza silenziosamente e senza turbamento» (E. Herrigel, Lo zen e il tiro con l’arco, Adelphi, Milano, 1975, pp. 95-96).

[3] È il caso ad esempio del samurai Kusunoki Masashige, vissuto nella metà del XIV° secolo al servizio dell’imperatore Godaigo, nel pieno delle lotte tra potere imperiale e quello governativo. Un eroe nel vero senso del termine, grande stratega e combattente. Sceglie di morire contro ogni logica di strategia per la fedeltà al suo signore. Un “perdente”? Nella psicologia di un kamikaze giapponese decisamente no. Direi più che altro un “invincibile”, un modello di lealtà duraturo nel tempo, al di là della possibilità di vittoria, al di là dell’esito dalla guerra che volge al peggio o delle gigantesche dimensioni del nemico; un modello di invincibilità molto efficace nelle missioni suicide contro le forze americane che ormai avevano invaso Okinawa nel 1945. La figura del samurai Masashige è ben ricostruita da Arena: «Se vi confrontate con il nemico in questa situazione, Maestà, - afferma Masashige – siete condannato alla sconfitta. […]I consiglieri dell’imperatore, però, furono di diverso avviso. […] Non c’era niente da temere. L’imperatore era il favorito del cielo, e nessun esercito poteva mai rovesciarlo! Era una motivazione irrazionale, ma il sovrano si convinse lo stesso. E Masashige … mostrò la sua fedeltà: - Come volete, Maestà. Benché non condivida la vostra decisione, non vi abbandonerò!» (L. V. Arena, Samurai, Mondadori, Milano 2002, pp. 60-61).

[4] Ovvero i giapponesi, discendenti della dea del pantheon shintoista Amaterasu  - colei che illumina il cielo -     personificazione del sole e nume tutelare della dinastia imperiale.

[5] R. Benedict, Il crisantemo e la spada, Milano, Rizzoli, 1991, pp. 31, 33.

[6] I Kami, nello shintoismo, rappresentano una sorta di spiriti o di dèi che animano il mare, le foreste, i monti, gli animali, ogni luogo. Sono gli strumenti attraverso i quali la natura mostra la sua autorevolezza. In un’accezione più ampia il termine risponde anche al concetto di “forza interiore”.

[7] Tratto da Leonardo Vittorio Arena, Kamikaze, pp. 109-110.

[8] Op. cit., pp. 82-83.

[9] La parola Hagakure significa letteralmente “nascosto dalle foglie”. Si tratta di un’opera in undici volumi composta agli inizi del XVIII° secolo da Yamamoto Tsunetomo, e realizzata nella forma di brevi aforismi. Contiene aneddoti e racconti su personaggi, illustri e non, del Giappone feudale, ma soprattutto raccoglie i precetti generali della vita del samurai. L’autore stesso apparteneva ad un feudo, quello di Saga, sotto la dinastia dei Nabeshima (1538-1618), e visse nel rispetto dell’antico codice samurai. Sarà un suo allievo a trascrivere le loro conversazioni, i pensieri e l’ideale di vita che aveva guidato l’intera sua esistenza, diventando un testo essenziale per l’etica marziale nipponica. Divulgato solo nel 1868, ebbe la sua prima pubblicazione solo nel 1906 diventando uno dei libri più conosciuti e controversi, in quanto si presta ad una duplice lettura. La prima, metaforica, che esprime concetti complessi e positivi come la lealtà al proprio signore (il daimyo), la volontà di scelte equilibrate, la fedeltà ai propri ideali, la soppressione della propria soggettività per la ricerca della perfezione. L’altra lettura più spigolosa, sicuramente strumentalizzata ma non fraintesa nella sostanza: qui la virtù del samurai consiste essenzialmente nell’accettare la morte onorevole, quando la vita sta per opportunismo, mancanza di disciplina, ricerca insensata della fama, viltà nei confronti dell’ideale. L’epoca in cui è stato scritto non è priva di significato. Gli inizi del ’700 vedono infatti il declino dei samurai, una casta militare che perde terreno dinanzi al trasformarsi della società, all’avanzare di altre classi, come quella dei mercanti, nuovi dominatori della scena e portatori di altri valori. Diventa sempre meno chiara la loro connotazione, il loro ruolo; c’è chi si ritira in un monastero buddhista e chi vende il proprio rango per sfuggire alla miseria. Si cominciò a parlare allora più diffusamente della via del guerriero, del bushido, dell’antica gloria dei samurai.

[10] Yamamoto Tsunetomo, Hagakure. Il libro segreto dei samurai, a cura di M. Panatero e T. Pecunia Bassani, Mondadori, 2001.

[11] Esemplari sono a riguardo le parole di D. T. Suzuki, citate da T. Hoover in La cultura zen, cit., pp.77-78: «Quando la spada è tra le mani di un guerriero-tecnico, versato nel suo uso, essa non è che uno strumento privo di mente propria. Ciò che essa fa è compiuto meccanicamente, senza nulla che si possa definire non intellettivo. Ma quando invece la spada è maneggiata da un guerriero il cui sviluppo spirituale è tale che egli la impugna come se non la reggesse affatto, essa si identifica con l’uomo, acquisisce un’anima, si muove con tutte quelle sottigliezze che sono state radicate in lui, lo spadaccino. L’uomo svuotato di tutti i pensieri, di tutte le emozioni promosse da paura, senso di insicurezza, desiderio di vittoria non è consapevole di usare la spada: uomo e spada si trasformano in strumenti impugnati, per così dire, dalla mano dell’inconscio».

[12] L’isola di Taiwan era un immenso campo di addestramento di volo nipponico e una base navale  che gli americani dal ’44 cominciarono a mettere sotto pressione con bombardamenti continui. L’isola di Iwo Jima divenne il punto di partenza per l’invasione del Giappone nel ’45. Per contrastare quest’ultima, marina ed aviazione giapponesi si servivano di caccia piccoli e veloci ma con un’autonomia di volo limitata e una capacità massima di quota inferiore a ciò che la tecnologia russa, americana o tedesca da almeno due anni consentiva. Davanti ai bombardieri americani B-29 ogni difetto diventava macroscopico, a cominciare proprio dal problema della quota: 10.000 metri era una distanza impensabile per la contraerea, che non superava gli 8.000, e costringeva i piloti nipponici a dei veri miracoli per poterli raggiungere. I caccia furono allora dotati di cannoncini da 20 millimetri orientabili verso l’alto in modo da consentire l’attacco ai bombardieri americani da sotto. Ma i problemi non finivano qui. I B-29 erano corazzati, avevano una struttura capace di resistere nella zona dei serbatoi – la più esposta - ai proiettili nemici. Erano dotati di numerose torrette di difesa – posteriori, superiori e ventrali – il che consentiva di coprire praticamente ogni punto morto esposto. Erano veloci e con una capienza di serbatoio tale da dissuadere dall’attacco le squadriglie nemiche semplicemente virando la rotta, costringendole a non allontanarsi troppo dalla base di partenza. Per ovviare a questo problema il viceammiraglio Ugaki, della Va Flotta Aerea, non si fece scrupolo di auspicare un abbattimento degli aerei nemici per collisione in volo. E su tutti il problema di fondo: il ritmo forsennato della produzione bellica americana. Brevissimi erano i tempi di rimpiazzo dei materiali, come le riparazioni della forza navale, cosa che garantiva agli occidentali una pressione offensiva costante.

[13] Inoguchi - Nakajima - Pineau, Il vento divino, Milano, Longanesi, 2002, p. 85.

[14] L. V. Arena, Kamikaze, cit., p. 34

[15] La Benedict ci ricorda che la questione del rapporto tra imperatore e popolo nipponico non è mai stata univocamente interpretabile. Nella lunga storia feudale giapponese l’imperatore è stato spessissimo una figura di secondo piano, molto più rappresentativa che non dotata di poteri effettivi. Signori possessori di feudi semi-indipendenti sono stati la base per la costituzione di caste vere e proprie di prìncipi perennemente in lotta tra loro. Erano chiamati daimyo, ed ognuno possedeva una schiera di combattenti, appunto i samurai, a loro fedelissimi. Per lungo tempo la funzione dell’imperatore fu quella di investire il daimyo più potente della carica di shogun, una sorta di Generale dei generali, ovvero il supremo comandante militare. È altrettanto vero però che un Giappone senza sua Maestà l’Imperatore non è nemmeno pensabile nella psicologia nipponica, imperatore come simbolo per eccellenza del Sol Levante a livello religioso, politico, anche umano, oggetto indiscusso di devozione profonda.

[16] R. Benedict, Il crisantemo e la spada, cit., pp. 55-59.

[17] Citiamo ancora la Benedict: «…durante la guerra, ogni sigaretta distribuita, in nome dell’Imperatore, ai soldati al fronte, sottolineava l’on che ogni soldato gli doveva, così come ogni sorso di saké distribuito prima della battaglia costituiva un ulteriore on verso l’Imperatore; ogni pilota kamikaze degli aerei suicidi pagava, secondo i giapponesi, il proprio on imperiale; mentre di tutte le truppe che i giapponesi sostenevano essere state distrutte fino all’ultimo uomo, nella difesa di qualche isola nel Pacifico, si diceva che ripagavano, così, il loro illimitato on verso l’imperatore» (Op. cit., p. 114).

[18] Ma la lista di coloro che nei reparti della marina o dell’esercito, a ridosso della resa o subito dopo, si sono tolti la vita nella forma “onorevole” e rituale del seppuku è drammaticamente lunga.

[19] Leonardo Vittorio Arena, Kamikaze, p. 249

[20] Un nome che richiama esplicitamente i samurai e lo spirito del bushido: Yamato Takeru è un principe leggendario per i samurai. Come del resto il nome di un’altra nave, la Musashi, derivante dal grande spadaccino fondatore di uno stile specifico nella scherma, e autore del Gorin no sho, Libro dei cinque anelli. Al tempo dei Tokugawa fu un ronin, un samurai senza padrone (ronin letteralmente significa “uomini onda”).

[21] Il celebre sacrario delle vittime di guerra e degli eroi, costruito sulla collina di Kudan nel 1869. Un luogo fortemente simbolico dove si celebra l’eroismo, circondato da cespugli di ciliegi in fiore, simbolo della tradizione samurai. È considerato la dimora privilegiata di tutti i caduti sul campo e di coloro che hanno voluto candidarsi all’immortalità seguendo i costumi del bushido.

[22] R. Nagatsuka, Ero un kamikaze, Milano, Garzanti, 1973, p. 76.

[23] Idem, p. 132.

[24] Idem, p. 239.

 

 

 

 

indietro