Salvatore di Giacomo, Gli sfregi di Napoli, a cura di Giovanni Greco. Con un saggio di Stefano Scioli, Napoli, Liguori, 2005
Gli sfregi di Napoli, antologia di testi digiacomiani (narrativi, giornalistici e poetici), si aggiunge idealmente al volume Salvatore di Giacomo, Poesie, pubblicato per i tipi di Rizzoli e curato con la solita acribia da Davide Monda, e fa del 2005 un anno straordinario per un autore che, al di fuori della cultura ufficiale napoletana, non ha mai attinto ad un largo bacino d’utenza nazionale, ma che l’attaccamento e la circospetta fedeltà dei propri lettori hanno da subito indicato come una perla letteraria, preziosa proprio perché res paucis.
Il libro in questione, introdotto da Giovanni Greco e corredato da un attento saggio di Stefano Scioli, rende in particolare testimonianza dell’inesausta, fine attenzione dello scrittore partenopeo per quella dimensione sociale degradata e marginale, misera ed elementare, che ha avuto nei Miserabili (1862) di Victor Hugo la propria più alta rappresentazione artistica. L’approccio di Salvatore Di Giacomo (1860-1934) al mondo dei poveri napoletani fu poliedrico e fece della molteplicità degli strumenti d’analisi (narrativa, storiografia, poesia, teatro, scrittura giornalistica) un indiscutibile punto di forza; non è quindi capzioso avvicinare l’autore, così come fa Giovanni Greco nella sua introduzione, ai più importanti studiosi europei del fenomeno della marginalità.
A quelli giustamente citati (Mandrou, Le Goff, Ginzburg, Geremek…) si potrebbe aggiungere il nome di un capace medievalista, Michel Mollat, il quale, nella fase proemiale del suo capolavoro Les pauvres au Moyen Age, affermava: «La definizione di povero e del suo stato non può dunque che essere molto larga. Il povero è colui che in modo permanente o temporaneo si trova in una condizione di debolezza, di dipendenza, di umiliazione, contraddistinta dalla mancanza – diversa a seconda delle epoche e della società – degli strumenti di potenza e di considerazione sociale: denaro, relazioni personali, capacità di influenza, potere, cultura, qualificazione tecnica, alti natali, vigore fisico, intelligenza, libertà e dignità personali. Il povero vive alla giornata e non ha alcuna possibilità di sollevarsi senza l’aiuto di altri. In questa definizione rientrano tutti i frustrati, tutti i rifiutati, tutti gli asociali, tutti gli emarginati. Questa definizione non è specifica di un periodo, di un’area geografica, di un ambiente e non esclude nemmeno coloro che per ideale acetico o mistico hanno abbandonato il mondo o per dedizione hanno scelto di vivere poveri in mezzo ai poveri.», o altrove: «Così come le testimonianze della “continuità” della povertà, lo stesso lessico che si riferisce ai suoi molteplici aspetti è indicativo degli atteggiamenti e dei sentimenti che la medesima povertà induce.»
Quest’ultima affermazione, in particolare, diviene illuminante se appena la si riferisce al dialetto delle opere teatrali e, soprattutto, poetiche di Salvatore di Giacomo: una scelta linguistica che non deve più nulla alla tradizione realistico-espressionistica della nostra letteratura moderna, ma che, anzi, si costituisce come il mezzo più efficace e più rispettoso per dar voce a un mondo multiforme e sfuggente, più emotivamente assecondato che razionalmente analizzato. Una scelta linguistica che, pur non risparmiando nulla alla violenza e alla consueta sopraffazione (di cui lo sfregio è metafora potente) di una società in larga misura primitiva, nei suoi vertici lirici sembra prefigurare lo spontaneismo inafferrabile e melodico del tursitano di Albino Pierro o del friulano di Pier Paolo Pasolini.
L’interesse digiacomiano per il mondo della povertà, il suo amore per la “cultura” di emarginati, folli, prostitute, criminali, popolani, malavitosi affonda le radici nella stagione del verismo italiano, alla quale proprio Napoli contribuì magistralmente con un autore, Federico De Roberto, a lui contemporaneo e come lui anche giornalista. Tuttavia, nella fascinazione che Di Giacomo invariabilmente provò per quel guazzabuglio di ferocia e passionalità, di comicità e abbrutimento, che rappresentarono i bassifondi partenopei, si estingue la presunzione dell’impersonalità e della scientificità del verismo, in nome di una partecipazione umana sempre al limite della compromissione spirituale.
(Lorenzo Tinti)