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Salvatore di Giacomo, Poesie, a cura di Davide Monda. Nota al testo di Stefano Scioli, Rizzoli, Milano, 2005, pp. 664, € 17.

 

 

Secondo un aneddoto narrato dallo stesso poeta, Di Giacomo abbandonò gli studi di medicina dopo aver visto, in una piovosa mattina d’autunno, cadere, lungo le scale della morgue, un groviglio osceno ed immondo di «membra umane», «teste mozze», «gambe sanguinanti». Orrori non meno atroci vide, forse, negli anni a venire, compiendo, nella veste di fotografo e cronista di nera, una sorta di catabasi agli inferi metropolitani, di oscura calata nel fondo lurido, promiscuo, e insieme brulicante di una vita ostinata e feroce (nella «scarrafunera», nel nido di scarafaggi, come lo chiama nei sonetti giovanili di ‘O fúnneco verde), del «ventre di Napoli».

Proprio in questo precoce confronto con la vita e con la morte nella loro carnalità e fisicità più dense e grevi sta, forse, la matrice prima del percorso poetico digiacomiano. Un percorso (ora riunito integralmente, con ampia introduzione e preziosissimo viatico di testimonianze critiche, da Davide Monda, la cui vastissima e solerte erudizione pare, come la stessa poesia del Di Giacomo, animata da quella passione e com-passione, da quell’umana e vivida sympàtheia, per citare la Nussbaum, in cui risiede per molti aspetti l’essenza stessa di ogni classicità e di ogni umanesimo) che porta, idealmente, dalla «lingua della realtà» alla «lingua della poesia», dalla nuda, naturalistica, quasi fotografica nominazione e rappresentazione, nella prima produzione novellistica e drammaturgica, di situazioni e di fatti all’assolutezza lirica e alla quasi petrarchesca o mallarmeana rarefazione musicale di un dettato poetico che avvolge, e per così dire accarezza e rapisce, sensazioni e figure per scorporarle e diluirle in una pura e disincarnata fascinazione fonica ed evocativa tutta giocata, con consumato mestiere e vigile, ancorché abilmente dissimulata, coscienza stilistica, sulle alternanze vocaliche, le modulazioni timbriche, le metafonesi proprie del vernacolo partenopeo. Gli stessi interessi figurativi dell’autore, divisi fra il verismo icastico e spigoloso, e pur memore di esempi classici, di Vincenzo Gemito e l’accesa e densa liricizzazione di una materia pittorica vòlta a cogliere figure «non viste, immaginate e vere a un tempo» attuata da Domenico Morelli, parrebbero definire e fermare gli estremi di questa parabola.

Forse possono essere d’aiuto per avvicinarsi al cuore di questa poesia certe ormai lontane letture di critici artisti e di critici scrittori, dal Serra, il quale confessava che Di Giacomo, difficilmente classificabile, ineffabilmente e indecidibilmente sospeso fra spontaneità ed artificio, immediatezza e lavorìo formale, intemporale aura popolare e conscio spessore storico, lo «turbava» più di Carducci e D’Annunzio, e dal De Robertis, che ben vi coglieva l’intrico di «dolcezza» e «tristezza», di soavità e di melanconia, al Flora, che parlava di un realismo musicale, di una mistione di concretezza rappresentativa e suggestione lirica ed evocativa. Il Petrarca-Mallarmé cui si alludeva risalterà, ad esempio, fino in certi echi verbali, in certe spie semantiche, in certi stilemi parallelistici e bimembri, dai versi di ...E s’annasconne, da quella voce che «sceta ’o silenzio attuorno,/ e tremmeno sti ffronne», dall’«arbere, l’erba, ’e fronne» che «chiagneno cu mmico»,  circoscrivendo così un cronotopo, uno spazio e una situazione stilizzati e cristallizzati in fermi e limpidi emblemi verbali, e adibiti a riflesso e risonanza del vissuto interiore: uno spazio, si può aggiungere, in cui il Novecento poetico, dal D’Annunzio di Alcyone (della cui “strofe lunga”, variamente e liberamente tramata di rime e di assonanze, risentirà il Di Giacomo più maturo), a certo Quasimodo, al Luzi di Un brindisi, si compiacerà più volte di indugiare.

La modernità, profondamente novecentesca appunto, e insieme in certo modo metatemporale (una «modernità assoluta», per citare Serra), del Di Giacomo risiede, in definitiva, nell’aver saputo inseguire e additare, salvaguardandone nel contempo il segreto in modo quasi religioso, il valore assoluto e sublimante della parola e del canto, la cui sorgente, come per la melodia del grillo, «animaluccio cantatore», dimora lontana dallo sguardo, avvolta dall’oscurità e dal silenzio, annidata in spigoli o in anfratti inattingibili, dai quali nondimeno una perenne consolazione, pur se intrisa di dolce tristezza, scende sull’anima che già sente cadere sul mondo «la malinconia dell’autunno». Nei versi forse più celebri del poeta, è ancora da questa scaturigine lontana, remota, altra e diversa rispetto al sentire e all’esprimere usuali e logori (quasi, si potrebbe dire, dalle purissime «sources du poème» di cui parlava Paul Valéry) che affiora il sospeso incantesimo della melodia, della parola,  del canto, avvolto dal fascino leopardiano, novecentescamente rivisitato, del “lontano” e dell’ “antico” come segnali dell’indefinito e del vago: «Nu pianefforte ’e notte/ sona luntanamente…».                                               

(Matteo Veronesi)

 

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