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SALA D’ATTESA

 

Giovanna Zùnica

 

 

“Sala d’attesa”, dice il cartello accanto alla porta. Entro. Il sedile al contatto mi sembra del tutto estraneo alla forma del mio corpo, nonostante l’aspetto dichiari un intento anatomico. È scomodo, e anonimo come il resto dell’arredo. Il disagio si attenua al pensiero che non resterò qui a lungo. Mi accorgo che la donna che mi siede di fronte mi sta fissando, lo sguardo, allo stesso tempo, rivolto altrove, oltre. Non la riconosco. Si alza, si avvicina, mi siede accanto, continuando a guardarmi con l’aria di chi aspetta qualcosa. Distolgo lo sguardo, imbarazzata, ma ancora sento il suo su di me, insopportabile. I miei occhi increduli si volgono a fissare i suoi. Non sembra a disagio, anzi mi sorride. Mi disorienta. “Sono in attesa”, dice, con un accento straniero che non mi è estraneo, ma che ora non riconosco.“In attesa di…?”, domando. “In attesa del suo racconto, è per questo che siamo qui.” Non comprendo. “Non ho una storia da raccontare”, rispondo. Mi sorride di nuovo: “Tutti abbiamo una storia”. Comincia a raccontare la sua.

 

Adesso ho una casa, mi hanno dato una casa. Non ne avevo una, prima. Quando ero molto piccola ho abitato in una casa. Abitavo con mia madre, la mia sorellastra, i suoi figli, mio padre.

Era più grande di me. Non sono mai riuscita a chiamarla sorella, mi era ostile, lo è stata sempre. Non ricordo una volta in cui sia stata gentile. Non uno sguardo benevolo, non un gesto solidale. Non amava mia madre, ma riusciva a farsi amare da lei. Questa menzogna mi feriva, ma non potevo dire nulla, ero muta allora. Ricominciai a parlare soltanto più avanti. In seguito continuai a parlare, ma poi smisi di nuovo, questo lo racconterò più avanti.

Con me non parlava mai, la mia sorellastra, quando c’era mia madre. Mi parlava soltanto quando eravamo sole, io e lei. Forse pensava che fossi diventata anche sorda, o peggio voleva che la ascoltassi senza poter rispondere. Mi diceva cose tremende. Diceva che non sarei mai dovuta venire al mondo, che non servivo a nulla, che rubavo il pane di bocca ai suoi figli, che la mia esistenza non aveva senso, che era il frutto di un errore. Che suo padre aveva sposato mia madre soltanto per avere una donna che l’accudisse, perché tutto il peso non cadesse su di lei che aveva anche i suoi figli ai quali badare.

Non so se fossero vere quelle cose. Mio padre non mi ha mai rivolto la parola, si comportava come se io non fossi li. Forse pensava che fossi scema o matta, non ne ha mai parlato, non gli importava. Mio padre non badava alle altre persone, badava ai propri affari. Non era un uomo gentile. Educato, con gli estranei, sì, ma non gentile. Nemmeno a mia madre rivolgeva spesso la parola. Ora ricordo soltanto di avergli sentito dire, a volte, “Vieni in camera con me, adesso.” E andavano in camera. A volte si comportava così anche con la mia sorellastra.

Mia madre con me parlava poco. Forse anche lei pensava non potessi capire, oppure voleva alimentare il mio mutismo, che mi proteggesse in qualche modo. Ma mia madre non parlava molto, in generale. Quando serviva i pasti, per esempio, lo faceva in silenzio. Quando mio padre le diceva “Vieni in camera, adesso”, smetteva di fare quel che stava facendo, qualunque cosa fosse, e lo seguiva in silenzio, e basta. Quando mio padre diceva alla mia sorellastra “Vieni in camera con me, adesso”, mia madre taceva. Li seguiva con lo sguardo, fin quando non li vedeva più. Non so se anche mia madre fosse stata muta, come me, ma non credo. Penso piuttosto che a un certo punto avesse cominciato a tacere. Qualche volta mi parlava, e a me sembrava che si rivolgesse a un’altra persona, invisibile. Diceva cose che io all’epoca non potevo comprendere. Solo in seguito ho cominciato a capire. Che non aveva avuto altra scelta.

         Non ricordo nei dettagli come andò quando ricominciai a parlare, non ho buona memoria, ricordo soltanto dei frammenti. Quel che ho in mente è l’immagine di me stessa che ripete ad alta voce le parole della mia sorellastra, con lo stesso tono con il quale le aveva pronunciate lei, quasi con la stessa voce. Un giorno, mentre mio padre mangiava, mi avvicinai alla tavola e cominciai a ripetere a voce alta quelle cose, come se venissero da me. Poi non ricordo più nulla, né di quel giorno né dei giorni successivi. Ho solo il ricordo vago di un senso di sollievo e di paura e di solitudine. In seguito ho vissuto in un ostello, assieme ad altri bambini, ragazzini, come me. C’erano delle donne a governarci.

 

L’ostello era lontano da tutto, da lì non si vedeva altro che la campagna, e la strada bianca che si stringeva e finiva in un puntino lontano e portava non so dove. All’ostello la vita era del tutto diversa, con quei ragazzini che mi parlavano. Mi piaceva che mi parlassero, guardandomi negli occhi, come se stessero parlando proprio con me. Io parlavo pochissimo, non mi pareva di avere qualcosa da raccontare. Solo stati dell’animo, per i quali mi mancavano le parole. Perciò ascoltavo, più che altro.

Forse per questo, perché ascoltavo attenta, alcuni lì all’ostello presero a parlare molto con me. Dicevano che eravamo amici, e io non capivo che cosa volessero dire, ma poi in seguito ho capito, penso di aver capito. Mi raccontavano il loro futuro, si immaginavano questo e quello, cose che sarebbero dovute accadere lontano da lì. Si immaginavano che un giorno sarebbero vissuti altrove, in compagnia di altre persone e avrebbero fatto cose fantastiche e avrebbero provato sentimenti che io non riuscivo a comprendere. Io invece non immaginavo nulla, non riuscivo a immaginare cose del genere. Non tutti parlavano, però. Alcuni se ne stavano soli, senza parlare e senza ascoltare, e la notte li sentivo piangere, in silenzio.

Tutto sommato mi trovavo bene all’ostello. La mia sorellastra lì non c’era, e questo era un sollievo. Mi mancava mia madre, sì, ma non più di quando ero a casa, e lei era intenta in qualche faccenda, e non mi parlava. Ricordavo bene il volto di mia madre, gli occhi, i suoi gesti, quelli sì. Non le parole, quelle ho cominciato a ricordarle molto dopo. Non ho mai più rivisto nessuno di loro.

All’ostello imparai delle cose. Un ragazzino, poco più grande di me ricordo gli occhi neri, lo sguardo lungo mi insegnò ad arrampicarmi sugli alberi. Mi piaceva starmene lassù, mi faceva sentire… sollevata. Lui saliva su un albero vicino e guardava lontano, con i suoi occhi lunghi. Imparai a leggere, lì all’ostello. Una delle signore, diversa dalle altre, gentile, diceva che è importante saper leggere e scrivere, che era “l’unica possibilità di salvezza”, così diceva. Aveva il mio stesso nome e questo mi metteva a disagio. Era la prima volta che incontravo qualcuno con il mio stesso nome. Continuai a chiamarla signora, senza aggiungere il nome, per pudore. Insegnò a leggere e a scrivere a me e ad alcuni compagni, con un’aria di segretezza, nell’ora del riposo. Noi avevamo capito che non bisognava dire nulla. All’inizio fu difficile, ma poi ricordo bene quel che provai quando per la prima volta sotto i miei occhi un segno diventò una parola. Non ricordo quale fu questa parola. Ricordo che mi faceva paura e che leggerla lì, sulla carta, la allontanava e mi faceva provare un sentimento simile a quello che avevo provato arrampicandomi sugli alberi, ma più misterioso, più forte. Pensai che fosse quel che la signora chiamava salvezza.

 

Mi portarono nell’ufficio di una signora che non ricordavo di avere visto prima. Doveva essere una persona importante, lo dico per il modo in cui la trattava la donna che mi accompagnò da lei. Mi disse che di lì a poco avrei compiuto quindici anni, e non potevo più restare. Mi disse che dovevo cercarmi un lavoro, e sistemarmi in qualche modo. Io risposi che avrei lavorato, sì, ma era lì che volevo stare, e comunque non sapevo dove andare né cosa fare. Allora mi squadrò e disse che si sarebbe interessata alla mia sistemazione. Non la rividi mai più, ma qualche giorno più tardi mi dissero che c’era un signore, un uomo benestante, che mi avrebbe volentieri presa con sé. Avrei dovuto badare alla casa e alla sua persona. Andare al mercato la mattina, rigovernare, cucinare, fare il bucato... Quel che ricordavo aver visto fare a mia madre e alla mia sorellastra. Non avevo scelta, non mi chiesero se volessi accettare. Mi dissero semplicemente che era lì che sarei dovuta andare, che qualcuno sarebbe venuto a prendermi.

         Venne un uomo qualche giorno dopo, e mi portò nella casa del padrone. Il padrone voleva che lo chiamassimo così, mi disse l’uomo. “Non signore: padrone.” A me questa parola fece impressione, perché mi faceva pensare alla parola padre. Era una casa vuota. Vuota di persone, intendo. Ci viveva il padrone da solo. L’altro uomo, quello che era venuto a prendermi all’ostello, non stava lì con noi, ma veniva ogni giorno a prendere gli ordini. La casa era più grande di quella dove avevo vissuto da bambina. Avevo una stanza per me, dove stavo io sola. C’erano il letto e una cassapanca per le mie cose. Era più che sufficiente, ne avevo pochissime di cose mie. Mi mancava molto lo specchio. All’ostello ne avevamo uno, e lo usavamo a turno. È importante vedere la propria faccia, la propria persona, guardarsi negli occhi. Quando il padrone usciva, usavo lo specchio che stava nella sua camera. Lo usavo di nascosto, perché non credo che gli facesse piacere. In effetti al padrone non piaceva avermi intorno, dovevo cercare di sbrigare le faccende senza far troppo rumore, e mai nella stessa stanza dove si trovava lui. Dopo aver servito il pasto, dovevo ritirarmi nella mia piccola camera. Mi dispiaceva che il padrone non mi raccontasse delle cose, come facevano i compagni all’ostello. Non era un amico. Però aveva dei libri, molti libri, libri strani. Di nascosto ne lessi parecchi, durante il periodo in cui stavo a servizio da lui. Leggo lentamente, e non capisco tutto quel che leggo, però leggere mi piace, mi fa sentire sollevata, come quando mi arrampicavo sugli alberi.

         I primi tempi non successe nulla di particolare, non che io ricordi, a parte i libri. Ma io non ho buona memoria, ricordo soltanto dei frammenti. Un giorno il padrone venne nella cucina, cosa che non faceva solitamente. Mi disse “Vieni in camera con me, adesso.” Io ora non ricordo distintamente che cosa accadde. Ricordo soltanto che mi toccò, in un modo forte, molto forte. Non ero abituata a essere toccata. A parte mia madre, quando ero piccola, soltanto una volta all’ostello mi era successo che uno dei bambini, un ragazzino, mi avesse toccata, e io lo avevo respinto, perché non ci eravamo mai parlati prima, e non era mia madre, e mi sembrava innaturale che mi toccasse. Aveva cercato di prendermi la mano, questo lo ricordo. Non ricordo come mi toccò il padrone. Ricordo che fu forte e di aver provato, allo stesso tempo, un senso di disgusto, di umidità sporca e molto dolore. Ricordo anche che avevo provato una specie di piacere, perché il padrone mi aveva parlato e toccato, come se non fosse soltanto il padrone. Ma questa sensazione la odiavo, perché lui mi aveva fatto male e subito dopo era tornato come prima, non mi parlava più, non mi guardava nemmeno. In seguito successe altre volte. Fu allora che smisi di nuovo di parlare.

 

Non saprei dire quanto tempo andò avanti. Molti anni. Ricordo, ma è solo un’immagine, che un giorno, nel bel mezzo del giorno e nel bel mezzo della casa, lanciai un urlo inumano. Alle mie orecchie sembrò provenire da altrove, non riuscivo a riconoscere la mia voce. Eppure sapevo di essere io a emettere l’urlo. Poi non ricordo che cosa successe, ma il giorno dopo l’uomo del padrone mi portò, con le mie poche cose, in un posto simile all’ostello. Qui però c’erano ospiti adulti, gente del tutto diversa dai ragazzini dell’ostello. Si guardavano appena, di sfuggita, e non si parlavano. Tranne una vecchia, che poco dopo il mio arrivo prese a guardarmi fissa, mi guardava. Non so quanto fosse vecchia, sembrava vecchia ma anche giovane, negli occhi.

Un giorno quella donna si fece seguire nella camera dove dormiva, e cominciò a parlarmi, a raccontare in modo confuso cose fatti o sensazioni che io facevo fatica a comprendere del tutto. A tratti mi sembrava che stesse raccontando i miei ricordi. Mi sentivo a disagio, ma stavo molto attenta ai suoi racconti. Mi chiedevo come facesse a ricordare quelle cose che erano accadute a me e che io a mala pena ricordavo. Quel che mi colpì di più fu quando, parlando, mi disse di essere muta. Io pensai che i muti a volte parlano e quelli che parlano a volte sono muti. Ma non potevo dire nulla, perché di nuovo non parlavo, all’epoca.

Lì al nuovo ostello non c’erano specchi. Mancavano i libri, gli specchi e altre cose. Non ricordo quanto tempo mi fermai lì, senza parlare, e senza guardarmi allo specchio, e senza i libri, perché lì non ce n’erano. Molto tempo. Non c’erano soltanto signore lì, come al vecchio ostello. C’erano sia uomini che donne a governare noi ospiti, uomini e donne che non mi piacevano. Ricordo che una volta una di quelle donne cercò di toccarmi, guardandomi in uno strano modo, che mi sembrava di ricordare. La feci sanguinare con un morso al braccio. Era la prima volta che davo un morso a una persona. Non credevo di avere tutta quella forza in me. Provai disgusto, lo ricordo bene questo, per l’odore marcio della sua pelle e perché sentii in bocca il sapore della sua carne. Mi picchiarono e mi chiusero in una stanza per diversi giorni. Poi tutto riprese come prima. Nessuno mi toccò più, in seguito, ma capii che altre donne furono toccate, non so da chi esattamente.

Poi l’ostello fu chiuso e ci trasferirono altrove, ma non tutti insieme. Io finii in un posto che a volte ho sentito chiamare “la struttura”. La donna che mi parlava non c’era più. All’epoca del trasferimento, sentii pronunciare parole del tutto nuove per me. Ricordo “riforma”, per esempio. Le cose andavano diversamente nel nuovo ostello. Mi davano delle pastiglie, che mi facevano la bocca amara, mi gonfiavano la pancia e mi intontivano. Mi hanno fatto anche “il trattamento”, lo chiamavamo così, noi ospiti, in un sussurro. Gli altri non usavano un nome, ma quando era il momento lo capivi dal loro sguardo. Ti legano a un letto alto, duro e stretto. A un certo punto senti un gran dolore e perdi i sensi e poi non ricordi più nulla, soltanto il dolore. E non sai perché.

A volte, non spesso, i dottori ci invitavano nella loro camera medica, uno alla volta, da soli. Ricordo che mi facevano delle domande, ma io non parlavo all’epoca, per cui non rispondevo. Ci guardavamo per un po’. Poi finiva. Nella struttura c’erano dei libri, e io ripresi a leggere, ne lessi alcuni. Ci metto del tempo a leggere un libro. Quelli però li ricordo, i libri che ho letto. Sono pieni di fantasie, i libri. Nei libri accadono cose diverse dalla realtà. In nessuno di quei libri la gente vive negli ostelli! Un giorno dissi qualcosa, ma non ricordo cosa, non ho buona memoria. Ricordo solo che avevo un libro tra le mani, e dissi qualcosa. Allora i dottori, uno in particolare, cominciò a invitarmi più spesso. Ricominciai a parlare, ma non molto, perché non sapevo che cosa dire. Magari lui mi chiedeva che cosa avessi mangiato a pranzo. E io rispondevo. Così.

Anche nella struttura sono rimasta per anni, non saprei dire quanti, senza grandi cambiamenti. Qualche tempo fa un dottore, uno nuovo, mi disse che ora stavo meglio, che potevo parlare di nuovo, che ero in grado di badare a me stessa, e che quindi potevo lasciare la struttura. Sembrava contento, io non lo ero. Mi rassicurò, che “lo Stato” era il padrone della struttura mi avrebbe trovato un alloggio, modesto, e mi avrebbe garantito una “pensione sociale”, cioè del denaro per sostentarmi, mi spiegò.

Adesso sto in questa casa, ma non mi trovo bene. È molto piccola, soltanto una piccola stanza, ma non è questa la ragione. È una casa vuota, non ci abita nessun altro. Non so perché mi ci hanno mandata, non credo di aver fatto niente di male. Il dottore sembrava contento. Ho persino ricominciato a parlare ci tenevano molto che io ricominciassi a parlare, chissà perché. Adesso devo stare in questa casa e badare a me stessa. Ogni tanto viene qualcuno della struttura a vedere se tutto va bene. Mi dicono anche loro “Ora stai meglio”. Io chiedo di ritornare nella struttura, che se vogliono possono anche farmi il trattamento, ogni tanto. Ma quelli mi spiegano che è a casa mia che devo stare, che devo farmi degli amici e vivere una vita normale. Quella non è casa mia. Come faccio a farmi degli amici in una casa dove non c’è nessun altro. Mi manca quella donna vecchia, o giovane, che raccontava. È per questo che sono venuta qui. Ora tocca a lei raccontare.

 

Non so quanto è durato il racconto. Ho perso la nozione del tempo. Per un istante devo sforzarmi di ricordare persino per quale ragione mi trovo in questo luogo. Mi riprendo e guardo l’orologio, manca ancora un po’ di tempo. Non so bene per quale ragione, mi sento obbligata. Rispondo alla richiesta, comincio a raccontare.

 

Anche io ho una casa mia, ma non è lì che vivo. Non ci vive nessuno, è una casa vuota. Si trova vicino al mare. Ho nostalgia di quella casa, ma non posso stare lì.

 

Come continuare? Temo che finirei per mentire, come ho fatto molte volte, e allora perché parlare. Ma ora sento di dover raccontare, a questa donna, che ha bisogno di ascoltare. Ha ragione lei, la vita comincia dall’infanzia. L’infanzia, la famiglia, è da lì che comincia la storia, qualunque storia. Cercherò di raccontare. Ma mi resta poco tempo, e non so bene cosa dire, da tempo non ci penso.

 

Anche io da bambina vivevo con la mia famiglia. Mia madre, mio padre, i fratelli e le sorelle. Non erano i miei genitori naturali, ero stata adottata, appena dopo la nascita. Non somigliavo a nessuno dei genitori, e se è possibile ancora meno ai fratelli e alle sorelle. La differenza era molto evidente e creava un disagio. Non voglio dire che mi trattassero in modo diverso dagli altri, questo non è mai successo. Ma era un fatto sotto gli occhi di tutti, costantemente, quanto fossi diversa da tutti loro.

Nella mia famiglia si parlava. Si parlava, in particolare quando ci si riuniva per i pasti. Era quello il momento per parlare, secondo la regola. Parlava mio padre, soprattutto. Noi ci limitavamo a rispondere. Mia madre parlava poco, a tavola quasi per nulla, però con gli sguardi amministrava la conversazione. Prima di rispondere a nostro padre, rivolgevamo lo sguardo a nostra madre, per capire se fosse il caso di rispondere e in che termini. Gli sguardi di mia madre erano facili da interpretare, potevano dire solo due cose, se tacere o se assecondare con le parole nostro padre. Non si davano altre possibilità. Ricordo bene di una volta in cui uno dei miei fratelli aggiunse una parola di troppo. Sulla tavola piombò un silenzio pesante. Mio fratello fu mandato in camera sua. Più tardi mio padre andò da lui. Mio fratello poté ritornare tra noi soltanto due giorni dopo. Era diverso, quando tornò. Camminava in un modo diverso. Ci sono molti modi di essere muti, in effetti.

         Ricordo mio padre come un uomo soddisfatto, all’epoca. Contento no, non credo di aver mai visto mio padre contento. Soddisfatto sì. Aveva una buona posizione e in città era stimato. A casa aveva il rispetto della moglie e dei figli, la sua famiglia. La sua famiglia il nostro governatore. Non aveva bisogno d’altro. Per questo non era contento, ma soddisfatto. Non so che sentimenti provasse per noi. Non so se provasse dei sentimenti, mio padre. Né ho mai saputo perché mi avesse presa con sé, nella sua famiglia. Da certe mezze parole, origliate, e da mezze frasi, interrotte al mio sopraggiungere, mi sono fatta l’idea che per qualche ragione non avesse avuto scelta, che per qualche motivo dovesse per forza occuparsi della figlia di mia madre la mia madre naturale. Però non ho mai saputo chi fosse questa madre, e che tipo di vincolo la unisse a mio padre.

         Con i miei fratelli e sorelle i rapporti erano buoni, nei limiti imposti dal regime familiare. C’era rispetto tra di noi, ma non confidenza. Lo stile delle conversazioni a tavola dominava anche gli altri momenti della nostra vita in comune. Gli sguardi di nostra madre ci avevano insegnato a tacere, a dire il minimo indispensabile, a tenere per noi stessi il resto, le opinioni eccetto quelle che avevano già passato la “censura”. A casa e fuori. Ma non avevamo voglia di ripeterle, quelle. Lo facevamo giusto per dirci qualcosa, per non perdere l’abitudine, per tenere a bada la tentazione di dire altro. Immagino che tutti noi avessimo altre idee, che però restavano private.

Nel caso mio la riservatezza era accresciuta dalla percezione di estraneità a quel nucleo familiare, che pure era il mio, era la famiglia nella quale ero cresciuta, in pratica fin dalla nascita. Credo che fu questa la ragione per la quale presi l’abitudine di scriverle le cose che pensavo. Scrivevo su quaderni che tenevo nascosti, in un buon nascondiglio. Scrivevo emozioni e pensieri. Scrivevo dei ragionamenti. Gli interrogativi e le loro risposte, argomentandole. La scrittura diventò l’unico mezzo per capire, immaginare, progettare, desiderare. Da allora non ho mai smesso di scrivere.

Nemmeno a scuola c’era spazio per le idee, all’epoca. Si studiavano fatti come tali erano presentati e opinioni quelle di altri, scelti tra molti. Si imparava ad applicare regole e procedure. Quello bisognava imparare, a scuola. Non era possibile aggiungere idee proprie, inventare, tentare altre vie. Proibito pensare, immaginare. Chiunque dimostrasse, sia pure in modo vago, questa inclinazione magari soltanto con l’espressione del volto, un effimero lampo negli occhi, un movimento quasi impercettibile di un sopracciglio era guardato con sospetto, sorvegliato, censurato, perseguito in vari modi sottili. Punito, in effetti, pur non avendo messo in atto la propria inclinazione. Prevenzione. Eravamo fortunati, noi studenti, sapevamo di esserlo. I più a scuola non potevano andarci.

Poi successe qualcosa. Nell’università e nelle scuole superiori cominciarono i moti studenteschi, in altri luoghi altri moti. Anche a casa si percepiva una tensione, come se le scarpe fossero all’improvviso diventate strette a tutti, e tuttavia non se ne parlava, c’era un’atmosfera grave, sospesa, greve. Mio padre non mi sembrava più soddisfatto, in quei giorni. L’università e le scuole furono chiuse a tempo indeterminato e, comunque, lui ci proibì di uscire, se non in determinate condizioni e accompagnati da un uomo che stava al suo servizio. Però, in qualche modo, io riuscivo a tenermi in contatto con altri studenti, i miei compagni.

Ci fu violenza, molta violenza, dalla quale fui costretta a restare lontana. Si diffondevano idee come libertà di pensiero e diritto d’espressione. Nozioni che per noi giovani erano delle novità, per i più anziani no. Idee dal prezzo molto caro. Sangue, e ancora sangue. Morirono in molti.

Vidi anche cambiare mia madre, all’epoca. Aveva sul viso espressioni diverse da quelle alle quali eravamo abituati. A volte sembrava distante, lo sguardo svuotato, altre volte sembrava del tutto disorientata, l’espressione di chi non sa dove andare. Altre ancora l’espressione diventava intensa, tagliente, indecifrabile, e l’impressione era che qualcosa di molto grave stesse per accadere. Qualcosa d’importante accadde, in effetti. Me ne andai. Chissà, forse mia madre lo aveva già capito prima ancora che io l’avessi deciso. Raccolsi il minimo indispensabile i miei taccuini e poco altro. Non diedi spiegazioni. Quel giorno mi sedetti a tavola e dissi soltanto “Me ne vado. Vado via. Adesso.”  Vidi accendersi un lampo d’odio e rabbia negli occhi di mio padre. Si alzò di scatto, per battermi, ma così rapidamente come si era alzato si accasciò, ricordo il suo corpo pesante a terra. E io andai via, senza voltarmi. Non li ho mai più rivisti da quel giorno, nemmeno mia madre. E non mi mancano, tranne mia madre, che non ho conosciuto abbastanza. Rimpiango di non aver compreso, proprio nel momento in cui lei cominciava a capire, a intravedere una via. Rimpiango di averla abbandonata quando forse era lei ad aver bisogno di me. Di non averla portata con me, assieme ai miei taccuini, la madre che mi aveva cresciuta.

Non ho mai smesso di partire, da quel giorno. Ho dovuto cambiare luogo molte volte, lontano, più lontano, e ho rischiato la vita molte volte. Non ho avuto scelta, non c’è diritto di asilo per gente come me. Esiste un luogo dove non ti si chieda di essere diverso da ciò che sei? Dove non ti si imponga di conformarti a un accettabile già previsto, vagliato, accolto? La censura è sottile, a volte, inapparente, ma non per questo meno grave e soffocante.

Dopo la guerra civile, sono tornata soltanto poche volte. Mio padre è ancora vivo, soltanto lui, ma non l’ho mai incontrato. Sentivo il bisogno di una casa ed era lì che la volevo. Presi quella, perché era vicina al mare, l’oceano che mi ricorda gli occhi di mia madre, lo sguardo che aveva un attimo prima che partissi. L’ho riempita di oggetti, la mia casa. Mobili, quadri, tappeti, ceramiche, peltri, e cose d’ogni sorta, raccolti in ogni parte del mondo. E di tutto quel che serve. Troppo, un eccesso che non colma il senso di vuoto. È vuota e si trova vicino al mare. Dalla finestra vedo a perdita d’occhio, vedo altri continenti, il resto del mondo. A volte mi sembra persino di vedere me stessa, lontana da lì, perché non è lì che sono. È per questo che mi trovo qui adesso, temporaneamente.

 

Una voce metallica alle spalle mi interrompe: “Il treno delle 19.46 per …”

 

 

 

 

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