L’amore assoluto del Signore
di Sainte Colombe
Davide Monda
Università di Bologna
Tanto dal breve romanzo Tous les matins du monde (Paris, Gallimard, 1991) di Pascal Quignard – un homme de lettres di cultura, intelligenza e raffinatezza davvero non comuni che, grazie ad alcune intelligenti operazioni editoriali, non ha oramai più bisogno di presentazioni per il pubblico italiano - quanto dal film che da tale testo è stato magistralmente tratto, si staglia netta e precisa la figura del Signore di Sainte Colombe, un musicista francese vissuto nella seconda metà del Seicento, di cui le fonti del tempo ci dicono peraltro assai poco (non conosciamo neppure il suo nome di battesimo…).
Rielaborando sapientemente i pochi dati pervenuti su questo virtuoso della viola da gamba - in primis et ante omnia le notizie contenute nel monumentale Parnasse françois (Paris, 1732, pp. 624-627) di Evérard Titon du Tillet -, Pascal Quignard ha saputo comunque dipingere, in pagine essenziali e a lungo ponderate, un personaggio davvero straordinario: di questo “stoico cristiano”, di quest’un uomo tutto d’un pezzo prossimo all’impegno etico-spirituale giansenista ci hanno colpito in special modo il rigore, la severità e l’abissale, travagliosa intensità di sentimenti. Nell’intento di presentarlo (od evocarlo) al lettore, abbiamo scelto di offrire una sorta di parafrasi delle pagine del romanzo breve che ci sono parse più pregnanti ed efficaci: esse ci parlano, fra l’altro, del rapporto di Sainte Colombe con la musica, ovverosia del senso sublime quanto incomunicabile in forma di parole che quest’arte sovrana ha per lui, nonché dell’amore infinito ed eterno che non cessa di nutrire verso la moglie defunta.
Onde esprimere questo sentimento di forza ed altezza singolari, sconcertanti, virilmente struggenti, il narratore sembra essersi ispirato, inter alios, all’amour assoluto e purissimo di Maurice Scève - poeta e pensatore lionese del Rinascimento cui Quignard ha dedicato un libro importante (La parole de la Délie, Paris, 1974) - per la sua neoplatonica Beatrice (la poetessa Pernette du Guillet, morta a soli venticinque anni), ed altresì ai tormenti, agli entusiasmi ed ai virtuosi furori di Frenhofer, il protagonista a un tempo divino e diabolico di quel breviario quasi profetico dell’arte contemporanea che è Il Capolavoro sconosciuto (1831) di Honoré de Balzac. Meditiamo dunque - e in qualche misura riscriviamo - taluni brani decisivi di questo romanzo scarno, originalissimo e meravigliosamente eloquente.
Nella primavera del 1650, la Signora di Sainte Colombe morì. Il Signore di Sainte Colombe non si consolò della morte della sposa. L’amava. Fu in quell’occasione che compose il pezzo intitolato La Tomba dei Rimpianti. Egli insegnava la viola da gamba, strumento che a quel tempo entusiasmava Londra e Parigi. Era un maestro assai apprezzato.
Dopo tre anni dalla morte della moglie, il ricordo di lei era intatto nel suo intimo. Le sue sembianze eran sempre nei suoi occhi, e dopo cinque anni la voce di lei sempre sussurrava nelle sue orecchie. Era assai sovente taciturno, non andava a Parigi né a Jouy. Aveva venduto il suo cavallo. Non poteva contenere il rimpianto di non esser stato presente allorché la moglie aveva reso l’anima. Si trovava infatti al capezzale di un amico del compianto Signor Vauquelin, che aveva chiesto di morire con un poco di vino di Puisey e della musica. Quest’amico si era spento dopo cena. Il Signore di Sainte Colombe, nella carrozza del Signore di Savreux, era rincasato a mezzanotte passata. Sua moglie era già ricoperta e circondata da ceri e da lacrime. Non disse nulla, ma non vide più nessuno. Sainte Colombe si rinchiuse nella sua dimora e si consacrò alla musica. S’esercitò per anni interi alla viola, e divenne un maestro famoso. Nelle due stagioni che seguirono la dipartita della consorte, studiò fino a quindici ore al giorno. Aveva fatto costruire una capanna nel giardino, fra i rami di un grande e vecchio gelso. Bastavano quattro gradini per salirvi. Scoprì un modo nuovo di tener la viola fra le ginocchia. Aggiunse una corda più grave allo strumento onde dargli un timbro più malinconico. Si diceva che riuscisse ad imitare tutte le inflessioni della voce umana: dal sospiro di una giovane al singhiozzo di un vecchio, dal grido di guerra di Enrico di Navarra alla dolcezza del soffio di un bimbo che si applica e disegna, dal rantolo disordinato a cui incita talora il piacere alla gravità pressoché muta, fatta di pochissimi accordi assai poveri, di un uomo concentrato nella preghiera.
Quest’uomo non era così freddo come l’han descritto; era goffo nell’esprimere le proprie emozioni; non sapeva fare quei gesti affettuosi di cui i bambini son ghiotti; non era capace d’intavolare un dialogo ininterrotto con nessuno… Era alto, spinoso, molto magro, giallo come una mela cotogna, brusco. Stava con la schiena drittissima, in modo sorprendente, con lo sguardo fisso, le labbra chiuse l’una sull’altra. Era pieno d’imbarazzo, ma sapeva anche essere allegro. Si vestiva sempre di nero. Tanto era violento e collerico quanto poteva esser tenero.
Mentre perfezionava la tecnica con i suoi esercizi, accadeva che delle arie o dei lamenti venissero sotto le sue dita. Quando ritornavano, o quando era ossessionato da queste musiche che lo tormentavano pure nel suo letto solitario, apriva il suo quaderno di musica rosso, e le annotava rapidamente per non curarsene più.
Un giorno, risvegliatosi da un sogno in cui decideva di rinunciare a tutto quel che amava in terra, suonò quella Tomba dei Rimpianti che aveva composto quando la moglie l’aveva lasciato, una notte, per raggiungere i morti. Non ebbe bisogno di sfogliare il suo libro: la mano padroneggiava da sola la tastiera dello strumento; cominciò a piangere. Mentre il canto saliva, apparve presso la porta una donna pallidissima che gli sorrideva, ma posando il dito sul suo sorriso per indicargli che non avrebbe parlato e che non doveva distrarsi da quanto stava facendo. Ella andò intorno al leggio di Sainte Colombe, si sedette sul baule per la musica e lo ascoltò.
Era sua moglie, le sue lacrime scorrevano. Quando alzò gli occhi, dopo aver terminato il suo pezzo, ella non c’era più. Quella visita non fu l’unica. Il Signore di Sainte Colombe, dopo aver temuto d’esser folle, considerò che, se si trattava di follia, essa lo rendeva felice, e se invece era vero, si trattava di un miracolo. L’amore di sua moglie era ancor più grande del suo, poiché ella riusciva a venire fino a lui, mentre egli non poteva fare altrettanto. Le sue collere eran meno frequenti. Nel profondo, sentiva che qualcosa s’era compiuto. Aveva un’aria più serena. La quarta volta che il musicista sentì il corpo della moglie accanto a sé le chiese: “Perché venite di quando in quando? Perché non venite sempre?” “Non lo so, disse l’ombra arrossendo. Son venuta perché quel che suonavate m’ha commossa…” Al giovane, geniale allievo Marin Marais che, bramoso di gloria, successo e piaceri, suonava per dilettare il Re, Sainte Colombe disse: “A mio avviso, poco importa che si pratichi la propria arte in un gran palazzo di pietra con cento stanze o in una capanna che vacilla in un gelso. Per me c’è qualcosa oltre l’arte, oltre le dita, oltre l’orecchio, oltre l’invenzione: è la vita appassionata che conduco. Voi, Signore, piacete ad un re visibile. Io non ho desiderato piacere. Io chiamo, vi giuro, io chiamo con la mia mano qualcosa d’invisibile. Io appartengo alle tombe…” “Perché non pubblicate le arie che suonate?”, gli chiese poi Marais. “Oh! figliolo, io non compongo! Non ho mai scritto nulla… Quando tiro l’arco, strappo un pezzetto del mio cuore vivo. Quel che faccio non è altro che la disciplina di una vita in cui nessun giorno è di festa. Compio il mio destino”. La nona volta che sentì la sua sposa presso di lui stava suonando nella capanna; fermatosi, le disse: “Dove sono le lacrime che colano dal mio viso quando vi vedo? Non siete piuttosto un sogno? Sono folle?” “Non siate inquieto, rispose l’ombra. L’altro mondo non è così impermeabile…” “Non potervi toccare, Signora, mi fa soffrire.” “Nulla c’è da toccare se non del vento… Credete che non si soffra a essere vento? Talora questo vento porta fino a noi dei frammenti di musica.” La Signora di Sainte Colombe guardava le mani del marito, appoggiate sul legno rosso della viola. Quando se ne avvide, guardò anch’egli la sua mano emaciata, gialla, dalla pelle oramai disseccata. Mise allora le mani dinanzi a lei. Erano macchiate dalla morte, ed egli ne fu felice: questi segni di vecchiaia lo avvicinavano a lei, o comunque alla sua condizione. Il suo cuore batteva pazzamente per la gioia e le dita gli tremavano.
Una notte del 1689, poco prima di spegnersi, il vecchio maestro disse fra l’altro a Marin Marais: “La musica parla di ciò di cui la parola non può parlare. Da questo punto di vista, essa non è del tutto umana. Fra poco morirò, e con me morirà la mia arte. Solo le mie galline e le mie oche mi rimpiangeranno. Vi affiderò nondimeno una o due arie capaci di ridestare i morti: vi farò ascoltare I Pianti, La Barca di Caronte e tutta La Tomba dei Rimpianti”. Quindi suonò per tutta la nottata.