LA NUOVA SAFFO: UNA FIGLIUOLA PRODIGA?
FEDERICO CINTI
Il timore di apparire un po’ irriverente, o inadeguato, nel paragonare il ritrovamento di un nuovo frammento di Saffo al figliuol prodigo della nota parabola evangelica (Lc 15, 11‑32), è innegabile: ce l’ho, e come! Eppure, è proprio questa la sensazione che mi percorre ogni volta che, dall’oblio dei tempi, riemerge un bagliore inaspettato, un lucore lontano, simile molto a quei famosi notturni propri di Saffo, come il fr. 154 Voigt,che qui ripropongo nella mia traduzione: «Piena appariva la luna, / quando esse attorno all’altare si posero».
Del resto, ogni frammento emana una potente magia, quell’irresistibile desiderio di sapere cosa c’è al di là della lacuna, della parola mancante, del pezzo irrimediabilmente – per forza o per fortuna – perduto, e i filologi, da secoli oramai, si baloccano in una ridda di congetture per sanare, più o meno felicemente, le corruttele del tempo. Così, ogni editore ha – per restare alla nostra poetessa – la sua Saffo, e ogni traduttore riforgia se stesso e i suoi versi su un testo tanto fluttuante da sembrare vivo, a dispetto di chi vuole morta questa letteratura antica. Così, al ritrovamento di un nuovo testo, frammentario anch’esso ben inteso, ricomincia la febbre dell’emendazione, si moltiplicano i contributi e i convegni, le discussioni non hanno più fine, e tutto ricomincia come prima e più di prima: è successo così qualche anno fa, all’indomani del ritrovamento di un nuovo Posidippo, un poeta ellenistico – non minore ma minimo – dimenticato dai mortali e dai celesti, ed è successo a maggior ragione per Saffo, la grande Saffo di Lesbo che vale di più – me lo si lasci dire – di qualsiasi Posidippo.
La frammentarietà e l’incompiutezza, consustanziali ai lirici greci per motivi storici e intrinseci, sono elementi fatti propri anche da autori moderni e postmoderni, e ciò rende ancora più attuali Saffo e Alceo, Archiloco e Ipponatte, Alcmane e Tirteo, e a seguire tutti gli altri. La gioia dinanzi a un ritrovamento è grande, ed enorme fu, nel 2004, quando in un papiro di Colonia si scoprì una serie di versi saffici, noti solo parzialmente (fr. 58 Voigt). Un senso di disorientamento si è fatto largo: la parte iniziale della nuova Saffo non è compresa nel fr. 58 Voigt, e la parte finale di quest’ultimo non è compresa nella nuova Saffo.
Saffo, in questo nuovo frammento, descrive la sua vecchiaia, i segni che il trascorrere degli anni ha inflitto al suo essere donna e pedagoga: i doni delle Muse, il canto e la danza si dissolvono, come si dissolvono i capelli neri ormai bianchi, come si dissolve la forza nei leggiadri movimenti d’una volta. E una gnome si schiude, a conclusione delle vicende personali, sul destino dell’uomo, cui non è possibile evitare di divenire vecchi. E, a suggellare il tutto, il mito di Titono e Aurora, appunto «la concubina di Titone antico» (Purg. IX 1), secondo cui lo sposo mortale di una sposa mortale invecchiò inesorabilmente sotto il carico degli anni.
Tra parentesi quadre racchiudo le parti che i filologi, nei loro infiniti emendamenti e integrazioni inarrestabili, hanno tentato di colmare: sono state, qui, accolte le proposte più probabili. Si ricorda, inoltre, che è una resa poetica e che, quando si legge una traduzione, si leggono – per lo meno – due autori.
Gronewald-Daniel (ZPE 147, 2004) = 58 Voigt
I bei doni, ragazze, [delle Muse]
che hanno il grembo di viola [abbiate a cuore]
e l’armoniosa clarivoca lira.
Ma la mia pelle [delicata], ormai,
[mi ha rapito del tutto] la vecchiaia;
sono [bianchi] i capelli un tempo neri;
pesante è il cuore; queste mie ginocchia,
somiglianti a due agili cerbiatte
nel danzare, non reggono più adesso.
Spesso di questa sorte mi lamento,
però a che serve? È impossibile all’uomo
evitare il trascorrere degli anni.
Titono un giorno, dicono, da Aurora
dalle braccia di rosa[, innamorata,]
fu portato ai confini della terra;
[bello e giovane prima, la vecchiaia
grigia col tempo] tuttavia lo colse,
lui sposo di una sposa non mortale.
Non è stata, ovviamente, tradotta la parte finale del fr. 58 Voigt, perché mancante nel papiro di Colonia, come non è stata tradotta la parte iniziale del papiro perché appartenente a un altro carme e non al fr. 58 Voigt.
Al v. 3 – della traduzione, ma non del testo, visto che non è traduzione verso a verso – il neologismo clarivoca tenta di mimare la forza evocativa di quegli aggettivi poetici, tipicamente greci, assenti in italiano. Occorre, del resto, portare il lettore odierno al testo antico, cercando di ricreare la distanza, piuttosto che snaturare il testo antico rendendolo inutilmente – e effimeramente – attuale.