Saffo di Lesbo
Dai Frammenti
versione di Federico Cinti
Tradurre, una questione antica
Quando frequentavo ancora l’ultimo anno di liceo, preso da non so che demone, mi venne l’uzzolo di tradurre Saffo: un pensiero folle, una passione insana, quella per la resa e la riscrittura di testi antichi che non mi riesce di guarire e che, anzi, ha contagiato testi che antichi non sono, ma scritti sempre in lingua latina o greca. Mi misi lì, meo Marte, a compulsare il mio Rocci, con quelle tre macchioline che la mia stilografica gli ha lasciato di fianco schizzando il suo inchiostro una mattina che avevo una versione in classe.
L’antologia scolastica – non ne ricordo l’autore, ma il titolo suadentissimo sì: La porta dei canti – ne riportava pochissimi frammenti; recuperai, allora, un vecchio Perrotta; ma, anche lì, non trovai tutto quello che avrebbe soddisfatto il mio desiderio. Mi risolsi di fotocopiare il testo edito da non ricordo nemmeno più chi, e ci misi tanto, destando persino l’ammirazione della mia povera insegnante di greco, per tradurli tutti. Ma ne andavo fiero.
Approdai, quindi, all’università, all’agognata facoltà di lettere. Capii subito che non avevo capito nulla: imparai a leggere gli apparati, ma la lezione più importante era che ogni edizione, pur lodevolissima, viene superata dai progressi scientifici, e che dovevo prendere l’ultima, quella curata da Eva‑Marie Voigt, Sappho et Alcaeus, Amsterdam 1971, come ho poi fatto per i testi che propongo qui sotto. Rifeci tutto e, chiaramente, di più, dati i tanti ritrovamenti papiracei intercorsi tra quell’ignoto editore e la Voigt.
Solo molto tempo dopo decisi di mostrarle a qualcuno. Le spedii a Bruno Gentili. Con mia grandissima meraviglia e sommo stupore, mi rispose, addirittura su carta intestata dell’Accademia dei Lincei. A latere dei complimenti, tuttavia, stavano anche alcune critiche. E così, per la terza volta, posi mano al mio testo, ma strappai a Gentili la possibilità di andarlo a trovare a casa sua.
Quel 30 settembre 2002, un lunedì se non ricordo male, sembravo Jacopo Ortis che si recava in visita da Giuseppe Parini. Nella bella casa di Roma, l’antico professore mi accolse in vestaglia a scacchi e sigaro in bocca, e mi illustrò più dettagliatamente cosa intendesse lui per traduzione. Anche in quell’occasione, sorprendendomi pure, ebbi da imparare qualche cosa: non esistono regole precise per tradurre bene un testo; ma, si può quasi arrivare a dire, esistono tanti modi di tradurre quanti sono i traduttori. Mi muoveva critiche proprio sui punti che avevo più a lungo meditato e – diciamolo pure – sofferto. Al fastidio per quelle parole subentrò la voglia di trovare un mio modus vertendi, che rendesse mio il nuovo testo che creavo a partire dall’antico: quel testo antico, infatti,non esisteva più, ma ne nasceva uno nuovo, attuale, il mio.
Ogni testo è in divenire, è in fieri, e ritorna attuale ogni volta che lo si rilegge e lo si ritraduce. Anzi, proprio la traduzione, come ha avuto modo di affermare qualcuno, è la vetta della filologia: quando, del resto, un editore emenda il testo se non nel momento in cui non capisce, vale a dire quando non riesce a tradurre? Convengo che vi sono alcuni che, presi da una sorta di libido corrigendi, mettono le mani sui testi stravolgendone la lettera e il dettato. E lo stesso si deve dire per alcune traduzioni, in cui il traduttore si sostituisce all’autore fino a rendere irriconoscibile il testo. Ma non di questo si sta parlando: i classici, come si sa, vivono di luce propria, senza che alcun satellite li debba proteggere.
Certo, Saffo è vittima di se stessa, a causa di tutti quelli che se ne sono occupati, che l’hanno usata e ne hanno abusato. Oggi, saffico e lesbico, per noi allucinati post‑moderni, non assume più che il senso di omosessuale, riferito ovviamente alle donne. Ma per un greco antico ‘lesbico’ non significava più che dell’isola di Lesbo, e ‘saffico’ non significava più che ‘di Saffo’, di quella sublime poetessa eolica del VI secolo a.C. Cosa rimane dei suoi nove libri di poesie? Poco meno di duecento frammenti, mutili, sfregiati e quasi irriconoscibili. Ma il frammento è come un raggio di luna che rischiara il buio della notte, una di quelle lune e di quelle notti protagoniste e scenario di tanti frustuli di poesia saffica.
In Saffo l’amore è in primo piano, l’amore per le ragazze del suo circolo, l’amore per il fratello ritrovato, l’amore per la figlia vestita a festa, l’amore per l’amore che squassa l’animo. Non è, forse, un caso che sia una donna a cantare, più di ventisei secoli fa, dell’amore in tutte le sue sfaccettature. Un altro poeta, più giovane di sei secoli, chiamerà la sua amata Lesbia, proprio in onore di quella Saffo di cui qui diciamo qualche «sorrisa paroletta breve», un poeta di Verona, Catullo. E voglio chiudere con la traduzione del testo di un notissimo umanista, Giulio Cesare Scaligero, dedicato proprio a Saffo: «L’alato Amore, da non molto tempo, / Fu fatto uscire tenero dall’antro / Di Pafo: dalla parte dove mormora / Felice di profonde acque la piana, / Perché delle Castalidi Sorelle / Veda i gioghi segreti, gli alti marmi / Volando per vie rapide oltrepassa. / Da lì attraverso le regioni Aönie / A tratti giù in discesa, dalla parte / Dove va errando l’aura lesbia lieve / Intorno al grave suolo, con sé l’aria / Delle Pièrie recò con veloci ali, / Da qui ti dà le leggi di sua penna. / Le blandizie d’Amore, la mitezza / Della terra, dell’aura l’assai lene / Tratto, ti danno, Saffo, dolci scritti» (Giulio Cesare Scaligero, Poemata, MDXCI).
dall’alto scendendo [?]
Qui a me da Creta in questo santuario
Sacro, dov’è un gradevole boschetto
Di meli, dove sono are che ardendo
Fumano incenso;
Qui un’acqua fresca mormora tra i rami
Di melo, tutto il luogo è sotto l’ombra
Di rose e dalle foglie palpitanti
Cala sopore;
Qui rigoglia di fior di primavera
Un prato dove pascono i cavalli
E sospirando il vento dolcemente[1]
[Tutto circonda][2]
E tu, Cipride, qui prendi le bende,
Nelle auree coppe soavemente mesci
Per i convivi il nettare, bevanda
Dolce di festa.
O Cipride e Nereidi, sano e salvo
Mio fratello qui datemi che torni
E quanto col suo cuor vuole gli avvenga
Tutto si compia
E sciolga il nodo degli errori un tempo
Compiuti e gioia per i suoi amici
Divenga e pena per i suoi nemici
E più nessuno
Sia la nostra sventura: sua sorella
La voglia fare del suo onor compagna
E dall’angoscia liberi coloro
A cui, soffrendo
Lui stesso, l’animo fiaccava…
[…]
«I cavalieri» l’uno, «I fanti» un altro
«La flotta» un terzo dice che tra tutte
È sulla terra la più bella cosa
«Quello che si ama!»
Io dico e a tutti posso facilmente
Chiarirlo: chi in bellezza superava
Tutti, Elena, lasciò il marito eccelso,
Navigò a Troia
Cadendole in oblio completamente
La dolce figlia e i cari genitori,
Ma fu sedotta allora [anche se lei
Non lo voleva]
Da Cipride in amore…
[…]
Or mi sovviene della mia Anactoria
Che è lontana:
Vorrei vedere il suo amoroso passo
E lo splendente scintillìo del viso
Più che dei Lidi i carri e fanti in armi
Che fan la guerra.
Le vergini
Vegliando tutta la notte
Cantano il tuo amore e della sposa
Seno di viola.
Ma svegliati tu, giovane
Raggiungi i tuoi compagni
Che noi quanto un dolcìsono usignolo
Vediamo il sonno.
Mi sembra identico agli dei quell’uomo
Che siede innanzi a te e vicino ascolta
Le tue parole dolci e quelle tue
Tènere risa;
Ciò mi fa sbigottire dentro il petto
Il cuore. guardo appena un solo istante
Verso di te e non so dire più nulla,
Ma la mia lingua
Spezzata è come se si fosse, ed ecco
Sottile un fuoco per le membra corre,
Si annebbiano i miei occhi e romban forte
Le mie orecchie
Ed il sudore su me cola e sento
Che un tremito mi afferra tutta e sono
Verde anche più dell’erba e quasi morta
Paio a me stessa.
Però tutto bisogna sopportare
Quando…
Gli astri che attorniano la bella luna[3]
Di nuovo celano il lucente aspetto,
Quando risplende nel suo colmo piena
Sopra la terra
Eros mi squassò il cuore
Come vento che al monte si abbatte sulle querce
Chi è bello, solo il tempo che lo si guarda è bello;
Mentre colui che è buono, presto sarà anche bello
Morta tu giacerai, di te memoria
Non serberà nessuno,
Allora: non partecipe tu sei,
Delle rose di Pièria,
Infatti, tu che pure sconosciuta
Nella dimora d’Ade
Tra le ombre oscure vagherai quel giorno
Che via sarai volata.
Tu, Dica, cingiti corone amabili sulle tue chiome
Con mani tènere rami intrecciandoti insieme d‘aneto:
Le beate Càriti quelle che pregano cinte di fiori
Guardano e apprezzano; spregiano, invece, chi non si corona
Morta, sì[4], vorrei essere;
Lei piangeva, piangeva e mi lasciava
E disse a me voltandosi:
«Oh! Soffriamo terribili
Cose, Saffo, non voglio e devo andare».
E questo io rispondevo a lei:
«Sii felice, vai e di me
Ricordati: lo sai che ti amavamo.
Se no, alla tua memoria
Voglio ricordare
e bei momenti abbiamo vissuto;
Molte corone di viole
E rose [e croco] insieme
E accanto a me tu le cingevi intorno
E le molte ghirlande di
Fiori intrecciate al morbido
Collo preparate
E con olio
Prezioso
Ti ungesti, unguento degno di regina
E su giacigli teneri
Delle morbide [giovani]
Placavi il desiderio
E nessun
[Luogo] sacro
Da dove noi rimanessimo assenti,
Non bosco
suono
Gongilla
Ermes giunge
Dissi: o signore
Non per la beata dea
Un desiderio di morir mi sento,
Di vedere le sponde umide e colme
Di loto acherontèe
(la cicala)
da sotto le ali
Versa il sonoro canto
Quando i raggi infuocati
[tutto bruciano in terra]
a.
Quale quel pomo maturo in cima al ramo rosseggia,
Alto sul ramo più alto, scordarono i raccoglitori,
Anzi non lo scordarono, ma non potevan raggiungerlo
b.
Quale il giacinto sui monti coi loro piedi i pastori
Pestano, e a terra il purpureo fiore
In alto l’architrave,
Imeneo,
Alzate, o carpentieri:
Imeneo,
Lo sposo arriva simile ad Ares,
Imeneo,
Molto più grande di un uomo grande.
Imeneo.
Eros che scioglie le membra ora mi agita
Dolceamara invincibile creatura
* * *
Attìs, da te si è allontanato il mio
Pensiero e verso Andromeda tu voli
Ho una bella bambina che assomiglia
A un fiore d’oro, Cleide prediletta,
E non la cambierei io con la Lidia
Intera o con l’amata
È tramontata la luna
E le Pleiadi; la notte
Per metà è trascorsa; l’ora
Se ne fugge e io giaccio sola[5].
[1] «E un alito [sospiro?] di vento con dolcezza | Tutto circonda»? Oppure: «E un sospiro di vento...». L’integrazione del quinario, al posto dell’adonio (lwwlu) è mia.
[2] Riporto la scansione metrica dell’adonio, perché nel testo greco manca il verso e l’integrazion è tutta mia.
[3] L’unico mio cruccio, nella traduzione di questo verso, è che risulta un doppio quinario a primo emistichio sdrucciolo (endecasillabo rolliano).
[4] «Sì» rende ¢dÒloj, che significa “sinceramente”.