OSSERVAZIONI SULLA VITA S. MALCHI MONACHI CAPTIVI DI S.GIROLAMO:
SAN GIROLAMO E SANTA PAOLA COME MALCO E LA SUA “COMPAGNA”?
Riccardo Francone
La Vita S. Malchi monachi captivi1, breve ma preziosa biografia romanzata scritta da s. Girolamo a Betlemme, probabilmente poco dopo il 390, è stata piuttosto trascurata dagli studiosi, come dimostra la scarsa bibliografia esistente su di essa.
Generalmente la storia di Malco è stata guardata con una certa sufficienza da chi era interessato alla storia del monachesimo primitivo, forse ingannato dalla affascinante veste letteraria in cui si presenta, tanto armonicamente composta da poter apparire, ad una prima lettura, quasi un romanzo d’avventure, anche se non privo di una finalità edificante. Un’analisi non pregiudiziale di quest’opera rivela insospettati elementi di assoluto interesse. E’ infatti possibile ritrovare nel racconto non pochi collegamenti puntuali con le esperienze vissute da Girolamo proprio negli anni immediatamente precedenti alla stesura di questa operetta. Inoltre, anche dal punto di vista dottrinale ed etico, l’amicizia che si instaura tra il monaco e la sua compagna merita attenzione. Essi infatti riescono a vivere in assoluta castità, pur convivendo. E’ assai probabile che questo rapporto si possa leggere in chiave autobiografica, se si considera che ormai da alcuni anni il Santo era divenuto padre spirituale di un gruppo di donne dell’alta società romana. Inoltre nel clima di infuocata polemica contro strane coabitazioni fra chierici e donne e di donne consacrate vergini che abitavano insieme a dei laici, polemica di cui anche Girolamo si era reso protagonista, questa strana convivenza fuori dal matrimonio non può passare inosservata.
Già B. Degòrski ha sostenuto l’originalità del tema della figura femminile accanto al monaco e della castità comunionale, riconducendo la scelta di raccontare questa storia alla fase ascetica da Girolamo vissuta a Betlemme in quegli anni.3 Muovendo dalle medesime convinzioni, questo studio si propone da una parte di procedere oltre, per affermare che in questa Vita, di cui probabilmente esiste un nucleo storico, il Santo trasfuse la sua stessa vita, come in una metafora; dall’altra di porre in evidenza alcune caratteristiche notevoli della protagonista femminile della storia. Alcuni avvenimenti della vita di Girolamo risultano infatti singolarmente simili a quella di Malco.4
Giunto a Maronia, il giovane Girolamo incontra una coppia di anziani. Dinanzi ai due, l’attenzione del Santo è attirata soprattutto dal loro atteggiamento devoto e dalla assiduità con cui si recano in chiesa. Conosciuto l’unanime parere di tutti gli abitanti del villaggio, che si tratta cioè di due santi, il Dalmata si avvicina all’uomo, Malco appunto, e lo convince a raccontargli la sua storia.
Malco, lasciate Nisibi e la sua famiglia, accolto da alcuni monaci nel deserto di Calcide, condivide con loro la vita del cenobio. Dopo molti anni, desiderando tornare presso la madre ormai vedova e curare la propria eredità, riparte verso la casa paterna, disobbedendo alle accorate suppliche del suo abate. L’assalto della carovana in cui viaggia e la successiva vendita come schiavo ad un pagano lo costringono a fare il pastore in una zona desertica della Mesopotamia. Qui tuttavia si riavvicina a Dio conducendo una vita da eremita ed asceta. La sua lealtà verso il padrone spinge quest’ultimo a premiarlo col dono di una compagna. Proprio sul punto di suicidarsi, Malco scopre che anche la donna ha promesso a Dio la propria castità e i due vivono in perfetta pudicizia questa unione forzata. Dopo molto tempo il desiderio della vita di comunità del cenobio convince Malco a fuggire ed insieme alla sorella spirituale riesce attraverso un viaggio avventuroso a riconquistare la libertà. Giunto nuovamente nel deserto di Calcide, Malco, affidata la donna alle vergini, fa ritorno dai monaci.
Sebbene quando Girolamo incontra i due anziani, la donna venga presentata solo in un secondo tempo rispetto all’uomo e di essa non venga mai specificato, né qui né più avanti, il nome proprio, sono presenti fin da ora a mio parere delle spie che svelano l’atteggiamento di Girolamo nei confronti di questo personaggio.
Negli anni in cui scrive questa operetta, il Santo ha ormai avuto modo di conoscere profondamente l’animo femminile e ne ha potuto ammirare profondamente la preziosità e la dignità, quando si impegni nell’ascesi santificante: è dunque la consapevolezza di questa grandezza che traspare dal testo.
Girolamo non relega la compagna di Malco su di un piano di inferiorità per una disposizione meramente misogina, piuttosto, invece, ne dipinge un ritratto armonicamente corrispondente a quello che viene proposto nel Nuovo Testamento ed in particolare così come viene stigmatizzato nella prima lettera ai Corinzi e nella lettera ai Galati di S.Paolo, che pone il fondamento dell’uguaglianza di uomo e donna dinanzi a Dio e da cui risulta chiaro che la donna può esprimere la sua dignità attraverso l’umiltà, la modestia, il silenzio.5
Girolamo ha in più occasioni espresso la sua convinzione della parità di dignità spirituale di uomo e donna; in particolare il prologo di una lunga lettera scritta a Betlemme, nel 397, alla vergine Principia, e mostra di apprezzarne la modestia, in polemica con la tendenza degli uomini ad insuperbirsi della loro condizione maschile 6. In particolare, leggendo l’orazione funebre di Paola che Girolamo scrisse nel 404, in forma di lettera di consolazione per la figlia Eustochio, scopriamo quanto il Santo ammirasse l’assoluta umiltà di lei, virtù che più di ogni altra la rese agli occhi di Girolamo un modello di vita da additare.7
Possiamo fin da ora accogliere la figura di donna che convive con Malco secondo questa chiave interpretativa che pone l’umiltà come virtù privilegiata talvolta esplicantesi proprio nella sottomissione all’uomo; inoltre questa virtù avvicina il personaggio a quello di Paola.
Risulta in questo modo assolutamente naturale che Girolamo presenti la figura femminile solo in un secondo momento rispetto a Malco e senza neppure scriverne il nome, né mostrandosi minimamente curioso di venirne a conoscenza ed inoltre non ci stupisce che il Santo interroghi il solo Malco, benché egli sia interessato ad entrambi questi personaggi.
Girolamo le crea sapientemente intorno un alone nebuloso che la nasconde pudicamente e ne preserva l’umiltà, poiché solo chi possiede un nome può palesare la propria identità, viatico indispensabile per colui che è tentato dalla superbia e dalla sete di gloria e fama presso gli uomini.
Il Santo inoltre associa la vecchietta a Malco nel fervore religioso e nell’assiduità in chiesa, paragonandoli addirittura ad una santa coppia del Vangelo: Zaccaria ed Elisabetta.8
Anche il modo in cui Girolamo introduce Malco e la sua compagna richiama molto da vicino la presentazione che l’evangelista Luca fa di Zaccaria ed Elisabetta. La somiglianza si fonda non solo sulle caratteristiche che i personaggi hanno in comune , ma anche sull’impostazione strutturale data dal Santo a questo paragrafo che riecheggia evidentemente quella lucana.9
Gli elementi comuni sono molteplici: il fervore religioso e il rispetto per la tradizione ufficiale, essendo i primi partecipi dei riti nel tempio, gli altri recandosi in Chiesa; l’età ormai avanzata di entrambi e la mancanza di un figlio.
Il paragone con questa coppia evangelica, dunque, porta con sé non solo ammirazione verso i nostri personaggi, ma anche una prima ipotesi sulla natura del loro rapporto; infatti è per noi lecito supporre che i due siano sposati, così come probabilmente anche Girolamo avrà pensato. Tuttavia subito è specificato che non c’era in mezzo a loro un figlio. Potrebbe sembrare un’osservazione normale da parte di Girolamo, ma essa sembra escludere la possibilità che i figli possano magari esistere, ma non essere presenti in quel momento. Ritengo si possa giustamente ritenere che ancora una volta il Santo metta in atto un astuto accorgimento retorico finalizzato ad incuriosire il lettore e spingerlo persino ad ipotesi maliziose.
L’importanza di cui la compagna di Malco gode nelle intenzioni dell’autore si può forse intuire anche dalla frase che la presenta:
Anus quoque in eius contubernio…visebatur…10
Girolamo pone il termine anus proprio a capo della frase: è questo l’elemento evidentemente più importante ed interessante su cui attirare l’attenzione del lettore. Neppure Malco gode di una medesima posizione nella frase che lo introduce nella narrazione:
Erat illic senex quidam nomine Malchus…11
La donna è definita inoltre :
…valde decrepita, et iam morti proxima…12
attributi che rivestono una importanza tutta particolare, se si tiene nella giusta considerazione il fatto che Girolamo ha già riconosciuto alla donna una grande devozione. Tali caratteristiche possono allora essere lette come segni esteriori di una saggezza ed una elevazione spirituali profonde e di prossimità al passaggio da questo esilio terreno alla vita eterna.
Scorrendo le poche righe che compongono il secondo capitolo di questa operetta, è impossibile non restare stupiti dinanzi alla mancanza di malizia degli abitanti del villaggio che sono pronti a testimoniare la santità di due persone di sesso diverso che abitano insieme, pur non essendo marito e moglie. Si può supporre che gli abitanti di Maronia fossero convinti che la coppia fosse regolarmente sposata, ma il Dalmata dice che gli riferiscono cose meravigliose sul loro conto e probabilmente dunque conoscevano la loro storia. L’ipotesi più credibile è che Girolamo abbia voluto ricreare, capovolgendola, la situazione che egli aveva subito a Roma, quando frequentava le donne del cosiddetto circolo dell'Aventino. Allora erano gli altri ad essere maliziosi nei suoi confronti, laddove non ce ne era alcun motivo; ora è proprio lui che si dimostra malizioso nei confronti di due persone assolutamente pure. Il monaco di Stridone, dunque, sembrerebbe mascherare in una storia verosimile o reale di santità, la sua storia personale. Da accusato si trasforma per qualche istante in accusatore: sembrerebbe offrire il destro ai suoi detrattori per una critica di malafede, ma in realtà conduce coloro che lo accusarono ad un processo di identificazione con il narratore che li vuole condurre, attraverso la scoperta dell’errato giudizio nei confronti della anziana coppia, ad un esame di coscienza personale e all’ammissione di aver sbagliato. Lo stesso processo finisce poi per coinvolgere il lettore stesso, concretizzando il fine edificante di questa biografia.
L’impressione che Girolamo sia effettivamente poco propenso a credere che i due siano legati da vincolo matrimoniale, ma piuttosto da un poco ortodosso motivo d’unione è confermata dalle domande che questo pone agli abitanti del luogo:
De his cum curiose ab accolis quaererem quaenam esset eorum copula: matrimonii, sanguinis, an spiritu…13
Egli mostra di aver ipotizzato tre tipi di legame che possono condurre alla convivenza, ma insieme a quelli matrimoniale e di parentela, ne aggiunge un terzo che egli definisce spirituale. In effetti, un simile legame non era inusuale nei primi secoli del cristianesimo, ma aveva creato innumerevoli scandali che anche Girolamo aveva conosciuto e biasimato.
Anche altre voci ufficiali della Chiesa, a quell’epoca, si erano già mostrate contrarie a simili convivenze e alle cosiddette agapetae ed altre avrebbero continuato a farlo.
A questo punto della narrazione, della coppia di anziani ancora non sappiamo nulla di preciso, ma già siamo preparati dal Santo a giudicarli molto severamente, incoraggiati proprio da precedenti affermazioni di Girolamo e dalle posizioni della Chiesa; gli abitanti del villaggio, invece, sono assolutamente sinceri nella loro ammirazione.
La metafora è già compiutamente disposta dall’autore, aspetta solo di svelarsi nel racconto di Malco. La convivenza di Malco e della donna simboleggia il rapporto spirituale fra Girolamo e Paola, oltre che fra il Santo e le altre donne; la malizia di Girolamo corrisponde per analogia alla cattiva fede delle malelingue romane; come l’assoluta purezza d’animo dei due anziani corrisponde a quella dei due santi e, quindi, poiché la malizia di Girolamo si rivela ingiusta, anche il giudizio maligno dei nemici romani non può che essere errato e condannabile.
Il racconto dell’anziano Malco ci conduce in breve dalla nativa Nisibi in una comunità monastica del deserto di Calcide. Egli si affida ad un gruppo di monaci e fra di essi un abate si prende particolare cura di lui. La vita che qui Malco conduce è pienamente comunitaria, scandita dalla preghiera e dal lavoro, caratterizzata dalla disciplina e dalla carità vicendevole, in modo simile ad una colonia di formiche, osserverà più tardi il protagonista.14
La passione e l’amore che da questa biografia traspaiono per la vita comunitaria rafforzano l’impressione di una contaminazione della vera storia del monaco prigioniero con le esperienze vissute dall’autore, che proprio in quegli anni realizzava il suo sogno monastico a Betlemme.
In realtà le conoscenze archeologiche e le stesse fonti letterarie sembrano contraddire Girolamo, poiché risulta improbabile l’esistenza di un monachesimo cenobitico in Siria, nella prima metà del IV secolo.
A quell’epoca, in quelle zone, non esistevano che eremiti o anacoreti che talvolta condividevano alcuni momenti della giornata. Pertanto pare ipotesi ben più credibile che il Santo abbia trasposto qui le regole di vita che guidavano in realtà le sue comunità di Betlemme, le quali a loro volta, dovevano molto della loro impostazione ai più antichi monasteri cenobitici ancor oggi conosciuti, quelli fondati da Pacomio, in Egitto. Girolamo e la sua comitiva li avevano visitati pieni di stupore e ammirazione proprio durante il recente viaggio-pellegrinaggio intrapreso da Roma.
Trascorsi molti anni in quella comunità, Malco ne esce. L’abate, suo padre spirituale, cerca di dissuaderlo dalla sua scelta con toni ora minacciosi, ora affettuosi.
In particolare, le ultime parole dell’abate lo mettono in guardia dalle insidie del demonio alle quali, fuori dal monastero, sarà più esposto:
Ovis quae de ovili egreditur, lupi statim morsibus patet.15
In effetti, le parole dell’abate si rivelano profetiche e Malco cade in mano a saccheggiatori saraceni che assaltano la carovana in cui viaggia. Uno dei beduini se ne impadronisce e lo conduce, insieme alla donna che diventerà sua compagna forzata, presso di sé come schiavo. Non solo, ma dinanzi alla famiglia del padrone il monaco è costretto ad adorare come divinità la moglie e i figli e a spogliarsi dei suoi abiti abituali, vivendo in seminudità.
Il protagonista non ci dice nulla sulla donna condotta schiava insieme a lui, tuttavia si desume la poca considerazione che egli ha di quella dal diminutivo muliercula16, con cui il monaco la chiama. Infatti, tale espressione tende a mettere in luce di lei unicamente la caratteristica topica della donna: la debolezza. Malco, infatti, da una parte non la conosce ancora e dall’altra la sua scelta di vita lo ha condotto ad evitare la compagnia femminile, vedendo in essa un pericolo per la sua castità; pertanto, in questo momento della narrazione, non può che avere di lei un’idea stereotipata.
Costretto dal padrone a fare il pastore nel deserto, Malco si diletta di questa sua solitudine che gli permette di riconquistare la perduta intimità spirituale col Padre. Dall’esperienza che Girolamo descrive di Malco, si deduce che il Santo non ha affatto rinnegato la scelta che fece negli anni settanta di ritirarsi nel deserto, ma anzi la riconferma come un momento fondamentale di crescita spirituale. Il fascino che le grandi figure di monaci – eremiti, quali Paolo, Ilarione ed Antonio, hanno esercitato su di lui, non è stato scalfito dalle polemiche che lo allontanarono dal deserto di Calcide, piuttosto egli sembra aver compreso che questa ascesi di solitaria santificazione deve essere temporanea, come è stato per la sua stessa vita e come è stato per Malco, che, come svela nella parte successiva del suo racconto, non poté fare a meno di ritornare al monastero.17
Soddisfatto della condotta del suo schiavo, il padrone dispone di dargli in moglie la donna che era stata rapita con lui, nonostante Malco tenti di rifiutare questo matrimonio forzato. Disperato per il timore di dover rinunciare alla sua castità, al giungere della notte, Malco decide di suicidarsi. Da parte sua la compagna di schiavitù ancora non parla. La sua figura continua ad apparirci assolutamente annebbiata. Nulla sappiamo dell’atteggiamento da lei tenuto durante quei drammatici momenti; è Malco che dice al padrone di essere cristiano e che il marito della donna è ancora vivo, adducendo tali affermazioni come giuste ragioni per non sposarla. La grande capacità narrativa di Girolamo è in questi momenti particolarmente evidente. Il lettore è completamente libero da pregiudizi sulla donna: di essa può pensare che sia affranta e contraria a tale unione, ma anche che sia disponibile ad essa, completamente dimentica del marito legittimo. Il protagonista del racconto continua a proporci il suo solo punto di vista, ma l’interesse del lettore è sempre più fortemente rivolto verso questa figura femminile. Girolamo certo sa di creare queste aspettative in chi legge e prepara il primo toccante dialogo fra i due, rappresentando Malco nel momento più tragico dell’intera storia: mentre medita il suicidio. Nella grotta, insieme a quella donna che dovrebbe considerare sua coniuge, egli si sente davvero schiavo, si getta a terra, piange, biasima se stesso per i peccati commessi che ora crede siano la causa di una tale sventura, si dispera ripensando ai sacrifici compiuti per farsi monaco e conservare la castità.18
L’intensità con cui Girolamo tanto drammaticamente e vividamente descrive i risvolti psicologici di questa vicenda svela la partecipazione sentimentale dell’autore, alla mente del quale forse tornavano le orribili tentazioni contro le quali si sforzò di combattere proprio nel deserto, nel ritiro nella Calcide. A lui, ormai fisicamente esausto per la dura vita cui si era costretto in quella solitudine bruciata dal sole torrido, la passione ancora incendiava i pensieri, tanto che spesso gli sembrava di trovarsi nella vita gaudente di Roma, in mezzo a suadenti fanciulle danzanti.19
L’intensità e l’intimità delle parole di Malco sono tali soprattutto perché l’autore ha fatto la scelta di far raccontare in prima persona le vicende al monaco. Ora Girolamo raccoglie i frutti di quella scelta e ne sfrutta pienamente le possibilità, trasformando la descrizione di Malco in un toccante dialogo interiore dell’uomo con la propria anima:
Quid agimus, anima? perimus, an vincimus? Exspectamus manum Domini, an proprio mucrone confodimur? Verte in te gladium; tua magis mors timenda est, quam corporis.20 Habet et pudicitia servanda martyrium suum. Iaceat insepultus Christi testis in eremo , ipsi mihi ero et persecutor et martyr.21
L’uomo preferisce, dunque, perdere la vita del corpo che la vita eterna dell’anima. Girolamo si richiama fortemente alla testimonianza dei martiri che tanta eco aveva giustamente sollevato nell’opinione comune, a tal punto che nel breve volgere di tre proposizioni sono disposti ben quattro termini che vi fanno riferimento: martyrium, testis, persecutor e martyr.
Il Santo si richiama a questi grandi testimoni della fede, ma in realtà egli descrive in fin dei conti, un tentativo di suicidio, non condivisibile dall’etica cristiana che nega la legittimità della soppressione della vita sia propria che altrui, come violazione del comando divino che impone di non uccidere e denota una considerazione meramente fisica della castità.22
La donna infine rompe il silenzio ed ogni indugio e, gettatasi ai suoi piedi, lo ferma, supplicandolo di non uccidersi o, se proprio vuole compiere questo gesto, di uccidere prima lei. Nella disperazione della sua supplica, svela al monaco che ella ha deciso, durante la sua prigionia, di consacrare a Dio la propria castità, decidendolo con tale convinzione da non volerla perdere neppure se tornasse il legittimo marito, a costo di morire.23 Ella, mostrando una sorprendente forza d’animo, consapevole ormai che neppure Malco vuole unirsi a lei come un marito, propone di fingere dinanzi ai padroni di aver accettato la loro imposizione, ma di vivere in realtà in perfetta pudicizia, amandosi come fratelli, unendosi spiritualmente nell’ardore della fede e nella spinta alla perseveranza nella castità:
Habeto me ergo coniugem pudicitiae; et magis animae copulam amato, quam corporis. Sperent domini maritum, Christus noverit fratrem.24
Le parole della donna sono davvero sorprendenti, sia per i contenuti di cui si fanno portatrici, sia perché sono le prime e le uniche che l’autore le fa pronunciare in forma diretta, dopo che i lettori hanno atteso il suo intervento dall’inizio del racconto.
Lo stupore e l’ammirazione di Malco rappresentano le nostre stesse senzazioni di fronte a questa proposta così poco usuale di convivenza e lo stesso Girolamo, molto attento alle sfumature dell’animo umano e consapevole degli inganni continui messi in atto dal demonio, proprio quando l’uomo si sente più sicuro di sè, fa raccontare a Malco dell’atteggiamento di scrupolosa prudenza che egli mai si astenne dal tenere nei confronti di quella.25
Si può affermare che questa donna abbia in sé caratteristiche notevoli per un essere femminile; infatti, dapprima ha dimostrato davvero grande coraggio nel superare la prova del distacco dal marito, del rapimento, della riduzione a schiava, traendone con fermezza la decisione di restare casta, ed ora, senza aver disperato anzitempo della sua sventurata unione forzata con il monaco, dimostra una capacità propositiva maggiore di questo, bloccando il suo gesto estremo e indicandogli una via di salvezza.
Benché tuttavia dimostri in queste azioni atteggiamenti virili, contravvenendo all’idea di debolezza connaturata al sesso femminile, ella non perde la sua femminilità, né cerca di farlo, come dimostra il riserbo, la pudicizia e la sottomissione che ha mostrato fino ad ora.
Conosciuti i fatti con precisione, non ci resta che ammettere che il rapporto della coppia, anche se anomalo, è assolutamente lecito, anzi santificante, per quanto suscettibile di interpretazioni malevole per chi non voglia fidarsi della palese buona fede dei due.
L’analogia evidenziata all’inizio dell’opera fra l’anziana coppia e Girolamo e Paola, si realizza e svela pienamente ora. Nel rapporto che si instaura fra la donna e Malco, l’autore trasfigura la natura del proprio con Paola, che non fu per lui solo una figlia spirituale, ma una figura molto più complessa che raccoglieva in sé la sublimazione degli affetti filiale, fraterno, sponsale e materno, in un amore superiore e divino.
Considerata questi casi significativi, è ancor più difficile comprendere con chiarezza la scelta di Girolamo, poiché se la si interpretasse come presa di posizione generale, non sarebbe semplicemente la prova di un suo cambiamento d’opinione, ma anche, in questo frangente, di un disaccordo con la Chiesa ufficiale.
Ritengo, dunque, che la finalità principale che il Santo si propose descrivendo con assoluta ammirazione questo illegittimo e anomalo matrimonio, non sia stata certo quella di spingere ad ambigue convivenze, comunque non facili da gestire con rettitudine, ma piuttosto che egli abbia voluto mostrare la possibilità che esista una castità comunionale, benché sia un’esperienza impegnativa, richiedendo prudenza e costanza. Questa convinzione, però, nasce nell’animo di Girolamo solo ora che ha conosciuto a fondo l’animo femminile, soprattutto attraverso l’intensa amicizia spirituale con Paola. A credere a questa possibilità il Dalmata sprona anche tutti coloro che avevano criticato le sue amicizie femminili, inoltre, sembra suggerire, potrebbe un uomo che ammette il suicidio per difendere la pudicizia, avere rapporti in qualche modo non casti con una donna?
La coppia visse molto tempo in questo strano matrimonio, senza che i padroni sospettassero nulla, fino a quando Malco comincia a desiderare l’antica vita trascorsa in comunità. La donna si accorge del suo turbamento e gliene chiede il motivo. Malco, spiegate le sue sensazioni, la esorta a fuggire ed ella accetta.26
E’ molto significativo l’atteggiamento della donna che si cura amorevolmente delle preoccupazioni del compagno, allo stesso modo è notevole il fatto che nessuno dei due si dimostri troppo attaccato a quella vita in comune, così come invece facevano quegli uomini e quelle vergini che vivevano insieme e che faticavano ad abbandonare queste convivenze.
Anche Girolamo e Paola dovettero sentire la necessità di fuggire, quando a Roma le voci ingiuriose contro il loro rapporto e le polemiche dottrinali contro Girolamo si erano ormai fatte insopportabili. Possiamo immaginare i due grandi santi valutare insieme la soluzione, come Malco e la sua compagna.
Malco e la compagna, riacquistata la libertà, tornano nei pressi del deserto di Calcide e qui, condotta presso delle vergini la donna che egli amava come una sorella, il monaco si ritira nel cenobio in cui aveva vissuto anni prima, benchè sia ormai morto il suo abate.27
Il finale della vicenda in realtà pone non pochi dubbi sulla vita che i due condussero, una volta tornati in Siria, giacché risulta discrepante con la descrizione iniziale di Girolamo in cui è detto chiaramente che i due convivevano. Tuttavia dobbiamo ammettere che l’epilogo raccontato da Malco sembra il più ortodosso. Pertanto dobbiamo lasciare aperta la strada a due finali: l’uno comporterebbe la divisione finale dei due e quindi un ristabilimento della via normale di ascesi, quella comunemente accettata, di separazione dei due sessi; l’altra, dando fede alla convivenza cui si trova dinanzi Girolamo all’inizio del racconto, in un certo senso isolerebbe il Santo dalla posizione della Chiesa, dal momento che non condannerebbe e nemmeno criticherebbe convivenze tanto sospette e problematiche.
Per una più approfondita valutazione della figura femminile posta accanto a Malco, la vicenda del matrimonio forzato dei due protagonisti e gli sviluppi che ne conseguono va comparata con la vicenda di Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden . L’impressione che se ne ricava, non è però di una perfetta analogia, ma di una serie di corrispondenze che creano ribaltamenti di ruoli e valori, ricchi di fascino. Al Dio - Padre che crea l’uomo e la donna, sembra corrispondere come suo opposto, il padrone, figura paterna negativa, che si fa adorare dai suoi schiavi come un dio e vuole disporre di loro in maniera assoluta e tirannica. La corrispondenza si fa più evidente quando il padrone decide di premiare il suo servo dandogli una moglie che sceglie lui stesso fra le sue schiave. Infatti anche nella Genesi, Dio decide di creare Eva, poiché sa che è cosa buona per l’uomo avere una compagna. Tuttavia Dio fa realmente il bene di Adamo, mentre il padrone crede, sbagliando, di conoscere i desideri del suo schiavo e anche quando si accorge di aver giudicato male, esige che la sua volontà venga comunque rispettata, minacciando Malco di morte. Anche Adamo ed Eva rischiano di morire, se disobbediranno al Signore, mangiando dell’albero della conoscenza del bene e del male, ma Dio li avverte, perché possano continuare a vivere, non li minaccia. Per il monaco, obbedire al comando del padrone significa peccare, non viceversa, dunque questi, dal punto di vista di Malco, lo istiga alla morte spirituale, all’opposto di Dio. In questo momento il padrone è una vera e propria rappresentazione demoniaca, come il serpente che tenta Eva. Nel racconto biblico, Eva, lasciatasi convincere a disobbedire a Dio, prende l’iniziativa di spingere anche Adamo al peccato. Anche in questo caso la donna prende l’iniziativa di disobbedire, ma questa volta è una disobbedienza che salva, non che danna. Dunque anche la compagna di Malco è una Nuova Eva, come molti altri personaggi femminili della letteratura cristiana dei primi secoli. Credo che questo sia il punto più degno della nostra attenzione in questa lettura comparata; infatti, il gesto della donna la riscatta agli occhi del monaco che fino a quel momento aveva visto in lei solo la discendente della prima peccatrice, di colei che coinvolse l’uomo nella dannazione eterna ed il ricettacolo di ogni pulsione sessuale impura.
Conoscendo la splendida maturazione personale compiuta da Girolamo nel suo rapporto con le donne, non si può pensare che casualmente questo compito non sia stato affidato all’uomo, bensì alla donna, tanto che si può ipotizzare l’intenzione, da parte dell’autore, di creare una metafora che riabilita la donna anche in senso generale. La proposta della “moglie” di Malco riafferma la paternità di Dio, che entrambi i personaggi avevano scelto con maggior fermezza e consapevolezza proprio durante la prigionia. Infine come Eva e Adamo si nascondono a Dio, dopo il peccato originale, e Egli, scopertili, li caccia dal giardino dell’Eden, così, all’opposto, anche Malco e la sua compagna, dapprima fingono agli occhi dei padroni, poi sono proprio loro che decidono di fuggire, inseguiti dal padrone che li raggiunge fino al loro nascondiglio in una grotta. Questa fuga infatti rappresenta davvero il ristabilimento del giusto ordine dei poteri. Non è più il potere del male a comandare, ma il bene. Nello scontro le forze demoniache sono destinate a soccombere e per questo il padrone è destinato a morire. L’uomo è chiamato a desiderare Dio e a fuggire Satana.
La castità comunionale è l’espressione più ammirevole della loro santità, laddove la loro convivenza avrebbe potuto suscitare scetticismi e scandali. Essi non compirono miracoli, né convertirono platealmente qualche famoso personaggio, non conobbero mai eremiti famosi da cui ricevere insegnamenti, complimenti o incoraggiamenti. Tuttavia entrambi conquistano gli uomini per la loro umiltà, la loro mansuetudine, l’amore vicendevole, la consacrazione silenziosa e fruttuosa a Dio. Non è possibile distinguere con certezza ciò che in questa storia sia davvero accaduto e cosa invece sia stato inventato da Girolamo, poiché le coordinate storiche entro cui gli eventi e i personaggi sono inseriti, sembrano espedienti del Santo per dare credibilità al racconto, più che dati reali.
Certo, se effettivamente il Santo venne a conoscenza di questa storia, essa deve essergli parsa assai simile a importanti esperienze da lui stesso vissute , se invece il Dalmata ha liberamente e riccamente decorato il nucleo, io credo, storico, della vita di un monaco della Siria, si può affermare che, con un atteggiamento nuovo e meno aggressivo verso i suoi detrattori, anch’essi destinatari di questa biografia, ha disposto dinanzi a loro, con una parabola a lieto fine, una metafora della sua stessa vita.
Si può forse ritenere che Girolamo abbia scelto di criptare le vicende di cui fu protagonista, perché i suoi nemici sarebbero stati increduli e maliziosi in maniera pregiudiziale: invece, la storia di Malco, della sua purezza e della sua umiltà, la figura di quella donna tanto forte d’animo e la fiducia assoluta che mostrano gli abitanti di Maronia nei confronti dei due strani coniugi, ha maggiori possibilità di conquistare l’attenzione benevola di tutti, facendo nel contempo riflettere su posizioni dottrinali diverse dalla propria e su giudizi malevoli e ingiuriosi espressi anche contro il narratore stesso.
Seguendo questa ipotesi alla promessa a Dio di restare vergine e alla vita monastica in comunità a Betlemme, corrispondono l’abbandono della casa paterna e l’entrata nel monastero cenobitico nei pressi del deserto di Calcide; mentre la difficile esperienza eremitica di Girolamo sembra trasfusa in quella che il monaco siro compie nel deserto della Mesopotamia. All’errore di lasciare la Chiesa d’Antiochia per recarsi a Roma, corrisponde l’abbandono del monastero, così come analoghe sono le conseguenze di tali errori: l’uno si trova schiavo delle maldicenze romane e delle polemiche dottrinali, l’altro diviene schiavo di un pagano che vuole costringerlo a perdere la sua castità. Durante entrambe queste “schiavitù”, però, la misericordia di Dio non li abbandona e, come Malco torna ad essere monaco e costruisce la bellisima amicizia con la “moglie”, così Girolamo costituisce un cenacolo di santificazione con le donne del circolo dell’Aventino. Ancora, se Malco fugge dal padrone con la compagna, Girolamo abbandona Roma insieme a Paola, la donna che per i maligni era legata a lui da rapporti illeciti, mentre condivideva con il Santo una amicizia spirituale profondissima. Infine, come il monaco siro, lasciata la donna alle vergini, riabbraccia la vita del cenobio, così i due Santi, giunti in Terra Santa, fondano e si pongono a capo, rispettivamente di un monastero maschile ed uno femminile.
Girolamo ha effettivamente realizzato un’opera piccola nelle dimensioni, ma assolutamente capace di realizzare molti ed importantanti scopi, spesso raffinatamente criptati per essere più efficaci.
1 Il presente studio sulla Vita S. Malchi monachi captivi è stato realizzato analizzando il testo originale attraverso l’ edizione critica di E. M. Morales ( Edition critica de “De Monacho captivo”(Vita Malchi) de San Jeronimo, Institutum Patristicum “Augustinianum”, Roma ,1991) e la traduzione in lingua italiana che B. Degòrski ha compiuto sulla base dell’edizione critica sopra citata (in Girolamo, Vite degli eremiti Paolo, Ilarione e Malco,introd., trad. e note a cura di B. Degòrski, ed. Città Nuova, Roma 1996 ). Per la lettura diretta dei passi cui si fa riferimento in questo lavoro, si rimanda dunque a queste due recenti pubblicazioni.
3 Cf. B. Degòrski, Introduzione, in Vite degli eremiti…, cit., pp. 30-33 e 43,44.
4 Al fine di meglio dimostrare questa tesi, pare opportuno richiamare l’attenzione su alcuni passaggi della vita del santo di Stridone. La sua vocazione monastica si manifesta molto presto ed egli condivide fin dal principio questa scelta con alcuni amici. Nel 374, sospesa l’esperienza di vita comunitaria, si trasferisce ad Antiochia, ospitato dall’amico Evagrio, futuro vescovo della città. Qui decide di dedicarsi alla vita eremitica e si avvia verso il deserto di Calcide, dove trascorrre come anacoreta, gli anni fra il 375 e il 377. Nel viaggio verso questa nuova vita Girolamo passa per Maronia ed incontra Malco. Tornato ad Antiochia, viene ordinato sacerdote. Trascorsi poi alcuni anni a Costantinopoli, nel 382 si trasferisce a Roma, chiamato da papa Damaso, per divenirne segretario. Qui frequenta un circolo di donne dell’alta società romana, di cui diviene padre spirituale. Sebbene questa comunione spirituale permetta a Girolamo di ricredersi sulla debolezza tradizionalmente attribuita alla donna e a loro volta le sue figlie spirituali godano di una preziosa giuda spirituale, un tale rapporto divine loro malrado pretesto per aspre proteste contro il Santo. Girolamo si distingue in quegl’anni come energico promotore della superiorità spirituale dello stato verginale rispetto al matrimonio. Il rigore morale di Girolamo diviene presto scomodo alla comunità cristiana romana e al suo clero ampiamente secolarizzato. In quel periodo spinose polemiche si producono intorno al tema della perpetua verginità di Maria, dalla cui affermazione o negazione dipende l’atteggiamento della Chiesa sulla castità. Con l’infiammato opuscolo Adversus Helvidium, Girolamo si scaglia con perizia contro un certo Elvidio che nega la verginità di Maria dopo la nascita di Gesù. Dopo la morte di papa Damaso e l’ascesa al soglio pontificio di Siricio, i nemici romani lo accusano aspramente, raccolte voci ingiuriose su rapporti illeciti fra il Santo e Paola, la discepola che saprà essergli più di ogni altra spiritualmente sorella e madre. Così, nell’agosto del 385, il santo parte da Roma per l’Oriente, portando con sé l’angosciosa tristezza che tante infamità e ipocrisie gli hanno causato. Nel suo lungo viaggio-pellegrinaggio viene raggiunto da Paola e da sua figlia Eustochio ed insieme giungono, l’anno successivo, a Betlemme. Qui, grazie ai fondi messi a disposizione da Paola, può essere realizzato l’ideale monastico comunitario geronimiano, con la fondazione di due monasteri, uno maschile ed uno femminile, a capo di ciascuno dei quali si pongono Girolamo e Paola.
51 Cor. 11,11-12; Gal. 3,28; 1 Tm 2, 9-15
6 Hieronymus, Ep. 65, 2.
7 Hieromynus, Ep. 108,3.
8 Hieronymus, Vita S. Malchi…, 2, 2
9 Lc. 1, 5-7.
10 Hieronymus, Vita S. Malchi…, 2, 2.
11 Ibidem.
12 Ibidem.
13 Ibidem, 2, 3
14 Hieronymus, Vita S. Malchi…, 3, 3-4; 5,4; 7.
15 Hieronymus, Vita S.Malchi…, 3, 8.
16 Hieronymus, Vita S.Malchi…, 4,3.
17 Hieronymus, Vita S.Malchi…, 8, 10.
18 Ibidem, 6, 1- 4 .
19 Id, Ep. 22, 7.
20 Mt. 10, 28; Lc. 12, 4-5.
21 Hieronymus, Vita S. Malchi…, 6, 5.
22 Es. 20, 13; Mt. 5, 21.
23 Ibidem, 6, 7.
24 Ibidem.
25 Ibidem, 6, 8.
26 Hieronymus, Vita S. Malchi…, 7; 8, 1.
27 Hieronymus, Vita S. Malchi…, 8-10.