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Sergio Romano, Giovanni Gentile. Un filosofo al potere negli anni del regime. Milano, Rizzoli, 2004, pp. 497.

 

        In tempi in cui le biografie, (e soprattutto quelle romanzate), al cinema come sul piccolo schermo, sono di gran moda e nelle quali i particolari scabrosi o più intimi sono gettati a piene mani tra le sempre più voraci fauci di un pubblico distratto, desta sorpresa questa poderosa eppure maneggevole ricostruzione della vita di quello che è forse giusto considerare uno dei più controversi e allo stesso tempo importanti uomini della storia politica e culturale italiana. Controverso perché l’adesione al fascismo di Gentile non fu sempre chiarissima così come non fu chiara la sua morte, e importante perché la sua riforma della scuola del 1923 fu di fatto la più organica e definitiva che l’Italia unita abbia mai conosciuto. Ma l’opera di Romano desta stupore proprio perché l’autore riesce quasi sempre ad essere superiore a quelle “parrocchie ideologiche”, citate nella prefazione, che hanno saputo - morto Gentile - riciclare il suo pensiero obliterando la sua scandalosa adesione al fascismo o che, viceversa, ne vogliono custodire gelosamente la memoria, pur non mostrando il ben che minimo interesse nel perseguire i suoi insegnamenti. Anche se caduta nell’oblio, la figura di Gentile continua quindi ad essere in un qualche modo usata per rispolverare vecchie mitologie che si credevano ormai sepolte oppure per ripulirsi la coscienza di una vicenda, finita in tragedia, che resta pur sempre umana e non solo politica. 

 

        Con la chiarezza del giornalista, ma anche con il rigore dello storico, l’autore ci guida dalla nascita a Castelvetrano nel 1875 fino agli ultimi giorni di vita del filosofo nel 1944 ricostruendo, soprattutto attraverso la sua copiosa ed intensissima epistolografia praticamente tutti gli aspetti più decisivi della sua vita. E, a ben vedere, quella del Gentile non è certo stata un’esistenza priva di avvenimenti. Dalle prime e burrascose vicende familiari, alla Normale di Pisa fino all’insegnamento universitario, prima a Palermo, poi alla Sapienza in Roma per infine approdare alle ben note vicende che lo videro protagonista della politica italiana degli anni venti.  Grazie a piccoli ma succosi capitoli tematici Romano riesce a tenere insieme biografia ed ideologia mostrando, meglio di altri, come queste possano e debbano essere considerate nella loro globalità per poter ricreare un’immagine il più possibile a tutto tondo del filosofo che permetta perciò una visione d’insieme pacata e oggettiva della sua opera teoretica e riformatrice. Vedremo dunque la biografia intrecciarsi con le tristi ed interminabili attese per un posto da insegnante, (gli insegnanti che leggeranno il libro saranno forse confortati nel notare che dall’ottocento in qua nulla è cambiato, visto che anche Gentile dovette dibattersi fra graduatorie, esami, cattedre e concorsi), così come verrà via via chiarendosi il legame fra il filosofo e il regime, dettato evidentemente dalla necessità utilitaristica di appoggiarsi ad un partito che con pieni poteri potesse garantirgli l’applicazione delle sue idee pedagogiche, ma anche da ragioni ideologiche visto che (sempre seguendo la ricostruzione di Romano) l’idea di “Stato etico” si era formata in Gentile ben prima dell’avvento del fascismo.

 

        La sua ricerca di una “terza via” trovava nel partito di Mussolini il suo più adeguato interlocutore evitando, per forza di cose, il modello politico americano propugnato da Wilson con la Società delle Nazioni e la drammatica esperienza russa del bolscevismo. Il suo era dunque un liberalismo, ma  un liberalismo che non poteva più accettare quell’atteggiamento accomodante e paternalista  oramai incapace di governare una nazione profondamente mutata in seguito alla guerra e che aveva avuto in Giolitti il suo più illustre esecutore. Presa così nel suo insieme l’esperienza biografica di Gentile appare legata al fascismo a filo doppio mostrando come il liberalismo a cui approdava la propria speculazione non potesse avere altra via d’uscita che non il fascismo. A questo proposito è particolarmente esplicativo il capitolo che espone per sommi capi questa duplice visione della politica italiana dei primissimi anni venti e che ha appunto per titolo Due liberalismi. Corposi e allo stesso modo ricchi di spunti sono anche da considerarsi i capitoli relativi alla visione pedagogica del filosofo e quindi inerenti alla riforma della scuola. Nello specifico vorrei ricordare quello in cui l’autore ripercorre la breve e significativa esperienza che Gentile visse al Regio liceo di Campobasso, dove, nell’ottobre del 1897 (si sottolinei bene questa data), fu chiamato ad insegnare e nel quale si rese protagonista di  una piccola diatriba sul libro di testo che a suo modo di vedere era assolutamente inadeguato. Posta la questione all’ordine del giorno di una riunione sul programma didattico, Gentile redasse una memoria (il testo della quale è inedito, ma che sarebbe bello, a parere dello scrivente, pubblicare) nella quale esponeva al preside e ai colleghi  che il “fine precipuo del (suo) insegnamento debba essere piuttosto l’educazione di una forma, che la produzione di un contenuto mentale, più una disciplina scientifica del raziocinio e delle energie pratiche degli alunni che un sagace apprendimento di certi speciali gruppi di conoscenze”. Il filosofo siciliano aveva già ben chiari i lineamenti fondamentali della scuola che sognava e nella quale l’insegnante non poteva limitarsi ad impartire nozioni,  bensì doveva provocare l’allievo in modo tale da innescare fra docente e discente un circolo virtuoso in cui le due parti fossero elementi complementari di un medesimo processo di apprendimento. Libri, appunti, interrogazioni ed esami non erano la scuola, ma solo la facciata esterna. Le interrogazioni e gli esami dovevano servire all’insegnante per verificare il grado di passione e di curiosità che era riuscito a risvegliare negli alunni.

 

        Le intenzioni espresse dal filosofo in questo breve e marginale episodio sul quale volutamente mi sono soffermato non sono in buona sostanza molto dissimili dalla maggior parte dei discorsi che oggi, e a più riprese, ci sentiamo ripetere sul mondo della scuola. Ed è davvero singolare che la tanto vituperata riforma di cui si rese protagonista Gentile nel 1923 venga ancora presa a pretesto per mostrare quanto quella scuola fosse classista e nozionistica. I detrattori di quel tipo d’insegnamento che tanto onore ha fatto all’Italia nel mondo e che non ha prodotto solo letterati e filologi, ma anche illustri scienziati (vedi il caso di Enrico Fermi su tutti), sono quegli stessi araldi banditori di un migliore domani e di una scuola più giusta e democratica che ricamano i loro discorsi con le stesse parole che Gentile usava per spiegare le sue scelte pedagogiche. Un’altra prova, se ancora ce ne fosse bisogno, di quell’usanza,tutta italica, di liquidare un passato che per quanto scomodo ancora ci riguarda.  

 

(Marco Antonellini)

 

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