Ritratto di Nikos Kazantzakis (1883-1957),
UN indomito viaggiatore dello spirito umano
MARIA LUIGIA DI STEFANO
L’autore di Zorbas fu inizialmente indirizzato alla carriera giuridica e non a quella di romanziere o giornalista. Fu il padre a guidarlo verso tale scelta, dopo averlo educato all’amore e al rispetto per la libertà. In seguito della repressione avvenuta a Creta nel 1889, il padre, Capitan Michalis, prese per mano il figlio adolescente, lo portò davanti ai corpi dei patrioti cretesi, giustiziati dai Turchi e abbandonati appesi al grande platano della piazza centrale di Iraklion, e quindi lo sollevò, affinché potesse baciare i piedi degli eroi rappresi nel ghiaccio della morte.
In quel periodo Creta era ancora sotto il dominio dei Turchi e quell’immagine e quell’esperienza restarono stampate per sempre nel cuore e nel pensiero del nostro autore, anzi esse furono trasformate in esigenze radicali, invincibili di libertà, di amor patrio personale con coscienza di orgoglio e dignità.
Nikos Kazantzakis nacque ad Iraklion, Creta, il 18 febbraio 1883; si laureò col massimo dei voti presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Atene nel dicembre del 1906. La sua laurea porta la firma di Kostis Palamas, allora Segretario Generale dell’Università di Atene.
Nel 1907 si reca a Parigi per seguire un corso di studi post lauream in Filosofia e Letteratura ed ha come insegnante Henri Bergson, la cui influenza lo accompagnerà in tutte le opere. A Parigi compose il suo primo scritto su Nietzsche, grazie al quale venne proposto come Professore presso la Facoltà di Giurisprudenza di Atene.
Il primo matrimonio, con Galatea Alexiou, amore della sua giovinezza, si concluse con un divorzio, mentre la tranquillità sentimentale fu ritrovata con Eleni Samiou, compagna fedele, sostenitrice e consigliera preziosa per tutto il resto della vita, fino alla morte.
Kazanztakis fu un grande viaggiatore, curioso, attento studioso anche della Grecia continentale, dove andò alla ricerca di ogni aspetto particolare, di ogni popolo che vi abitasse, scrutandone ogni luogo nell’esplorazione sincera di una propria identità legata alla tradizione ed al mito. Con lo stesso spirito di ricercatore instancabile dell’uomo e della sua storia, viaggiò verso l’Oriente, verso l’Asia Minore, sino alla Siberia, al Giappone, alla Cina.
È d’importanza nazionale la missione di Nikos Kazantzakis nel Caucaso (1919) per il rientro in patria dei fratelli greci che, dopo la rivoluzione russa del ’17, si erano venuti a trovare in una situazione precaria e di sofferenza. Fu mandato da Benizelos, che lo aveva nominato Direttore Generale del Ministero della Sanità. Con tale missione, pur tra mille difficoltà, riuscì a ricondurre in patria circa 150.000 connazionali che furono stabiliti in Tracia e in Macedonia.
Nonostante la fama da asceta, entrò nel mondo politico greco. Nel 1945, per circa 40 giorni fu Ministro senza portafoglio, durante il governo di Themistocles Sofoulis: si dimise per non accettare compromessi, affatto incompatibili col suo stile di vita e di pensiero. Fu poi consigliere presso il Comune di Atene e ambasciatore dell’UNESCO, a Parigi, tra il 1947-48, ma si dimise anche da tale carica (“benché fosse un posto di tutto rispetto”) per potersi dare a un lavoro senza guadagno.
Nucleo centrale e portante dei suoi libri sono la libertà interiore e la dignità dell’uomo, la giustizia fondata sulla legge, il coraggio guidato dall’“occhio cretese”, che consiste nel guardare senza paura il terrore, nel vivere la vita da uomo mortale, senza tuttavia abbandonare mai la convinzione di essere immortale, nel lottare per valorizzare l’anima, costantemente assetata di ricerca, un ricercare da cui esce peraltro sempre insoddisfatta e protesa verso l’ascesa spirituale, in una distruzione progressiva della carne. Tale tensione verso una continua catarsi rende la sua vita una salita dura e difficoltosa – come egli stesso la definisce –, una parabola ascendente verso il mistero impenetrabile dell’essere divino.
L’opposizione orgogliosamente determinata, assolutamente decisa a ogni compromesso, che già gli aveva inimicato gran parte della società del suo Paese, nonché l’aforismo, da parte della Chiesa Ortodossa, spostarono verso lo spagnolo Jiménez il premio Nobel. Il valore poetico e letterario delle opere rese, però, lo scrittore greco più amato e conosciuto di tanti Nobel...
La Chiesa Cattolica di Roma, il Vaticano, mise all’indice il romanzo L’ultima tentazione ma, qualche anno dopo, annullò la sua decisione. Nel 1968 il Patriarca Ecumenico Athenagoras asserì che i libri di Kazanztakis costituivano il gioiello della sua biblioteca. Eppure, la meta verso il Gòlgota non è mai stata vissuta con tanta violenza e tanta comprensione, e la vita e la passione di Cristo non sono mai state affrontate con tanta partecipazione, come durante la scrittura – di giorno o di notte – di questo libro. L’autore, stendendo tale confessione di agonia e di speranza per l’uomo, era tanto emozionato che gli occhi gli si riempivano di lacrime: non aveva mai provato una dolcezza così grande unita a un dolore tanto intenso; esso penetrava nel cuore, goccia a goccia, insieme al sangue di Cristo che, per salire sulla vetta del sacrificio e verso Dio, aveva superato tutte quante le fatiche proprie dell’uomo che combatte.
Il dolore provato da Cristo ci è tanto noto che lo sentiamo dentro di noi, e la vittoria finale ci sembra giusta in quanto tutto quello che in Cristo è profondamente umano ci aiuta a capirlo e ad amarlo e ci spinge a seguire la sua passione come se fosse la nostra. Se non avesse avuto dentro di sé anche l’essere uomo, Cristo non avrebbe mai potuto toccare il nostro animo con tanta dolcezza e determinazione, e non sarebbe mai diventato l’archetipo della nostra vita. Combattiamo anche noi insieme a lui mentre combatte lui insieme a noi: lo guardiamo e ci incute coraggio, in quanto non siamo completamente soli se lui resta al nostro fianco. La lotta di Cristo rappresenta una grande vittoria, perché ha superato l’attrazione per una vita umana semplice, ha vinto il piacere per trasformare il materiale in spirito assoluto. Egli ha preso la strada in salita verso il Gòlgota e si è collocato sulla croce; anche lì però la lotta non è finita, giacché lassù lo aspetta l’ultima tentazione, che lo spirito del Maligno, come un fulmine violento, distende davanti ai suoi occhi.
È la visione di una vita serena, semplice e felice. Gli sembra di aver scelto le comodità dell’uomo: sposato, con figli, ama ed è amato. Ormai vecchio, se ne sta seduto sulla soglia di casa, ripensando alla giovinezza con sorriso beato. Che bello! era stato veramente da saggi imboccare la strada dell’uomo, che pretesa era mai quella di salvare il mondo! Che gioia aver evitato la cattiveria, il martirio, la Croce! Tale è l’ultima tentazione, che improvvisa viene a sconvolgere gli estremi momenti di vita del Salvatore. Ma il Cristo alza la testa al cielo, apre gli occhi e capisce di non aver tradito, e che, grazie a Dio, ha portato a termine il suo dovere: non è un traditore, non si è sposato, non ha avuto davvero una vita felice, ma è arrivato in cima al sacrificio, è inchiodato sulla croce. Chiude gli occhi, felice, ed allora, solo allora, emette l’urlo con voce vittoriosa “teteleste!”, che vuol dire: “Ho compiuto il mio dovere, sono stato messo in croce, non sono caduto in tentazione.”
Molti lavori di Nikos Kazanztakis sono divenute opere cinematografiche, spesso d’indubbio valore. Oggi è ritenuto uno scrittore universale, un classico contemporaneo, ed è tradotto in oltre 60 lingue.
Nel corso della sua lunga ed intensa esistenza, oltre che a Iraklion, è vissuto ad Atene, a Egina e in diverse città europee; infine si ritirò ad Antibes, in Francia, l’antica colonia greca “Antipolis” che aveva molto in comune con la ‘sua’ Creta. Tale somiglianza singolare lo trattenne là negli ultimi anni di vita; nel periodo della dominazione tedesca, era invece vissuto a Egina, senza sottrarsi dunque alla precarietà e alle miserie materiali e morali patite da tutti i cittadini greci in quel periodo.
Muore il 26 ottobre del 1957 nella Clinica Universitaria di Friburgo, in Germania, durante un viaggio di ritorno dal Giappone e dalla Cina. Il feretro fu trasportato ad Atene e poi a Creta, dove venne sepolto a Tapia Martinenga, nelle mura veneziane di Iraklion. Sulla tomba, diventata meta spirituale di molti turisti internazionali, è stato scritto quanto usava ripetere:
Non temo nulla
Non spero nulla
Sono libero.
Tali parole tanto decise e pronunciate con profonda convinzione potrebbero, a una prima lettura, sembrare il messaggio di una personalità presuntuosa e smodatamente egocentrica, se non fossero sostenute dall’etica inflessibile e dalla ferma fede di un animo che, in eterna ricerca, ha conquistato la libertà spirituale, morale e materiale senza piegarsi, mai, davanti al compromesso, ed è riuscito a mantenere, sempre, la coscienza di appartenere al proprio popolo e alla propria cultura.
L’epitaffio caratterizza la sua figura di viaggiatore nel mondo e nell’anima, con la curiosità del pioniere e l’umiltà dell’uomo che accosta l’orecchio al cuore dell’altro per ascoltarne i battiti, sviscerarne le passioni, alzarne le miserie e sublimarne i desideri. È l’uomo che ha reso spirituale la lezione nicciana, che stimola ad ergersi al disopra e aldilà dell’analisi sul bene e sul male, percorsi obbligatori nell’arco della vita, considerata un semplice viaggio, un’escursione o un tragitto luminoso tra essere e non essere: un ritorno al non essere con partenza obbligata verso l’essere. E questa esistenza che cresce su di sé, si alza, si mette in croce con rifiuto incosciente del sacrificio, pur accettandolo nella parte più intima dell’animo, dal momento che ognuno porta sulle spalle la propria croce nell’ascesa verso il Gòlgota, altro non è che un raggio di sole splendente che si perde nel buio.
La sera di Kazanztakis fa parte dell’esistere e, forse, ne è l’aspetto più autentico, quello essenziale a cui tende la freccia dell’arco di Odisseo, o quello a cui ritorna, per confondersi nel mito mai dimenticato. In quella che sarà la sua opera più amata e sofferta – l’Odissea, composizione di tutta una vita, impresa titanica di uno spirito esigente che non si ritiene soddisfatto di una ricerca sempre e comunque parziale e deludente, ma vive in una preoccupazione costante, cara all’animo, di superamento della materia –, l’iniziale preghiera al sole (“O sole, grande figlio d’ Oriente, cappello dorato della mia mente, mi piace portarti di traverso, sento nostalgia del nostro gioco, per quanto tu vivi, per quanto io viva, perché il cuore ne goda”) diventa nella conclusione: “Il sole diventato nero... ed il mare fatto mosto… spenta la terra, offuscato il mare, la carne di pietra e il corpo spirito rarefatto, lo spirito aria e l’aria vacilla, geme e nel vuoto, un grande silenzio, l’urlo della Terra si espande dalle viscere profonde… compianto funebre. Non voglio, madre, altro vino, non voglio toccare altro cibo: questa sera resto qui a vegliare l’oggetto dell’amore spegnersi come miraggio”.
Nella concezione esistenziale e filosofica di Kazanztakis, l’uomo non può essere salvato da nessun dio. Accade, anzi, il contrario: è l’uomo che, tramite la trasformazione della materia in spirito, salverà il suo dio: “ci dobbiamo salvare dalla salvezza e da ogni salvatore”, e tutta la sua parabola è tesa verso tale affermazione, pregna di significato umano, secondo il quale uomo è colui che, alzandosi oltre i propri limiti, riesce a compiere l’ascesa verso la trascendenza esistenziale. Sarà il Poverello d’Assisi ad affermare: “nei limiti si trova l’uomo, oltre i limiti si trova Dio”.
È davvero convinto che “veniamo da un abisso oscuro e in un abisso oscuro siamo destinati a tornare” e che “l’intermezzo pieno di luce, lo spazio tra queste due voragini lo chiamiamo vita. Nel momento stesso in cui cominciamo la nostra impresa di vita materiale, inizia il percorso di ritorno, perché si muore ogni momento. Scopo della vita è la morte ma, nonostante questo, appena nati prende avvio la nostra voglia di creare, produrre materia, cosicché sui nostri corpi, sulle nostre esistenze si incontrano, scontrandosi, forze opposte e in lotta fra loro: le une che spingono verso la sintesi, verso la vita, e le altre che ci guidano alla decomposizione della morte. L’uomo, conteso e in conflitto, rifiuta il concetto di fede e speranza tradizionali: non bisogna avere della fede un concetto che ammetta speranze o ricompense. Sei un uomo libero e non un mercenario. Combatti senza accettare il compromesso della ricompensa. Questa è la verità”.
Il comandamento assoluto non è altro se non quello che ci fa rifiutare tutto quanto rechi conforto: dei, patrie, verità morali. Bisogna restare soli per poter plasmare con la propria, unica, forza un mondo di cui non ci si debba vergognare, in quanto non esiste un piacere più umano di quello che ci dà l’accettazione piena e completa della responsabilità di ogni atto.
Nikos Kazanztakis, nato e cresciuto in ambiente religioso, quasi bigotto, in una Creta ardente nel desiderio di libertà, egli stesso spirito indomabile, legato alla sua terra, ma insieme cosmopolita, universale nella sua ricerca, colpito da aforismo, poco compreso dalla società del momento, modernissimo nella sua inquietudine profonda, consegna al lettore un messaggio profondo, solenne e maestoso, lo stesso che, variatis variandis, si ritrova nel nostro Dante, poeta amato e tradotto in brevissimo arco di tempo: è il testamento spirituale degli autentici fondatori del pensiero e dei grandi poeti creatori di linguaggio.
“Il modo migliore – scrisse una volta – di attuare le mie regole? Scardinare l’ordine costituito, spezzare il protocollo, prendere le distanze dai progenitori. Esplorare le zone proibite e pericolose dell’incerto, vagabondare in esse. Accettarle senza paura, anzi accettarle come la benedizione avuta dal padre e dalla madre. Avere il coraggio di essere soli”.