Martín de Riquer, Don Chisciotte e Cervantes, Torino, Einaudi, “Piccola Biblioteca Einaudi. Nuova serie”, 2005, 210 pp., € 16, 50
Decano della filologia romanza e della critica letteraria spagnole, insigne membro della Real Academia Española de Letras, cervantista di fama internazionale, autore – fra l’altro – delle monumentali Historia de la literatura universal (Barcellona, Noguer, 1957-1959) e Historia de la literatura catalana (Barcellona, Ariel, 1964-1966), nonché di vari studi sulla letteratura medievale, fra cui spiccano Los trovadores (Barcellona, Planeta, 1975) e Aproximació al Tirant lo Blanc (Barcellona, Quaderns Crema, 1990), Martín de Riquer si è cimentato, alle soglie dei novant’anni, nella rielaborazione dei suoi più significativi studi cervantini, condotti in quasi mezzo secolo di ricerca e finalmente raccolti nel recente Para leer a Cervantes, edito in Spagna nel 2003 da Acantilado. Nel 2005, Einaudi ne ha saggiamente proposto questa sorta di epitome – si tratta de facto soltanto del pur magnifico capitolo “Aproximación al Quijote” – col titolo Don Chisciotte e Cervantes, nella traduzione italiana di Paolo Collo.
Si sottopone così pure al lettore del nostro Paese un superbo precipitato di conoscenze filologiche cervantine e chisciottesche, adatte ad un pubblico vasto e piuttosto colto, ma non necessariamente specialista. L’autore si rivolge, in effetti, a quanti desiderino accostarsi al capolavoro del “manco di Lepanto” per cogliere, senza vaghe fantasie né interpretazioni artificiose, le intenzioni profonde di Cervantes e le sottili interdipendenze che uniscono il romanziere al mitico personaggio da lui creato. Ciò nondimeno, il volumetto si propone altresì come un compendio utilissimo anche per lo studioso più scaltrito: con mirabile sobrietas espositiva, che a volte può apparire quasi schematica, ma giammai arida e che rifugge comunque da ogni farraginosa verbosità, l’illustre studioso barcellonese tocca i nodi essenziali della “questione chisciottesca”, ritrovando nella più limpida e rigorosa filologia lo strumento principe per dipanarli elegantemente, ma senza alcuna diplomazia qualunquista.
Riquer si pronuncia, inter alia, sulle annose diatribe relative alla consapevolezza letteraria di Cervantes, sulla diversità di tono e d’impianto sussistente fra la prima e la seconda parte del capolavoro, sull’arduo problema delle fonti e dei precedenti letterari. Restano impresse, quali solidi riferimenti critici, alcune teorie riqueriane: alludo, più specificamente, a quella che riconosce nel romanzo dell’ingenioso hidalgo un libro parodico di critica letteraria avverso al genere cavalleresco, che parte sì da uno spunto d’attualità, ma che si trasfigura via via in opera universale, rispecchiando nel particolare e nel transitorio valori generali e imperituri; mi riferisco altresì al fatto di dovere al Chisciotte apocrifo di Avellaneda la pubblicazione del secondo volume cervantino. Conviene segnalare, inoltre, che il saggio fornisce al lettore neofita un’agevole, cristallina sintesi critica che segue puntualmente la struttura dell’opera, e che concatena gli episodi salienti dell’avventura chisciottesca, mettendone in evidenza i nuclei tematici fondamentali.
Ancora, seguendo con rara acribia il filo dell’intreccio, il critico offre costantemente eruditi orientamenti relativi ai rapporti intertestuali con altri testi cervantine e con la letteratura medievale in genere. L’ultimo capitolo costituisce, infine, un rapido quanto avvincente excursus sulla ricezione, la fortuna e la critica fiorita nel corso del tempo intorno al Chisciotte, considerato con giusta ragione il primo romanzo della modernità occidentale.
Il risultato è un libro nitido, illuminante, assolutamente riuscito.
(Sara Poledrelli)