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Come un’ombra nel sonno del giorno

Un ricordo di Alda Merini

 

ALESSANDRA Giannitelli

 

 

         Occhi verdi, sorriso rosso fuoco e sigaretta: ce la ricordiamo più o meno così, la “Dafne accecata dal fumo della follia”[1]. Se ne è andata come un verso di una sua poesia, una di quelle in cui amore e morte si intrecciano in una danza leggera e appassionata.

Lei, che nella vita ha sempre continuato a credere, fino all’ultimo respiro, nonostante la sua difficile e travagliata esistenza; “Io come voi sono stata sorpresa mentre rubavo la vita, buttata fuori dal mio desiderio d’amore” si legge in Ballate non pagate (Einaudi, 1995).

Eppure lei quella vita rubata l’ha difesa fino in fondo e nel suo “desiderio d’amore” è rientrata a forza e ha ricostruito sé stessa, tra i cocci che la malattia e la sofferenza le avevano lasciato.

         Come “una fata che vuole che il suo Pinocchio diventi carne”[2], Alda Merini ha accarezzato la vita con i suoi versi, nella attesa che la sua vita di legno un giorno assumesse sembianze umane e benevoli. Proprio in quei versi di speranza sta forse la dichiarazione della sua poetica, fatta di continue raffigurazioni di sé, nella cieca e disperata ricerca di un ruolo in una società diffidente che proprio non riesce ad accettarla per quello che è; la stessa società che ne riconoscerà poi l’ispirazione, senza però riuscire a colmare del tutto il suo “vuoto d’amore”.

Lei sopra ogni cosa poeta, lei che ogni giorno si ritrova a fare i conti con le realtà di tutti i giorni – emozioni, crolli, disagi – legata, condannata alla poesia dalla vita stessa, in un eterno contrasto vita-poesia, spesso contrapposte eppure inscindibili.

Inizia tra gli ammonimenti di suo padre, Alda, ad innamorarsi delle parole, del suono che producono se lette ad alta voce e del coraggio che infondono se ripetute dentro di sé, dei versi che – attraverso una piccola finestra sul mondo – le consentono di gridare le sue emozioni, la sua “pazzia”. Ma cos’è in fondo la pazzia? Forse nessuno di noi ne è completamente spoglio, tanto da potersi considerare realisticamente al riparo. Solo è più semplice rintracciarla nella fragilità altrui (“Vogliono cibarsi della mia pena perché la loro forse non s’addormenta mai” – recita un verso di “Veleggio come un’ombra”).

Scoperta poco più che quindicenne da Giacinto Spagnoletti – che nel 1950 inserisce le poesie “Il gobbo” e “Luce” nell’Antologia della poesia italiana contemporanea 1909-1949) – il suo viaggio introspettivo avanza tra amori e poesia, che poi combaciano quasi perfettamente nella sua gravosa esistenza. Dall’esordio nel 1953 con l’ antologia di versi La presenza di Orfeo alle raccolte Paura di Dio, Nozze romane, Tu sei Pietro, per poi approdare a Vuoto d’amore (1991), Ballate non pagate (1995), La pazza della porta accanto (1995), Fiore di poesia (1951-1997) (1998), L’anima innamorata (2000), Clinica dell'abbandono (2004) e molte altre, passando attraverso il cupo periodo d’internamento continuato tra il 1965 e il 1979 (che segue e precede altri episodi di reclusione), da cui scaturirà nel 1986 L’altra verità. Diario di una diversa, in cui la Merini ripercorre consapevolmente gli anni di detenzione, tra episodi allucinanti e ricordi di sentimenti indescrivibili.

         Poesia come forma di rivelazione, come terapia di vita, i suoi sono versi violenti che pure esprimono passione, amori teneri, soffici, ciononostante forti, quasi violenti. Sentimenti tersi e corporei allo stesso tempo, che si fondono a tratti con l’amore con l’iniziale maiuscola – l’amore assoluto – nell’ultima raccolta di cui purtroppo non è riuscita a vedere la pubblicazione, Il carnevale della croce, traguardo di un percorso mistico sviluppatosi negli ultimi anni della sua scrittura. Racconti in versi in cui è fortissima la percezione del corpo, in una sorta di antropomorfizzazione delle principali figure di religione cristiana.

Un’ultima, indelebile traccia della sua inesauribile voglia di vivere attraverso la scrittura.

 


[1]  Alda Merini, “Un’armonia mi suona nelle vene” da La terra santa, Milano, Scheiwiller, 1984

[2]  Id., La pazza della porta accanto, Milano, Bompiani, 1955

 

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