1) RESTI
“Que reste-t-il /de nos amours….”
Delicata canzone francese (Charles Trenet, 1942), poi colonna sonora del film di Truffaut “Baci rubati”, ripresa (e tradotta) da Franco Battiato nel cd Fleurs….
Bisognerebbe canticchiarsela più spesso, ma non per rimpianto del bel tempo andato.
Per ripensare a quel resto, a quello scarto.
Che resta di tutti i nostri studi, delle nostre passioni letterarie, letture matte, tesi e tesine, relazioni e approfondimenti e discussioni condotte durante gli anni di università, quando si arriva - se si ha il privilegio di arrivarci – dall’altra parte della cattedra, e quel che si è appreso, va restituito?
Cosa succede in quella zona vacua in cui avviene la restituzione, il passaggio?
La fatica è trovare la giusta misura tra quel che si ama, la letteratura nel nostro caso, e quel che si vorrebbe far amare; nello spazio della trasmissione stanno le tecniche pedagogiche, il rispetto dell’altro, la consapevolezza dello scenario, lo slancio, l’attenzione, i saperi sempre in rinnovamento.
E’ possibile che questo scarto, questo vacuum produca insofferenza e arroganza? Che il sapere-passione si trasformi in ingessato potere? Così non dovrebbe essere, ne rappresenta anzi l’azzeramento, la negazione. Ma avviene. Avviene che il sapere diventi arma o muro o armatura. (“e il modo ancor m’offende” Inf. V, 102 )
Quanto meglio un sapere “imbecille”, etimologicamente sine baculo, senza bastone. Un sapere che ha senso nella sua peculiare circolarità allievo-maestro e che si invera nelle parole di Roland Barthes: “l'idea vitale di un sapere che scorre, che si rifornisce attraverso corpi diversi, al di fuori dei libri: imparate questo per me, imparerò questo per voi”.(“Al seminario”, in Il brusio della lingua, Torino, Einaudi, 1988).
George Steiner con superba umiltà diceva che il critico letterario ha, rispetto allo scrittore, la funzione del postino… “ma che felicità mettere le lettere nella buca giusta!”
In qualche modo anche il ruolo dei docenti partecipa della stessa orgogliosa semplicità.
Ben consapevoli e convinti- come risuonassero ogni volta quelle parole in noi- che attraverso la letteratura si attua quel che prodigiosamente rispose Anna Achmatova in fila davanti alle carceri di Leningrado alla donna dalle labbra livide che le chiedeva – “Ma questo lei può descriverlo?”
–“Posso”.
“Que reste-t-il /de tout cela / dites-le-moi”
(m.ind)