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Attenti alle parole!

CONSIDERAZIONI SUL SOSTANTIVO “RESISTENZA”

 

Francesco Berti Arnoaldi Veli

 

Bologna

 

 

         La storia delle parole è la storia degli uomini che le usano. Con questo non si vuole spacciare per una novità quella che in realtà è la scoperta dell’acqua calda: solo, si tratta di non negarsi al problema di scavare le viscere delle parole che usiamo per capire l’autentico significato attraverso l’uso che ne facciamo. Giacché è l’uso, non il vocabolario, non il codice civile, che alle parole dà il loro valore semantico. E guardando all’uso, si finisce per incontrare sorprese: come parole che contengono in se stesse il significato e insieme il contrario del significato, pur rimanendo lessicalmente identiche a se stesse. Ma è proprio possibile?

         E’ possibile. E la prova più chiara e persuasiva la offre, per cominciare, una parola-chiave della quale noi della generazione della Resistenza crediamo di sapere tutto per scienza infusa attraverso il vissuto: la parola resistenza.

Nessun sillogismo, sulle definizioni dei vocabolari. Solo, un poco di studio per assecondare la nostra curiosità, navigando attraverso gli usi che della parola sono stati fatti nella storia. Cominciamo da principio.

Nei Fragments sur la France, che Benjamin Constant pubblicò nei Mélanges de littérature et de politique, del 1829, si incontra un accenno alla guerra che l’Armata napoleonica aveva portato in Spagna, quindici anni prima. L’Inghilterra, benché indebitata, aveva quanto basta di forze “per alimentare la resistenza spagnola” che aveva come uniche risorse “i suoi guerriglieri, dei massacri parziali e delle imboscate”, dice Constant.

Resistenza dunque come siamo abituati a pensarla ancor oggi: i guerriglieri evocano l’immagine dei partigiani impegnati per una causa di libertà contro eserciti nemici più potenti. Il viaggio attraverso la parola “resistenza” comincia appunto da un significato che più che moderno è addirittura contemporaneo. Ma che non durerà a lungo.

Nel 1830, all’indomani della cosiddetta rivoluzione di luglio nel primo governo del regno di Luigi Filippo si fronteggiano il partito del “movimento”, con Laffitte e Odilon Barrot, e il partito della “resistenza”, con Guizot, Casimir Périer e Molé, che si appoggia alla classe dell’alta banca e dell’industria. Ed ecco la parola resistenza piegata nell’uso politico a significare la spregiudicata destra finanziaria dei romanzi di Balzac.

Il movimento era la sinistra. Come si sa, Guizot finirà per prevalere nel 1848. Parlando della monarchia di luglio Domenico Carutti, timorato e moderato studioso di diritto pubblico, scriveva nei suoi Principii del governo libero, Firenze, Le Monnier, 1861: “la resistenza fu l’impresa dei primi cinque anni della sua esistenza. Resistenza ai vari poteri illegali sorti durante il tumulto e la lotta: resistere allo spirito d’indisciplina che rendeva impossibile la gerarchia degli ordini amministrativi e politici; resistere a selvagge ire della plebe che avrebbe lavato le mani nel sangue; resistere al partito repubblicano …” (p. 400 s.). Su misura per una borghesia alla conquista del secolo, per la quale l’ordine sociale e la sicurezza erano un’esigenza essenziale ed insieme un mezzo per esorcizzare i fantasmi che cominciavano ad aggirarsi per l’Europa.

Questo significato, fortemente caratterizzato a destra, vive finché c’è un legittimismo infido da contestare. Con l’avvento di Napoleone III, della parola non c’è più bisogno, e quest’uso si perde: la resistenza s’è trasformata in governo.

Ma presto ne nasce un altro, di segno opposto. Leghe, o società, di resistenza si chiamavano le associazioni operaie per la lotta contro la classe padronale: la prima nasce a Torino, tra i compositori tipografici, nel maggio 1848. E ancora nell’àmbito operaio, sempre come strumento di lotta, sorgono le casse di resistenza, per il sostegno agli scioperanti e la distribuzione di sussidi alle loro famiglie. La parola riprende un colore di sinistra, tinto anche di umanitarismo.

Tuttavia il pieno recupero del senso più politico della parola arriverà in Europa da lontano: nell’India del primo Novecento nasce una novità, che apparentemente è il contrario di resistenza: la “non resistenza” gandhiana. L’apostolo (e biografo) di Gandhi nell’Europa uscita dalla Grande Guerra, Romain Rolland, tiene un dibattito con Henri Barbusse. E’ il 1922. Il tema è la “Non-acceptation”, questo nome che per la prima volta (così crede Romain Rolland) il grande romanziere pacifista fa risuonare in Francia; ma tiene a spiegare: “non ho mai inteso con questo nome significare la ‘non-resistenza’, ma il totale rifiuto di consenso e di collaborazione allo Stato criminale” (Quinze ans de combat, 1919-1934, ed. Rieder, 1935, p. XXI).

Qui è la radice della definizione della Resistenza quale ritroveremo in Camus, nel celebre incipit de L’Homme révolté: chi si ribella è “colui che dice no, ma se rifiuta non rinuncia tuttavia; è anche un uomo che dice sì, fin dal suo primo gesto”. Siamo a 180 gradi da Guizot, ed è con questo significato che la parola risorge a nuova vita.

Il suo primo uso “ufficiale” viene generalmente accreditato a Georges Bidault, nel 1938, di fronte alle dimissioni di Monaco. Ma il senso gandhiano era già nell’aria da ben più di un decennio, e il violento vento di tempesta fascista e nazista non poteva che averlo nutrito di naturali umori morali: prima della resistenza armata, già aleggiava sull’Europa lo “spirito di resistenza” pronto a reincarnarsi nei movimenti di resistenza e nelle lotte di liberazione, ed a fissarsi nel senso corrente accettato e usato.

E forse, dal lungo viaggio attorno a questa parola, è proprio qui il valore duraturo da estrarre: quel nucleo di “moralità” che dal titolo del gran libro di Claudio Pavone ha soverchiato e svigorito il tentativo di ridurre la rappresentazione della Resistenza a quella d’una deprecabile “guerra civile” in cui le ragioni delle parti sono omologate.

Senza sforzo, e quasi con naturalezza, la parola resistenza ci ha traghettati ad un’altra locuzione-chiave, che vi è inestricabilmente legata: “Guerra civile”.

Sto seguendo il filo di una curiosità storica, ho detto, senza essere né pretendere di essere storiografo; e perciò faccio dichiaratamente capo alle mie letture di “consumatore di storia” e, insieme, alle esperienze del parlato politico del mio tempo. Assegno il mio primo incontro con la “guerra civile” al libretto Per la nuova vita dell’Italia – Scritti e discorsi 1943-1944, di Benedetto Croce, Edizione Laterza, naturalmente: il colophon reca “Finito di stampare il 10 luglio 1944”. Il libretto, con la sua scolorita copertina cilestrina, è stampato sulla cartaccia dell’epoca, così scadente che ho dovuto farlo restaurare pagina per pagina.

Alla pagina 50 e seguenti si trova il discorso di Croce al primo congresso dei partiti uniti nei comitati di liberazione, tenuto a Bari il 28 gennaio 1944: poco più di tre mesi dopo l’armistizio dell’8 settembre, quando la resistenza partigiana era ancora sul nascere. Ora, in quell’occasione, in quel luogo, in quel tempo, e alle persone che rappresentavano i partiti antifascisti, Benedetto Croce ricorda il “lutto e la vergogna” della guerra voluta da Mussolini; e rievoca il travaglio passato a liberarsi dal principio che si dovesse sostenere comunque la patria, in una volontà comune di difesa e di vittoria.

“A poco a poco la luce si fece in noi: cominciammo a udire intorno a noi il giudizio che la presente guerra non era una guerra tra popoli ma una guerra civile; e più esattamente ancora, che non era una semplice guerra di interessi politici ed economici, ma una guerra di religione; e per la nostra religione, che aveva il diritto di comandarci, ci rassegnammo al pauroso distacco dalla brama di una vittoria italiana […]”.

Dire, a questo modo, “guerra civile” significava nobilitare la guerra agli occhi di chi la combatte: e questo era veramente il fine del discorso di Croce, far sentire quella guerra in corso come un evento degno di essere vissuto. Detto con la rozzezza delle formule sintetiche: un evento “positivo”. E tale in realtà lo sentivano i suoi ascoltatori di quel congresso dei partiti antifascisti, anche se l’espressione guerra civile rimaneva ristretta ad un uso culturale alto.

Tra le forze combattenti, s’era parlato di insurrezione (Secchia, Longo), per passare poi a guerra antifascista e infine (ma più tardi rispetto alla Francia) a “Resistenza”: nome che comprendeva “la molteplicità di obiettivi e di significati che si davano alla lotta da coloro che prima partecipavano con un minimo comune denominatore di fondamentale importanza: la liberazione del paese, la riunificazione, la salvezza dello stato italiano, la preservazione di alcuni risultati irrinunciabili del Risorgimento, e la ricostruzione democratica del sistema politico” [1]. Tutto questo era presente nel pensiero di Croce quando usava la locuzione “guerra civile”, che tuttavia doveva rimanere confinata alla terminologia classica, nascente dal bellum civile, senza diventare strumento diffuso di comunicazione popolare.

Questo uso non era, e non poteva rimanere, unico, ad esclusione di qualsiasi altro. Diversamente dalla tradizione americana (degli Stati Uniti), quella latina tendeva a rendere indissociabili dalla guerra civile caratteri deteriori e “negativi” (per continuare nell’approssimazione delle formule). I due usi hanno avuto sempre vita parallela e in perpetuo conflitto.

E da “guerra” nasce guerra, anche nel campo semantico: inconciliabile. E’ questo stesso contrasto di fondo a suggerire a Gabriele Ranzato quella che forse è la sintesi più lucida ed efficace: le difficoltà della riflessione sulla guerra civile sono in definitiva “riconducibili a una difficoltà di riconoscerla, alla quale concorrono, in forma complementare, da un lato, il bisogno di nobilitare i conflitti, o comunque di riassumerli in una motivazione nobilitante, dall’altro l’orrore che la guerra civile suscita e che induce a rimuoverla, negarla o ridimensionarla a fenomeno parziale di più grandi eventi”[2].

Di fatto, regolarmente avverrà che, a partire dal 1945, l’espressione “guerra civile” venga letteralmente occupata, e quindi brandita dalla pubblicistica fascista, tutta rivolta a demolire il significato nobilitante per fare emergere – a carico della parte vincente – i significati spregiativi e negativi. Come è noto, è Giorgio Pisanò che alla locuzione dà maggiore rilevanza con la sua Storia della guerra civile, in tre volumi, del 1965; seguito da altri, ed in particolare da Montanelli e Cervi, con L’Italia della guerra civile, del 1984 (Montanelli è l’abile giornalista e finto storico che riuscirà nella stupefacente impresa di farsi passare per uomo controcorrente, scrivendo per anni una rubrica con questo titolo, che trovava il consenso e che deliziava il pubblico più conformista, borghese e “secondo la corrente” che si possa immaginare).

La moneta cattiva scaccia la moneta buona, è risaputo. L’insistenza del giornalismo postfascista sul tema della guerra civile ha aperto un dibattito che investe la cultura resistenziale, e che non si placa.

“Guerra civile” significa ormai, nell’uso politico che si dilata concentricamente, “guerra fratricida”, guerra dunque che provoca un senso di repulsione e addirittura di rimozione (ha ragione Ranzato): una guerra in cui ciascuna delle due parti aveva ragioni e torti, viltà e ferocia, buona fede ed entusiasmo, eroi e mostri, cosicché l’unico possibile esito storico veniva indicato in un ecumenico bagno di oblio, che cancellasse eccessi, memorie, odio e furore, con finale seppellimento d’una “Resistenza” che in realtà era stata null’altro che il contenitore di pulsioni ideologiche nascenti dal comunismo.

Sul terreno avvelenato di questa disputa si sviluppa, con qualche ritardo, la riflessione che, dal convegno dell’Istituto Micheletti del 1985 a quello di Belluno del 1988, conduce alla svolta del gran libro di Claudio Pavone, nel 1991[3]. Contro la fissità maniacale della visione di guerra civile come evento da dimenticare, la cultura storica resistenziale accetta – in modo si direbbe quasi liberatorio – la grande acquisizione di cui Claudio Pavone ha dato la più completa formulazione: Resistenza è stata “anche” una guerra civile ma non solo, avendo in realtà contenuto anche una guerra patriottica di liberazione ed una guerra sociale.

“Tre guerre”, come dirà Norberto Bobbio. E’ grazie al libro di Pavone che cade “anche a sinistra il tabù semantico della Resistenza intesa come guerra civile”[4]. Storiograficamente, il fantasma “à la Pisanò” della Resistenza come evento irredimibile è disinnescato. Questo non significa che sia cessato l’uso repubblichino della locuzione: un uso che non può cessare per decreto degli storiografi o dei lessicografi, ma che ha solo in se stesso la propria giustificazione. Significa che, come la parola “resistenza”, anche “guerra civile” ha due sensi diversi, derivanti da usi diversi e inconciliabili.

L’uso che ne fanno coloro che l’adoperano come clava per colpire la realtà storica della Resistenza è un uso provocatorio appartenente ad una ideologia che si riassume nella sindrome paranoide della fissità maniacale. E’ un uso che è logico sia rifiutato e respinto dalla cultura civile. Esso comunque non ha la capacità di mantenere in vita un problema ormai obsoleto e artificioso. Il solo uso che ci interessa è quello di Claudio Pavone, quello di Benedetto Croce e di Norberto Bobbio. 


 

[1] Gianni Perona, Guerra partigiana e storiografia, in Guerra, resistenza e dopoguerra. Storiografia e polemiche recenti, Bologna, Istituto Storico Provinciale della Resistenza, 1991, p. 23.

[2] Un evento antico e nuovo oggetto di riflessione, in Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, a cura di Gabriele Ranzato, Torino ,Bollati e Boringhieri, 1994, p. X.

[3] Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati e Boringhieri, 1991.

[4] Gian Enrico Rusconi, Resistenza e postfascismo, Bologna, Il Mulino, 1995, p. 19. Prosegue Rusconi: “Non c’è bisogno di affidarsi alla letteratura repubblicana per capire che la ‘guerra civile’ della Resistenza non è uno stigma da dissimulare o negare, ma è il segno della serietà – anche morale – dell’impresa”.

 

 

 

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