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Alcune riflessioni a partire dall’Uomo con l’elmo d’oro*

 

Antonio Hermosa Andújar

Università di Siviglia

 

 

 

Lo scorso autunno il Museo del Prado ha accolto un’importante mostra dedicata a Rembrandt[1]. Nel percorso di visita, purtroppo, non si poteva ammirare quello che considero uno dei quadri della mia vita, un’opera che peraltro ancora in pochi continuano ad attribuire al geniale pittore olandese: l’Uomo con l’elmo d’oro[2].

Nelle passate settimane, la memoria mi ha fatto viaggiare fino al Museo Dahlem di Berlino, dove quasi trent’anni fa mi imbattei, per la prima volta dal vero, in questo dipinto. In quella circostanza, ricordo, a mano a mano che mi avvicinavo all’Uomo con l’elmo d’oro andava crescendo la mia delusione, principalmente a motivo delle dimensioni ridotte di quest’opera[3]; ma, non appena fui arrivato a due passi dal dipinto, venni assalito da una passione analoga, si potrebbe dire, a quella degli amori a prima vista, e non feci più caso alle misure del dipinto. Passai più di tre ore al cospetto di questo quadro sconvolgente e, col trascorrere dei minuti, il dolore dello spirito del personaggio ritratto si trasferì nel mio, fino a diventare insopportabile.

Chissà quale peso grava sulle palpebre di quest’uomo, quale potere strega la sua attenzione, quale dio è riuscito ad affrancare il suo sguardo dal mondo terreno, quale demonio gli ha strappato l’anima lasciandola appena in vita... È l’eternità del dolore l’argilla utilizzata per modellare il suo sguardo, lo sguardo di una persona che ha patito sofferenze indicibili e gli assalti impietosi della spada del tempo: quest’uomo sembra aver perso ogni desiderio di redimersi, il suo orgoglio appare umiliato ed estinta la sua forza di volontà.

E tuttavia, egli è un trionfatore. Come ci avvertirono Aristotele e Quinto Curcio, pochi sono coloro che hanno la capacità di restare a lungo circonfusi di gloria, se non altro perché la vita è breve; ma l’uomo ritratto dà l’impressione di esserci riuscito. Il suo vestiario ci dice che si tratta di un soldato di professione; la sua età pare ormai avanzata, segno che egli è scampato ai molti e continui pericoli dei campi di battaglia, i letti nei quali la morte ha da sempre i suoi orgasmi più crudeli.

Ciò che a quell’epoca rendeva un miliziano di mestiere un vincitore era la sua capacità di poter raccontare, in tarda età, la propria vita d’arme snodatasi tra battaglie combattute in ogni dove sul continente europeo – giurisdizione, a quel tempo, di Marte e non di Venere. Il fuoco della luce ardente sopra la lambiccata filigrana dell’elmo è una luce talmente diretta e circoscritta che nella penombra si confonde non solo il pennacchio del morione, ma anche l’altra vita del soldato che cerca ormai rifugio dal campo di battaglia; ed è qui, in questa penombra, che l’anima dell’Uomo con l’elmo d’oro comincia a raccontare la sua storia.

Lo sguardo perso che giace sotto palpebre abbattute, ci trascina verso una lontananza eterna, irrecuperabile: quella di una vita stanca, annientata dalla disillusione. La coscienza, un tempo, aveva spinto questo soldato a peregrinare in cerca di onore e gloria, ideali di cui egli si era armato per dare un senso alle proprie azioni. La coscienza lo aveva sempre stimolato e benedetto, indifferente al tributo di rovine e di cadaveri necessario all’avanzata di ogni esercito, insensibile alla scia di sangue innocente che il perseguimento della gloria e dell’onore lascia immancabilmente dietro di sé.

(È possibile che chi scruti sotto questo sguardo venga a sapere qualcosa di cui il soldato ha piena consapevolezza: nell’epoca in cui la ragione, che con i suoi trionfi scientifici indeboliva il ruolo del vecchio stregone della metafisica nella vita umana, cominciava ad esprimere messaggi di ottimismo sul futuro dell’uomo, l’ingiustizia aveva impugnato lo scettro e, per motivi religiosi, ordinato una mostruosa mattanza tra uguali; e da quella tremenda Guerra dei Trent’Anni, pochi uomini d’arme avevano avuto la ventura di uscire in piedi.)   

Ora che la coscienza sembra aver finalmente compreso l’entità dei propri passati abbagli, è già troppo tardi perché possa tentare di essere perdonata: lo sguardo perso rappresenta il riflesso di un mondo nel quale nessuno è innocente. Tutte le certezze della vita formano da sole un universo di ombre che prendono vita dando origine ad una massa viscosa e amorfa nella quale non trovano posto né la ragione né il tempo né il cuore né la speranza. E nemmeno la fede.

Ci sarà un impasto di inerzia e abitudini prima che la morte chiuda del tutto quelle palpebre, un lasso di esistenza quasi minerale durante il quale i ricordi saranno probabilmente l’unica energia che animerà l’uomo ritratto. Negli ultimi anni della sua esistenza, quando la memoria fatalmente mescolerà le carte di un’intera vita, gli sovverranno forse le immagini dei suoi ideali predecessori. Magari, si troverà al cospetto di Marco Aurelio, il quale, anche a cavallo e munito dei galloni imperiali, scorgeva già la grandezza perduta di Roma mentre vedeva l’impero a lui coevo e, in lontananza, un mondo oltre il mondo dominato. Oppure, gli verrà incontro Gattamelata, molto probabilmente nella forma della sua statua equestre con la quale Donatello ha disarmato in anticipo la futilità delle gesta del Colleoni di Verrocchio: il condottiero a cavallo, attraversando senza fretta la piazza, potrà rivelare al miliziano secentesco di essersi liberato della seduzione dell’onore, in quanto ha da lungo tempo appreso l’oscuro male delle cose per le quali uccidere o per le quali morire, in quanto ha ormai consapevolezza che le cose per le quali vale la pena di lottare si ottengono sempre e solo mediante la violenza.

Non solo. Non è escluso che al soldato reduce dalle guerre di religione si pari davanti l’immagine del ricco commerciante la cui anima ritrasse forse due anni dopo un altro – o il medesimo dell’Uomo con l’elmo d’oro? – pittore della cerchia di Rembrandt[4]. Questo suo possibile vicino mostra un analogo sguardo di lontananza stanca; il commerciante tradisce l’espressione di chi ha appena esplorato la sua vita intima al di là di quella guadagnata nel mondo implacabile degli affari, una vita nella quale il timone era stato fino a poco prima una coscienza capace solo di ordinare al corpo di arricchirsi a tutti i costi; ma oggi, all’atto di fare un bilancio della sua lunga esistenza, il commerciante si è reso conto del suo successo in tutti gli affari salvo che nella sua vita. Non c’è dolore: la dimensione dello spirito ha sciolto le gomene rispetto al corpo in cui si annidava.

Pur osservando a lungo e con attenzione i corpi vuoti del soldato e del commerciante, lo spettatore incontra difficoltà a condurre in porto lo scandaglio delle loro anime. Certo è che quando qualcuno è sufficientemente ricco per credere di poter prescindere da Dio o per considerarsi il Suo preferito, anche in quel caso né la ricchezza né la fede riescono a riscattare il proprio abbattimento e a fargli accendere una candela di speranza alla fine del tunnel del proprio animo; nella stessa condizione, peraltro, si trova colui che ha collezionato nella propria vita gesta su gesta, acquistando prestigio e rinomanza. Chi ha dalla sua parte onori e soprattutto ricchezze è abituato a desiderare, per così dire, a cottimo: ma in agguato, specie alle soglie dell’età anziana, sta sempre la possibilità di una crisi spirituale insondabile nella quale la coscienza personale parla con voce nuova.  

Qualcosa suggerisce al soldato e al commerciante che, durante le loro rispettive vite, hanno corso rischi invano e ammassato ricchezza e prestigio per niente. Queste esistenze di sacrificio li hanno convertiti in momentanei prìncipi senza regno e hanno fatto germinare nelle loro viscere gli abbozzi degli uomini nuovi che sarebbero entrambi divenuti in futuro. L’età matura li ha portati ad avvertire nel profondo, con sempre maggiore nitidezza, che non sono migliori di quelli che hanno impoverito o sconfitto; giunti alle soglie della vecchiaia, il soldato e il commerciante cominciano ad accorgersi che nemmeno il sacrificio delle proprie persone, e con esse degli ideali che le hanno innalzate, sono servite a qualcosa di più che a offrire due nuove vittime su un altare senza dio.   

E si può dare un finale ironico e paradossale a questa storia: magari il soldato, essendosi trovato a tu per tu con l’inanità dei propri ideali passati, decide di riunire tutte le ricchezze che gli anni di servizio gli hanno procurato e tenta di recuperare un’esistenza privata soddisfacente che compensi, almeno in parte, la perdita di anni e anni di quella vita pubblica e familiare alla quale egli ha rinunciato per la gloria militare. Soltanto che la scoperta è troppo tardiva perché avvenga un cambiamento radicale della sua esistenza. E per questo lo vediamo due anni dopo, già senza elmo, con il suo nuovo ricco vestiario e però abbattuto sulla sedia, con lo sguardo perso in una lontananza indefinibile che è quella della sua vita, per sempre rotta e sconfitta.  

 

 


 

* La versione originale dell’articolo era uscita, il 26 dicembre 2008, in “La lámpara de Diógenes”, la rubrica personale che Antonio Hermosa Andújar tiene all’interno della categoria “Opinión” della rivista «elmercuriodigital.es» (< http://elmercuriodigital.es/content/view/15529/91 >); il medesimo testo era stato poi riproposto, il 15 gennaio 2009, nella sezione “Tribuna Res Publica” della «Biblioteca “Saavedra Fajardo” de Pensamiento Político Hispánico» (< http://saavedrafajardo.um.es/WEB/archivos/tribuna/DOC0234-AH.pdf >). In entrambi i casi, il contributo recava il titolo di “El caballero del yelmo” ed era scritto in lingua castigliana.

Il testo che proponiamo qui, tuttavia, non costituisce la mera traduzione dell’intervento pubblicato nelle due sedi telematiche, bensì la traduzione di una versione dell’articolo adattata per i lettori di «Bibliomanie» dallo stesso Hermosa e da Piero Venturelli, il quale è anche autore della traduzione dal castigliano e dell’apparato di note.

[1] La mostra a cui si fa riferimento è Rembrandt. Pintor de historias, allestita al Museo del Prado di Madrid dal 15 ottobre 2008 al 6 gennaio 2009.

[2] L’olio su tela conosciuto col titolo di Uomo con l’elmo d’oro (o anche di Ritratto d’uomo con elmo d’oro) fu dipinto con ogni probabilità intorno al 1650 (ma qualche critico non esclude che la datazione possa ritardarsi fin verso il 1655). A lungo considerato uno dei sommi capolavori rembrandtiani, la paternità dell’opera è stata tuttavia assai dibattuta nel corso del Novecento; negli ultimi anni, però, le dispute sono andate affievolendosi, specie dopo che, nell’ambito del Rembrandt Research Project (RRP), lo si è nel 1986 attribuito a un non identificato allievo del maestro (si parla genericamente di tale artista come di un «pittore appartenente alla cerchia di Rembrandt»).

Il RRP è stato fondato nel 1968 ad Amsterdam con l’obiettivo di fare chiarezza sulle vere autografie rembrandtiane. Composto di un gruppo internazionale di studiosi e di restauratori specialisti dell’arte olandese del XVII secolo, da molti anni il RRP sta approntando A Corpus of Rembrandt Paintings, di cui hanno visto la luce finora 4 volumi: i primi tre (I, 1625-1631, 1982; II, 1631-1634, 1986; III, 1635-1642, 1989) sono a cura di Josua Bruyn et al. (The Hague - Boston, Nijhoff, 1982-1989); il quarto (The Self-Portraits 1625-1669) è a cura di Ernst van de Wetering et al. (Dordrecht, Springer, 2005).

Per un sintetico e qualificato bilancio dell’attività del RPP, per l’uscita di scena (nel 1993) del “vecchio” RPP e per le ultime prospettive di ricerca, cfr. E. van de Wetering, P. Broekhoff, “Connoisseurship and Rembrandt’s Paintings: New Directions in the Rembrandt Research Project”, «The Burlington Magazine», vol. CXXXVIII (1996), pp. 174-180; E. van de Wetering, “The Rembrandt Research Project: Past, Present, Future”, pref. al vol. IV di A Corpus of Rembrandt Paintings, cit., pp. IX-XXII; Id., “Connoisseurship and Rembrandt’s Paintings: New Directions in the Rembrandt Research Project, part II”, «The Burlington Magazine», vol. CL (2008), pp. 83-90. L’indirizzo del sito web del RRP è il seguente: < http://www.rembrandtresearchproject.org >.

Il “declassamento” dell’Uomo con l’elmo d’oro viene ormai accettato da quasi tutti i critici, come ha appena autorevolmente confermato la figura di punta del “nuovo” RPP, lo studioso Ernst van de Wetering, nel suo articolo “Connoisseurship and Rembrandt’s Paintings: New Directions in the Rembrandt Research Project, part II”, cit., p. 84; anche in ambito italiano, trattasi di una posizione pressoché universalmente condivisa, come si può riscontrare – ad esempio – in S. Zuffi, Rembrandt. Il più importante eretico della pittura, Milano, Leonardo Arte, 1998, p. 124.

Si pensa, in particolare, che questo suggestivo ritratto sia stato eseguito da un valente discepolo di Rembrandt su soggetto creato dal maestro: «Era del resto consuetudine di Rembrandt far copiare agli allievi le proprie opere per poi venderle con o senza ritocchi o cambiamenti» (J. Bolten, H. Bolten Rempt, Rembrandt, tr. it. di T. Pagnini Passtoors e M.H. Passaglia Sanchez, Milano, Mondadori, 1976, p. 130 [a quanto ci risulta, questa italiana è l’edizione originale dell’opera, cioè la prima edizione a stampa in assoluto]; su tale tematica, si possono vedere le puntualizzazioni di Hubert von Sonnenburg contenute in AA.VV., Rembrandt / Not Rembrandt in The Metropolitan Museum of Art: Aspects of Connoisseurship, 2 voll., New York, The Metropolitan Museum of Art, 1995, vol. I [H. von Sonnenburg, Paintings: Problems and Issues], p. 74).

Dell’Uomo con l’elmo d’oro, che è conservato dal 1887 al Museo Dahlem di Berlino (Gemäldegalerie, Staatliche Museen Preussischer Kulturbesitz), è presente in Internet una riproduzione alla pagina < http://www.rembrandtpainting.net/rmbrndt_1636-1654/gold_hat.htm >.

[3] Il quadro misura 67,5 x 50,7 cm, ed è un olio su tela.

[4] Il richiamo è al Vecchio in poltrona conservato dal 1957 alla National Gallery di Londra. Olio su tela, il dipinto misura 111 x 88 cm, e reca firma e data («Rembrandt f. 1652»). Sul web, se ne può trovare una riproduzione all’indirizzo < http://www.artelista.com/764-rembrandt-7963-viejo-en-sillon.html >.

A dispetto della firma, anche quest’opera è stata espunta dal catalogo rembrandtiano dopo gli studi del RRP. Già in precedenza, comunque, erano stati molti i dubbi sulla paternità del quadro: cfr., ad esempio, A. Bredius, Rembrandt, the Complete Edition of the Paintings, riveduto da H. Gerson, London, Phaidon, 19714 (1a ed., 1942), p. 128 (tali argomentazioni di Abraham Bredius sono esplicitamente richiamate e condivise in J. Bolten, H. Bolten Rempt, Rembrandt, cit., p. 130).

Il Vecchio in poltrona della National Gallery è stato più volte considerato un tipico esempio di opera “non finita” attribuibile ad artista seguace di Rembrandt: su quest’aspetto, si possono vedere le considerazioni di Hubert von Sonnenburg, in AA.VV., Rembrandt / Not Rembrandt in The Metropolitan Museum of Art: Aspects of Connoisseurship, cit., vol. I, pp. 34-35.

 

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