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Dal realismo siciliano  alla “sicilitudine”

 

 

SERENA TODARO

 

 

 

Il realismo siciliano ha origini lontane nel tempo. Da sempre gli scrittori siciliani hanno sentito e vissuto drammaticamente il fatto di essere siciliani, rimanendo legati alla Sicilia indissolubilmente o allontanandosene. La cultura  siciliana del ’700 è stata collegata continuamente e intensamente a quella francese da Tommaso Campailla, a Francesco Paolo Di Blasi, dal marchese di Villabianca  a  Tomasi di Lampedusa, a Lucio Piccolo, ed ha trovato l’apice, il momento più alto di questo legame nel verismo, nel suo rapporto col naturalismo francese.

La Sicilia del ’700 rimase fuori dalle grandi idee della Rivoluzione francese, rimane chiusa, “sequestrata” come disse il Gentile, tagliata fuori dalle rivoluzioni religiose, civili e culturali; e i Borboni, rifugiati in Sicilia, guardavano sgomenti l’avanzata del generale Massena (rivoluzionario) ma il generale non passò lo stretto; grande fu il sollievo dei Borboni ma ancor più grande il rimpianto dei siciliani. I siciliani cominciarono ad avvertire il disagio, l’angustia, l’indegnità di vivere dentro una condizione storica  e sociale fossilizzata nell’ingiustizia, nel privilegio di pochi, nel sopruso, nella superstizione, nella paura, nell’omertà, che fanno di molti siciliani quasi dei moderni Don Abbondio.

Tanti sfuggono dalla Sicilia senza nostalgie e rimpianti come il Gambini che si trasferisce a Ginevra, il Calmieri che dapprima vive spensieratamente la sua sorte di esule ma in un secondo momento sente dolorosamente la mancanza della sua terra. Con lui tutta una serie di esuli fino a Quasimodo che non tornerà mai più nella sua Sicilia anche se la descriverà come terra mitica in cui “ride la gazza sugli aranci”; ogni siciliano sarà esule, nella condizione di colui che non può tornare; in alcuni dolente memoria, mito, nostalgia, in altri voglia di dimenticare, rancore, sofferenza.

Tutti comunque hanno sentito la diversità di essere siciliani, di far parte di una condizione umana irreversibile e non si sono sottratti alla “condanna” di rappresentare quella realtà, quel modo di essere, quella condizione.

Condizione sempre attuale, che Mario Tornello ha saputo universalizzare, esprimendo il suo sentire, il sentire di tutti i siciliani di ieri e di oggi, con un calore umano e una pensosa sensibilità che fanno della sua poesia, una poesia alta che in siciliano parla la lingua di tutti, quella del cuore. Per questo, come ha rilevato Santi Correnti, “La poesia di Mario Tornello è di quelle che si leggono non con gli occhi, ma con il cuore: perché col cuore del figlio devoto e dell’artista innamorato è stata scritta”.  In Littra a dda Sicilia buttana, questo sentire è quanto mai vivo:

 

Ora c’haiu l’occhi sicchi

pi quantu l’armi haiu chianciutu

e pi quantu fieli haiu masticatu, parranno ‘i tia,

ti scrivu ‘sta littra

cu ddi picca paroli che m’arristaru.

“Tierra mia, unni ‘u suli è patroni

 e gioca ch’i vecchi e i picciriddi;

unni ‘u pumaroru è focu addumatu

e i ciuri cantanu supra i mura,

ti lassavu chiancennu ddu jornu ‘nfami

e tu sai picchi.

Tu, matri mia,

nunn’avievi chiù pani pi nuavutri sfortunati

e iu, comu cani vastuniatu,

vinni ccà nnà ‘sta tierra fridda

ca mi rapìu ‘i so razza.

Ti pensu sempri, Sicilia buttana

e ti vasu ‘a notti,

quannu cu l’occhi sbarrachiati

ti viu ‘nto tettu.

Iffigghi criscinu e sientinu parrar’i tia,

ti vonnu canùsciri pi cusirità,

ma su figgi ‘i cità e tu l’ha capri;

nun ponnu trimari comu mia

‘o ricordu ru ciavuru ru girsuminu

O ru pani cavuru c’a giuggiulena.

Iu, sugnu ‘u figghiu pirdutu

‘nna ‘sta città chin’è fumu

E ‘nmienzu a ‘sti Kartofen” bienni.

Ma i  me ossa nun ci lassu ccà;

c’è cu m’aspetta ‘o campusantu

e dda ann’arriturnari.

 

Mario Tornello ha saputo racchiudere tutto un mondo in un’immagine, descrivendo la Sicilia come “un  paisi chin’i suli chi chianci, riri, si scuòtula, comu cani vagnatu, i so rulura. Si nni sta sulitariu comu gran signori e ri drancàpu si nni pria ri so culura. “Secula et seculorum” hanno passatu supra r’iddu, ma iddu è sempri ddà, tisu com’un picciuttieddu, rientri tanti figgi so, straminati munnu munnu pi circari u paradisu, gira, vota e firrìa, vivi o muorti, hannu riturnatu ddà, ‘nte so  vrazza”.

Dall’opera storica di Michele Amari “Storia dei Musulmani in Sicilia” fino  a Capuana, a Verga, a Pirandello si delineano le figure tipiche degli abitanti della Sicilia, con i loro problemi, i loro  caratteri, le loro vicissitudini. C’è l’attenzione degli scrittori per la dinamica socio-economica, per una società che si trasforma. Primo fra tutti Giovanni Verga, che rileva insieme alle componenti socio-economiche, i grandi problemi morali del tempo, e che in “Vita dei Campi” inizia la cosiddetta conversione al verismo; e come disse il Capuana, teorico del verismo, “il verismo trova un nuovo filone nella maniera quasi intatta del romanzo italiano”. Da sottolineare il legame con il naturalismo francese, che porta lo scrittore alla formulazione del principio dell’impersonalità, l’unico che gli sembrava adeguarsi alla obiettiva realtà storico-sociale che andava scoprendo: “Quando nel romanzo l’affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa, che il processo della creazione rimarrà un mistero (…) allora avrà l’impronta dell’avvenimento reale, l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé, aver maturato ed esser sorta spontanea come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore, alcuna macchia del peccato d’origine”.

In “Vita dei campi”, il principio dell’impersonalità trova la sua pria espressione compiuta attraverso la rappresentazione obiettiva dei meccanismi che regolano la vita, delle lotte feroci che essa impone, dell’irriducibile destino di sconfitta che darwinianamente grava sui più deboli. Bisognerà arrivare a “I Malavoglia” perché l’autore prenda possesso del suo più autentico mondo poetico, e il suo linguaggio acquisti un ritmo pieno, un’organicità senza crepe: la scelta degli umili come protagonisti, la ricerca di un linguaggio autonomo, presupposto di obiettività, il recupero della Sicilia come paesaggio ideale, elementi che trovano il loro centro unificatore nella sconfitta dell’uomo, nel mondo di vinti sempre presente nella sua opera; poveri e ricchi, umili e potenti sono tutti vinti, incapaci di sfuggire al destino e condannati alla solitudine ed a un’eroica rassegnazione.

La sua concezione può essere riassunta nella “morale dell’ostrica” di cui Verga tesse l’elogio: guai a staccarsene, ché, allorquando uno “per brama di meglio” volle tentare una sortita dal suo ambiente “il mondo, da pesce vorace ch’egli è, se lo ingoiò, e i suoi più prossimi di lui”. Anche la lingua del Verga è perfettamente coerente con la visione globale di un mondo nel quale, questa volta, i singoli troveranno il loro inserimento vitale, pur senza annullarsi nella loro individualità; ridotta all’essenziale fa balzare innanzi l’immagine, che rimane immobile, le conferisce statuarietà. Pastori, pescatori, contadini, ora umili ora mitici, come dei personaggi greci, seppur semplici e angustiati dal viver quotidiano, legati al focolare, alla casa, altare e calvario, al culto dei morti, alla religione della “roba”. I personaggi verghiani sono poveri di parole ma i loro pensieri sono straordinari, in una loro frase si racchiude la vastità sinfonica di un canto leopardiano; le cose parlano da sé con grande spontaneità e intensità di dolore, con quella drammatica essenzialità che Verga raggiunge ne “I Malavoglia”, opera terminante con una apparizione ciclica, corale, quasi a riassumere la ciclicità della vita.

Un altro grande figlio della Sicilia è Luigi Pirandello, originale per aver creato, assumendo elementi della realtà siciliana, lo “stato d’animo” del mondo contemporaneo, cioè di avergli dato nome, il suo. Oggi si dice “pirandelliana” qualsiasi situazione umana  sospesa, fluttuante, contraddittoria, dilacerata tra realtà e apparenza, grottesca, paradossale, impenetrabile se non alla pietà. La rispondenza dell’opera di Pirandello alle inquietudini del nostro tempo, ha portato alcuni critici a parlare dell’autore come filosofo, infatti la presenza ossessiva dell’umano, “è come un vasto terreno su cui scorrono – afferma Macchia – continui canali di irrigazione”, questi canali sono gli apporti che giunsero a Pirandello dalle letture filosofiche, da Schopenhauer a Bergson o a Binet.

Ma in realtà è più facile capire lo scrittore attraverso la realtà siciliana, attraverso il rapporto con la sua terra. Per Pirandello la condizione dell’uomo è tutta riassumibile nell’assurdità che sta alla radice del nascere: il venire alla luce significa venir meno al caos, perdere l’infinita varietà delle possibili forme per fissarsi soltanto in una, che, se ne garantisce l’identità, parallelamente chiude, cristallizza, nasconde. Citando una frase di Bergson  possiamo dire che “la via che percorriamo nel tempo è cosparsa dei frammenti di tutto ciò che incominciavamo ad essere, di tutto ciò che potremmo divenire”.

Nascere significa morire, morire perché implica la perdita del poter essere, delle infinite possibilità dell’esistere, per cristallizzarsi nelle forme, chiudersi dietro una maschera; e mentre Schopenhauer ha parlato della vita come di un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, passando attraverso fuggevolissimi attimi di felicità, per Pirandello potremmo dire che la vita è un pendolo che oscilla tra la pazzia e la morte, o ancora meglio tra la vita, intesa come nascita, e la morte. Per Pirandello la verità unica, assoluta non esiste, e anche se ci fosse, l’uomo on potrebbe coglierla, perché la ragione è troppo limitata per reggere a tale incarico; se anche potesse, non saprebbe comunicarla. La verità è una, nessuna, centomila, ognuno ha la sua, che non combacia con l’altrui, relativismo che egli esemplifica nel motivo della “verità in frantumi”, nella sfaccettatura dell’unicum in schegge non più ricomponibili.

Privo di un qualsiasi nucleo unificante l’uomo scopre di avere le ali tarpate, intuisce l’esistenza di un’altra dimensione, tanto gratificante quanto irraggiungibile, del vivere, e si configura, come un’erma bifronte che ride per una faccia del pianto della faccia opposta. L’esistenza di tante verità da luogo a una duplice pietà: quella dell’artista e quella dei personaggi tra loro, cosa che testimonia la solitudine dell’uomo, l’impossibilità di approdare ad una verità oggettiva, l’incomunicabilità, l’irrazionalismo, questo “sentimento del contrario” per cui estrarre la logica dal caso equivale a “voler cavare il sangue dalle pietre”. Situazioni queste che l’autore analizza con sorprendente lucidità, che trafigge col gioco sofistico e con la “saettella” dell’ironia. Forse l’unica via per uscire dal solipsismo è riconoscere con un atto d’amore l’esistenza e il dolore altrui, oppure chiudere la corda civile e aprire quella pazza, portare agli estremi il “senso del contrario”, liberarsi dalle forme, dalle maschere apparendo ai “ciechi” pazzo. Il tema della pazzia va collegato alla “pena del vivere così”, di cui Pirandello fa coscienti i suoi personaggi.

L’uomo del Manzoni se soffre, spera nella “provvida sventura”, in una ricompensa ultraterrena; l’uomo del Verga se soffre si redime in una rassegnazione cupa ma eroica ad una legge di dolore; l’uomo di Pirandello si sente vittima impotente di una sorte maligna, di un accanirsi del caso, di un costume sociale, di  mille cose sorde e ingiuste che non riesce a spezzare. E allora si ribella o anarchicamente contro la vista stessa, o cerca di evadere in qualsiasi modo, anche con la pazzia, che annulla la coscienza tormentata dell’essere che rappresenta una valvola di sfogo, di sicurezza, permettendo di superare il disgusto del vivere.

Lo stesso tema viene descritto da Elio Vittorini in “Conversazione in Sicilia”, in cui la ricognizione del paesaggio umano tra i più squallidi e dolenti equivale alla ricognizione del “genere umano perduto”. La realtà descritta – i viaggiatori di terza classe, i paesi dell’interno della Sicilia – sono emblemi, paradigmi dell’umanità offesa dal dolore del mondo. Nell’opera coesistono realismo e simbolismo rappresentazione di un atteggiamento e di un sentire tipicamente siciliani e allusività ad una condizione di sofferenza, ad una condizione umana particolarmente amara e umiliata di un mondo offeso.

Anche nelle pagine di Vincenzo Consolo traspare una realtà sociale grondante di lacrime, dove la lotta di classe va avanti anche a costo di grandi sacrifici e di vite umane. La realtà siciliana emerge anche dalle pagine di Leonardo Sciascia, sia che parli della Palermo del ‘700 o di mafia. C’è una tensione morale e storica che determina il fascino inconfondibile delle sue più felici pagine, si pensi a Il giorno della civetta e a Il mare colore del vino. La formazione di Sciascia risulta legata ad una terra destinata ad essere assunta all’interno della produzione letteraria ora come paesaggio emblematico, ora nella sua dimensione sociologica e umana. La Sicilia diventa l’osservatorio dal quale egli getta lo sguardo sui vari drammi e misteri della vita nazionale, per poi caricare la sua ricerca e meditazione di crescente impegno morale. La Sicilia terra d’elezione oltre che d’origine compare ora per sottile allusione ora per tema dominante.

 Ancora, nel capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è la Sicilia il tema dominante, ma in questo caso, quasi in contrapposizione al Verga, non è la classe degli umili ad essere la protagonista, bensì la nobiltà in disfacimento, i peccati, le invidie di casta, le manie borghesi, le feroci persecuzioni, il piacere del ricordo, le magnifiche ambiguità e il siciliano “dire e non dire”; tuttavia nobili e umili sono sempre vinti, gli uni e gli altri vinti dalla vita e dagli eventi storici, e sembra che le cose, le situazioni cambino per poi restare uguali.

Figura emblematica, si sa, è quella del Principe, il quale resta fuori dalla cronaca, giudica ma non partecipa, come un solitario gigante che, in cima al suo castello, vede l’andare affannoso delle carovane degli zingari. Il Principe vive da spettatore, vive divertito, ironico, mareggiato, attonito, scettico per le faccende umane. E quando è costretto ad occuparsi delle cose del mondo, lo fa con disprezzo e con la tristezza nel cuore ma senza avvilirsi mai. Il suo mondo possiede le verità raccolte dalla siderea e infuocata natura e dalla morte, dolcissima e trasparente creatura da sempre temuta. La natura e la morte occupano l’animo del Principe. La natura, infatti, lo accompagna nelle infinità della bellezza siderea e nel silenzio dell’apocalittico sole della Sicilia. Abituato a ironizzare, superbo, non sorride più; prega raccolto e commosso dinanzi alle stelle “felicemente incomprensibili, incapaci di produrre angoscia”. La morte, d’altro canto, “la giovane signora”, è inseguita dal Principe con il desiderio dell’innamorato; è una creatura che entra con un male affettuoso nel sangue e alla fine si presenta incantevole in una stanza d’albergo di Palermo. Quando la signora giunge  un sogno si avvera, è un sogno fastoso che non ha paura perché limpidamente definito nell’immagine dei granelli che “si affollano e sfilano ad uno ad uno senza fretta e senza soste dinanzi allo stretto orifizio di un orologio a sabbia”.

La morte è dentro la vita, e forse, per il principe, è più della vita. Rappresenta, finalmente, la completa liberazione nel “silenzio assoluto”, l’affacciarsi su una finestra aperta nei secoli per ammirare l’infinita magia di luce e amore senza rimpianti. Come un “naufrago alla deriva su una zattera, in preda a correnti indomabili”, amaramente tentato di “raggranellare fuori dall’immenso mucchio di cenere delle passività le pagliuzze d’oro dei momenti felici”. In ultima analisi la Sicilia di Tomasi di Lampedusa è una “sicilianità metafisica” che coincide con la sublime indifferenza, con il decadente distacco, con la consapevolezza di appartenere “a una generazione disgraziata, a cavallo tra i vecchi tempi e i nuovi e che si trova a disagio in tutti e due”, con l’ostinazione perseguita per tutta la vita nell’evocare ombre generose e avventurose di cavalieri e di poeti, di duchesse e di marchesi, nella tristezza consapevole che si tratta solo di illusione.

Anche nelle pagine di Gesualdo Bufalino, che hanno per palcoscenico la Sicilia, ritroviamo personaggi che lottano per la sopravvivenza, personaggi che in ultima analisi sono dei “vinti” alla maniera verghiana, “in cerca d’autore” alla maniera pirandelliana. In “Diceria dell’untore”, opera di memoria e di poesia, l’autore non solo esiste perché ricorda, ma scrive perché ricorda. Di Bufalino si potrebbe dire che vive perché scrive, cosa che sosteneva lo stesso Pirandello quando diceva: “la vita o so vive o si scrive”.  In “Museo d’ombre” la parola è una sorta di “trespolo degli spiriti”, uno scongiuro che riannoda i fili sciolti, che richiama dal pozzo della memoria i fuochi fatui, una realtà che esiste ancora proprio perché viene ricordata, riesumata, perché viene portata alla luce dal montaliano secchio ricolmo. Il palcoscenico della memoria qui è il paese natio, Comiso, che per lo scrittore sintetizza ogni concepibile luogo di intimità collettiva. Col paese natio, dopo una giovanile crisi di rigetto naturale comune a tanti siciliani, l’autore si riappacifica negli anni della sua piena maturità, vi scopre un verghiano microcosmo ricco di insospettata vitalità, ricco di luoghi e personaggi “in cerca d’autore”, anche se trapassati nella memoria.

Tutto un paese allora si muove e ondeggia nei suoi libri, un paese di cinquant’anni fa come appariva ad un fanciullo, rivisitato dopo mezzo secolo con la saggezza dell’età, osservato e rivissuto con straordinaria partecipazione sentimentale, descritto con quella prosa-poesia che ha rivelato Bufalino con pennellate morbide e calde come i grandi stilisti sanno fare.

Tutta l’opera di Bufalino rimane significativa nella letteratura italiana del secondo Novecento, a testimonianza del mai sopito fervore meridionale e isolano, che ha operato al di fuori di sterili battaglie di supremazia, di koinè letterarie e di onanistici furori, espressione di una sicilitudine che marchia i suoi figli come una nota d’autore.

Una terra ricca di luci e di ombre quella che si delinea attraverso le parole, il punto di vista di autori che hanno vissuto la condizione di essere siciliani in maniera ognuno diversa dall’altro, unica ed irripetibile per questo ma nel contempo comune a tanti. Emblematica ‘sicilitudine’ di tanti che alla loro terra sono rimasti per sempre legati e non hanno potuto fare a meno di ritornarvi, quasi involontari Ulisse richiamati da Itaca.

 

 

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