LE VIE DEL TABACCO SONO INFINITE
ALESSANDRO RAVEGGI
«O io o il sigaro!»
«Cara, spero che rimarremo buoni amici».
(La moglie di Groucho Marx, la risposta del marito)
Tutto merito di un tabacco Geudertheimer, scuro, essiccato ad aria, se adesso sta lì ad esporre i suoi teoremi sulle ONG di natura aconfessionale, su quanto siano benedette, in senso «aconfessionale», su quanto certe persone comunissime e sempliciotte a prima vista, vicini di casa che infestano la tua domenica mattina post-sbornia tosando con comodo il giardino e fischiettando malamente qualche vecchio refrain, si stiano facendo veramente un mazzo così all’altro capo del mondo, in luoghi ameni dove ti mancano parole atte a dipingere il paesaggio, dove il tuo lessico fa cilecca, patendo eritemi solari devastanti o asportazioni di arti incancreniti, schegge di bombe dritte nelle pupille, ritorsioni di clan tribali, per un compenso pari a quello di un commesso full-time di un qualsiasi drive through, il quale rischia tutt’al più di abbrustolirsi lo smalto delle unghie con l’olio delle alette di pollo, o di ricevere un manrovescio da un ottuagenario spazientito per una coda antistante di diciottenni che indossano mini-kilt scozzesi, o di ottenere male che vada a mo’ d’indennizzo, dopo anni ed anni d’impiego, un tumore non troppo maligno assieme a svariati cappelletti rossi con i due archi dorati cuciti sopra la visiera, da menzionare in testamento per i nipotini più piccoli.
Lo dice, con convinzione, davanti a Jesus Quintero, frivolo come un garofano, ma arguto come un investigatore, lisciviato presentatore che sorseggia un bicchiere dal fondo largo riempito di Cointreau. Lo dice nel programma di Jesus, “Ratones Coloraos”, anche se quasi tutti i personaggi mondani e spesso dozzinali che Jesus adora intervistare ogni settimana acquistano una certa patina di pusillanimità amicale (il filtro patinato delle riprese, dove tutto tende al giallo e al magenta) da non sembrare solo dei “Ratti Colorati”. Compreso Matamoros. Matamoros esprime percentuali sul rischio reale nelle ONG, che si inventa lì per lì. Sui decessi. Rollandosi una sigaretta con tabacco Kentucky, essiccato a fuoco diretto. Producendo quello sguardo a metà tra il filantropo ed il drogato che intriga gli spettatori di tutte le età. Sembra stia scozzando le carte per una partita, le telecamere si accalcano sui lesti movimenti pollice-indice, la cartina di riso è un batter d’ali quasi impercettibile di colibrì, con lo stesso suono. Jesus è incantato dal rito. «Le mie mani per il freddo di Granada, rotte come grattugie…» Fa il patetico. Le sue mani che adesso, per un costoso trattamento settimanale di manicure, sono di seta, come quelle di un pianista della Scala di Milano. Matamoros aziona la sua lingua, il rapido ago meccanico di una macchina da cucire, solo dopo aver detto «Cazzo di Mondo a cui sono saltate le cervella, mostro di Frankenstein senza padrone. Ci sarà ancora qualcuno o qualcosa a cui dare la colpa? I nostri figli avranno ancora bisogno di Responsabili o Dottori Scellerati?». E si riferisce indubbiamente al Mondo in Sé, sommatoria di joint-ventures retrive, sfruttamento minorile cinese, sushi bar economici e sette cristiane che si controbattono a colpi di dvd con titoli del tipo “Il Bricolage della Salvazione”, “Come comportarsi quando sarete Lì”, “Scova il Giuda che è in te”. Per sé quel “cazzo di Mondo” andava piuttosto a suo agio, almeno fino ad un certo momento. Visto che Matamoros confessa di non poterne più. E lo manifesta pure, dalla smorfia corrugata che fa con la bocca, dopo aver dato la prima aspirata alla sigaretta testé preparata. Pare che l’In Sé ed il per Sé del Mondo si stiano pericolosamente approssimando. D’accordo per la sua faccia convincente, ma ha dei tratti scuri in volto, le mani tremano un po’.
Lo sta raccontando a Jesus Quintero: tutto merito di un tabacco Geudertheimer, scuro, essiccato ad aria, che stava imbastendo un lunedì granitico, terra e cielo indistinti come lame di una forbice, in cui gli studenti prendevano d’assalto le sue ciambelle in Plaza Trinidad, in una Granada infestata dal gelido vento della Sierra Nevada. Gli studenti, immancabilmente senza guanti, si graffiavano le nocche della mani col suo zucchero e sanguinanti riprendevano a sfogliare svogliati Unamuno. All’improvviso, lo racconta a Jesus, salta fuori davanti al banco una signora di un certo portamento, che fa predominare il rosso negli abbigliamenti, labbra turgide, probabile indole da mamma-raccatta-cuccioli-sul-ciglio-della-strada. Loden grigio. Un giornale progressista sotto braccio. Di cui criticherà certo l’inserto femminile.
«La vuole smettere?»
Lui la guarda allibito.
«Sì o no?»
Lei fissa in realtà la sua lingua sulla cartina, ghiacciata, violacea.
Lui intende e pronuncia, dopo una leccatona provocatoria sulla cartina, uno stentoreo «No.»
«Veda, la stavo fissando da quella panchina là. Mette la lingua vicino a quei riccioli di tabacco… mm, come un bohemien appunta i suoi versi osceni sull’inguine di una donna…»
Lui continua a guardarla.
«E sono riusciti come versi?» dice poi, protendendosi in avanti.
«Riuscitissimi».
Matamoros ci risparmia ma allo stesso tempo allude alle capacità di questa docente di letteratura russa, specializzata nel «grottesco in Gogol’», grottesco, commenta Matamoros, almeno quanto quel motto in russo «…E uno per tutti, come prima avete fatto baldoria e pazzie, affronterete il lavoro ed il sudore, trascinando le cinghie al suono di un’unica canzone, senza fine come la Russia…» tratto da ‘Anime morte’, che lei ripeteva a cantilena, mentre lo facevano.
«Avrei continuato a sedurre gli ambienti universitari preparando churros e caramellando mele, o mi sarei dato una mossa, Jesulito?» domanda retorico, mostrando una parte di denti. Dà una bella aspirata ed esterna in un tono epico e confidenziale ad un tempo che si sarebbe mosso verso una personalissima Via del Tabacco: Burley, Maryland, Havanna, Paraguay, Virginia Bright. Lola, Carmencita, Pamela, Consuelo, Monserrat.
La prima, copywriter part-time di una marca sportiva specializzata in stivaletti da motociclismo, per «spianarmi la Via. Lola era un gran pezzo di donna, di una parlantina notevole, indugiava su tutto, pur che non si parlasse dell’aerodinamicità degli stivaletti da motociclismo, su cui si doveva scervellare già abbastanza… Una leccata nei pressi di un tabacco Burley, ed è caduta ai miei piedi». Successivamente: «Oh, Carmencita, pelle olivastra, corpo poliedrico da contorsionista…» giornalista sportiva alle prime armi, che riscattò personalmente da certe triviali questioni occorse nei box del circuito di Jerez: qualcuno, nel mucchio, tra i piloti più giovani, si emozionò, e dovettero intervenire i pompieri per “sbloccare” il corpo di lei in fiamme, con la serratura otturata. Gli altri testimoniarono che fu colpa della povera Carmencita, del suo “contorsionismo”. Matamoros invece la difese a spada tratta, pur essendo arrivato in ritardo in loco, per colpa di un intrattabile tabacco Maryland inumiditosi sulla cartina. Conquistò così i rotocalchi, una piccola notorietà ed il giudice donna dell’udienza. Lola, la copy, gli presentò Pamela, conduttrice di una televisione privata, che lo invitò nella sua trasmissione per testimoniare sull’ammucchiata di Jerez, poi nel suo appartamento in affitto, dove, dopo qualche rollata su un sofà retto su con lo scotch, gli mostrò la sua collezione invidiabile di frustini ed una caparbietà che lo convinse a farsi sculacciare alacremente. Situazione imbarazzante, ma che coraggiosamente spifferò ad alcuni giornalisti, i quali lo ricompensarono e furono ricompensati. La sua notorietà si gonfiava, e così il suo portafoglio. A seguito dei primi sostanziosi bonifici, ordinò casse su casse di tabacco Paraguay e fu la volta di Consuelo, reporter del telegiornale TVE, pupa impeccabile dal viso affilato, paladina delle fantasie sessuali di assicuratori e giardinieri in pantofole, che si arrischiò volontariamente con un’inchiesta sui supposti legami tra Matamoros e la malavita andalusa. «Venga a vedere lei stessa. In queste venti casse ordinate c’é solo del tabacco Paraguay». Non si sfiorarono minimamente. Lei scartabellò un po’ di fatture e tabulati telefonici e se ne andò, con gli occhiali che le scendevano progressivamente sulla punta del nasino e i capelli scomposti. I paparazzi all’uscita di casa di Matamoros, appostati ventiquattro ore su ventiquattro dietro il cassonetto dei rifiuti non-differenziati, impressero però l’uscita nelle loro pellicole. Matamoros dovette solo ungere le coperte del suo letto con grasso animale, lacerarle tramite i canini affilati dei suoi due dobermann animati dal grasso, ed invitare i paparazzi ad entrare con un prego cordiale. Consuelo, ormai compromessa, si fidanzò col Principe di Spagna, facendo infuriare l’opinione pubblica, e creando un enorme profitto per i rotocalchi, i quali vollero donare a Matamoros un compenso a mo’ di ringraziamento, per quello che aveva prodotto riguardo al curriculum della reporter – poterono aggiornare i database.
A questo livello della storia, con una notorietà ormai alle stelle, la voce di Matamoros si fa secca e Jesus stringe gli occhietti come una lontra emersa da un bagno di fango, porgendogli in aiuto un bicchiere di Cointreau. I grandi pubblicitari furono la vera seccatura.
«Vollero rendere la mia sola arte un messaggio da condividere in massa, la mia indiscussa abilità uno specchietto per le allodole».
Lo contattò un alto dirigente della Marlboro, Monserrat. Si sarebbe sentita veramente onorata se lui avesse partecipato ad un loro spot. «I grandi pubblicitari sono insoffribili…» dice a Jesus, scuotendo la testa. «Io mi presento in ufficio dopo pranzo. Cosa c’è di meglio di una bel sigarettone di Virginia Bright dopo aver pranzato?... Lei invece mi ferma la mano e dice “Facciamo un exchange, bello”. Poi fa scivolare sulla scrivania d’ebano scuro intagliato un contratto a molti zeri ed il classico pacchetto rosso e bianco.» In sostanza deve apparire in un spot. In cui «fingo di godermi un’insignificante Marlboro…» Si chiede dove possa essere arrivato. Un exchange, dio santo… nella sceneggiatura dello spot non è previsto rollaggio alcuno. Si rende conto che il suo personaggio ha travalicato in Sé, quello che la sua arte del rollaggio esprimeva per Sé.
«Quindi ho deciso di farla finita con tutta quest’esposizione forzata di qualità, di mani di seta…» dice Matamoros, sfregandosi le mani, compunto.
«E… perché quel tagliacarte?» chiede Jesus, impensierito, sbavando il suo liquore.
«Per farla breve» dice Matamoros.
«La cartina che usi è di per sé così piccola…»
«Non con la cartina, Jesulito».
Lo scruta con lo mirata filantropo-e-drogato, accennando un sorrisetto, e lo infilza, alzandosi dalla sedie girevole, col tagliacarte nello stomaco. Jesus rovina sguaiato sul tavolo da intervista. Il bicchiere va in frantumi nelle sue mani. Interrompono le trasmissioni proprio all’entrata del servizio di sorveglianza da anni inutilizzato, tre o quattro omaccioni anchilosati vestiti di blu si azzuffano su Matamoros. Lui lancia un urlo da psicopatico vendicativo tipo Yeah-ih-ih! che fa vibrare i tubi catodici di mezza Spagna.
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Non passano più lo spot della Marlboro in cui Matamoros cavalca un toro meccanico al centro d’un ascensore newyorkese, in una picchiata vertiginosa di 250 Km/h dal 50° piano fino al piano terra, contornato da quaranta vestali che strillano come bolidi in curva ad Indianapolis. Il programma di interviste di Jesus Quintero, “Ratones Coloraos”, è stato sostituito da un programma dedicato ai sadomasochisti terminali più estroversi della modernità, dal titolo “Ratones Colgados”, Ratti Matti. Memorabile è la puntata de La Torcia Umana. In un filmato amatoriale, un tabaccaio di Valladolid, stretto dalla morsa dello strozzinaggio, dopo essersi cosparso di benzina, si dà fuoco per poi accendere correndo all’impazzata una fila di cento sigarette adagiate sulle labbra di altrettante persone, senza bruciare neanche un naso o un seno, prima di stramazzare al suolo, semi-carbonizzato.
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Jesus sa essere eccezionalmente dolce. Ai limite dell’affettazione. E meno inquisitorio di quanto non paresse in trasmissione. Vivere con lui sotto mentite spoglie è di certo magnifico. L’assegno che la compagnia di produzione del programma ha staccato ai due, per la farsa dell’assassinio di Jesus Quintero ad opera di Coto Matamoros, li ha anche staccati da ogni vincolo con un Occidente fondato su tabacco scadente trattato e venduto in serie, l’altra faccia di un maschilismo imperante sublimato da marcantoni semianalfabeti con i jeans consumati sul culo e fattezze inverosimili da salutisti, che spengono le loro cicche in un posacenere prontamente ripulito da cameriere rossicce esageratamente apprensive. Jesus può bersi i suoi gin-tonic fino a tarda notte, adagiando i reni alla balaustra che dà sul piano sterminato dell’orizzonte, prestare orecchio agli insetti che comunicano a loro modo nell’oscurità con piccoli strepitii e una specie di frinire che gli ricordano i molteplici tic dei suoi intervistati, mentre Matamoros lecca tranquillo le sue cartine sulla sedia a dondolo cigolante. Cosicché il primo non deve più, da testimonial occulto, abusare di Cointreau, consumo che gli dava un’acuta gastrite, e l’altro non deve più vedersi come personaggio in Sé travalicato, suo fantasma, nello spot Marlboro. Matamoros ha imparato a suonare l’armonica a bocca, pratica che gli ha consentito una versatilità ulteriore alla lingua, una versatilità che può apprezzare senza doverla rendere utile, almeno al di fuori della coppia. In questo nuovo stato africano dove risiedono, da poco ritagliato ai bordi di un genocidio, si muovono per conto della loro ONG. C’è chi dice che Matamoros abbia segretamente allestito dei capienti tendoni simili a serre non per il soccorso-accoglienza-recupero feriti bensì per introdursi segretamente nel business del tabacco africano.
Matamoros ha ammaestrato con l’armonica un piccolo coniglio che gli sta tutto il giorno sulla spalla destra come un pappagallo. Gli ha pure affibbiato il nome di Scarto-rancido-di-Coniglio, per difenderlo con un escamotage relativista dagli indigeni affamati del posto, che se lo vorrebbero pappare, non capendo perché il termine “Coniglio” non si possa tradurre inequivocabilmente con “Cibo succulento arrostito”.
La polvere beige che si alza la notte sciupa le mani di Matamoros, non sono più come seta, forse non torneranno ad esserlo mai più. Però «le fa ruvide, zigrinate, da marito devoto» commenta di frequente Jesus, carezzandole e baciandogliele soavemente. Il sistema elettorale laggiù non è quello che si può dire democratico. Se poi il vecchio Re della Cartina sta in incognito come operatore di una ONG, sempre a braccetto del suo compagno, il quale si è rifatto il viso sulla forma di Liza Minelli e pretende di parlare swahili con uno spiccato accento andaluso, il sistema elettorale pilotato dagli agenti segreti inviati da Londra sarà ancora più spietato nei loro confronti – ed oltretutto il Re si ostina ad indossare una parrucca arruffata stile barricata 1848 ed a portare con sé Scarto-rancido-di-Coniglio alle battute di caccia al leone dei vecchi lord inglesi, con l’animaletto dagl’occhi pallati che distrae le prede, le quali in sua presenza mostrano qualche ritrosia nel caricare a testa bassa i cari vecchi bracconieri, in cerca dell’ultima scintilla d’avventura di una vita breve ed infingarda proprio in quelle teste infuriate. In tale sistema elettorale, i due voteranno d’altronde per il candidato perdente, perché sarà l’unico che difenderà apparentemente i loro ideali liberal di individui contestatari della società bianca, che si rifanno una vita nuova nel Continente Nero.
La sede del loro candidato sarà un’angusta capanna di fango, retta con lo spago, vittima delle intemperie. Matamoros ogni tanto andrà a trovarlo nel tardo-pomeriggio e dopo una pacca sulla spalla, gli dirà probabilmente «suvvia. Facciamoci una sigaretta. Meglio qui, d’altra parte, che in un drive through... Sai che il 75 e passa per cento dei commessi… Come “che cosa è un drive through?”... Certo che non è semplice sgranocchiare alette di pollo mentre guidi in autostrada a velocità sostenuta!... Lascia perdere Scarto-rancido-di-Coniglio!»
E nei confronti di quel paesaggio, di quelle lande sterminate, dove il tuo lessico fa cilecca, non sarà assolutamente rilevante se la cartina di riso sta adesso riproducendo il suono quasi impercettibile tipico del colibrì, nonostante lo stia riproducendo con indubbio stile.
Il presente racconto fa parte della raccolta “Topi su marte” ed è stato pubblicato nella sua prima stesura in Aa.Vv., “Il sapore del fumo. 17 racconti scottanti” (Effequ, Orbetello, 2005)