Ezio Raimondi, Le metamorfosi della parola. Da Dante a Montale,
Milano, Bruno Mondadori, 2004, pp.246.
Il primo insegnamento che un maestro dà è l’attenzione che mette in quella particolare relazione, quel “movimento” che è la lezione. Attenzione nell’attuarla e riflessione condivisa mentre la sperimenta: ad ogni aprirsi di anno accademico, Ezio Raimondi consacrava l’incipit a parlare del senso del suo essere lì con gli studenti.
Così acquista un fascino speciale la prima pagina di questo libretto: “La metamorfosi della parola- da Dante a Montale”, che ripercorre le lezioni bolognesi dell’anno accademico 1990/1991: il fascino del reale, alieno dallo schermo libresco e prossimo, viceversa a quella viva esperienza “che passa attraverso una conversazione e che altrove non è possibile realizzare”.
Siamo di fronte ad un libro di movimento. Un libro da tasca, da viaggio, per il formato. Un libro dinamico, per il contenuto, che rende conto di un percorso, di una investigazione, di un esperimento.
La bellezza di questo libro è che mantiene e restituisce il respiro della lezione, della ricerca iniziata nella propria biblioteca reale e mentale e poi letteralmente verificata in aula, nel confronto, nella presenza di chi ascolta, nel rapporto vivo coi testi.
Non per caso il grande J. Bruner ha definito l’insegnamento “l’arte della cortesia e del dialogo”.
In ogni vera lezione. “…è sempre difficile dare il giusto significato ad un inizio. Solo rinunciare a farlo sarebbe una scelta più grave.” Il maestro comincia interrogandosi – e di certo lo ha fatto costantemente, in un lungo e intenso percorso didattico che lo ha visto insegnare ad ogni grado di istruzione, dalle scuole elementari alle medie superiori fino all’università, in un curriculum prezioso per imparare a rapportarsi con l’altro che sarebbe auspicabile, credo, per ogni autentico docente –interrogandosi dicevo sul perché lui prenda la parola (vocabolo guida di questo libro) e come sia necessario che la sua parola venga accolta, rimeditata, fatta propria.
Tornano alla mente certi aforismi di Karl Kraus (Detti e contraddetti), l’idea che la parola “convocata sotto penna non è vergine mai” così come la parola pronunciata perde proprietario e diventa di chi l’accoglie e la ripensa. Ascolto consapevole chiede infatti Ezio Raimondi, un esercizio decisivo che si trasformerà nell’acquisizione di un metodo: “la prima competenza a cui dobbiamo mirare è … la competenza di un lettore tecnico, che sa bene come deve fare per mettersi in rapporto con le parole di qualunque tipo di testo” Dall’ascolto attivo lo studente (solo lo studente?) scopre ben presto che anche la lettura partecipa della stessa modalità, in quanto è per natura “lettura seconda”, “dunque la pazienza, l’esercizio, lo scrutare le parole o l’ascoltarle, sono parte decisiva di questa esperienza particolare” Si tratta insomma di leggere “prendendo in parola le parole”.
Nel volgere dei giorni – che qui sono pagine - emerge poi la definizione cara a Raimondi di intertestualità “una prospettiva che studia i rapporti tra i testi”, ma non imposta o definita una volta per tutte, piuttosto ipotizzata e messa sotto esame. Per fare questo, dopo aver definito gli ambiti dei testi da esaminare, la Commedia e il Canzoniere, l’Orlando furioso e la Gerusalemme liberata, Leopardi e Montale, egli si avvale della sua inesausta capacità di sorprendere, di mostrare una stanza sotto una certa luce e poi accendere un altro lume (è lui stesso ad usare questa metafora), portando in aula e leggendo pagine da un testo apparentemente eccentrico: La morte di Virgilio di Hermann Broch.
Fedele al principio che “la letteratura è una moltiplicazione di incontri” vengono lette le prime battute del romanzo. La lettura, alternata a una piana spiegazione, pare essere semplicemente quella di chi ha già letto il romanzo e si assume quindi il compito di guida di un museo immaginario: segnala qualche tocco, suggerisce di intrattenersi su qualche scorcio eloquente, toglie d’impaccio circa il percorso da scegliere, non cela il rammarico di non potersi soffermare su ogni particolare. Mentre legge, insegna i giusti accenti, le cadenze che segnalano che quel testo si è introiettato e fatto proprio. Così faceva il poeta Robert Frost, ho letto, nel suo insegnamento alla Pinkerton Academy del 1910/11: “L’espressione nella lettura orale piuttosto che il commento intelligente sarà ritenuta prova dell’apprendimento.”
In Broch si tocca quella parola letteraria che chiede di inoltrarsi, ovvero di andare oltre nella conoscenza. E leggere è già un modo di scrivere.
Il principio dell’intertestualità viene svelato man mano attraverso varie tappe: dal “falsario” Borges che gioca con il Don Chisciotte di Menard e dichiara che sono i libri nuovi a cambiare quelli vecchi, si approda al cuore della questione per mezzo delle parole di un critico prima, di un filosofo poi.
Ralph Waldo Emerson afferma in un testo intitolato Quotations “ogni libro è una citazione e ogni casa è una citazione ricavata da tutte le foreste e miniere e cave di pietra; e ogni uomo è una citazione da tutti i suoi predecessori, i suoi antenati”. E il “vecchio” Michel de Montaigne ribadisce con tono autocanzonatorio “non facciamo che commentarci e farci delle glosse”. Siffatto organicismo che dà tra l’altro un destino analogo alle opere dell’uomo e a quelle della natura rende profondo e complesso il sistema della memoria: Raimondi cita il Gian Biagio Conte del Sistema letterario e memoria dei poeti, ma io sento echeggiare altresì l’attenzione di Gadda - quanta metamorfosi della parola v’è in lui!- per le cause geologiche affioranti nel paesaggio (“Un romanzo giallo nella geologia” in Le meraviglie d’Italia, Torino, Einaudi, 1964)
Per intertestualità si intende quel fenomeno di memorabilità, introdotto da Julia Kristeva a proposito di Bachtin, per cui ogni testo è “assorbimento e trasformazione di un altro testo”, potremmo dire un gioco di avvicinamento e di allontanamento. Di nuovo citerei Kraus “Quanto più vicino si guarda una parola, tanto più lontano essa rimanda lo sguardo”.
La tradizione risulta dunque essere non ciò che si conserva, bensì ciò che si trasforma. E nel ricordare il concetto di “classico” illustrato da Calvino e la nozione di libri germinativi, ben si lega la definizione del grande critico d’arte Roberto Longhi “l’opera non sta mai da sola, è sempre un rapporto”. Una costellazione, dirà Raimondi.
Il libro è tramato di analisi testuali, di riferimenti al corpo vivo della letteratura, alle metamorfosi attuate ed attuantesi nelle opere prese in esame. Una verifica avviene sull’incipit del Furioso che passa attraverso Dante, Virgilio, Tasso, Dechamps…Le molte, infinite voci della poesia.
E’ una prova della polifonia non solo romanzesca come la intendeva Bachtin, ma anche poetica. La memoria intertestuale è la forza, la spinta originaria di un sistema immaginativo: lo si rileva nell’uso del vocabolo “larve” in Montale: ascendenza musicale (libretti d’opera…) ma anche, lo dimostra persuasivamente Raimondi, il Leopardi dei Canti e delle Operette morali.
L’ultimo capitolo del libro (l’immaginazione va ad un’aula assolata di aprile o di maggio, allo sforzo di seguire le lezioni nella primavera inoltrata ma anche all’orgoglio per aver fatto parte del percorso), quel capitolo rappresenta in qualche modo, nelle parole di riflessione sul proprio operare di Petrarca lettore di Dante, una sorta di rispecchiamento.
Nelle parole illuminanti delle Familiares, (XXIII, 19) Petrarca, forse primo intellettuale in senso moderno, già coglie nel dialogo letterario con un altro scrittore (Giovanni Boccaccio), il meccanismo dell’intertestualità definendolo come somiglianza, “quella del figlio rispetto al padre, nei quali mentre spesso vi è una grande diversità delle membra, vi è una certa ombra che i nostri pittori chiamano aria, che si vede soprattutto nel volto e negli occhi”.
Raimondi è ammirato da questo termine, aria, che sottintende un movimento (“quando guardiamo qualcuno negli occhi, vediamo qualcosa che si muove”), lo riferisce alla dinamicità della scrittura che pone la somiglianza in quel che si muove, che in certo modo si nasconde. Al tempo stesso cogliere somiglianze e differenze aiuta a muovere definizioni codificate.
Petrarca parla di Dante usando i versi di Dante stesso, a dimostrazione che il poeta “non legge mai le parole, ma nelle parole vede tanto altro”. Contemporaneamente dimostra che “il modello dantesco può diventare altro nelle sue mani”.
Raimondi lettore di lunga data del poeta aretino, si specchia in Petrarca lettore di Dante, comprende che simile è il suo approccio, il gusto, la forma mentis, ed è consapevole –ne sono certa – di non esser solo, giacché il suo magistero ha prodotto molti allievi.
Parlare, ascoltare, leggere, scrivere: sorprendentemente Ezio Raimondi coniuga nelle sue lezioni le abilità fondamentali da perseguire nell’insegnamento, legandole tra loro. Pur al livello universitario più alto, egli torna a toccare quel che è basilare, attinge alla fonte primaria, alla radice. In questo sta la sua sapienza e la sua saggezza.
Un libro dunque fatto di sapere (le acute, originalissime analisi di sonetti di Petrarca, dell’incipit del Furioso e di molto altro), ma anche di sentire.
“Il libro (si legge in una autobiografia di Ezio Raimondi, curata da Davide Rondoni) in questo modo si rivela qualcosa di vivente, si fa segno di altro, diventa un volto”.
(Magda Indiveri)