Giovanni Raboni, La poesia che si fa. Cronaca e storia del Novecento poetico italiano 1959-2004, Milano, Garzanti, 2005, a cura di A. Cortellessa, pp. 415
Sento ch’Ella è molto afflitto dai versi altrui, e probabilmente da quelli di Saba. Dei versi io ne farò ancora per qualche anno, perché è l’unica forma ch’io sento oggi possibile per me. Non si meravigli che possa esistere un temperamento polarizzato nel senso della lirica e della critica letteraria: da Baudelaire a Eliot e a Valery, a quanti è toccata la stessa sorte?
Eppoi con l’esperienza di vita che ho io, tutta esclusivamente interna, che potrei dare nel campo narrativo? Sono un albero bruciato dallo scirocco anzi tempo e tutto quel che potevo dare in fatto di grida mozze e di sussulti, è tutto negli “Ossi di seppia”, un libro di cui Saba non ha capito una sillaba.
(E. Montale a I. Svevo 3-XII-1926)
Capita sovente di incontrare l’uomo prima ancora del poeta rovistando fra minute ed epistolari. È il caso di Montale, il quale rivela la sua umanissima tensione artistica in quel vedersi “albero bruciato dallo scirocco anzi tempo” e nel coraggio con cui dichiara all’amico Svevo di avere un “temperamento polarizzato nel senso della lirica e della critica”. No, non doveva stupirsi l’autore di Senilità, (che nella sua del 1 dicembre aveva invitato il poeta alla prosa quale “modo più ragionevole di esprimersi”), dell’esistenza di un tale temperamento, perché esso, in fondo, era l’unico possibile e perché, tra le righe, svelava la fattura microscopica di un ordito che aveva la stessa debole forza “di grida mozze e di sussulti”. Il poeta che si dà alla critica più che colui che lo fa di mestiere è, per così dire, costretto a mettere in campo il proprio lavoro; e nel farlo egli ci spalanca le porte del suo piccolo laboratorio artigianale. Capiterà quindi di imbattersi nei luoghi umili della quotidianità e di ritrovare sparse sul pavimento frammenti e schegge che per un attimo furono faville, prese, ma poi subito lasciate ricadere. Conservate, non mai buttate. Così l’espressione giocata in “un’eternità d’istante” sarà ancora utile a sostanziare forme espressive diverse rivitalizzandosi in altri contesti. Chi potrà dimenticare l’”irrequietudine” che “fa pensare agli uccelli di passo che urtano i fari nelle sere tempestose”? Una simile espressione sembra qui esaurire tutta la sua forza. Quale sorpresa dunque quando la ritroveremo in bocca a Polonio nella splendida traduzione dell’Amleto che Montale approntò per i tipi della Cederna nel 1940 (“Già! Trappole per gli uccelli di passo!” ,“Ay, springes to catch woodcocks.” , Hamlet, I, III). Veramente il poeta è “fabbro”, costruttore di parole, ma la sua specifica funzione, oltre a sceverare l’espressione giusta, è anche quella di custodire il linguaggio. I suoi strumenti lisi portano i segni del tempo, le sue opere sono forgiate al fuoco della tradizione. Custode e dunque testimone della lingua (non solo di quella poetica), il poeta si pone dunque tra le voci autorevoli della società. La sua sarà una voce che avrà la forza ad un tempo di creare, ma anche di guidare, sciogliendo sempre più la retorica da forme ieratiche ed autoritarie funzionali al potere e rinsaldandola alla tradizione linguistica e letteraria di un popolo, conservandone l’identità storica nel confronto necessario con le altre culture.
Testimone e custode straordinario di una lingua, quale quella poetica, in continuo divenire, l’opera di Giovanni Raboni si pone dietro le quinte della nostra scena letteraria novecentesca. E il suo è un porsi in punta di piedi, quasi in disparte, intento com’era a costruire la sua arte, come di maestro che non vuole mai smettere di essere allievo, sempre pronto a mettersi all’ascolto della grande letteratura. E La poesia che si fa è veramente il titolo giusto per un autore tanto attento e stupito del panorama letterario che lo circondava da non considerare mai esaustivo un suo giudizio, da riformulare continuamente i canoni della propria estetica. A testimonianza di ciò basterebbe considerare la sua infaticabile attività di traduttore che in vent’anni ci ha offerto tre diverse versioni de I fiori del male e l’intera Recherche di Proust. Dominata con la padronanza del capomastro, maneggiata con la delicatezza dell’orefice, la materia poetica viene affrontata da Raboni con una libertà e una spregiudicatezza orami rare. Ed è giusto che un simile libro rechi come sottotitolo la parola “cronaca” perché la sua è una narrazione in diretta, nello svolgersi , nel “farsi” appunto della poesia. Fu lo stesso poeta a mettere in evidenza la sua intenzione di “seguire come unico criterio quello cronologico, nella speranza di suggerire così al lettore un’idea o un sentimento di diario”. E fin dalle prime battute si capisce subito che il suo è senza dubbio un “diario” vivo capace di “torcere il collo alla retorica”, sempre pronto a venire incontro al lettore da amico e fratello. Ciò che infatti stupisce, e che non mancherà di sorprenderci ancora a lungo, è la straordinaria familiarità con cui Raboni ci porge l’opera poetica nella sua nudità mettendo subito in chiaro che essa non è un valore alto, ma un “bene reale, concretamente fruibile e godibile” e di come ci sia bisogno di “rimpiazzare il fantasma della poesia con la poesia in carne ed ossa”. Godiamocela dunque questa poesia in carne ed ossa finalmente sdoganata dalle antologie e attinta direttamente alla fonte. Sì, godiamoci Rebora, e non solo quello dei Frammenti lirici e dei Canti anonimi, ma tutto, compresi i Canti dell’infermità e il Curriculum vitae. Ascoltiamo la sua poesia “ideologica, innervata dalla ricerca di una verità” la cui voce “dopo l’estrema, atroce tensione del silenzio, trova una tensione tutta verticale, si dispone nel senso naturale che il pensiero assume quando diventa preghiera”. Leggiamo in milanese il milanese Tessa “scandalo della critica italiana” e “l’anonimo Solmi”; inseguiamo “quell’uomo di fumo” che fu Palazzeschi “volatile”, “instabile”, “inafferrabile”. E che meraviglia la perfetta imperfezione di Penna il cui “persistere di una ferita” che “non accenna in alcun modo a guarire, può inserirsi per lui in un contesto non solo di rassegnazione, ma persino di letizia”. Che dire poi del verso lungo di Pavese? Un nulla in confronto all’”eredità sotterranea di maestri in ombra come Sbarbaro , Jahier” e come il dimenticatissimo Bacchelli dei Poemi lirici del 1914. Leggiamo dunque, e leggendo entriamo nella bottega dell’artigianato poetico del nostro novecento. Defilati ed in punta di piedi raccogliamo quelle schegge e quei frammenti che furono faville, ma ancora “pronti a farsi movimento e luce” mentre ancora una volta ascoltiamo la voce di Raboni, custode e artigiano della nostra tradizione, che ci accompagna ricordandoci che “la poesia, in sé, non esiste-esiste soltanto, di volta in volta, e ogni volta inaudita, ogni volta imprevedibile e irrecusabile, ogni volta identica solo a se stessa, nelle parole dei poeti”.
(Marco Antonellini)