Da La prostituzione in Napoli nei secoli XV, XVI e XVII (1899)
Salvatore Di Giacomo (Napoli, 1860-1934)
Da’ principi e da queste lor donne fu stimolata l’intelligenza che rese così magnifico, così illuminato il secolo d’oro. Ebbero da queste signore sollecito ed attivo incitamento gli artisti, ebbe la poesia una popolarità aristocratica e gl’illustri e fruttuosi argomenti per la tela delle sue imagini apologetiche; la scienza e le lettere ebbero sprone e guiderdone mai più avanti ottenuti e neppur appresso; l’Amore, finalmente, ebbe un omaggio perenne. Mai si è tanto guerreggiato e odiato e amato come nel bel cinquecento: ogni illustre famiglia italiana s’è gloriata in quelli anni d’un’eroina in casa e non sai s’ella abbia attinto celebrità da’ suoi virili atteggiamenti o dalle sue vicende amorose: egli è che spesso la conquistò da tutte e due cose a un tempo.
Il cinquecento muliebre va soltanto da poco in qua riconquistando miglior fama. In gran parte, adagiandosi comodamente sulla tradizione, la storia gli aveva affibbiata una criminalità che l’inesistenza delle prove snebbia a poco a poco e spoglia de’ suoi foschi colori. Così or assumono una nova e paurosa fisionomia le apocrife Medee di quel secolo, così per entro alla scura nuvolaglia di tante loro leggende si fa strada il sole a mano a mano e le ricolora con luce più grata.
«La Rinascenza - scrive il Gregorovius [1] - resterà eternamente uno de’ più ardui problemi psicologici della civiltà; causa le profonde contradizioni che nel seno suo accoglie, parte con spontaneità affatto ingenua, piena consapevolezza della incompatibilità loro; e causa pur quel certo elemento demoniaco onde le individualità sono in quel periodo invasate. La Rinascenza è stata paragonata ad un baccanale della civiltà».
Noi non possiamo, in questo nostro lavoro, riguardar peculiarmente alla singolare espressione ch’ebbero in altre parti d’Italia gli eccitamenti d’un secolo rimasto memorabile nella storia del nostro paese; è in Napoli che s’aggirano precisamente le nostre ricerche. Qui troviamo, è vero, sulla fine del quattrocento un riflesso pur abbagliante di quelle attività spirituali, ma non meno v’incontriamo a ogni passo i manifesti segni d’una corruzione plebea, la quale pel penetrar ch’ella faceva creature non suscettibili di estetica di vizio, assumeva forme brutali e dilagava con impeto. Abbiamo or ora scorso un libro francese[2] – sul quale avremo occasione di soffermarci più avanti – che, d’un flagello onde l’Italia tutta quanta fu colpita agli ultimi anni del quattrocento, vogliam dire la lue spaventosa chiamata mal francese, attribuisce lo scoppio imprevisto e violento alla disordinata e quasi degenerata vita fisica degli italiani in que’ tempi. Ma la dimostrazione di questo convincimento campanilista – badate che si tratta di liberare i francesi di Carlo VIII dalla trista accusa che ebbero e quasi di riversar su’ napoletani addirittura, i quali ne sono similmente irresponsabili, l’origine del male orrendo – può riescir facile a ogni straniero moralista il quale avendo per mani e sapendo sciorinare e avvedutamente disporre documenti che offrono a tutti gli studiosi, e con solita larghezza, i nostri archivii, intenda di cavar dalla sua architettazione arbitraria quel meglio che può, a onor della remota impeccabilità della sua patria. Or penserete voi mai che negli archivi dello Stato e de’ municipii francesi – tanto per riferircene alla Francia – non si debbano trovare somiglianti elementi sincroni i quali raccolti in gran copia e sapientemente ordinati valgano a renderci consapevoli di libertà di costumi, di popolane sregolatezze, di corruzione signorile non minori di quelle onde negli stessi anni l’Italia ebbe così pornografico vanto? Certo, presso di noi, quel periodo è stato singolarmente notevole e in senso così spirituale quanto – saremmo per dire – corporale. Più del corpo, tuttavia, s’agitava lo spirito, penetrato come dal presentimento d’una prossima rovina. Il piacere accompagnava ogni Corte sontuosa e illustre mentr’essa, declinando, s’avviava alla sua fine e spendeva le ultime sue nobili forze battagliere in fatali contese. Un tragico soffio percorreva l’Italia tutta quanta: da un capo all’altro della penisola erano irruzioni di stranieri e scorrerie pur indigene, d’un frutto peggiore di quelle altre: e i popoli d’Italia riguardavano, esterrefatti, a tanto sommovimento di cose.
Alle quali quello di Napoli pareva che si fosse più facilmente avvezzato. Usciva, anzi, il cittadino napoletano dalla patria per far mostra della sua leggerezza o della indifferenza o della oziosità del suo carattere. Lo si ritrovava un po’ da per tutto e a ciascuno che ne valesse la pena s’inchinava – dice l’Aretino – con una reverenza a la spagnuola annapolitanata[3] che era proprio un bel vederla. Il medesimo Aretino, in un discorso fra due meretrici, soggiunge: «I napolitani son fatti per cacciar via il sonno, o per torne una scorpacciata, un dì del mese, quando tu hai il tuo tempo nel cervello o sendo sola overo accompagnata da alcuno che non importa. Ti so dire che le frapperie vanno al cielo: favella de cavalli, essi gli hanno de primi di Spagna, di vestimenti, due o tre guardarobbe, denari in chiocca e tutte le belle del Regno gli muoiono drieto: e cadendoti o il fazzoletto o il guanto lo ricolgono con le più galanti parabole che s’udissero mai ne lo Seggio capuano… »[4]. E il senese Fortini, prima dell’Aretino, racconta: «…In Siena fu un prete napolitano il quale s’era invaghito di certe gentildonne al modo di suo paese, quali qua a noi sonno donne di partito, al modo di Roma, cortigiane di Ponte Sisto, o per dir meglio sgualdrine, le quali stavano da Santa Maria de le Grazie, luogo già dove altri che simili non abitavano… Or questo prete… come neapolitanesca usanza, mai si partiva da quella contrada, passeggiando tutto il giorno da la casa loro, con tutte faceva l’amante né posseva negare in questo suo amore di non essere napolitano, cotanto faceva il presontuoso, lo sfacciato… e facendo il Cupido, sicome solgono fare tutti li napolitani che di continuo con li occhi vanno sagittando le donne talché dalle finestre le fanno cadere… »[5]. La satira toscana pungeva i nostri fin da’ primi anni del quattrocento: aperto il Regno al traffico de’ mercanti specie fiorentini – e già l’abbiamo visto agli anni del Boccaccio – costoro si pigliavano spesso delle nostre usanze, del nostro dire, d’ogni nostro costume. Qualche caudato sonetto del Pulci, che fu a Napoli nel 1471, altre molte invettive de’ suoi concittadini letterati, il personaggio napoletano introdotto nelle scene che abbisognavano d’un intervento goffo e ridevole, ecco le grazie di cui, per dovere d’ingratitudine a una città dove facevano i migliori negozii, e per natural senso ironico ci erano larghi coloro. E non si parlava a Firenze che di
quel baciar di mani
e sospirar sì forte alla spagnuola,
ch’ora è sì proprio de’ napoletani…[6].
[…]
Giuliano Passero ne’ suoi giornali, che si conservano manoscritti alla Nazionale di Napoli, narrando de’ fatti che seguirono nel gennaio del 1496, racconta come in quel tempo, mentre Federigo d’Aragona moveva con trentacinque navi et sessanta galere ben armate alla volta di Gaeta ove erano sbarcati i francesi, una gran carestia colpiva Napoli, dove che lo tumolo de lo grano vale nove carlini et dieci lo tumolo de farina, et questo ei per lo grandissimo male tiempo de pioggia che non fu mai simile. In quisti tempi – soggiunge – incomenzai ad venire in Napoli lo male franzese, et veneva con gran doglie. E nelle sue Chroniche antiquissime Tommaso da Catania, con precisione ancor maggiore, scrive: A 1496, a dì 19 gennaio, incomenzò lo male franzese in Napoli, con le doglie. Or Carlo VIII, dopo essersi fermato in Roma dal primo di gennaio 1495 al 9 febbraio dello stesso anno, era entrato in Napoli il 12 di questo ultimo mese: Hoggi che sono lì 12 febbraro 1495, di domenica, alle 22 hore è intrato in Napoli lo re Carlo de Franza de casa de Valois et alloggia a lo Castiello de Capuana et subito ha fatto indirizzare l’artegliaria contro lo castiello nuovo… [7].
Però noi domandiamo: Si deve prestar fede a’ due cronisti sopracitati?
Nel qual caso non sarebbe da credere che la sifilide sia scoppiata in Napoli dopo – e non prima – la venuta di Carlo VIII fra noi? Già i due cronisti la chiamano mal franzese: ed essi hanno pur già parlato di tante e tante calamità che precedentemente afflissero Napoli senza, proprio, addebitarle se non alle vere cause, a’veri colpevoli dell’averle addirizzate alla volta nostra. Gli stessi Aragonesi non certo sono sfuggiti alla rapida critica, spesso non benevola, del loro governo, talvolta fin acerba per le lor donne, come quando si parla di quella nipote di Alfonso II, in un di codesti diarii, e in suo poco onore è citata la frase da carrettiere di Sigismondo di Polonia. Il Guardato, il Morlino, novellatori popolari del secolo decimoquinto e scrittori veristi, come si direbbe oggi, non ricordano l’epidemia venerea del loro tempo null’affatto: e pur essi vissero e scrissero nella seconda metà del quattrocento e, specie il Guardato, non ebbero ritegno d’offerire alla curiosità de’ loro contemporanei soggetti scabrosi. Anzi il Guardato interpose proprio fra le parecchie del suo libro suggestivo una novella che racconta di due amanti capitati, fuori della città, in un accampamento di lebbrosi, i quali – e qui il racconto è mirabile per colorito e per tragicità – uccidon l’amante e abusano della fanciulla. Con la medesima forza narrativa pensiamo dunque ch’egli avrebbe descritto, ove mai si fosse abbattuto in qualcuno d’essi, i colpiti da un morbo che, a somiglianza della lebbra – la cui terapeutica è ancor oggi incerta – riduceva l’organismo e l’aspetto degl’infermi allo stato più orrendo e pauroso.
Ma l’Hesnaut, nel libro che abbiamo avanti citato, standosene a quanto sull’origine della sifilide scrive il Fulgosi, dice che già due anni avanti che scendesse in Italia Carlo VIII quel male vi faceva vittime e sviava la scienza medica. Il Fulgosi narra, difatti: Biennio antequam in Italiam Carolus veniret, aegritudo inter mortales detecta, cui nomen nec, remedia Medici ex veterum auctorum disciplina inveniebant, varie, ut regiones erant, appellata: In Gallia Neapolitanum dixerunt morbum, at Italia Gallicum appellabant, alii autem aliter… [8] . Così – continua l’Hesnaut – nel 1492 l’esistenza della sifilide era conosciuta in Italia; l’anno seguente la si segnalava in Ispagna, in Germania, nella Lombardia: nel 1494 si manifestava a Berlino, a Halle, a Brunswick, nel Mecklemburg, nella Lombardia (?), nell’Alvergnate e in altri paesi.
Ripetiamo, a questo punto, quel che abbiamo detto più sopra: il lavoro dell’Hesnaut, pregevole per parecchi riguardi, scritto con quel persuasivo e snello stile francese per ove fin la riproduzione del documento è un accordo di buon gusto con la narrazione e la dimostrazione, ha, d’altra parte, la caratteristica, onorevole certo ma parziale, della difesa nazionale. Prima di tutto, fino a qual punto – seguitiamo a chiederci – s’ha da ritenere come sicura l’asserzione del Fulgosi? Ella, se non gratuita, potrebbe esser fondata sopra notizie non del tutto esatte, e se lo Hesnaut se ne vuole stare a quello che scrive il Fulgosi, l’opinione – ormai fondata sopra i documenti più certi – che il male ci sia venuto dall’America insieme a’ soldati di Cristoforo Colombo, sarebbe addirittura distrutta. E’ noto che il Colombo toccò l’isola Hispaniola, o di S. Domingo, soltanto nel 6 dicembre del 1492: né prima del gennaio del 1493 di là fece vela per la Spagna, ove giunse nell’aprile dello stesso anno. L’asserzione del Fulgosi, che fa seguire lo scoppio del mal venereo in Italia fin dal 1492, fa credere ch’esso non sia di quella provenienza americana, mentre il medico spagnolo Ruiz Diaz de Isla afferma che nella Spagna, e precisamente a Barcellona, la quale fu la prima delle città europee ad esserne infetta, il morbo fu osservato nel 1493. «Esso ebbe origine dall’isola Hispaniola (S. Domingo) come è stato accertato da lunga esperienza e fu ivi contratto dall’equipaggio di Cristoforo Colombo quando i suoi marinai ebbero contatto con quelle donne. E poiché i reduci dall’America, che già soffrivano pel morbo durante il viaggio di ritorno, si recarono subito a Barcellona la prima volta che vi si restituì il Colombo nel 1493, così immediatamente e largamente si diffuse il male fra quelli abitanti». Il de Oviedo rafferma la medesima opinione e dello stesso suo avviso e di quello del de Ruiz sono il Monardes, G. B. Montano, Pietro Martire, I. B. du Tertre, Lopez de Gomard e moltissimi altri scrittori forestieri: in Italia il Summonte, l’Aquilano, il Guicciardini, per dir de’ più noti e attendibili, confermano la notizia e la tengono sicura. Gli stessi scrittori francesi non la mettono in dubbio: ma il Garnier[9] scrive:
Une maladie honteuse, inconnue jusqu’alors, acheva d’en graver un cruel souvenir dans la mémoire des hommes: les François qui en furent infectés par des Napolitaines, la nommèrent mal de Naples; les Italiens, chez lesquels les François la répandirent à leur retour, l’appelèrent le mal François. Ces dénominations injurieuses sont également injustes: cette maladie était étrangère à notre continent: la nature l’avait réléguée dans les îles de l’Amerique où elle était moins dangereuse, parce que les naturels du pays y trouvaient un remède facile dans le suc de gaïac. Cristophe Colomb, Génois de naissance, qui s’était mis à la solde d’Isabelle, reine de Castille, pour découvrir de nouvelles terres, et qui avoit composé son équipage d’Italiens beaucoup plus expérimentés dans la navigation qu’aucun autre peuple de l’Europe, avoit le premier pénétré dans le Nouveau Monde, avoit soumis des peuples innombrables, avoit rapporté beaucoup d’or; mais il ne s’était pas aperçu qu’il rapportait en même temps un fléau terrible que tout l’or du Pérou et du Méxique ne pouvoit compenser, puisqu’il semble tendre plus directement qu’aucun autre à la destruction de l’espèce humaine, en l’attaquant dans le principe de la réproduction. Ed ecco additata Napoli come il focolare da cui presero il male i Francesi. Evidentemente il Garnier, a somiglianza d’altri parecchi suoi connazionali, se ne è stato alle tradizioni: e in Francia la tradizione ripete lo stesso da parecchi secoli. Ma che davvero – scrive il professore Orazio Comes in una recente sua monografia[10] – la lue sia apparsa in Francia fin dal 1493 e che vi si sia poi rapidamente diffusa nel 1494 è provato da un documento di una incontestabile evidenza. Sei mesi prima del ritorno di Carlo VIII il nuovo morbo ch’era designato allora in Francia col nome di Grosse vérole arrecava tanto danno agli abitanti di Parigi che il Senato francese fu costretto a pubblicare un editto per arginarlo. E la traduzione letterale dell’editto francese è la seguente: «Oggi 6 marzo 1496, atteso che in questa città di Parigi si trovano infermi di una certa malattia contagiosa, denominata grosse vérole, che, da due anni in qua, ha molto percorso questo regno tanto in questa città di Parigi che in altri luoghi… sarà fatto pubblico bando da parte del re affinché tutti gli ammalati di grosse vérole, stranieri, così uomini come donne… partano da Parigi e si restituiscano in patria o altrove sotto pena del capestro e non ritornino se non interamente guariti. Alle donne ammalate saranno date le case per la lor dimora, i viveri e altre cose loro necessarie»[11].
Come, dunque, si può ancora parlar di mal di Napoli in Francia? Non dobbiamo piuttosto prestar fede al Ruiz Diaz che scrive: «Nel 1494 re Carlo VIII dovendo scendere in Italia con esercito numeroso accolse nelle sue schiere molti Spagnuoli. E poi che di questi alcuni erano già infetti così il nuovo morbo fu introdotto dagli Spagnuoli in Francia e quindi anche nell’esercito francese. Ma ignorandosi la origine del male fu creduto ch’esso dipendesse dal clima stesso della regione. I Francesi più tardi lo chiamarono male napoletano, gl’Italiani, invece, mal francese…».
Fino a quando non appariranno documenti nuovi è al più recente e attendibile d’essi che ci tocca di credere. L’opuscolo del Comes è l’ultima parola sopra una controversia antica, la quale seguiterà forse, per anni moltissimi ancora, a sperimentar gli argomenti più disparati. Quello principale che mette avanti l’Hesnaut per provare l’origine italiana del male venereo per quanto riguardi la Francia ci par davvero arrischiato. La sifilide è un contagio e presuppone il contagiato, l’ammalato locale onde altri, a mano a mano, s’inquinano. Il lusso, la dissolutezza, la depravazione de’ costumi italiani della fine del decimoquinto secolo e del principio del decimosesto c’entrano, crediamo, come i cavoli a merenda. Si può piuttosto pensare che la lue sifilitica sia stata conosciuta dagli antichi, che il suo fatal cammino l’abbia finalmente portata in tutto il mondo, ch’ella sia stata da remotissimi tempi malattia, se non designata per le cause e combattuta per la terapeutica, conosciuta dovunque. Ma – osserva il Corradi, ne’ suoi Nuovi documenti per la storia delle malattie veneree in Italia – quando anche sia messo fuori di dubbio che i popoli antichi, siccome quelli del medioevo, ebbero non solamente mali venerei locali, ma anche generali, cioè la vera lue o sifilide costituzionale, rimarrebbe però sempre da dimostrare come e per quali accidenti nel tempo anzidetto succedesse per siffatti morbi mutazione tanto profonda. Del che la cagione vera tuttora rimane ascosa.
Dal decimoquinto al decimosesto secolo la prostituzione crebbe in Napoli con facile aumento e da plebea ch’era, soltanto, e spregiata agli anni della dominazione aragonese, si costituì appresso, da’ primi del viceregnato spagnuolo, come una vera e folta corporazione del costume, o meglio, del mal costume suntuario. Il seicento fece il resto e quella che era stata, nel secolo precedente, da parte de’ pubblici officiali una frequente e pericolosa intromissione in queste losche faccende, divenne addirittura, per la scandalosa opera loro, una manifestazione continua della corruttela più smodata e cinica e dell’impotenza civile di que’ governi oppressori. Conseguenza, del resto, come la sarebbe ancor oggi, della fatal comunione di due elementi quasi l’uno all’altro necessario.
Da’ primi anni del secolo decimosesto a questi anni nostri l’amor libero ha avuto in Napoli una topografia stabile, una specie di relegazione in quei luoghi eccentrici della città i quali erano, or nell’alta sua parte, or fuori delle sue mura, in borghi frequentati, per lo più, dalla soldatesca attendata o acquartierata in que’ pressi. La fine del nostro secolo ha fatto, come nel borgo famoso che fu degl’Incarnati, crollare gli antichi baloardi che separavano dall’onesta gente quella che la società condanna e spregia: il Risanamento ha purgato in gran parte quella regione e dalle sue materiali demolizioni e sistemazioni è quasi sembrato, in sulle prime, che dovesse rampollare nelle vie nuove e spaziose – le quali mettevano l’aria e la luce ove fino a quel punto i rituali misteri di quelle sacerdotesse s’eran compiuti nella semioscurità di fondaci e chiassuoli – una civiltà novella e una morale più tollerabile. Ma come dilaga dal letto incapace d’un fiume l’acqua, e si spande, e trascorre per tanti rivoli nuovi e ne abbevera intorno il terreno, così, ricacciate da que’ luoghi ove il loro commercio le aveva perfin viste invecchiare, centinaia di miserabili sciagurate si sono sparse ne’ pressi della più vecchia suburra e han popolato tutto un rione ch’era stato de’ primi a sorgere, per opera de’ risanatori, accanto alla Stazione Ferroviaria, sull’area sterminata di terreni paludosi e deserti. Qui pareva che si dovessero raccogliere pacifiche e oneste famiglie di borghesi decaduti, di poveri operai, di ferrovieri, di quelli oscuri professionisti dei grandi centri, afflitti da prole copiosa e da tribolazioni perenni. Qualcosa che somigliava a un sentimento pietoso aveva – mentre si levavano, alti e capaci, i nuovi palazzi – additato ai cittadini, con ipocrita retorica di gazzette e di discorsi pronunziati in sale municipali, il provvido e civil destino d’un rione che avrebbe dovuto ospitare gli umili eroi della fatica giornaliera e dar loro un tetto che non usurpasse tutto quasi il loro guadagno.
Così non è stato. E, come per una fatalità etnografica, la cui dimostrazione è nei documenti di topografia che abbiamo raccolto, la stanza del meretricio non è più mutata a Napoli da quei tempi antichi. Han mutato nome, non abitatori, gl’Incarnati; il quartiere dei Gelai, con quasi somigliante aggettivazione, continua a raccogliere quanto vi ha di più vile ed abbietto nella mala vita: prospera ancor sempre la pianta del griffone, e pare una flora notturna fecondata dalla tenebra.
E i due grandi mali che hanno conquistata la nostra plebe dai tempi più remoti a questi d’oggi continuano, lentamente, a roderla.
L’ignoranza, la miseria.
[1] Lucrezia Borgia. Trad. di F. Mariani.
[2] Hesnaut, Le mal français à l’époque de l’expédition de Charles VIII en Italie, Paris, 1886.
[3] Aretino, Capricciosi e piacevoli ragionamenti, Giornata I, p. 24.
[4] Idem, Ibid. p. 29.
[5] Fortini, Le Giornate delle novelle dei novizii. Nov. XIX.
[6] Mauro, Opere burlesche, Capitolo del letto.
[7] Passero, cit., p. 68.
[8] Fulgosi, De dictis factisque, L. I, Capit. VI. (Due anni prima che Carlo scendesse in Italia, si manifestò fra gli uomini una malattia della quale i medici non riuscivano a trovare né nome né cura nelle opere degli antichi autori, e fu chiamata in modi diversi a seconda dei territori: in Francia lo denominarono Morbo Napoletano, mentre in Italia lo chiamavano Morbo Gallico, e altrove con altri nomi ancora.)
[9] Histoire de France, Tome X, Paris, 1770, p. 513.
[10] La lue americana, il mal francese, il mal napoletano ai tempi di Carlo VIII, Napoli, 1897.