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Uno studio sulla prostituzione

nell’Italia positivista

 

C. Lombroso - G. Ferrero, La donna delinquente. La prostituta

e la donna normale, Torino, Roux, 1893

 

 

Stefano Scioli

 

Università di Bologna

 

 

 

   Com’è noto, oggi il fenomeno della prostituzione è disciplinato dalla L. 20 febbraio 1958, n. 75 sull’Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui («Gazzetta Ufficiale» n. 55 del 4 marzo 1958). Questa legge – giunta all’approvazione dopo lunghi dibattiti in sede parlamentare (con un iter legislativo durato circa dieci anni, a partire dalla presentazione in Senato del relativo disegno il 6-8-1948), nonché accese discussioni nella società del tempo – vietava l’esercizio di case di prostituzione, disponendo la chiusura di quelle esistenti  entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge stessa (capo I, Chiusura delle case di prostituzione, art. 2)[i]. La norma (la cosiddetta “legge Merlin”, dal nome della senatrice proponente) prevedeva e prevede – in sostanza – la “liberalizzazione della prostituzione” accompagnata però da una rigorosa disciplina diretta a colpirne – con precise figure di reato – le forme di sfruttamento e favoreggiamento[ii] e raddoppia la pena qualora sussistano circostanze aggravanti, quali la violenza, la minaccia, l’inganno, l’esistenza di rapporti di parentela o di una relazione di servizio, ecc. (art. 4)[iii].

   La legge citata – pur tra numerose polemiche – ebbe il merito di tutelare (per lo meno nella definizione giuridica) le donne dallo sfruttamento, fino ad allora legalizzato e regolamentato da norme pubbliche. Importantissimo atto del legislatore, ma recente. Ben diverso era stato l’atteggiamento dei vari governi nei secoli precedenti. Essi, infatti, manifestando imbarazzo di fronte a tale fenomeno sociale, si erano sempre mossi tra tolleranza e forme di repressione, più o meno dirette, volte sempre alla tutela dell’ordine e della salute pubblici. Ricordiamo, comunque, tre importanti provvedimenti sulla prostituzione presi dopo l’unità d’Italia: innanzitutto, il regolamento Cavour del 15-2-1860 che fu esteso all’intero territorio nazionale[iv]. A seguito di «inconvenienti» riscontrati nell’«applicazione» di tale regolamento, «dopo tre commissioni di studio nominate, rispettivamente dai ministri Rattazzi, Nicotera e De Pretis, senza che pervenissero a conclusioni, con la commissione nominata da Crispi si giunse ad un nuovo regolamento adottato con r.d. 13-4-1988, n. 820 che, abrogando il precedente, poneva norme di polizia da esercitarsi sulle meretrici, a fini di ordine pubblico e sanitario»[v].

   Successivamente «dopo ulteriori provvedimenti, di vario segno, sull’obbligatorietà delle visite mediche e sul ricovero ospedaliero obbligatorio», fu con la legislazione fascista che la prostituzione venne regolata «in modo finale e compiuto (dal titolo VII del t.u.l.p.s. approvato con r.d. 18-6-1931, n. 773, artt. 190-208 e dal titolo settimo del relativo regolamento approvato con r.d. 6-3-1940, n. 635, artt. 345-361): in base a tale sistema «il meretricio poteva abitualmente esercitarsi soltanto nei luoghi che l’autorità locale di p.s. avesse dichiarati locali di meretricio; fuori di questi la prostituzione non costituiva illecito, purché non fosse esercitata in maniera abituale in un locale chiuso»[vi]. Le «case di meretricio» erano le cosiddette “case di tolleranza” delle quali la legge Merlin abolì – all’art. 2 sopra citato – la regolamentazione[vii]. L’Italia si adeguava, in questo modo, con la legge del 1958 al diritto internazionale nei termini definiti – in linea di principio – in seno alle principali istituzioni (gli ultimi tre articoli aderivano esplicitamente agli accordi internazionali sottoscritti dall’Italia) e recepito – concretamente – dalle legislazioni dei diversi stati: la «tendenza abolizionista, fortemente incentivata prima dalla Società delle Nazioni e poi dall’O.N.U.» venne, infatti, accolta nella maggior parte delle nazioni occidentali che abolirono la regolamentazione della prostituzione (la Francia, ad esempio, nonostante le forti resistenze del sindacato dei tenutari, dispose la chiusura delle case di tolleranza con legge 13-4-1946, n. 685)[viii]. Ricordiamo, poi, a tal riguardo, che «a seguito del suo ingresso nell’O.N.U.», l’Italia aderì «formalmente alla Convenzione per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione (Lake Success-New York, 21-3-1950), ratificata il 18-1-1960 e resa esecutiva con legge 23-11-1966, n. 1173»[ix].

   I provvedimenti precedenti la legge del 1958 – nati e seguiti da un fervore intenso di studi sul diritto e le leggi vigenti in materia[x] – risultavano diretti, tutti, comunque, alla salvaguardia esclusiva della moralità e sanità pubblica: problema, questo, che toccava profondamente gl’interessi degli stati[xi]. Nell’Ottocento, in Italia, il fenomeno della prostituzione aveva assunto caratteri e connotati tali da suscitare un vivo interesse delle scienze mediche, psichiatriche e giuridico-criminologiche, oltre che antropologiche[xii]. Tale piaga sociale, infatti, era stata e veniva fatta oggetto, con sempre maggiore passione, di analisi erudita, di ricostruzione storica, nonché di rappresentazione artistico-letteraria. Mette conto ricordare, ad esempio, la storia della prostituzione compilata da Salvatore Di Giacomo, La prostituzione in Napoli nei secoli XV, XVI e XVII, Napoli, R. Marghieri, 1899[xiii]. Degne di nota anche le indagini – sempre più numerose – a carattere igienico-sanitario che proliferarono nell’Ottocento, a causa del diffondersi delle malattie veneree, in particolar modo della sifilide: ricordiamo il volume di P. Ferrari, Prostituzione e sifilide, Milano, Stab. tip. F. Vallardi,1891[xiv], quello di A. Spagolla, Della vigilanza sanitaria sul meretricio: contributo alla profilassi delle malattie veneree e sifilitiche, Bologna, Tip. Gamberini e Parmeggiani, 1897 e l’essai di T. Mozzoni, Contributi agli studi etiologici sulla prostituzione, Venezia, Stab. tip. lit. C. Ferrari, 1898[xv]. Interessanti le ricognizioni sul campo come la Relazione statistico-sifilografica sul movimento delle prostitute e de’ morbi venereo-sifilitici nel sifilicomio di Lecce per l’anno 1880 pel dott. Cav. Antonio Quarta, Lecce, Tip. Ed. Salentina, 1881[xvi].

   D’altra parte, la sifilide, terza endemia contagiosa nel territorio italiano, era uno dei banchi di prova su cui doveva misurarsi la medicina sociale ottocentesca. E questo anche a fronte di un’interna ridefinizione disciplinare che l’attraversava sia in termini di un necessario aggiornamento alla luce delle nuove acquisizioni scientifiche via via ottenute, sia nei termini di un’uniformazione lungo la penisola dei metodi di ricerca e d’insegnamento, resasi necessaria dopo l’Unità d’Italia. Nell’Ottocento, comunque, la medicina imparò a distinguere la sifilide da altre malattie veneree quali la blenorragia e l’ulcera molle, ma affidava ancora la cura all’uso – non completamente efficace – dei sali mercuriali: sarà solo nei primi decenni del XX secolo «con la dimostrazione della trasmissibilità dell’infezione agli animali», «con la scoperta dell’agente patogeno», «con l’introduzione d’importanti sussidi diagnostici e di nuovi validi sistemi nella terapia che si cominciarono ad ottenere sia un progresso decisivo nella conoscenza della grave malattia sia indubbi successi nella cura»[xvii].

   Altri studi, poi, non mancarono di prendere in considerazione gli aspetti  “sociali” o di “morale pubblica”, sempre collegati allora a quelli dell’ “igiene”: si ricordino, tra gli altri, G. Harris, Celibato, matrimonio e prostituzione: studi sociali, Milano, C. Cioffi, 1885 (ivi, id., 1886); Id., Le prostitute nel secolo XIX, i loro mezzani, la polizia. Saggio storico-critico sociale, Milano, C. Cioffi, 1886; E. Ramondini, La prostituzione e la civiltà presente, Napoli, Tip. Nobile, 1866; C. Rogier di Beaufort, La prostituzione considerata nei suoi rapporti colla società, Torino, Tip. nazionale di G. Biancardi e C., 1851 (ivi, s.n., 1853); A. Gulli, La prostituzione in Sicilia nelle sue attinenze colla morale, l’amministrazione e la salute pubblica, Palermo, Tip. F. Lao 1863 (2 ed. Torino, Unione tipografico-editrice, 1865); J. Schmutz, La prostituzione e le prostitute a Trieste con due annessi regolamenti politico, sanitari, Trieste, Tip. Herrmanstorfer, 1868; D. Sacchi, Della prostituzione. Considerazioni critico-igieniche-morali, Torino, Vercellio, 1861[xviii].

   La letteratura del XIX secolo, dal suo canto, ha consegnato diverse raffigurazioni di meretrici, focalizzando l’attenzione sia sulla dimensione privata di particolari vissuti individuali sia sullo stigma sociale che si abbatteva sulle povere donne, iniziando anche ad accogliere tra le pagine di romanzi assai diffusi all’epoca, il mutato giudizio che la società stava maturando nei confronti delle meretrici. Un giudizio che ora tendeva a stemperare una condanna espressa tout court alla calda luce della commozione patetica: pensiamo – a questo riguardo – ad esempio, alla Signora delle Camelie di Alexandre Dumas figlio, alla Fantine dei Misérables di Victor Hugo o alla Sonja di Delitto e castigo. Senza dimenticare il tranche de vie offerto dalla Maison Tellier di Maupassant, romanzo “ambientato” tra le fanciulle di un bordello parigino, o certe atmosfere postribolari immortalate, tra i bassifondi parigini, nella vicenda di Marie, da Sue nei Misteri di Parigi

   Per una migliore intelligenza della diffusione degli studi sulla prostituzione tra Otto e Novecento, bisogna tuttavia inserirli in un più ampio quadro culturale. Innazitutto, è da dire che nella civiltà europea della fin de siècle la definizione della diversità sessuale della donna procedeva, per dirla con Paolo Orvieto, «di pari passo con la sua criminalizzazione». Interessante – a questo proposito – la ricognizione che lo studioso ha fatto in un suo recente essai dedicato alle varie forme di misoginia espresse nel corso dei secoli. Tra le tante raffigurazioni della donna, due – antitetiche – si sono imposte all’attenzione dello studioso: la «donna-Eva», «diabolica, tentatrice, femme fatale, dark lady, dominata dal sesso e che con il suo sesso domina e distrugge il suo compagno» e la «donna-Vergine», la «donna-Madonna», «purissimo angelo del focolare, custode della casa, amorevole accuditrice del marito e dei figli, accuratamente segregata tra le quattro pareti domestiche», rinnovata magari nella dimensione angelica della «donna-Beatrice». Tra «Eva» e la «Vergine» Orvieto individua anche una «configurazione intermedia», la «donna-Maddalena», «ibrido coacervo di tre Marie ricordate nei Vangeli» (Maria di Magdala, Maria di Betania e la «peccatrice che, presso il Fariseo Simone, bagna delle sue lacrime i piedi di Cristo e li asciuga con i suoi capelli, li bacia e li profuma con l’unguento»): si tratta della «donna-Eva che rinnega la propria carne, redenta dallo spirito e dal messaggio dell’uomo-messia», è «la peccatrice redenta, la donna che rifiuta la femmina ch’è in lei». Tra gli esempi di «donna-Maddalena» lo studioso ricorda proprio la Signora delle Camelie sopra ricordata nonché la Violetta della Traviata verdiana[xix]. In queste «uniche esistenze» – secondo Orvieto – si materializzava la «donna nell’immaginario maschile»[xx].

   L’Ottocento recupera queste interpretazioni e, facendole sue – pur nelle diverse rielaborazioni date da poeti, scrittori e artisti – offre da una parte un fitto catalogo di dames sans merci, investiganto in pagine ancora fondamentali da Mario Praz e, dall’altro, un repertorio di donne “angeli del focolare domestico” secondo un tópos caratteristico, ad esempio, di tanta letteratura pedagogica di quegli anni[xxi]. Il testo di Lombroso e Ferrero s’inserisce proprio in un contesto scientifico segnato dalla pesante eredità culturale – in quel torno di tempo rinnovata nelle teorie scientifiche – dell’inferiorità psico-biologico-mentale della donna. Pensiamo, ad esempio, agli studi di Paolo Mantegazza (Fisiologia del piacere, 1854) che – «anatomizzando l’uomo nei suoi sentimenti fondamentali» – aveva contribuito a diffondere «l’idea della donna come “tipo” massificato» con l’istituzione di tutto un «breviario di inestirpabili stereotipi femminili»[xxii]. Oppure alle indagini di Karl Vogt (Vorlesung über den Menschen, 1863) che, associando «le teorie evoluzionistiche di Darwin, Spencer e Comte a conferme fornite dalla frenologia», assimilò «la donna tout court piuttosto al selvaggio e al bambino che all’uomo evoluto»[xxiii].

   D’altra parte – nota ancora giustamente Orvieto – nella società del secondo Ottocento «ciò che spaventava era la sessualità della donna», che, pertanto, doveva essere «demonizzata e inibita sia nella sua variante eterosessuale (e allora si crea il mostro dell’idolo di perversità) sia, ancor più, nella variante omosessuale: spaventato dalla piaga del lesbismo era Krafft-Ebing; e anche il sessuologo americano Francis Cooke che, in Satana in società, del 1870, condanna ogni tipo di sessualità muliebre praticata al di fuori del matrimonio, ma in particolare la più devastante perversione, la masturbazione (ch’è, fin dal trattato L’onanisme del dottor Tissot, del 1760, pratica antisociale in quanto solitaria e degenerativa); la società va a catafascio quando la sessualità della donna non è più sotto il controllo dell’uomo, quando la donna cerca il piacere sessuale indipendentemente dalla procreazione, praticando la masturbazione, che apprende nelle scuole di perversione che sono i collegi femminili»[xxiv].

   Cesare Lombroso visse la propria parabola umana e professionale in questa temperie culturale, in un clima fortemente segnato sia dalle grandi opere di dottrina medica – figlie o eredi del positivismo – applauditissime, pur con qualche riserva, nel mondo scientifico del tempo, sia da un brulicante sperimentalismo che – nel suo stesso farsi – cercava  ancora di definire (all’interno dei vari laboratori) i nuovi statuti epistemologici-operativi delle diverse discipline[xxv]. In questo clima nacque anche la collaborazione tra Lombroso e Ferrero[xxvi]. Nella Donna delinquente Lombroso e Ferrero prendono le mosse del loro discorso scientifico dall’analisi della femmina nelle varie specie animali per poi focalizzare l’attenzione su quella umana, sottolineandone la sostanziale inferiorità psichica ed etica rispetto al genere maschile. Esplicito l’intento già nella Premessa al volume:

  

   Così vedremo la femmina nelle più basse serie zoologiche essere superiore al maschio in volume, in complicazione degli organi, quasi padrona della specie, per poi calare ad essere l’umile schiava, menomata in forza, in variabilità, ecc.; e così nella razza nostra essa appare uguale o superiore all’uomo prima della pubertà in forza e statura, spesso in ingegno, ma poi man mano gli resta indietro, lasciando nella stessa momentanea prevalenza una prova di quella precocità che è comune alle razze inferiori.

   La stessa relativa scarsezza di stigmati generative, che sembra a tutta prima evidente carattere di superiorità, si lega invece alla minore sua variazione, che è un carattere inferiore […]

   Singolarissima contraddizione ci offre la consistenza della crudeltà e della pietà nella donna: e ci venne appieno risolta dall’influenza della maternità, che innestandosi sul fondo crudele ne fa sopranuotare spesso la dolcezza, coma la mancanza di ingegno, di forza e di variabilità ci dà la ragione perché, essendo congenitamente meno morale, pure sia meno rea: e questo e l’atavismo e i prepotenti ardori maschili ci aiutano a comprendere come l’equivalente della reità-nata sia in esse, più che il delitto, la prostituzione, che pure non dovrebbe sorgere, a filo di logica, in chi ai bisogni sessuali è tanto meno sensibile. […]

   Che, se dovemmo provare che nella mente e nel corpo la donna è un uomo arrestato nel suo sviluppo, il fatto che essa è assai meno delinquente di lui, e che ne è di tanto più pietosa, può compensare a mille doppi la deficienza nel mondo dell’intelletto.

   Allo stesso modo che l’armonia musicale, e meglio ancora la bellezza, conquista tutti i ceti e tutte le classi, così il rispetto che si ha all’intensità del sentimento, e specie del sentimento materno, è molto più universale e durevole che non quello per le vittorie dell’intelletto. Uno scienziato avrà cento ammiratori, che presto scompaiono: un santo, miliardi, e per tutte le età. […][xxvii]         

 

Il saggio risulta nel suo complesso diviso in quattro parti distinte. La prima sezione (La donna normale) definisce le caratteristiche peculiari della donna rispetto a quelle dell’uomo: tutte qualità – secondo gli autori – che chiaramente indicano la completa «inferiorità» «fisica», «psichica» e – particolare notando – «morale» della femmina umana rispetto al maschio. I due studiosi trovano una premessa fondativa nella natura stessa e passano in rassegna innanzitutto la «femmina nel mondo zoologico». Poi il loro sguardo si sposta ai primati e l’analisi giunge all’Anatomia e biologia della donna: peso e statura, differenze anatomiche, pelo, scheletro, visceri, grasso, sangue, cranio, cervello. E ancora la fisionomia, i caratteri degenerativi, le funzioni, le secrezioni urinarie, i mestrui, la forza muscolare, le malattie. Vecchiaia, canizie e calvizie, prima d’un rapido riassunto, concludono il capitolo. Una continua conferma – secondo i diversi aspetti corporei di volta in volta presi in esame – della “inferiorità” fisica della donna[xxviii].

   Anche i «sensi» e la «psiche» della donna forniscono ulteriori conferme all’assunto iniziale. Vengono presi in esame il tatto, il gusto, l’olfatto, l’udito, la vista, ma anche la sensibilità sessuale, quella dolorifica e la generale: sempre si lascia sorprendere la condizione “subalterna” della donna. E poi con l’algometria, vengono indagati la resistenza al dolore e la maggiore eccitabilità dolorifica prima di trattare della sensibilità morale[xxix]. Nel IV capitolo Lombroso e Ferrero indagano la crudeltà, la pietà e la maternità nella femmina e nella donna: da una parte, la crudeltà della donna in guerra, la vendetta, lo scempio dei deboli e la crudeltà contro le altre donne, e ancora la crudeltà epidermica e quella impotente e dall’altra la pietà delle femmine verificata a partire dal mondo zoologico, poi in quello dei popoli selvaggi, e quindi nella donna nelle società civili. Senza dimenticare la pietà morbosa o l’altruismo isterico, la compresenza della crudeltà e della pietà nella femmina e nella donna – una contraddizione solo apparente – trova un senso particolare nell’ottica dei due studiosi:

 

   Si ripercorrano tutti gli esempi riportati della crudeltà femminile, e si vedrà che in tutte le forme di crudeltà, sia epidermica o individuale, assurga alle atrocità demoniache commesse da certe regine o da certe criminali, o si tenga bassa alla volgarità del dispetto e della piccola persecuzione giornaliera, un tratto comune risalta: la tendenza della donna non tanto a distruggere il nemico, quanto a infliggergli il massimo dolore, a martoriarlo a sorso a sorso e a paralizzarlo con la sofferenza. […]

   Ma la donna ha avuto sin dalle origini della vita umana una grande funzione protettiva della debolezza, la maternità; mentre l’uomo, gettato in mezzo alla lotta per l’esistenza, ha avuto invece una funzione distruttiva della debolezza, si è incaricato della selezione dei più deboli a favore dei più forti. […]

   Ma la pietà si congiunge nella donna ad uno spirito di abnegazione, ad una voluttà del sacrificio. L’origine di questo nuovo sentimento è più difficile da spiegarsi . Non è solo nella carità che la donna abbandona se stessa, ma anche nell’amore. L’amore della donna per l’uomo è fatto di devozione. Ne sono prova  le lettere di Eloisa, la donna in cui la devozione si innalzò a un tale esaltamento, che confina col furore. […] Nella donna lo spirito di abnegazione e di sacrificio può dunque esser nato dalla sua maternità e dalla sua debolezza in faccia all’uomo; la sua origine e la sua base ultima è il desiderio di averne in cambio una ricompensa di tenerezza.

   A chi chiedesse ora se la donna è pietosa o crudele, noi risponderemmo che la pietà e la crudeltà coesistono in essa. La sua debolezza la rende crudele e pietosa ad un tempo.

   La rende crudele, perché la crudeltà è l’unica arma di offesa e di difesa di un essere debole contro il più forte. Aggiungasi ancora la sensibilità minore, la maggiore impulsività e minor inibizione, per ci può meno padroneggiare gli impulsi malvagi.

   D’altra parte la debolezza la rende pietosa, perché la costringe a guadagnarsi con la mitezza l’affetto dei più forti. […] Furono soprattutto le abitudini dolci della maternità e della famiglia, di cui la donna ha il privilegio quasi esclusivo, che contribuirono a renderla pietosa. […]

   Ma la debolezza essendo fonte di massima impulsività, la donna è quasi in uno stato d’equilibrio instabile, per cui uno stesso individuo in una stessa giornata può passare da un estremo all’altro facilmente, e reagire contro ciò che si presenta come nemico, crudelmente; e contro ciò che prende le forme della debolezza, pietosamente. Anche oggi la donna più pietosa, quando sono in giuoco rivalità specialmente se sessuali o materne, diventa crudele, in quelle forme attenuate che la civiltà comporta; e calunnia e cerca di umiliare la rivale, godendosi della disgrazia di lei. […]

   E la selezione sessuale, appena la barbarie primitiva cominciò a mitigarsi, diede la preferenza non alle donne più forti, ma alle più graziose e quindi miti, mettendo in onore la grazia e le doti morali, che alla grazia, per associazione, si accompagnano. La donna si perfezionò quindi nella grazia, nel garbo, arti miti, e si allontanò dalle arti forti e crudeli. […][xxx]                

 

Ma non basta. A proposito del comportamento femminile nella varia fenomenologia del suo darsi, Lombroso e Ferrero sottolineano una totale elementarietà dei moventi e delle motivazioni che spingono la donna all’agire: ad esempio, nell’«amore» – analizzato nel V capitolo prima nelle specie animali (Amore nei maschi, Monogamia negli uccelli, Poligamia degli uccelli, Mammiferi) e poi nelle razze umane  – la donna mostra – agli occhi di Lombroso e Ferrero – una tendenza a soddisfare spinte interiori, ancestralmente istintuali, che trovano la loro più vera ragione nella dipendenza e soggezione provata nei confronti dell’uomo[xxxi]. Ecco poi – momento importantissimo nella indagine di Lombroso e Ferrero – lo studio del senso morale nella donna, segnato da una naturale propensione alla menzogna, alla mancanza di lealtà o – massima nella gelosia – ad una tendenza alla vendetta ineguale in natura. Secondo queste premesse si svolge l’analisi dei sentimenti citati (la menzogna, la vanità – considerata sia nel mondo zoologico, sia in quello selvaggio, sia nei popoli civili – e poi ancora la giustizia, l’ira, l’avarizia, la lealtà, l’onore, l’invidia e, appunto, la vendetta femminili): 

  

   In complesso possiamo asserire che nella donna, come nel fanciullo, il senso morale è inferiore. […] La slealtà di un banchiere è necessità suggeritagli dalla lotta commerciale – se tende oggi il tranello all’altro, vi cadrà egli domani – e quindi relativamente normale perché adattamento alle condizioni, sia pure passeggere, della vita; mentre l’ira e la vendetta di una signora contro una rivale che era meglio vestita di lei alla festa, è immorale, perché dipendente da eccessiva suscettibilità del proprio egoismo, che si offende di quello che è per gli altri l’esercizio di un diritto.

   Anche qui ci rivediamo condotti alla psicologia dell’uomo primitivo, felice se il suo volto  più impiastricciato attira l’attenzione dei compagni, vendicativo così che la vendetta diventa per lui un dovere religioso; e al fanciullo, che piange di un favore accordato a un compagno e negato a lui, come se lo avessero offeso in un suo diritto. […]

   La donna normale ha molti caratteri che l’avvicinano al selvaggio, al fanciullo e quindi al criminale (irosità, vendetta, gelosia, vanità), e altri diametralmente opposti che neutralizzano i primi, ma che le impediscono di avvicinarsi nella sua condotta quanto all’uomo a quell’equilibrio tra diritti e doveri, egoismo e altruismo, che è il termine dell’evoluzione morale. […][xxxii]                            

 

L’intelligenza della donna, inferiore a quella dell’uomo, risulta – all’analisi di Lombroso e Ferrero – caratterizzata soprattutto da una sostanziale «debolezza della potenza creatrice»[xxxiii]. Terminata la prima parte, Lombroso e Ferrero concentrano la loro attenzione sulla donna delinquente (Criminologia femminile). Dopo aver preso in considerazione il delitto delle femmine animali (cap. I), il delitto delle donne selvagge e  primitive (cap. II), ecco i due studiosi concentrarsi – nel terzo capitolo – sulla prostituzione. E lo fanno seguendo un percorso espositivo che prende le mosse dall’analisi del pudore – importantissimo per comprendere il punto di vista dei due studiosi. Poi viene svolto lo studio antropologico delle varie forme di prostituzione: da quella civile a quella ospitale, dalla poliandria alla prostituzione sacra. Conclude il capitolo un excursus storico sulla prostituzione dall’antichità ai tempi moderni. 

   La terza parte – quasi naturale prosecuzione della precedente – offre lo studio dell’«anatomia e dell’antropometria della donna criminale e della prostituta», continuamente messe a confronto. L’antropomentria viene applicata alle due “categorie” femminili attraverso l’analisi comparata, innanzitutto, del cranio: con la misurazione della capacità cranica, della capacità orbitale, dell’area del foro occipitale, dell’indice cefalo-rachidiano, di quello cefalo-orbitario, dell’angolo facciale, della circonferenza orizzontale e curva, dell’indice cefalico e di quello verticale. E ancora Lombroso e Ferrero valutano il diametro frontale minimo, il diametro e l’indice stefanico, l’indice nasale, quello palatino, quello orbitarlo, e quello facciale, l’altezza totale della faccia, la larghezza bizigomatica, il peso della mandibola, l’indice bigoniaco e l’altezza sinfisiana. Poi passano allo studio del cervello con lo studio del peso, delle anomalie e delle anomalie patologiche. Così vengono elencate – fondamentali nell’ottica scientifica lombrosiana – le «anomalie» (ossia i «caratteri degenerativi») delle ree e delle prostitute: sia quelle presentate nel corpo – nel peso, nella statura (altezza media del corpo seduto), negli arti e nel torace (apertura delle braccia), nelle mani, nel collo, nelle cosce e nelle gambe, nei piedi (piede prensile), nei capelli (con attenzione alla canizie e alla calvizie), negl’iridi, nelle rughe, ma vengono valutati anche i nei, i peli, la divisone del palato, i masseteri, le mammelle, i genitali, la laringe – sia le «anormalità» riscontrabili nel comportamento. Così Lombroso e Ferrero stessi riassumono i risultati “scientifici” più significativi esposti nel IV capitolo della III parte:

 

La statura, l’apertura delle braccia e la lunghezza degli arti è inferiore in tutte le ree alle oneste; il peso sarebbe, relativamente alla statura, maggiore delle medie oneste, nelle prostitute e nelle assassine.

La mano è più lunga, e le sure sono più sviluppate nelle prostitute; il piede è più corto che nelle oneste; la parte digitale, però, della mano, è meno sviluppata della palmare.

Le ladre, e più ancora le prostitute, avrebbero capacità e circonferenza cranica inferiore alle oneste, e più corti i diametri cranici; viceversa, più sviluppati i diametri facciali, specialmente della mandibola.

Il capello e l’iride sono più scuri nelle criminali, e fino ad un certo punto anche nelle prostitute, ove il biondo e il rosso, però, ora supera, ora s’avvicina al normale. La canizie, che è più rara nella donna normale, è più frequente nella criminale, quasi il doppio; viceversa, la calvizie vi è più rara nella giovinezza e nella maturità in confronto alla normale, e così le rughe, più frequenti solo nell’età matura. Nelle prostitute, quasi tutte precoci, o truccate, poco, su ciò, si può raccogliere con certezza: da quel che è dato arguire e canizie e calvizie precoce vi farebbero, però, difetto come nei rei-nati.[xxxiv]      

 

   Come detto nella Premessa il tipo criminale viene rapportato a «ragioni ataviche e sociali di tipo». A conclusione del loro saggio Lombroso e Ferrero dedicano alcune riflessioni ad un tema – che poi sarà importantissimo per gli studi sulla delinquenza –, ossia quello del «tatuaggio» delle prostitute.

   Nella quarta parte, infine, i due studiosi tracciano – con tabelle comparative, tavole anatomiche, fotografie di donne (delinquenti e prostitute) di diverse razze – la «biologia e la psicologia delle criminali e delle prostitute». Gli studiosi analizzano: le mestruazioni, la precocità, la fecondità, la vitalità, la voce, la scrittura e la forza muscolare. Anche in questo caso, si soffermano sul tatto, sulla sensibilità generale e dolorifica, sul gusto, sull’olfatto, sull’udito, sul campo visivo e sull’acuità visiva. Grande interesse mostrano per la «sensibilità sessuale» con lo studio del «tribadismo» e delle «psicopatie sessuali». Quindi Lombroso e Ferrero prendono, dapprima, in esame la «criminale-nata» (con la valutazione della crudeltà, dell’erotismo e della virilità, degli affetti e delle passioni, della maternità, della vendetta, dell’odio, dell’amore, dell’avidità e dell’avarizia, ma anche del vestiario, della religiosità, del sentimentalismo, dell’intelligenza, della scrittura e della pittura) e indagano i «modi di esecuzione dei reati», con attenzione alle «ree d’occasione» e a quelle «per passione» (caratteri fisici e morali). Poi, dopo aver analizzato le suicide, affrontano il tema della «prostituta-nata» e della «prostituta d’occasione», prima di concludere il capitolo con lo studio delle «pazze criminali», delle «delinquenti epilettiche e pazze morali» e delle «delinquenti isteriche».

   Le prostitute-nate vengono descritte attraverso la categoria della pazzia morale, analizzando i sentimenti famigliari, il modo di vivere la maternità, la criminalità, la diffusione dell’alcoolismo, della cupidigia e poi il sentimento del pudore, e quella che gli autori definiscono bontà intermittente. Non vengono tralasciati l’intelligenza, e l’analisi della “scrittura”, la diffusione dei tatuaggi, dei gerghi, il sentimento della religiosità, l’affetto alle bestie, l’amore, la ghiottoneria, la voracità e la tendenza ai liquori, il giuoco, la vanità, l’oziosità, la volubilità, la leggerezza, l’imprevidenza, e la menzogna. I due studiosi valutano quindi l’«equivalenza della prostituzione-nata nelle alte classi sociali» (par. 21):

 

Sarebbe facile dimostrare che la massima parte delle prostitute sono date dalle classi povere … Ma senza negare che la miseria e la cattiva educazione possano aver influenza a determinare un contingente di prostitute d’occasione, sarebbe vano credere che quel fenomeno, che nelle classi inferiori si esplica con la prostituzione innata,  non abbia manifestazioni diverse nella forma, ma equivalenti nella sostanza, nelle alte classi.

Quella che nelle classi basse diventa un’ospite del lupanare, nelle alte classi è l’adultera incorreggibile, perché sarebbe un’ingenuità credere che siano prostitute solo le inquiline dei postriboli … . La prostituzione innata adunque prende forme esteriori diverse nelle alte classi sociali; ma i tipi che ritroviamo in alto sono gli stessi che quelli che troviamo in basso, nei postriboli più abietti[xxxv]

 

Lombroso e Ferrero vanno così al cuore della questione, il rapporto tra prostituzione e criminalità:

 

Ci è ora lecito risolvere con dati sicuri la tanto dibattuta questione dei rapporti tra la prostituzione e la criminalità.

L’identità psicologica come l’anatomica tra il criminale e la prostituta-nata non potrebbe essere più compiuta: ambedue identici al pazzo morale, sono per assioma matematico eguali fra loro. La stessa mancanza di senso morale; la stessa durezza di cuore in entrambi; lo stesso gusto precoce del male; la stessa indifferenza della infamia sociale che fa sopportare all’uno la condizione di galeotto e all’altra quella di donna perduta; la stessa imprudenza, mobilità, tendenza all’ozio; la stessa o quasi la stessa vanità. La prostituzione non è che il lato femminile della criminalità. E tanto è vero che prostituzione e criminalità sono due fenomeni analoghi o, per dir così, paralleli, che alle loro estremità si confondono, e vediamo spesseggiare tra la prostituzione le forme più miti del reato, come il furto, il e il ricatto, il ferimento. La prostituta è adunque una criminale, psicologicamente: se non commette reati, si è perché la debolezza fisica, la scarsa intelligenza, la facilità di procacciarsi tutto ciò che desidera con il mezzo più facile e quanto, per la legge del minimo sforzo preferito, della prostituzione, la dispensa; e appunto per questo rappresenta la forma specifica della criminalità femminile, giacché le donne criminali sono sempre straordinariamente anomali e mostrano un cattivo più di quello del maschio o caratteri, anche biologici, maschili; sono quindi fenomeni interamente eccezionali, che confermano doversi cercare la criminalità vera delle donne nella prostituzione. E questo anche ci spiega  perché tra esse predominano le forme più miti di reato; essendo identiche ai criminali, battono con questi la stessa via sin dove le loro forze arrivano: al di là la loro degenerazione si sforza nella forma specifica della prostituzione …

Che poi queste donne non commettono delitti, o molto più raramente, dannosi alla società; che anzi la loro forma sociale di criminalità, la prostituzione sia in un certo senso socialmente utile, come sfogo della sessualità maschile e come preventivo di delitti, non monta. Anche il criminale può trasformarsi un  o anche apparire solamente sotto forma di eroe; ma non resta per questo meno psicologicamente un criminale, per quanto l sua criminalità si sia sfogata questa volta in modo anche utile.

Ma noi qui ci fondiamo, soprattutto, sulla struttura intima della psiche, identica nei criminali e nelle prostitute-nate salvo le differenze sessuali in perfetto accordo con le differenze generali della psiche maschile e femminile: noi possiamo dunque asserire che delitto e prostituzione sono le due forme, maschile e femminile, della criminalità, senza occuparci ora della loro diversa importanza sociale. Ci occuperemo di questo trattando (nel volume II) delle applicazioni pratiche, e in grazia di essa ci guarderemo bene dal proporre, come invece ci è forza fare per le delinquenti-nate, la repressione del meretricio col carcere o col patibolo; mentre esso con tutti i suoi odiosi difetti, può funzionare come un eccellente sostitutivo penale (vedi Ferri, Sociologia criminale, 3ª edizione, 1893)[xxxvi] 

 

Lombroso e Ferrero passano ad analizzare poi la prostituzione d’occasione: infatti, «non tutte le prostitute sono colpite da pazzia morale, quindi non tutte possono dirsi prostitute-nate; ve ne hanno dunque di quelle occasionali»[xxxvii]. I due – anche ora – esaminano i caratteri fisici e quelli psichici, il valore della maternità, il sentimento della vergogna e il rimorso, il pudore, ma anche la perdita della verginità, la violenza e l’astuzia, senza dimenticare la miseria e i cattivi esempi. Ecco – nella Sintesi al cap. IX – Lombroso e Ferrero dare la loro interpretazione più profonda della delinquenza e soprattutto della prostituzione d’occasione:

 

Secondo noi, la prostituzione e non  la criminalità è la vera degenerazione femminile: perché le criminali-nate sono eccezioni rarissime e mostruose; le criminaloidi non  sono spesso che donne, nelle quali disgraziate condizioni di esistenza hanno sprigionato quel fondo d’immoralità che esiste in ogni donna, anche normale. Il furto e la frode, ad es., non sono ancora di per sé soli indizio di una grande perversità in una donna, perché il rispetto alla proprietà non è tra i suoi sentimenti più forti e quindi per infrangerlo non c’è bisogno d’una grave degenerazione. Ma il pudore è invece il più forte sentimento femminile, dopo la maternità: quello alla cui creazione e consolidazione tutta l’evoluzione psichica della donna lavora da tanti secoli con estrema energia; quindi anche quella donna che, senza mancare originariamente di pudore, facilmente lo perde, deve essere più profondamente anormale che la donna la quale sotto gravi tentazioni perde il rispetto alle proprietà altrui. Questo fatto è pressoché normale; l’altro è invece molto anomalo.[xxxviii]   

 

     La storia della scienza – con le nuove acquisizioni ottenute sia attraverso mutati quadri epistemologici di riferimento sia grazie a rinnovati strumenti di cui la scienza stessa si è dotata – ha smentito le teorie lombrosiane. E tuttavia esse restano un capitolo degno di riflessione critica nella storia della cultura e della civiltà, non solo italiana tra Otto e Novecento: un capitolo, sì, pseudo-scientifico, ma nondimeno rappresentativo di un’intera Weltanschauung, di un modo di vedere e rappresentare il mondo, la realtà.


 

[i] «Le case, i quartieri e qualsiasi altro luogo chiuso, dove si esercita la prostituzione, dichiarati locali di meretricio a’ sensi dell’articolo 190 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, e delle successive modificazioni».

 

[ii] Tra le figure di reato previste dall’art. 3 ricordiamo: l’esercizio, sotto qualsiasi denominazione, di una casa di prostituzione (co. 1), la concessione in locazione di una casa a tale scopo (co. 2), l’abituale tolleranza da parte dei gestori di alberghi o pensioni della presenza di persone che all’interno di essi si diano alla prostituzione (co. 3), ecc. In questo quadro, a fronte delle severe sanzioni per coloro che organizzano o sfruttano la prostituzione altrui, vengono stabilite lievi pene per la prostituta che in luogo pubblico o aperto al pubblico invita al libertinaggio in modo scandaloso o molesto o adesca per strada i passanti (art. 5).  

 

[iii] Con opportune estensioni, alla luce di successivi provvedimenti: ad esempio, il co. 7bis prevede la pena raddoppiata «se il fatto è commesso ai danni di una persona tossicodipendente», lettera aggiunta dall’art. 105 della L. 22 dicembre 1975, n. 685 (disciplina degli stupefacenti), come modificato dall’art. 32 L. 26 giugno 1990, n. 162.

 

[iv] Per esso – ispirato al codice francese – vedi in questo volume pp.    .

 

[v] Vd. G. Pioletti, Prostituzione, in Digesto delle Discipline Penalistiche, Torino, UTET, 1995, X, pp. 274-76. Bisogna ricordare che in Italia – nel 1888 – venne inaugurata dalla legge «Crispi-Pagliani» («approvata dal Parlamento il 22 dicembre e preceduta di un anno dall’istituzione della Direzione generale di sanità pubblica presso il ministero dell’Interno») un’importante riforma sanitaria e nel 1890 venne inaugurata (con legge Crispi) la riforma ospedaliera «mediante la conversione e concentrazione nella Congregazione di carità delle opere pie non più rispondenti a effettivi bisogni sociali»,cfr. G. Cosmacini, Storia della medicina e della sanità in Italia, Roma-Bai, Laterza, 2005, pp. 343ss.: cit. p. 343 e p. 352.  

 

[vi] Vd. Pioletti, cit., p. 275.

 

[vii] Per quanto riguarda, invece, l’incriminazione di lenocinio e della tratta si sono succedute le discipline del codice penale sardo-italiano del 1859 (artt. 421-424), del codice Zanardelli del 1889 (artt. 345-349) e del codice Rocco del 1931 (libro II, titolo IX, Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume, capo II, Delle offese al pudore e all’onore sessuale, artt. 531-536), mentre la figura del delitto di tratta (di donna minorenne) venne prevista per la prima volta con la legge sull’emigrazione del 31 gennaio 1901, n. 23. «Tali disposizioni del codice sono state espressamente abrogate dalla legge Merlin che all’art. 3, 1 co. le ha sostituite con altre – previste nello stesso art. 3 e nell’art. 4 – mentre le disposizioni sul meretricio del t.u.p.s. e relativo regolamento sono abrogate tacitamente per incompatibilità dato il divieto di esercizio di case di prostituzione posto dall’art. 1 della legge e la chiusura dei locali di meretricio autorizzati stabilito dall’art. 2. Sopravvivono le disposizioni codicistiche dell’art. 537 e 538, relative, rispettivamente, alla punibilità dei delitti di tratta anche se commessi da un cittadino all’estero e alla misura di sicurezza che consegue la condanna. L’abolizione della prostituzione autorizzata nelle case di tolleranza è stata attuata perché si è riconosciuto che l’obbligo del trattamento sanitario delle prostitute e l’organizzazione economica delle case chiuse violavano sia i limiti imposti dal rispetto della persona umana dall’art. 32 Cost., sia i limiti della libertà e della dignità umana posti dall’art. 41 Cost. all’attività economica privata» (Pioletti, cit., p. 275).

 

[viii] Vd. Pioletti, cit., p. 274.

 

[ix] Ibid. Accogliamo e facciamo nostra la nozione giuridica di prostituzione. «Attualmente, risulta generalmente accettata la definizione che vede nella dazione indiscriminata e professionale del proprio corpo per fini di lucro, i profili essenziali del fenomeno, (cfr. Cass. pen., sez. III, 1.8.1967, n 734, Giordano)», vd. L. Pavoncello Sabatini, Prostituzione (disposizioni generali in materia di), in Enciclopedia giuridica, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1991, XXV, p. 2. Per prestazione sessuale indiscriminata «si intende senza scelta del partner [n. 25: l’indeterminatezza dei destinatari della prestazione non viene meno qualora la donna si conceda ad una categoria di persone avanti certi requisiti: Cass., 16-10-1979, MP, 1980, 144, 708; Cass., 29-11-1974, ivi, 1975, 129.825; Cass., 12-2-1970, GP, 1971, III, 410]». Risulta «irrilevante che la prostituzione sia di donna o di uomo, che sia eterossessuale o omosessuale, come è irrilevante il tipo di prestazione. La prestazione sessuale deve essere indiscriminata ma personale, volta cioè al soddisfacimento di una richiesta sessuale, ancorché abnorme o singolare [n. 24: Aperto – in dottrina – se il concetto possa essere esteso a comprendere lo spettatore di spettacolo pornografico (pro Pavoncello Sabatini, cit., 1.3, contra Pioletti, cit., p. 277, n. 24, n.n.). Le prestazioni posso prescindere da un tangibile contatto fisico e comprendere quindi una molteplicità di condotte, consistenti comunque in atteggiamenti lascivi. In giurisprudenza è stato ritenuto comportamento prostituivo denudarsi a fine di lucro in presenza di più persone, consentendo contatti tattili e baci: Cass., 3-11-1965, MP, 1966, 099992; Cass., 6-6-1975, ivi, 1975, 131.299]. Essenziale è che la prestazione sessuale avvenga a fine di lucro, anche se la retribuzione può essere convenuta tra il cliente e l’intermediario ed a questi versata, purché chi si prostituisce aderisca all’accordo, strumentalizzando così il comportamento sessuale alla percezione di una utilità economica [n. 25: Cass., 4-5-1984, MP, 1984, 165878]. Non è invece essenziale alla nozione di prostituzione l’esercizio abituale e continuativo delle prestazioni sessuali (mestiere) – essendo indubbiamente atto di prostituzione anche una sola prestazione sessuale per la quale il compenso sia elemento determinante della prestazione quale è il caso della donna che si prostituisce per la prima volta – anche se il termine prostituzione viene solitamente usato per indicare il mestiere della prostituta che vive in tutto o in parte dei proventi di tale attività, esercitandola con continuità al fine di trarne vantaggi economici», Pioletti, cit. pp. 276-77. Risponde poi al reato di favoreggiamento o sfruttamento della prostituzione anche la prostituta che ne chiami altre per realizzare, a richiesta del partner, un rapporto a tre [Cass., 8-11-1986, CP, 1988, 1107].

 

[x] Vd. almeno I. Gallico, Progetto di regolamento sulla prostituzione per le principali città d’Italia ed in particolare della Toscana, Firenze, s.n., 1860; A. Bertani, La prostituzione patentata e il regolamento sanitario. Lettera ad A. de Pretis, ministro per l’interno, Milano, Quadrio, 1881; G. Coen, Uno sguardo al regolamento sulla prostituzione del 1860, Livorno, Tip. Economica di A. Debatte, 1887; C. Dalla Bona-Roncalli, L’abrogazione delle leggi sulla prostituzione, Padova, Tip. alla Minerva,1876; E. Fazio, L’abrogazione dei regolamenti di sorveglianza sulla prostituzione e l’igiene pubblica, Napoli, Tip. fratelli Testa, 1876; E. Florian, La prostituzione e la legge penale. Studio di dottrina e giurisprudenza con commento del regolamento 21 ottobre 1891, Milano, Stab. tip. Società editrice libraria, 1899 [estratto]; A. Gramola, Le prostitute e la legge, Milano, Cortellazzi, 1880; M. Licciardelli Galatioto, La prostituzione e la legge Crispi, Catania, Tip. dell’Etna di G. D’Urso Condorelli, 1891; E. Nathan, Le diobolarie e lo Stato: quadro di costumi regolamentati, Roma, Tip. Forzari e C., 1887; V. Parenzo, La polizia dei costumi, Padova, Crescini, 1877; C. Pellizzari, Delle modificazioni da introdursi nel regolamento sulla prostituzione in rapporto con la profilassi delle malattie veneree: discorso, Milano, Tip. Bortolotti, 1891; G. Pini, Della prostituzione e dei provvedimenti recentemente proposti e adottati a tutela della morale de dell’igiene in Italia ed all’estero, Milano, Stab. G. Civelli, 1887; Id., Le leggi sulla prostituzione: note, Milano, Rechiedei, 1875; D. Sacchi, Progetto di un nuovo regolamento sulla prostituzione. Raccomandato a S. E. il ministro dell’interno, Torino, Tip. nazionale di G. Biancardi,  1862; A. Scarenzio, I risultati dell’applicazione del regolamento 27 ottobre 1891 sul meretricio nell’interesse dell’ordine pubblico, della salute pubblica e del buon costume, 1893; A. Veronese, Della prostituzione considerata specialmente ne’ suoi rapporti colle leggi di polizia politica e sanitaria. Studio critico, Firenze, Civelli, 1875.

 

[xi] Vd. ad es., a proposito della sifilide, La sifilide in Italia a confronto del vecchio regolamento Cavour e di quello nuovo Crispi: deduzioni ricavate dai primi quattro anni di esercizio del 5. dispensario celtico governativo di Napoli con resoconto degl’infermi curati nell’anno 1893 pel cav. dott. D. Greco, Napoli, Tip. Pontieri, 1894. 

 

[xii] Vd. Aa.Vv., Prostituzione, in Enciclopedia italiana, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, ed. 1949, XXVIII, pp. 365-8: St.[efano] L.[a] C.[olla] (pp. 365-7), S.[ilvio] Le.[ssona], Diritto italiano vigente (p. 367), G.[iuseppe] Cav.[arretta], Diritto internazionale (pp. 367-8) e Ub.[erto] P.[estalozza], Prostituzione sacra (p. 368); cfr. anche R. Tatafiore, Prostituzione, in Grande dizionario enciclopedico, fondato da P. Fedele, Torino, UTET, 1990, XVI, pp. 693-94 (e La prostituzione nel diritto italiano, pp. 694-5). Per gli aspetti di storia del diritto, utili accessioni in U. E. Paoli, Prostituzione (diritto antico), in Nuovo Digesto Italiano, a cura di M. D’Amelio e A. Azara, Torino, 1939, X, pp. 786-7; E. Cantarella, Prostituzione (diritto greco), in Nuovissimo Digesto Italiano, dir. da A. Azara ed E. Eula, Torino, UTET, 1967, XIV, pp. 225-8; F. Ciapparoni, Prostituzione (diritto romano e intermedio), ivi, id., pp. 228-31; I. Mereu, Prostituzione (storia), in Enciclopedia del diritto, dir. da F. Santoro-Passarelli, Milano, Giuffrè, XXXVII, 1988, pp. 440-51. Cfr. per il diritto moderno G. Sabatini, Case di tolleranza, in Nuovo Digesto Italiano, cit., 1937, II, pp. 919-22; M. Dondina, Prostituzione (diritto vigente), in Nuovo Digesto Italiano, cit., 1939, X, pp. 787-90; G. Rosso, Prostituzione (reati in materia di), in Enciclopedia forense, dir. da G. Azzariti, E. Battaglini e F. Santoro-Passarelli, Milano, Vallardi, 1959/60, V, pp. 1057-64; A. Santoro, Prostituzione (Diritto vigente), in Nuovissimo Digesto Italiano, cit., pp. 231-8 e G. La Cute, Prostituzione (diritto vigente), in Enciclopedia di diritto, cit., pp. 452-78 (Bibl. pp. 478-79). Per il diritto attuale (dottrina e giurisprudenza), vd. L. Pavoncello Sabatini, cit. e G. Pioletti, cit., pp. 271-96. Per un’introduzione allo studio della prostituzione da un punto di vista sociologico, vd. N. J. Davis, Prostituzione, in Enciclopedia delle scienza sociali, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1997, VII, pp. 134-44. Analizza invece le dinamiche psicologiche implicate nel fenomeno (riguardo ai soggetti coinvolti: prostituta, cliente e lenone) A. Petizol, Prostituzione, in L’Universo del corpo, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2000, V, pp. 170-2 [Petizol prende in considerazione sia la prostituzione femminile che quella maschile]. 

 

[xiii] Lungo tutta la penisola fiorirono volumi dedicati all’indagine storica della diffusione della prostituzione nelle varie realtà: ricordiamo, ad esempio, P. Dufour, Storia della prostituzione di tutti i popoli del mondo dall’antichità la più remota sino ai tempi moderni, I versione italiana di G. La Cecilia, Torino, Perrin, 1857 [3ª ed., ivi, id., 1861-67]; R. Granara, Di alcune metamorfosi della sifilide. Nozioni storiche sulla prostituzione in Genova, Genova, Tip. della Gazzetta dei Tribunali, 1863; i Documenti inediti sulla prostituzione, tratti dagli archivi della Repubblica veneta dal dott.  C. Calza, Milano, Tip. della Società Cooperativa, 1869 [estratto dal «Giornale Italiano delle Malattie Veneree e della Pelle»]; I. Galligo, Circa ad alcuni antichi e singolari documenti inediti riguardanti la prostituzione, tratti dall’Archivio di Stato di Firenze, Milano, Società cooperativa, 1869; A. Bertolotti, Repressioni straordinarie alla prostituzione in Roma nel sec. XVI, Roma, Tip. delle Mantellate, 1887 [estratto], o ancora La Prostituzione in Perugia nei secoli XIV E XV: documenti inediti, pubblicati da A. Faretti, Torino, coi tipi privati dell’Editore, 1885, e poi dello stesso La Prostituzione in Perugia nei secoli XIV, XV e XVI: documenti editi da A. Faretti, ivi, id., 1890; U. Passigli, La prostituzione e le psicopatie sessuali presso gli ebre all’epoca biblica, Milano, P. Tamburini e C., 1898.

 

[xiv] Per gli interessi scientifici di Primo Ferrari sulla sifilide, vd. anche Id., Del cancro in generale ed in relazione alla sifilide, alla scrofola ed al tubercolo, Perugia, Boncompagni, 1875, Id., La sifilide ereditaria studiata in relazione alla clinica, all’igiene e alla medicina legale, Pisa, Macario, 1877 e Id., Contributi alla patologia ed alla clinica della lesione iniziale della sifilide, Napoli, Detken, 1879. 

 

[xv] Cfr. anche D. Sacchi, Della prostituzione: considerazioni critico-igienico-morali, Torino, Vercellino, 1861; R. Zampa, I regolamenti sulla prostituzione e la profilassi delle malattie veneree, Bologna, N. Zanichelli, 1883; C. Pellizzari, Prostituzione e profilassi pubblica della sifilide: lettera aperta, Milano, Milano, Tip. Bortolotti di G. Prato, 1888 [estratto]; P. Castiglioni, Sorveglianza sulla prostituzione e modi per impedire la diffusione della sifilide. Studio storico-statistico e proposte, Roma, Tip. G. Via, 1892; C. Pellizzari, Una riforma abortita, a proposito di un rapporto del prof. Tarnowsky sulla prostituzione in Italia, Siena, Tip. S. Bernardino, 1894; M. Gruber, La prostituzione considerata dal punto di vista dell’igiene. Conferenza tenuta nell’Università di Vienna. Versione dal Tedesco autorizzata dall’autore e pubblicata per cura della Lega per la moralità pubblica di Torino, Torino, F.lli Bocca Ed. [Tip. Baglione e Braiotto], 1902; C. Gallia, Prostituzione: cause e profilassi, Recanati, Tip. R. Simboli, 1916; A. Dalla Volta, I fondamenti biologici della prostituzione, con pres. di A. Cevidalli, Roma, L. da Vinci, 1924; F. De Napoli, Sesso e amore nella vita dell’uomo e degli altri animali. Sessuologia, sociologia, fisiopatologia, igiene, pedagogia, psicologia, etica e legislazione sessuale, pref. di A. Murri, Torino, F.lli, Bocca, 1927. Tutto questo anche grazie al progresso delle scienze mediche sempre più attente – nell’ambito degli studi sulle patologie – alle malattie trasmesse per via sessuale: vd. I. Gallico, Dei provvedimenti di polizia medica necessarii in Toscana onde diminuire la propagazione del morbo venereo. Osservazioni, Firenze, Tip. M. Cecchi, 1849; Id., Sulla sifilide primitiva considerata quale infezione generale mite e d’indole peculiare. Lettera, ivi, Tip. Cecchi, 1850; Id., Trattato teorico-pratico delle malattie veneree, ivi, s.n., 1852 (2 ed., ivi, Cecchi, 1852; 3 ed., ivi, Tip. delle Murate, 1864). Importante notare come lo stesso Gallico chiedeva, tra l’altro, un’uniformazione del metodo d’insegnamento della medicina in Italia, vd. Sopra l’insegnamento medico-chirurgico in Toscana e sulla necessità di modificarlo e renderlo uniforme nel Regno italico. Riflessioni a proposito del dott. Jsacco Gallico, Firenze, Le Monnier, 1860 (ivi, Rebagli, 1862). 

 

[xvi] Sulla cura della sifilide e le sperimentazioni ad essa legate, vd., ad es., Sulla patogenesi della tabe con speciale riguardo alla sifilide per il prof. L. Bianchi, Napoli, E. Deckten, 1887 [estratto dal «Giornale internazionale delle Scienze Mediche», a. 9]; A. Scarenzio, L’assorbimento del calomelano nelle iniezioni intramuscolari, e di alcune peculiari loro indicazioni. Cura precoce della sifilide. Sifilide fetale. Diagnosi differenziale. Lupus, («Clinica dermosifilopatica della R. Università di Pavia»), Firenze, Tip. L. Niccolai, 1890; Id., La iritide sifilitica considerata quale sintomo tardivo anziché di ricaduta della sifilide, Milano, Prato, 1887; Id., Due casi di glossite gommosa sifilitica guariti colle iniezioni intramuscolari di calomelano, ivi, Rechiedei, 1887; Id., Intorno all’uso delle acque salso-jodiche di Sales e delle solforose di Mont’Alfeno nella cura delle malattie sifilitiche e cutanee, Milano, Wilmanz, 1883; Sulla sifilide ossea e muscolare: casistica clinica e considerazioni pel prof. T. De Amicis, Napoli, Tip. A. Trani, 1880; Profilassi delle malattie veneree-sifilitiche per C. Patamia, Napoli, Tip. G. Tizzano, 1890. Utili accessioni sulle conoscenze mediche del tempo (riguardo alle malattie a trasmissione sessuale) in P. Gamberini, Manuale delle malattie veneree redatto secondo i principi teorico-pratici che si professano allo Spedale di S. Orsola in Bologna, Bologna, Sassi, 1848; Id., Manuale delle malattie degli organi sessuali della donna, ivi, Tip. Gamberini e Parmeggiani, 1869 (ivi, Zanichelli, 1874³) e E. Lesser, Manuale delle malattie della pelle e degli organi sessuali, ad uso degli studenti e dei medici pratici, unica traduzione autorizzata di G. von Sommer, Milano, Vallardi, 1886 [Napoli, Trani].

 

[xvii] Vd. A. Tosti e M. L. Fazzini, Definizione, Cenni storici, ecc., sub vc. sifilide, in Enciclopedia medica italiana, Firenze, USES Edizioni Scientifiche, 1987², XIV, coll. 222-58: cit. a p. 223.

  

[xviii] Utili anche d. Sacchi, Della prostituzione in Italia, Torino, Tip. della Gazzetta del popolo, 1863; G. Tammeo, La prostituzione: saggio di statistica morale, Torino-Roma-Napli, Roux, 1890; L. Mei, Governo e prostituzione, Roma, Mugnoz, 1878; T. Mammoli, La prostituzione ne’ suoi rapporti con la storia, la famiglia, la società, Rocca San Casciano, Cappelli, 1881; P. Mazzoni, La prostituzione fuori del diritto comune, Teramo, Stab. tip. Q. Scalpelli e figlia, 1887; G. Gozzoli, La prostituzione in Italia, Roma, Stab. tip. E. Perino, 1886; Eigant, Una piaga sociale. Opuscolo dedicato alla conferenza internazionale contro la prostituzione, Londra, giugno 1899, Padova, Tip. L. Crescini e C., 1899.

 

[xix] Sulla Dame aux Camélias fatta rivivere nella Traviata vd. Dizionario enciclopedico della musica e dei musicisti, dir. da A. Basso, I titoli e i personaggi, Torino, UTET, 1999, I, pp. 384-5; il libretto della Traviata si può ora leggere in Tutti i libretti di Verdi, intr. e note di L. Baldacci, postfaz. di G. Negri, ivi, id., 1996 1992. Per un inquadramento dell’opera verdiana, vd. F. Della Seta, Verdi, Giuseppe Fortunino Francesco, in Dizionario enciclopedico della musica e dei musicisti, cit., Le biografie, ivi, id., 1988, VIII, pp. 194-209; G. Carli Ballola, Il primo Verdi, in Musica in scena. Storia dello spettacolo musicale, dir. A. Basso, ivi, id., 1996, II (Gli Italiani all’estero. L’opera in Italia e all’estero), pp. 328-37; G. Salvetti, Il Verdi della maturità e il secondo Ottocento, ivi, id., pp. 341-70. Cfr. anche C. Abbate – R. Parver, La presenza del grand opéra in Verdi e in Wagner, in Enciclopedia della musica, dir. da J.-J. Nattiez, con la collab. di M. Bent, R. Dalmonte e M. Baroni, ivi, Einaudi, 2004, IV (Storia della musica europea), pp. 922-36.    

 

[xx] Vd. P. Orvieto, Misoginie. L’inferiorità della donna nel pensiero moderno, con antologia di testi, Roma, Salerno Ed., 2002, pp. 12-9 e 33-9.

 

[xxi] Vd. anche A. Bozzoli, Tabù e coscienza. La condizione femminile nella letteratura italiana del Novecento, Firenze, La Nuova Italia, 1978; B. Dijkstra, Idoli di perversità, Milano, Garzanti, 1988; N. Wagner, Spirito e sesso. La donna e l’erotismo nella Vienna fin de siècle, Torino, Einaudi, 1990; F. Salza, Solo una dea. Mitologie del femminile nel Novecento, Torino, Bollati Boringhieri, 2000; P. Sorcinelli, Storia e sessualità. Casi di vita, regole e trasgressioni tra Ottocento e Novecento, Milano, Bruno Mondadori, 2001.  

 

[xxii] Vd. Orvieto, cit., pp. 45-7.

 

[xxiii] Ivi, p. 79. Vd. P. Mantegazza, Fisiologia del piacere, Milano, Bidetti, 1935 e Id., Fisiologia dell’amore, Piacenza, Tip. Lorenzo Rinfreschi, 1914 [poi, Napoli, Tip. F. Bideri, 1922]; K. Vogt, Vorlesung über den Menschen. Seine Stellung in der Schöpfung und in der Geschichte der Erde, s.d., s.l., [1863]; P. J., Möbius, L’inferiorità mentale della donna, Torino, Einaudi, 1978 [poi, con intr. di F. Scozzari, Roma, Castelvecchi, 1998] e R. de Gourmont, Fisica dell’amore, trad. it. di L. Carra, con uno scritto di E. Pound, Milano, SE, 1988.

 

[xxiv] Vd. Orvieto, cit., p. 81.

 

[xxv] Cesare Lombroso – nato a Verona nel 1835 (morirà a Torino nel 1909) – fu docente di psichiatria a Pavia (1862), direttore dell’Ospedale psichiatrico di Pesaro (1871), quindi ordinario – a Torino – di medicina legale e igiene pubblica (1876), di psichiatria (1896) e infine di antropologia criminale (1905). Lo studioso si mostrò – nel corso della sua attività – particolarmente attento ai problemi di “medicina sociale”: si ricordino i suoi studi sul cretinismo, sulla pellagra e gli Studi per una geografia clinica italiana (1865), «fonte, tra le più importanti, della legislazione sanitaria italiana».  Ma è all’antropologia criminale, di cui è considerato l’iniziatore, che Lombroso ha legato indissolubilmente il proprio nome. A partire da una concezione materialistica dell’uomo, lo studioso cercò di spiegare (pensiamo, ad es., al celebre volume L’uomo delinquente studiato in rapporto alla antropologia, alla medicina legale ed alle discipline carcerarie del 1876) con anomalie fisiche (i caratteri degenerativi) la degenerazione morale dei delinquenti. Tali teorie – assai diffuse tra sociologi e giuristi – favorirono anche la nascita della cosiddetta “scuola positiva del diritto penale”. Tuttavia, Lombroso – anche dietro la suggestione derivatagli dalle tesi soprattutto di Enrico Ferri – ripensò nel tempo i propri approdi scientifici, sottolineando sempre più, nelle sue ulteriori ricerche, l’importanza – accanto ai fattori individuali – dei fattori sociali. Su Lombroso, vd. almeno D. Frigessi, Cesare Lombroso, Torino, Einaudi, 2003 e la silloge C. Lombroso, Delitto, genio, follia. Scritti scelti, a cura di D. Frigessi, F. Giacanelli e L. Mangoni, Torino, Bollati Boringhieri, 1995.

 

[xxvi] Il giovane Ferrero conobbe Lombroso nell’aprile del 1889 a Torino: sul loro rapporto vd. P. Treves, Ferrero, Guglielmo, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1997, XLVII, pp. 17-27.

 

[xxvii] C. Lombroso – G. Ferrero, La donna delinquente. La prostituta e la donna normale, Torino, Roux, 1893, pp. VI-X. Del volume vennero fatte altre edizioni: 2ª ed. ivi, id., 1894; 3ª ed. «rifusa e accresciuta secondo le note postume di C. Lombroso dalla dott. Gina Lombroso», ivi, F.lli Bocca, 1915; 4ª ed. ivi, id., 1923; 5ª ed. ivi, id., 1927.

 

[xxviii] Ivi, pp. 23-44.

 

[xxix] Ivi, pp. 49-66.

[xxx] Ivi, pp. 67-115.

 

[xxxi] Ivi, pp. 116-32.

 

[xxxii] Ivi, pp. 133-57.

 

[xxxiii] Ivi, pp. 160-80.

 

[xxxiv] Ivi, pp. 323-4.

 

[xxxv] Ivi, pp. 566-71.

 

[xxxvi] Ivi, pp. 571-73.

 

[xxxvii] Ivi, p. 574.

 

[xxxviii] Ivi, p. 588.

 

 

 

 

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