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UN PROFILO “PRATICO” DI DOSTOEVSKIJ E DELL’IDIOTA

 

LIA CORREZZOLA

 

 

 

I romanzi di Dostoevskij, pur essendo i romanzi – stavo per dire i libri – più carichi di pensiero, non sono mai astratti, ma restano i romanzi, i libri più palpitanti di vita che io conosca.

 

       André Gide

 

 

Frammenti d’una vita amara

 

Fëdor Michajlovich Dostoevskij è unanimemente riconosciuto come uno dei massimi ingegni della letteratura europea del XIX secolo. Nato a Mosca nel 1921 da una famiglia aristocratica decaduta e di modeste condizioni economiche, viene iscritto, appena quindicenne, alla Scuola Superiore del genio militare di Pietroburgo. La madre, Marija Fedorovna Necaeva, era una donna d’animo semplice e allegro, dedita alla musica e molto religiosa; il padre, Michajl Andrevic, era un medico d’origine lituana dal carattere stravagante e dispotico, che alleva i figli in un clima dispotico.

         L’interesse precoce per la letteratura si rende immediatamente manifesto, e il suo primo romanzo, Povera Gente (1846), rappresenta sia la decisione dell’autore di rinunciare alla carriera da ingegnere per dedicarsi alla produzione letteraria, ma soprattutto definisce l’ottica che si riscontra in tutti i romanzi di Dostoevskij: l’interesse verso la condizione dei diseredati e degli emarginati, e dell’animo umano in generale. Sei anni dopo, Dostoevskij viene arrestato con l’accusa di aver partecipato a riunioni nelle quali si sosteneva un socialismo utopico. Sospettato di attività rivoluzionaria, viene processato e condannato a morte. Solo davanti al plotone d’esecuzione la pena gli viene commutata in quattro anni di lavori forzati, per intercessione dello Zar. L’esperienza nel gulag lascerà un’impronta profonda nell’animo dello scrittore, ispirandogli un libro profondamente umano, Memorie di una casa di Morti (1961-2), e influendo anche sulla sua salute, già precaria, che da allora è minata da frequenti crisi epilettiche.

         Angustiato da gravi problemi economici, aggravati dalla passione irrefrenabile per il gioco, e tormentato da problemi di salute, Dostoevskij compone nonostante tutto vari romanzi, tra i quali Umiliati e offesi (1962), Memorie dal sottosuolo (1964), Delitto e Castigo (1866) e Il giocatore (1867), ispirato appunto dalla schiavitù del gioco d’azzardo. Costretto a lasciare la Russia per sfuggire ai creditori nel 1967, nei successivi quattro anni trascorre un’esistenza travagliata da preoccupazioni economiche e dolori familiari, ma feconda dal punto di vista letterario, con la composizione dell’Idiota (1868). L’esperienza all’estero, tra Germania, Svizzera, Francia e Italia, si rivela però deludente, svelando la realtà di quella civiltà verso cui lo scrittore intimamente tendeva, e contribuendo ad accentuare quella vocazione mistica e slavofila che, dal momento del ritorno in patria, animerà le opere dell’autore.

Di ritorno in Russia, nel 1973, pubblica I demoni (1873), La mite (1877) e, infine, I fratelli Karamazov (1880), il suo ultimo, monumentale romanzo, un capolavoro assoluto della letteratura universale. Muore improvvisamente in seguito ad un’emorragia, il 28 gennaio del 1881, a Pietroburgo.

 

 

Un’istantanea del romanzo…

 

La pietà è la cosa che più preme, forse l’unica legge dell’esistenza umana.

 

Dostoevskij, L’idiota

 

 

L’arte di Dostoevskij ha esercitato un’enorme influenza sulla letteratura moderna. I suoi romanzi, densi di significato e di suggestioni, si articolano sulla complessa tumultuosità dell’ordito narrativo, in un intrecciarsi di vicende umane che determina un intenso clima drammatico, unito ad un dinamico svolgersi delle azioni e dei dialoghi. Il tema dominante dei principali romanzi è religioso-filosofico, svolto mediante un processo di analisi psicologica straordinariamente penetrante. Dio, l’uomo, il peccato e il male rappresentano i punti focali dell’analisi dostoevskijana, ed i personaggi, tesi alla redenzione attraverso l’esperienza sofferta, si protendono idealisticamente verso l’affermazione della carità e della bontà, sostanziata di umiltà religiosa. In questo senso, secondo Dostoevskij, il peccatore è spesso toccato dalla grazia, meritata attraverso la sofferenza.

       Il realismo della sua arte lo porta ad analizzare i temi in modo estremamente problematico, descrivendo il caos nel quale l’individuo si dibatte nella tormentata alternativa tra i sommi principi del bene e del male, causa prima della contraddittorietà umana.

       L’Idiota, pubblicato nel 1869, rappresenta magistralmente il tema dell’esistenza di Dio, analizzato attraverso l’indagine sul concetto di pietà, personificata in un uomo totalmente buono, e nelle reazioni che tale sentimento suscita in chi ne è oggetto. Le vicende, narrate con ritmo talmente dinamico da essere quasi estenuante, si articolano attorno alla figura del principe Myskin, la cui bontà e umiltà determina negli altri improvvise e sconvolgenti auto-rivelazioni. In realtà, nella figura dell’ “idiota”, la cui idiozia consiste in una fede assoluta negli altri unita all’assoluta impotenza della volontà, e fondata in una ancor più assoluta inesperienza di vita, Dostoevskij intendeva simboleggiare la saggezza cristiana nella sua essenza più pura. Spiritualmente opposto di Myskin, è Rogožin, compagno di viaggio del principe in Russia, al quale confida la passione violenta suscitata in lui da Nastasja Filippovna, figura attorno alla quale si agita un groviglio di passioni e di sentimenti.

       Nastasja, rimasta orfana a tenera età, educata per carità e diventata amante dell’uomo che si era preso cura di lei, quasi per doverosa quanto disgustosa restituzione del beneficio ricevuto, nasconde nell’animo, naturalmente generoso, una avversione per il mondo maschile. Ella diventa l’oggetto del contendere tra il sensuale Rogožin e l’arrivista Ganja, interessato a lei per la dote assegnatale da un suo vecchio protettore. Myskin, arrivato a Pietroburgo, sente ancora parlare della sconosciuta Nastasja, venendo al corrente dei piani del segretario del generale presso cui risiede, l’arrivista Ganja appunto. Attratto irresistibilmente verso la giovane, Myskin, uscito appena da una malattia che gli aveva oscurato la mente, e intimamente convinto della intrinseca bontà di ogni essere umano, si getta sconsideratamente nei torbidi e intricati avvenimenti che ruotano attorno a Nastasja, la quale a sua volta è attratta sia da Myskin, del quale riconosce la superiorità spirituale, sia da Rogožin, nonostante il risentimento provocatole dalla sua sfrenata sensualità.

       La sera in cui Nastasja avrebbe dovuto decidere se accettare la corte del segretario Ganja, il principe Myskin si presenta, non invitato, in casa della giovane. All’arrivo dell’ubriaco Rogožin, che getta sul tavolo una cospicua somma per “ripagare” Ganja della dote che avrebbe perso con Nastasja e portare con sé la ragazza come sua amante, Myskin si fa coinvolgere nella mischia proclamandosi difensore della giovane, e offrendosi di sposarla per sottrarla al mercato umiliante. Nastasja, commossa, non può però accettare questa soluzione dettata dalla pietà e troppo pericolosa per il principe, e fugge con Rogožin. Tra i protagonisti si instaura una situazione angosciosamente priva di soluzione, dove il bene e il male, l’amore e l’odio si affollano confusi.

       A complicare ulteriormente il quadro si profila l’amore della figlia del generale presso cui Myskin vive, Aglae, per il principe, un amore dissimulato per orgoglio ma alimentato da un’affezionata ammirazione. Myskin sembra corrispondere, ma esaspera la femminilità della giovane figlia del generale a causa della sua incapacità di superare l’affetto universale che lo lega a tutti gli uomini, a favore del naturale istinto sessuale. Il romanzo finisce tragicamente con l’uccisione della bella Nastasja da parte di Rogožin, e con la caduta definitiva del principe nella follia, un ritorno finale allo stato di purezza dell’infanzia come rifiuto del male del mondo, unico moto di autodifesa del protagonista, incapace di vivere in una società malata e crudele. In questo senso è possibile accumunare la figura del principe a quella di Don Chisciotte, costretto a rientrare nel suo stato di follia per non venire contaminato dalla bestialità del mondo. La veglia che segue, trascorsa fraternamente dall’assassino e dal principe accanto al cadavere di Nastasja, stende un velo di pacatezza sulla tumultuosa vicenda.

       La pietà, e il suo auspicabile trionfo nel caos delle azioni e delle pulsioni umane, è probabilmente la chiave di lettura non solo di quest’opera, ma di tutta la produzione letteraria di Dostoevskij, partendo dalla figura del principe Raskolnikov in Delitto e castigo, e sviluppata nei Demoni. Nell’Idiota, l’autore dà corpo a questo sentimento rappresentandolo con una figura che ne rispecchia appieno il senso, arrivando a rasentare la santità. La pietà però, secondo la visione realistica e vagamente disillusa dell’autore, non trionfa, ma viene rappresentata nel suo dramma e nel suo finale sgominio: contro di essa si levano, infatti, le pulsioni dei protagonisti, l’antagonismo degli affetti e dei sentimenti morali, entro cui si agitano, egualmente vivi, il bene e il male, l’odio e l’amore.

       La ricerca etica, e l’incapacità della sua affermazione, è il motore che dà il via a tutte le azioni del romanzo: Ganja è convinto di mostrarsi coraggioso sposando Nastasja e risolvendo così una situazione ambigua, ma è contaminato dall’arrivismo che la donna disprezza; Rogožin insorge sinceramente contro quell’espediente offrendo a Nastasja la sfrenata lealtà dei suoi sensi, ma dalla quale sarà travolto, arrivando al delitto; Nastasja, infine, pur riconoscendo la superiorità spirituale del principe, non può seguirlo, dubitando innanzitutto di se stessa e della sua capacità di superare il risentimento che prova verso il genere maschile. A tutto ciò il principe dovrebbe opporre la forza della sua bontà, che però resta fatalmente inattiva. La continua commozione per le miserie altrui e l’assoluta mancanza di amore di sé non si traduce mai in azione, e il principe, sempre pronto a sacrificarsi per gli altri, in realtà non si sacrifica mai. Il lettore, a volte, dubita che la sua bontà derivi da un sentimento profondo e che debba imputarsi alle conseguenze della malattia su una mente per natura debole. Il limite di Myskin è anche il limite dell’autore, che nell’Idiota, così come nelle altre sue opere maggiori, imposta con potenza un problema etico, senza però arrivare ad una soluzione univoca.

 

 

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