Primo Levi, Se questo è un uomo e Il sistema periodico, nuova edizione Einaudi Tascabili, Torino, 2005
Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano.
Uno degli aspetti più interessanti dell’opera di Primo Levi consiste in quella sua strepitosa capacità, che corrisponde ad una preliminare esigenza chiarificatrice, di fare cronaca in un certo senso senza farla, senza cioè rispettare un ordine cronologico, un rapporto di causa-effetto. E chi guardasse a lui solo come lo scrittore della memoria che mai deve venire meno o dell’impegno civile non gli renderebbe certo giustizia. Percorrendo, infatti, tutto l’itinerario della sua opera ci si accorgerà ben presto che tale giudizio è fin troppo ingenuo. Ciò che più colpisce in chi lo legge -che è anche ciò che non lo farà mai completamente svanire dalle nostre letture- è quel difficile, sottilissimo e rancoroso equilibrio fra l’emozione del ricordo e la fedeltà a ciò che va scritto non solo per dovere di cronaca, ma per necessaria onestà, per esigenza di verità, prima di tutto verso se stesso e poi, per esteso, verso tutti. Non dunque i semplici fatti, anche i più crudi, sono protagonisti, ma l’uomo, la consapevolezza della sua ferinità, il suo graduale ed inesorabile abbrutimento e la lotta costante per conservare un debole filo di dignità. Il protagonista di Se questo è un uomo, infatti, non spera, o per lo meno, perde la speranza dopo poco. La sua principale preoccupazione fin da subito, fin dalla cattura è conservare la sua dignità. È questa la vera tensione morale a cui precipuamente dobbiamo guardare se vogliamo capire la sua opera fino in fondo, se veramente vogliamo, come lo scrittore ci ammonisce, “non dimenticare”.
A questo appunto ci dobbiamo rivolgere se vogliamo capire la vocazione letteraria del nostro autore, perché tale vocazione è presente fin da subito in lui e il lager è quel dramma che permette ad essa di uscire dal suo stato di latenza. La letteratura della memoria per Levi corrisponde alla ricerca della sua dignità ed in definitiva della dignità dell’umanità intera. Né ci deve trarre in inganno il suo mestiere. Levi non è un chimico prestato alla letteratura, bensì al contrario un letterato prestato alla chimica. Fedele alla tradizione ebraica che credeva fortemente nella necessità di imparare un mestiere, lo scrittore dimostra di saper fare tesoro di tutto ciò che la vita gli offre. E’ la sua onnicomprensiva vocazione letteraria che gli permette di usare il suo vecchio manuale di chimica - il Gatterman- non solo per il grottesco esame a cui è sottoposto in lager, ma anche per dimostrare ne La ricerca delle radici che quell’autore “insegna le cose perché le sa, e le sa per averle vissute”. Allo stesso modo ne Il sistema periodico Levi, per sua esplicita ammissione, rivela di aver utilizzato la tavola periodica degli elementi per raccontarsi dando altresì alle stampe due racconti scritti prima della sua esperienza ad Auswitz. Il percorso letterario dello scrittore piemontese non è e non sarà pertanto da considerarsi un itinerario iniziatico quanto un vero e proprio cammino di riappropriazione di quelle qualità umane che il lager gli ha sottratto.
Se c’è uno scrittore italiano che ha creduto in un valore terapeutico della letteratura questi è proprio Primo Levi. Il danno dei sopravvissuti di Auschwitz è prima di tutto umano e la violenza da loro patita non è fisica ma morale, spirituale fino a toccare, in una ideale discesa dei gironi infernali, livelli di ferinità prima all’uomo sconosciuti. È questa umanità perduta che Levi cerca nelle sue opere e nell’esercizio stesso dello scrivere. Che la letteratura abbia, poi, una valenza terapeutica appare evidente già in Se questo è un uomo quando, trasportando la zuppa, il nostro autore spiega al compagno il XXVI canto dell’Inferno. La scelta di Ulisse non è casuale. Essa, infatti, non rappresenta solo un ritorno alla normalità, ma anche l’occasione per mostrare l’uomo nella sua indomita dignità. In questo senso la scrittura di Levi sarà sempre da porre su di un piano meta-letterario.
Ma non è solo per questo che egli scrive. La “terapia” serve anche e soprattutto per mettere a nudo il senso di colpa che l’autore mostra di nutrire nei confronti di chi non si è salvato. Il titolo originale di Se questo è un uomo doveva infatti essere I sommersi e i salvati e se da una prima e superficiale lettura i “sommersi” sono i morti e i “salvati” sono i vivi, leggendo ci si accorge che i termini della questione sono rovesciati. È questa colpevolezza il vero lei-motiv dello scrittore e i titoli dei capitoli dell’ultimo suo lavoro che –guarda caso- si chiama proprio I sommersi e i salvati fanno di questa responsabilità l’unico problema che l’uomo Primo Levi intende porre a se stesso e agli altri. Ma giunto a questo punto la ricerca s’interrompe. Nella consapevolezza ormai reiterata di un’ impossibile guarigione l’uomo e lo scrittore si ritirano nel nulla. È anche in questo senso che si può parlare di vocazione letteraria. Levi non fa tacere solo la parola scritta ma anche se stesso e per sempre. La sua scelta si apparenta con quella di un altro grande piemontese, Cesare Pavese, che aveva imboccato quella strada senza ritorno molto prima e che come lui aveva optato per una eutanasia letteraria. Ma al di là del gesto resta aperta la ricerca di una dignità e di una pienezza di umanità che in entrambi non vuole mai venir meno e che non sa scendere a patti con la loro autodistruzione. Questa lotta resta una delle pagine più alte della nostra letteratura del novecento e una ferita che riguarda noi e non più lo scrittore.
(M.A.)