Il canto primo dell'Inferno italiano
ALESSANDRO CASTELLARI
Di là dal mezzo della nostra vita
mi ritrovai in un'Italia oscura,
priva di meta ed alquanto smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
questo paese pien d'anime morte
che nel pensier rinova la paura!
Tant'era amara la comune sorte!
E per dire del mal ch'i' vi trovai,
Scherno e Disdegno io avrò per scorte.
Io non so ben quand'iniziarno i guai
tant'era inerte l'Italia a quel punto
da esser seme de' futuri lai.
Ma quando il termine del secolo fu giunto,
morto chi aveva la testa su le spalle,
vivo chi in testa di sal non ne avea punto,
la casta già rompevaci le palle,
ma ciascuno di noi privo di meta
ruinava nel fondo de la valle.
Né meglio c'era altrove nel pianeta:
stragi e miseria rendevan sconsolata
la terra sanza pace e sanza pièta.
E l'Italietta con lena affannata
tirava a fin del mese, e alla deriva
dai morsi della crisi era serrata;
ma ascoltando chiunque la imboniva,
i furfanti seguiva passo passo
per tener l'illusione ancora viva.
Così subiva il giusto contrapasso
di facili promesse esser ben certa
e di cadere sempre un po' più in basso.
Ed eccola ascoltare a bocca aperta
chi offre quell'azion “che vale molto”
ma che poi scopre di debiti coverta;
chi propone suadente il “nuovo volto”
ad un provin del caro figliolino
e alla figlietta “un fare disinvolto”.
E pareva un Catone ogni burino,
e Caligola già cambiava pelle,
e l'aceto scambiato era per vino;
e in giro se 'n vedevan delle belle:
il paese, ormai fuor di ragione,
credea le stalle essere le stelle.
Ed ecco un tal che al volgo si propone
spargendo in larga copia tal promesse
che nemmeno le spara il più beone.
Che poi con le tv ei corrompesse
chi di vane chimere ha sete e fame
non importava, pur che ciò piacesse.
E dietro a lui Cicchitto e quel salame
di Bondi, e Feltri per la cui bassezza
molte persone oneste visser grame.
L'Italia, ormai travolta dall'ebbrezza
di nova età dell'oro ch'era in vista,
li votò nel Duemila con larghezza.
E qual è quei che volentieri acquista
e giugne il tempo che perder lo face,
che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista,
così dalla padella nella brace
cadde l'Italia, e così a poco a poco
si cuocea come pan ne la fornace.
Poi che del niente sempre meglio è il poco,
un omarino allora le fu offerto
che biascicava verbi lento e fioco.
Quando vide costui nel gran diserto:
“Vieni un po' qui!”; “Mô bén...”, rispuose lui.
“Ombra tu sei?”, gli chiese, “od omo certo?”
E lui rispuose: “Che rimanga tra nui,
io son Romano e i miei furon lombardi,
reggïani per patrïa ambedui.
Ne la mia vita sempre arrivo tardi,
ogni ente che prendo è in pien trambusto
per li bilanci suoi falsi e bugiardi.
Farneticando canto con gran gusto
quell'albero d'ulivo che m'infoia
e che sogno esser pianta d'alto fusto,
or che Silvio è venuto quasi a noia,
or che nemmeno Vespa crede al ponte,
or che Bossi è il cavallo in mezzo a Troia.”
Questo fu l'allegorico orizzonte
d'Italia e di Romano: un fioco lume,
del meno peggio la stentata fonte.
E vinse appena appena, come fiume
in secca dell'estate al gran calore,
come gallo sfiatato e sanza piume.
Un governo sanz'alma e sanza autore,
in Senato sei vecchi amici e bolsi,
diciassette partiti sanza onore,
nel cul dai suoi compagni gli aspri morsi,
di Fausto e di Clemente sempre ostaggio:
roba da far tremar la vene e i polsi.
Così s'avvia del governicchio il viaggio,
e quel tale di prima se la ride
e comincia a picchiar aspro e selvaggio.
(Il profetico Dante già lo vide
de la lupa parlando mala e ria
che tanto lo impedisce che l'uccide,
e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame di pria?)
No! Non esageriamo! Sol si sfoglia
l'ulivo sanza idee e sanza peltro
che con molti e malfidi mal s'ammoglia.
E l'altro che abbaia come un veltro
fa mostra d'aver luci chiare e acute,
ma pensa a sé e agli altri lascia il feltro.
Come un randagio in cattiva salute
al margine di un fosso disigilla
la vita essendo l'ore sue compiute,
così perde Roman di villa in villa,
precipita nel pozzo il suo governo
nel frastuon discordante che s'inmilla.
Ci furon l'elezion dopo l'inverno
e il popol scelse Silvio per sua guida
con tal consenso da sembrare etterno
il luccichio di quel nuovo Re Mida
che tutti i creduloni fa contenti,
ma più chi evade la partita Iva,
e ancor di più affascina le genti
che sperano anche loro di gioire
nel fasto de' potenti e de' gaudenti.
Ora che il canto mio sta per finire,
un po' dirò di quella risma indegna
che ci fece in quest'anni assai soffrire:
legulei al servizio di chi regna,
trafficanti e banditi sanza legge,
gente disposta a vender culo e fregna,
la sinistra che dice e poi corregge,
avendo in mente solo qualche seggio,
lontana da quel popol che la elegge,
che crede esser vittoria il sol pareggio,
che mostra come Gracchi i più modesti,
che non s'accorge andar di male in peggio.
Così Walter e Dario vengon pesti
da quel giustizialista di Di Pietro,
e noi a bofonchiare alquanto mesti,
e con la man a pararci il didietro.
Ringraziamenti:
Ringrazio l'editore Garzanti per il bel rimario dantesco in appendice alla Divina Commedia edita nei Libri della spiga, che mi ha permesso di trarmi d'impaccio varie volte.
Ringrazio il signor Alighieri Durante, uomo dabbene e d'ingegno, costretto ad aggirarsi per l'Italia come fuggiasco e clandestino senza permesso di soggiorno.
Bologna, 10 dicembre 2009.