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L’INFINITO DAL FONDO DI UN BICCHIERE

 

Federico Cinti

 

Queste sono solo alcune delle poesie che ho dedicato a Giulia G. Solo alcune, dico: sono quelle che aere perennius, vorrei si imprimessero nella memoria non solo di chi ha vissuto questi fatti, sullo sfondo di una Bologna diafana e trasognata, ma anche e soprattutto di quanti mi conoscono e conoscono lei. E, se poi qualcuno non conosce né me né lei, vorrei che anche solo in parte condividesse ciò che tra le aule e i portici, tra i bar e le biblioteche, eternamente accade tra i mortali, donando ai loro spiriti le ali.

 

In principio

 

I

C’è gente che, in cuore, ha un milione

Di pensieri e di parole;

Ma è gente che, se ha un’emozione,

Non sa dire ciò che vuole:

 

Affida a canzoni seriali

Tutto miele, latte e carie

Con storie assai simili e uguali

Sere o notti un po’ precarie.

 

Anch’io, come molti l’avranno,

Ho un pensiero in me pressante,

Che il gobbo poeta, in affanno,

Ha chiamato dominante:

 

Non so dare voce alle cose

Che mi piacciono e che voglio

E abbozzo parole ingegnose,

Come macchie, sopra il foglio.

 

Coro

«Cancella, riscrivi, riprova,

Dà una nuova mescolata;

Il vecchio rimane e si trova,

Se la pasta è riscaldata!»

 

II

 

Che bello: tu hai sdrucciolo il nome

E confesso che mi piace;

Perché non so dire né come,

Ma mi toglie la mia pace!

 

Rimugino il nome, lo dico

E ha sei lettere, mio Dio:

Due sillabe ha in più Federico…

Quasi è lungo come il mio.

 

Ripenso a altre cose importanti

Che, qui, è meglio non ridire,

A cose più dolci e allettanti

Che vorrei, però, lambire…

 

Toccare… diciamo trattare

Non soltanto con il verso,

Perché tra parlare e pensare,

Come vedi, mi son perso.

 

Coro

«Rimescola pure, se vuoi,

Scrivi ancora e ricancella,

un’altra poesia; tanto, poi,

La minestra è sempre quella!»

 

III

 

Ti dico una cosa, una sola,

Che non riesco a dirti mai:

Si ferma, tra i denti e la gola,

Che già, immagino, tu sai,

 

Perché puoi vedere il mio viso,

Sempre smunto ma barbuto,

Che avvampa, che sbianca improvviso

Mille volte in un minuto,

 

Se posso restarti vicino,

In un bar con l’insalata,

Altrove con un caffettino

E con l’acqua, ahimè, gasata:

 

è questo che, forse, mi blocca,

Che mi toglie la favella,

L’aver sempre piena la bocca

E impegnata la mascella?

 

Coro

«Riscrivi: hai la mano maldestra,

Che dissimula emozione,

Perché, mentre dici minestra,

Fai la tua dichiarazione!»

 

IV

 

Adesso che sono da solo

E che nulla mi inibisce,

Mi libero e libro, mi involo

E la storia qui finisce:

 

Tu sei una persona speciale

E lo dico senza tema

Di fare qualcosa di male

Che ti crei qualche problema:

 

Qualcosa, da tempo, mi dice

Che con te mi sento bene,

Mi sento contento, felice

E che dirtelo conviene!

 

Disturbo, telefono, faccio

Ciò che non ho fatto mai:

Mi esalto e mi sento uno straccio…

Sai perché? sì, tu lo sai.

 

Coro

«Cucina anche un pessimo cuoco

una cosa anche discreta

E scrive bei versi, per gioco,

Anche un pessimo poeta».

 

V

 

È tutto un profumo di fiori

Una musica ed un canto,

Sfavillano mille colori

Quando posso averti accanto;

 

Rimani con me, non andare

Dove sempre fuggi via:

Rimani, qui, fammi esclamare

Finalmente che sei mia!

 

Ti dico che voglio il tuo bene

Che è anche il mio, come saprai:

Da dove, mi chiedi, mi viene?

Da te stessa, non lo sai?

 

Di più non so dire né devo

Né poi posso, Giulia bella,

Ti do tutto quanto e ricevo

La risposta che sia quella…

 

Coro

«Che adesso, però, sia finita

La poesia per la tua cara:

Ti porga o ti tolga la vita,

Avrai fatto la tua gara!»

 

Da Parigi a Bologna: l’infinito

 

Qualche mese è passato e qualche mese

Ancora passerà: giorni ore e istanti,

Che fuggono via, fuggono a quel giorno

Che tu ritornerai quando di nuovo

5       Potrò godere della tua presenza,

Udire la tua voce, inebriarmi

Del tuo profumo e naufragar nel dolce

Mare infinito della tua bellezza!

Ritornerai, in un gelido dicembre,

10     Che addobba la città di luci, che apre

La memoria a ricordi dell’infanzia,

A feste piene di mille regali,

Di volti senza età, di passeggiate

Dall’alito che imbianca e di rientri

15     Nel caldo buono di casa. Sarai

Quel dono che aspettavo da bambino,

Che veniva dal freddo e che trovavo

Tra l’albero e il presepe nella sala

Apparecchiata il giorno di Natale.

20               Ti sto aspettando, ormai, come si aspetta,

Dopo una notte buia e tenebrosa,

Un’alba chiara che nasce brillante

E schiude un giorno limpido di luce.

Ti sto aspettando, da tempo, da quando

25     Ho capito che il tuo nome suonava

Come un canto soave e sorridevo

Nel ripeterlo sempre, all’infinito;

Da quando mi tremavano le dita,

Componendo il tuo numero, e batteva

30     Più veloce il mio cuore ad ogni squillo,

Prima che tu rispondessi qualcosa;

Da quando so che un’anima gentile

Si riflette nei tuoi occhi di cielo,

Occhi da me diletti e venerati,

35     Puri come la luce, come il fiore

Che germina, così, tra sassi e pietre

A ricercare il sole su di lui.

Ti aspetto, perché sei il grido che sento

Dentro la solitudine del cuore,

40     Nei giorni pieni solo di frastuono

Inutile: sei tu che, nel mio libro

Più segreto, nell’anima, ricolmi

Di sostanza le pagine d’amore,

Che ancora devo scrivere, che voglio

45     Scrivere insieme a te, con la mia mano

Nella tua, col tuo spirito nel mio.

È, forse, stato un caso: una mattina,

Un portico e uno strano appuntamento

Tra sconosciuti, in mezzo a biciclette

50     E motorini rumorosi. Un giorno,

Iniziato così, come altri mille

Che erano stati prima e che saranno;

Un giorno bello, e non ti ho più scordata,

In un continuo crescere di sogni,

55     Di speranze, emozioni e di ricordi.

È un tumulto che mi agita, una voglia

Di sentirti, vederti, di parlarti;

È una follia a occupare ogni mio senso,

Ogni pensiero mio col tuo pensiero,

60     Con l’immagine tua. Non concepisco

Più senza te, oramai, la mia esistenza:

Soltanto un sopravvivere sarebbe

Lo scorrere di giorni mesi ed anni,

Un tempo che non va a nessuna meta,

65     Una vita non vita, un’eco senza

Suono che la produca, un cielo vuoto.

Non ti so più scordare, anche se innanzi

Agli occhi miei svanisce ogni tuo aspetto

E si discioglie come neve al sole,

70     Da quando non ti posso più vedere;

Non ti so più scordare perché, mentre

Il tuo volto scompare in una nebbia,

Nel cuore il dolce mi rimane di esso.

E mi sento felice e innamorato.

75               E, ancora, te ne andrai, senza sapere

Quanto adesso per me tu sia importante,

Adesso che vorrei che tu restassi

Per sempre; te ne andrai, con quel tuo modo

Buffo che hai di parlare e quelle lunghe

80     Risate; te ne andrai, con quella pelle

Bianca, quasi di latte e l’andatura

Curiosa; te ne andrai, con quei tuoi sogni

Strampalati per me, insoliti forse,

Ma almeno tuoi. E chissà quante altre volte

85     Ancora penserò alle nostre uscite

A mangiare, ai discorsi, alle battute

E alle parole che non son riuscito

A dirti mai, custodendo nel cuore

Gelosamente le mille emozioni

90     Che provo accanto a te: ti so parlare

Della terra, del cielo e di ogni cosa,

Ma non di me. Chissà ancora per quanto

Riproverò a percorrere le strade

Che ho fatto insieme a te, un giorno d’agosto,

95     Tra i tuoi molti racconti e i miei silenzi

O le mie goffe ammissioni nascoste

Da stupide battute. E a lungo ancora,

Forse, ti sentirò la sera prima

Di addormentarmi tra gli altri pensieri

100   E al mio risveglio mi parrà di averti

Ancora lì vicino. Ho dentro il petto

Il rimorso di aver sbagliato tutto,

Di non avere trovato il coraggio

Di confessarti che ti voglio bene.

105             Tu te ne andrai! Ti perdo e non so fare

Nulla per trattenerti: io già ti avevo

Persa dentro quell’aula una mattina

Di quasi due anni fa, ti avevo persa

Già quel giorno di luglio, in cui mi stavi

110   Seduta accanto in mezzo agli altri amici.

Ti perdo; e queste mie parole, dette

Troppo tardi, non possono aiutarmi:

Si perderanno fragili nel vento,

Dilegueranno come nevi al sole.

115   Se io ti potessi chiedere una cosa,

Una soltanto prima che anche il treno

Corresse via, ti chiederei: «Ti prego:

Ricordati di me! Ricorda sempre,

Mia dolce Giulia, che c’è un Federico

120   Che in qualche posto ti ha voluto, un giorno,

Bene, ti ha amato di un amore puro

E sappi che, ora che ti perde, è triste».

Tra poco te ne andrai, forse, per sempre

Ed io per sempre, forse, ti avrò persa:

125   Tu, certo, te ne andrai senza temere

Di lasciare qualcuno di importante.

 

6-8 dicembre 2003

 

 

Pioggia

Un mese se n’è andato, un mese intero,

Dacché si mangiò insieme una piadina;

Pioveva tanto, e piove stamattina,

Nero era il cielo e anche oggi il cielo è nero;

Pioveva, e solo tu eri il mio pensiero

Fisso; è la tua ombra che, ora, a me cammina

A fianco, che mi parla, che si ostina

Nel dirmi che l’addio non era vero,

Che attendi tra la polvere e le carte

Un segnale di vita. Era un addio

Che nel partire fa uno che parte.

E il cancello si chiuse, e tu sparisti

Dentro quell’acqua nera e buia. E io?

Vivo ancora giornate lunghe e tristi.

Perché?

 

Addio, mi hai detto addio. Lo so, il tuo volto

Muto mi ha detto ciò che mi ripeto

Ogni momento. Tu taci, ma ascolto,

Giulia, il tuo addio, il tuo timido e discreto

 

Indietreggiare, il tuo lento e raccolto

Uscire dalla mia vita, un segreto

Lungamente nascosto, ancora avvolto

In dubbi che non sai, dentro un inquieto

 

Affetto che non vuoi chiamare amore,

Già smarrito, smarrito e non perduto.

Ora e e sempre un pensiero, un chiodo, un tarlo

 

Batte nel mio cervello e, mentre parlo,

Bussa qualcuno, un viso sconosciuto

O visto, un giorno, il tuo, che tace e muore.

 

 

Parole

 

Non resteremo noi, ma le parole

Che troppe volte troppe regaliamo

A chi, per colpa o sorte, non si vuole

Sentire dire o scrivere: «Ti amo»;

 

Noi passeremo, come neve al sole,

O come foglie gialle sotto il ramo

Che le vedeva verdi o, in prati e aiuole,

Come i fiori più belli che cogliamo.

 

Forse altri le sue lacrime di pianto

Verserà sulle pagine invecchiate

Di questi nuovi giorni che verranno,

 

Oppure riderà, forse, soltanto

Del gioco tra gli amanti e tra le amate

Che, sempre uguale a sé, ripeteranno.

 

 

 

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