Maria Rosa Pante’
L’agonia inizia presto.
Non c’è mai vittoria nella lotta
né trionfo, da sempre
l’agonia finisce in abbandono
e forzata quiete.
Il dolore ha bisogno
d’un essere finito:
si ritira la mia parte divina,
per morire bisogna avere sensi.
L’agonia ha bisogno dei mortali.
Il mio essere divino
attende, l’agonia non è per tutti.
L’agonia inizia prima:
prima che il respiro lotti per l’aria
prima che la coscienza si disciolga
nel tutto, nel nulla, nel sonno vuoto,
prima che le pupille si muovano
inquiete, incapaci di fermarsi,
prima dell’occhio sbarrato alla luce.
L’agonia inizia prima della lotta
ch’è nel suo nome. Quando il respiro
si fa rantolo l’agonia è forse
un ricordo: di luce.
L’agonia ha sempre bisogno di vita.
Dolorosa a chi v’assista, inumana
tanto quanto invece è umana e sicura.
Anche Cristo ha bevuto il suo calice
e se non agli ulivi chissà dove
chissà quando. L’agonia sa aspettare.
Dopo l’agonia il lutto,
cammina fra i fiori
bianchi di primavera.
Il lutto è affare dei sopravvissuti.
Vorrei tenerti la mano trasfigurata
carezzarti il capo fino alla fine.
Così ho fatto e sei morto,
il lutto ora è un dolore ora solo mio.
Il lutto cammina tra fiori e prati
ormai verdi, ode il canto degli uccelli,
il lutto vede cadere la neve,
le foglie, s’infuoca l’estate, il lutto
traversa le stagioni,
il lutto è patimento orizzontale,
di poco sollevato dalla terra
che tu, ora immoto, un tempo hai calcato.
Il lutto pena del sopravvissuto,
dolore per se stessi
vivi e abbandonati. Disorientati,
senza di te. Mio amato.
I tuoi tre giorni sono
la nostra eternità.
Tre numero perfetto per l’eterno.
Vive il mio lutto e muore con me.
Venerdì santo 2 aprile 2010
All’ora terza la terra tremò.
La madre terra se n’è accorta e noi
nulla: immoti, in attesa,
gli occhi sull’uomo sospeso. Morente.
Sospeso il legno tra terra e cielo,
sospeso il soffio della terra scossa,
sospesi noi come bambini in candido
stupore. Non v’è nulla che si muova
solo convulsioni della terra.
Sospesi, senza gravità, cadiamo
ciechi, senza sapere di cadere,
galleggiamo su sospiri di vuoto,
sospesi senza saperlo. Soltanto
la madre terra trema,
il cielo singhiozza.
Loro lo sanno. Noi siamo i sospesi.
Sabato santo 3 aprile 2010
Dapprima sono andata al cimitero
pensando che avrei trovato spalancata
la tua tomba e vuoto
il loculo moderno.
Invece tutto era fermo e immutabile,
tu non sei mai risorto.
Il tuo sorriso gentile mi guarda
dalla lapide triste,
i fiori sempre freschi destinati
a morte rapida senza scusanti
e intorno tante tombe
tutte serrate, nessuno è risorto
per noi. Tu non sei risorto ai miei occhi.
L’ angelo non mi ha chiesto
in uno sfolgorio candido di luce
“Che cerchi? Non è più qui”.
Nessuno. Solo la tua foto triste
da lapide e tu gentile a guardarmi
senza occhi, senza corpo, senza respiro.
Forse davvero la tua bara è vuota
e nella tomba posa
un guscio svuotato della polpa.
Sei venuto a me in sogno,
non c’erano angeli ma io accucciata
ai tuoi piedi ascoltavo
parole che non so,
eravamo inondati di chiarore.
Non hai scomodato angeli,
sei venuto di persona, una sola
volta per annunciarmi che la bara
forse davvero è vuota
“Non cercarmi, io non sono più lì.
La luce è la risposta”.
Domenica di Pasqua 4 aprile 2010