C’è un quadriportico in Strada Maggiore
Dove non sembra che il tempo passi,
Mentre galleggiano i giorni e le ore
Sotto le case fatte di sassi,
Dove una volta la mia e la tua vita,
Che era una sola, qui indugiava, era
L’unica cosa importante, infinita,
Quasi un bel giorno di primavera.
Scorrono gli anni e, noi, siamo già grandi
Per i ricordi di vecchie cose:
Ci siamo persi qui, in piazza Aldrovandi
Tra mille voci chiocce e chiassose
Come la volta che sotto il portone
Dietro ti ho persa per un istante
Tra le ombre scure dell’umido androne
Tutto coperto di verdi piante,
Come le sere passate a sognare
Quelle parole che non hai detto
Mai, in cui cercavo una scusa per stare
Con te tra i coppi rossi del tetto
Che da lontano si notano ancora
Nell’imbrunire di giorni azzurri
Quando la luce pian piano scolora
Tra sibilanti, lievi sussurri.
Cerco ogni pietra consunta, qui, dove
Ci si fermava per un saluto,
Dove ora becca, svolazza, si muove
Stupido e greve qualche pennuto,
Qualche piccione che dice qualcosa
In una lingua che non comprendo,
Mentre ti penso e; tu, meravigliosa,
Non sai le cose che sto scrivendo…
30 novembre 1999‑23 maggio 2005
Ciuffi di nubi sul gelo
Coloravano, nell’aria,
L’erba azzurrina, che è, in cielo,
Solitaria:
Tutto brillava di lampi
Quasi di oro e innaturali,
Sperso nei fulgidi campi
Siderali.
Sotto, noi due, si guardava
Lo spettacolo di neve
Che tutto quanto ammantava
Lieve lieve.
C’era un silenzio infinito;
E sul vetro, ormai, appannato
Scrissi qualcosa col dito,
Ma impacciato:
Scrissi il tuo nome; e, d’un tratto,
Ti ho fissata e tu, ridendo,
Stavi con gesto distratto
Rispondendo
Già a quel mio gioco innocente,
Con la mano sulla mano
Calda, in un giorno sfuggente
Che è lontano.
L’alito nostro ha coperto,
Poi, quei nomi: e li ho sommersi,
Senza speranza, io di certo
Che ti persi,
Oltre i camini sbuffanti
Quasi nuvole di gesso,
Mentre ho il tuo viso davanti
Anche adesso.
9 dicembre 1999
La strada che ha, ai bordi, una neve
Già grigia in fondo là
Diventa un triangolo, in breve,
Tra quella casa che ha
I portici neri di rossi
Mattoni e bolle su
Di umore tra fili un po’ mossi
Dal vento sotto il blu
E un pallido, vecchio palazzo
Sui cui balconi c’è
Soltanto il leggero svolazzo
Di quei piccioni che
Per terra barcollano buffi
Becchettando qua e là
Le briciole o i vermi tra i ciuffi
Nei prati di città.
Cammino tra le bancarelle
Qui di Santa Lucia
Tra macchie lucenti di stelle
Come in periferia
Le sere di estate che pare
Che parlino di sé
Con quel loro vago brillare
Lassù, in aria, con te.
La gente mi stringe e a parlare
Dimentica tutto ciò,
O quasi, che vuole guardare
E neppure io so
Perché sono qui, cosa vado
Cercando in giro; e, poi,
Nei vecchi pensieri ricado,
E ricordo di noi,
Di un tempo passato e perduto,
Della felicità
Che abbiamo, lo sai, abbiamo avuto
Che adesso più non si ha.
Ma allora era solo la vita
Quella malinconia
Che adesso mi pesa, infinita,
Sempre e per ogni via
E, forse, è soltanto il ricordo
Che rende tutto più
Fatato: nel mondo, in cui assordo
A volte, ci sei tu…
11 dicembre 1999
Ti stupiresti, tu,
Del suono dell’acqua che piove,
Da plumbee nubi giù,
Su noi, che di gocciole nuove
Riempie l’aria: lo so
Che stavi a ascoltare, per ore,
Dentro il silenzio ciò
Che lieve diceva il tuo cuore,
Che c’è nella realtà
Qualcosa che sembra lontano,
C’è la felicità
Che è a un passo, a portata di mano.
E anch’io stavo con te
Lì fermo a guardare, a cercare
Dai vetri quello che
Non riesco, ormai, più a ritrovare
Adesso che chissà
Che fai quando piove, se ascolti
La voce che, oggi, qua
Risuona nell’aria tra i molti
Rumori della scia
Di macchine lente che vanno
Nel traffico per via,
Uguali, così, anno per anno
Da quando sono qui
In questo palazzo arancione
Che tutto già sbiadì
Tra i fili dell’alta tensione.
Certo, continuerai
A vivere come vivevi
Prima, se anche, ora, mai
Noi due ci vediamo; o per brevi
Momenti, quando io
Ti chiamo, così, ci si sente,
Ti strappo un altro addio
Sommesso, sofferto per niente,
Mentre rilaverà
La pioggia, che cade lustrale,
Tutto e tutto sarà
Per noi, un’altra volta, normale.
15‑16 dicembre 1999
Subito dopo il voltone
Di san Vitale,
Tra archi di vecchio mattone
Di poco sale,
Solo di qualche gradino
Consunto e rotto,
Quel portichetto vicino
Da te, lì sotto
Scuri o finestre un po’ strette,
Lassù, lontane,
Dove la strada si immette
Tra case strane.
C’è ancora il freddo paletto
Di ferro scuro
Se anche, oggi, qui non ti aspetto
Di fronte al muro
Come una volta. Rammenti?
Così è vanita
Ogni magia, nei momenti
Di questa vita.
Qui mi piaceva aspettarti,
Non so di cosa
Pieno e felice, guardarti
Meravigliosa
Giungere a passo spedito
Col tuo sorriso,
Mentre toccavo col dito
Il paradiso.
Questo ricordo e, se è vero,
Non lo so dire,
Perso, com’è, in un pensiero
Senza avvenire
Oggi che, a volte, mi sento
Un sacco vuoto
Che nulla riempie; ma, a stento,
Fisso l’ignoto,
Guardo cercando nel mondo
Ciò che mi invera,
Se anche non trovo che il fondo
Di un’acqua nera
Dove soltanto annegare
Quell’allegria
Che, a rammentare, mi pare
Malinconia.
Torna, anche tu; e rideremo
Di quel passato,
Su queste pietre che premo
Di già annoiato,
Tra queste case che il gelo
Intorpidisce:
Ci stupiremo di un cielo
Che non finisce.
22-23 dicembre 1999
Giuro davanti agli uomini del mondo
Intero, e giuro innanzi al sommo Dio,
Un infinito e illimitato amore,
Lungo i giorni di questa mia esistenza
Infelice, un amore alla mia Giulia,
A lei, mia donna, che mi lascia solo.
Guardando intorno, nell’andare solo
In questo nostro frastornato mondo,
Un pensiero m’assilla e sei tu, Giulia,
L’epifania di quell’eterno Dio
In cui s’esplica tutta l’esistenza
All’ombra salvatrice dell’amore.
Giulia, sospiro dei miei giorni, amore
Infinito, perché mi lasci solo?
Una notte perpetua, un’esistenza
Lugubre mi fai vivere in un mondo
Insofferente a qualsivoglia Dio:
Anima mia, non te ne andare, Giulia!
Giuro di nuovo, e tutti i giorni, Giulia:
Io voglio te, null’altro, il sommo amore!
Usasse verso me pietà quel Dio,
La salda rupe sopra cui, ora, solo
Io posso avere pace in questo mondo,
Almeno, in questa rapida esistenza
Guarda, allora, la mia triste esistenza,
Indegna senza te, senza te, Giulia,
Urlo strozzato in questo sordo mondo,
La cui unica salvezza è nell’amore!
Io senza te rimarrò sempre solo,
Abbandonato e lontano da Dio.
Genuflessomi a te, ti chiedo, o Dio,
Infine che non sia la mia esistenza
Un’arrancare senza meta e solo:
Lasciami amare la mia bella Giulia,
Io con lei stretto in un sublime amore
Ancorché sbigottisca intero il mondo.
Allora, dico a Dio, ripeto al mondo,
Mille volte che amore è l’esistenza
Oggi, che è solo e tanto per me in Giulia
Ilaria cara, ti ho pensato tanto
In questi giorni, ti ho pensato e ho pianto.
Ho pianto sul tuo amore calpestato
Da chi era stato, forse, troppo amato.
Troppo amato da te, ma indegnamente,
Come chi prende, prende e non dà niente.
Niente vale le lacrime di un cuore
Che ama un amato che non prova amore.
Amore, vita: un unico mistero
Che mi domina, ormai, ogni pensiero.
Ogni pensiero mio ha una voce e un volto
Che ho sempre innanzi, che mi parla e ascolto.
Ascolto e non capisco ciò che dice,
Ma mi dona dolcezza e fa felice.
Mi fa felice, perché trovo in quella
Donna la cosa più dolce e più bella.
Bella e dolce è perché ritrovo in lei
Tutto ciò che non sono e che sarei.
Che sarei, che sarò: non è lontano
Il giorno in cui le stringerò la mano.
La sua mano e la mia, dita tra dita,
La sua dentro la mia tutta la vita:
Una vita di gioia, vera e piena,
Una vita invidiabile e serena.
Serena come il cielo in primavera
Sarà questa giornata fino a sera.
Sera, ricordo di un incontro antico
In cui eravamo Giulia e Federico.
Io, Federico, goffo e un po’ sperduto
Dal primo fino all’ultimo saluto.
Dal saluto, dal bacio e dal sorriso
Toccai con mano un po’ di paradiso.
Quel paradiso candido di sole
Chiarì al mio cuore ciò che adesso vuole.
Giulia, che vuole e sa ogni suo progetto,
Mi riscaldò stringendomi al suo petto.
Nel petto lei, che in ogni sua pupilla
Parla d’amore, è fragile e vacilla.
Vacilla, un poco: ha un’anima indifesa
Per mali antichi e mal sopita offesa.
È un’offesa crudele che la rende
Triste, ma bella: bella che sorprende.
Sorprende chi conosce che all’esterno
Vale meno il tesoro che all’interno.
Giulia ha all’interno, in sé, meravigliose
Doti che un dio per grazia in lei ripose.
Ripose come un seme in un giardino
Che è germogliato timido un mattino.
Un mattino di marzo, e tale e quale
Nulla più fu, per me, nulla più uguale.
Uguale e indifferente resta solo
Chi, potendo librarsi, resta al suolo.
Sul suolo greve sta l’ombra sottile
Di chi è lontano, mente e tiene a vile.
È vile chi dimentica e non ama
L’amore amato che lo cerca e brama.
La sua brama non prova altro talento
Che soddisfare un infimo momento.
Un momento, e la fuga via veloce,
Rinnovando l’ antica offesa atroce.
L’atroce solitudine ha un sussurro
Sordo e in Giulia dà lacrime d’azzurro.
L’azzurro dei suoi occhi è un cielo terso
In cui da tempo ormai mi sono perso.
Mi sono perso, ma non ho paura,
Se lei mi trae da questa selva oscura.
La selva è oscura e in salita la strada;
Ma si farà, qualunque cosa accada.
Accada una bufera o una tempesta
O chissà che: la nostra vita è questa.
Questa vita è un endiadi per noi due,
Per lei che ha le mie cose e io le sue.
Le cose sue e le mie, strette tra loro
Sono per noi il nostro più bel tesoro.
È un tesoro che tutti ammireranno
Quelli che, pur volendo, non l’avranno.
Non avranno la gioia che completa
Ogni nostra speranza più segreta.
La speranza segreta di ogni cuore
È di dare e ricevere l’amore.
L’amore è un tu che nasce all’improvviso
E apre le porte a un puro paradiso.
Il paradiso germina dal dono
Che l’io fa al tu se riesce a dire: «Io sono».
Sono così, così: non sono un altro,
Come chi sa mentire e essere scaltro.
Chi è scaltro prende, prende e non dà niente
Si nasconde e allontana inutilmente.
Fa inutilmente vivere e morire,
Chi sa illudere e fa solo soffrire.
Fa soffrire chi è fragile e vacilla
Chi non ha amore in ogni sua pupilla.
Nella pupilla l’anima rivela
Ciò che la nostra bocca nega e cela.
Cela la bocca e l’anima cancella
Senza pietà qualunque cosa bella.
Così, ogni cosa bella ha in sé un ricordo
Straziato, un mormorio lugubre e sordo.
Ma questo sordo e fioco ricordare
Non dura sempre, è prossimo a passare.
Dovrà passare, lieve come l’aria,
Dolce come sei tu, mia cara Ilaria.
C’era la luna sopra l’acqua nera,
Quel sabato, a Cattolica, una luna
Tremula e bella, bianca come cera,
Come nessuna
Sul mare avevo visto mai, su un mare
D’autunno, fermo e stanco senza vento,
In un attesa trepida a aspettare
Lì qualche evento.
Riemergeva una voce del passato
Nelle poesie di quando andavo a scuola,
Un evento lontano e inaspettato
Fatto parola,
Fatto emozione, come tra le stelle
La luna nel suo colmo quando splende
E copre le altre luci, anche se belle,
E ci sorprende.
La voce dei poeti era la scusa
Che avrei voluto avere in quell’istante
Per dire alla mia bella e dolce musa
Le tante e tante
Cose che invece non le ho detto, cose
Che non le dirò mai, fitte nel cuore
Come spine di rosa dolorose,
Fiore d’amore.
Mia dolce amica, forse avrei dovuto
Parlare, dire cosa mi stringeva
L’anima mia, minuto per minuto,
Cosa voleva
Sapere questo petto, colmo e pieno
Di paura e viltà, forse di molta
O troppa timidezza, e non sereno
Come una volta.
Non mi sento più libero di dire
Le cose che, una volta, ti dicevo,
Di ridere e scherzare o di inveire
Come volevo
Contro chi usa e chi abusa, e si fa gioco
Di calpestare ciò che noi vogliamo,
Come valesse nulla o troppo poco
Quello che siamo.
Quanto volevo stringerti la mano
E ricoprirti dei miei baci, i baci
Che suggellano in noi il sogno lontano
Per cui mi piaci,
Per cui ti piaccio, e non si sa altro modo
Per dire senza dire antichi detti,
Per stringere o per sciogliere quel nodo
Che stringe stretti.
E mi perdonerai se ora ti scrivo
Dei fantasmi che mi agitano spesso,
Di sogni e d’illusioni in cui ora vivo,
Mesto e dimesso,
Forse incapace di trovare il bello
In ciò che faccio e sono, insoddisfatto
Di quello che ero e che sarò, di quello
Che farò e ho fatto.
Piangerei, per lavare con il pianto
La maschera che copre ora il mio volto,
Per togliere le lacrime che ho pianto
E che ho raccolto
Come a testimoniare di una vita
Vissuta male, senza altra speranza
Di chi mi completasse, e che è finita
Senz’importanza.