indietro

 

Federico Cinti

 

 

IN MEMORIA DI TE

 

C’è un quadriportico in Strada Maggiore

Dove non sembra che il tempo passi,

Mentre galleggiano i giorni e le ore

Sotto le case fatte di sassi,

 

Dove una volta la mia e la tua vita,

Che era una sola, qui indugiava, era

L’unica cosa importante, infinita,

Quasi un bel giorno di primavera.

 

Scorrono gli anni e, noi, siamo già grandi

Per i ricordi di vecchie cose:

Ci siamo persi qui, in piazza Aldrovandi

Tra mille voci chiocce e chiassose

 

Come la volta che sotto il portone

Dietro ti ho persa per un istante

Tra le ombre scure dell’umido androne

Tutto coperto di verdi piante,

 

Come le sere passate a sognare

Quelle parole che non hai detto

Mai, in cui cercavo una scusa per stare

Con te tra i coppi rossi del tetto

 

Che da lontano si notano ancora

Nell’imbrunire di giorni azzurri

Quando la luce pian piano scolora

Tra sibilanti, lievi sussurri.

 

Cerco ogni pietra consunta, qui, dove

Ci si fermava per un saluto,

Dove ora becca, svolazza, si muove

Stupido e greve qualche pennuto,

 

Qualche piccione che dice qualcosa

In una lingua che non comprendo,

Mentre ti penso e; tu, meravigliosa,

Non sai le cose che sto scrivendo…

 

30 novembre 1999‑23 maggio 2005

 

Lontani giorni

 

Ciuffi di nubi sul gelo

Coloravano, nell’aria,

L’erba azzurrina, che è, in cielo,

 Solitaria:

 

Tutto brillava di lampi

Quasi di oro e innaturali,

Sperso nei fulgidi campi

 Siderali.

 

Sotto, noi due, si guardava

Lo spettacolo di neve

Che tutto quanto ammantava

Lieve lieve.

 

C’era un silenzio infinito;

E sul vetro, ormai, appannato

Scrissi qualcosa col dito,

Ma impacciato:

 

Scrissi il tuo nome; e, d’un tratto,

Ti ho fissata e tu, ridendo,

Stavi con gesto distratto

Rispondendo

 

Già a quel mio gioco innocente,

Con la mano sulla mano

Calda, in un giorno sfuggente

Che è lontano.

 

L’alito nostro ha coperto,

Poi, quei nomi: e li ho sommersi,

Senza speranza, io di certo

Che ti persi,

 

Oltre i camini sbuffanti

Quasi nuvole di gesso,

Mentre ho il tuo viso davanti

Anche adesso.

 

9 dicembre 1999

 

Passeggiando in centro

 

La strada che ha, ai bordi, una neve

Già grigia in fondo là

Diventa un triangolo, in breve,

Tra quella casa che ha

 

I portici neri di rossi

Mattoni e bolle su

Di umore tra fili un po’ mossi

Dal vento sotto il blu

 

E un pallido, vecchio palazzo

Sui cui balconi c’è

Soltanto il leggero svolazzo

Di quei piccioni che

 

Per terra barcollano buffi

Becchettando qua e là

Le briciole o i vermi tra i ciuffi

Nei prati di città.

 

Cammino tra le bancarelle

Qui di Santa Lucia

Tra macchie lucenti di stelle

Come in periferia

 

Le sere di estate che pare

Che parlino di sé

Con quel loro vago brillare

Lassù, in aria, con te.

 

La gente mi stringe e a parlare

Dimentica tutto ciò,

O quasi, che vuole guardare

E neppure io so

 

Perché sono qui, cosa vado

Cercando in giro; e, poi,

Nei vecchi pensieri ricado,

E ricordo di noi,


 

 

Di un tempo passato e perduto,

Della felicità

Che abbiamo, lo sai, abbiamo avuto

Che adesso più non si ha.

 

Ma allora era solo la vita

Quella malinconia

Che adesso mi pesa, infinita,

Sempre e per ogni via

 

E, forse, è soltanto il ricordo

Che rende tutto più

Fatato: nel mondo, in cui assordo

A volte, ci sei tu…

 

11 dicembre 1999

 

Giorno piovoso

 

Ti stupiresti, tu,

Del suono dell’acqua che piove,

Da plumbee nubi giù,

Su noi, che di gocciole nuove

 

Riempie l’aria: lo so

Che stavi a ascoltare, per ore,

Dentro il silenzio ciò

Che lieve diceva il tuo cuore,

 

Che c’è nella realtà

Qualcosa che sembra lontano,

C’è la felicità

Che è a un passo, a portata di mano.

 

E anch’io stavo con te

Lì fermo a guardare, a cercare

Dai vetri quello che

Non riesco, ormai, più a ritrovare

 

Adesso che chissà

Che fai quando piove, se ascolti

La voce che, oggi, qua

Risuona nell’aria tra i molti

 

Rumori della scia

Di macchine lente che vanno

Nel traffico per via,

Uguali, così, anno per anno

 

Da quando sono qui

In questo palazzo arancione

Che tutto già sbiadì

Tra i fili dell’alta tensione.

 

Certo, continuerai

A vivere come vivevi

Prima, se anche, ora, mai

Noi due ci vediamo; o per brevi

 

Momenti, quando io

Ti chiamo, così, ci si sente,

Ti strappo un altro addio

Sommesso, sofferto per niente,

 

Mentre rilaverà

La pioggia, che cade lustrale,

Tutto e tutto sarà

Per noi, un’altra volta, normale.

 

15‑16 dicembre 1999

 

Percorso solitario

 

Subito dopo il voltone

Di san Vitale,

Tra archi di vecchio mattone

Di poco sale,

 

Solo di qualche gradino

Consunto e rotto,

Quel portichetto vicino

Da te, lì sotto

 

Scuri o finestre un po’ strette,

Lassù, lontane,

Dove la strada si immette

Tra case strane.

 

C’è ancora il freddo paletto

Di ferro scuro

Se anche, oggi, qui non ti aspetto

Di fronte al muro

 

Come una volta. Rammenti?

Così è vanita

Ogni magia, nei momenti

Di questa vita.

 

Qui mi piaceva aspettarti,

Non so di cosa

Pieno e felice, guardarti

Meravigliosa

 

Giungere a passo spedito

Col tuo sorriso,

Mentre toccavo col dito

Il paradiso.

 

Questo ricordo e, se è vero,

Non lo so dire,

Perso, com’è, in un pensiero

Senza avvenire

 

Oggi che, a volte, mi sento

Un sacco vuoto

Che nulla riempie; ma, a stento,

Fisso l’ignoto,

 

Guardo cercando nel mondo

Ciò che mi invera,

Se anche non trovo che il fondo

Di un’acqua nera

 

Dove soltanto annegare

Quell’allegria

Che, a rammentare, mi pare

Malinconia.

 

Torna, anche tu; e rideremo

Di quel passato,

Su queste pietre che premo

Di già annoiato,

 

Tra queste case che il gelo

Intorpidisce:

Ci stupiremo di un cielo

Che non finisce.

 

22-23 dicembre 1999

 

GIURAMENTO

 

Giuro davanti agli uomini del mondo

Intero, e giuro innanzi al sommo Dio,

Un infinito e illimitato amore,

Lungo i giorni di questa mia esistenza

Infelice, un amore alla mia Giulia,

A lei, mia donna, che mi lascia solo.

 

Guardando intorno, nell’andare solo

In questo nostro frastornato mondo,

Un pensiero m’assilla e sei tu, Giulia,

L’epifania di quell’eterno Dio

In cui s’esplica tutta l’esistenza

All’ombra salvatrice dell’amore.

 

Giulia, sospiro dei miei giorni, amore

Infinito, perché mi lasci solo?

Una notte perpetua, un’esistenza

Lugubre mi fai vivere in un mondo

Insofferente a qualsivoglia Dio:

Anima mia, non te ne andare, Giulia!

 

Giuro di nuovo, e tutti i giorni, Giulia:

Io voglio te, null’altro, il sommo amore!

Usasse verso me pietà quel Dio,

La salda rupe sopra cui, ora, solo

Io posso avere pace in questo mondo,

Almeno, in questa rapida esistenza

 

Guarda, allora, la mia triste esistenza,

Indegna senza te, senza te, Giulia,

Urlo strozzato in questo sordo mondo,

La cui unica salvezza è nell’amore!

Io senza te rimarrò sempre solo,

Abbandonato e lontano da Dio.

 

Genuflessomi a te, ti chiedo, o Dio,

Infine che non sia la mia esistenza

Un’arrancare senza meta e solo:

Lasciami amare la mia bella Giulia,

Io con lei stretto in un sublime amore

Ancorché sbigottisca intero il mondo.

 

Allora, dico a Dio, ripeto al mondo,

Mille volte che amore è l’esistenza

Oggi, che è solo e tanto per me in Giulia

 

A UN’AMICA

 

Ilaria cara, ti ho pensato tanto

In questi giorni, ti ho pensato e ho pianto.

Ho pianto sul tuo amore calpestato

Da chi era stato, forse, troppo amato.

Troppo amato da te, ma indegnamente,

Come chi prende, prende e non dà niente.

Niente vale le lacrime di un cuore

Che ama un amato che non prova amore.

Amore, vita: un unico mistero

Che mi domina, ormai, ogni pensiero.

Ogni pensiero mio ha una voce e un volto

Che ho sempre innanzi, che mi parla e ascolto.

Ascolto e non capisco ciò che dice,

Ma mi dona dolcezza e fa felice.

Mi fa felice, perché trovo in quella

Donna la cosa più dolce e più bella.

Bella e dolce è perché ritrovo in lei

Tutto ciò che non sono e che sarei.

Che sarei, che sarò: non è lontano

Il giorno in cui le stringerò la mano.

La sua mano e la mia, dita tra dita,

La sua dentro la mia tutta la vita:

Una vita di gioia, vera e piena,

Una vita invidiabile e serena.

Serena come il cielo in primavera

Sarà questa giornata fino a sera.

Sera, ricordo di un incontro antico

In cui eravamo Giulia e Federico.

Io, Federico, goffo e un po’ sperduto

Dal primo fino all’ultimo saluto.

Dal saluto, dal bacio e dal sorriso

Toccai con mano un po’ di paradiso.

Quel paradiso candido di sole

Chiarì al mio cuore ciò che adesso vuole.

Giulia, che vuole e sa ogni suo progetto,

Mi riscaldò stringendomi al suo petto.

Nel petto lei, che in ogni sua pupilla

Parla d’amore, è fragile e vacilla.

Vacilla, un poco: ha un’anima indifesa

Per mali antichi e mal sopita offesa.

È un’offesa crudele che la rende

Triste, ma bella: bella che sorprende.

Sorprende chi conosce che all’esterno

Vale meno il tesoro che all’interno.

Giulia ha all’interno, in sé, meravigliose

Doti che un dio per grazia in lei ripose.

Ripose come un seme in un giardino

Che è germogliato timido un mattino.

Un mattino di marzo, e tale e quale

Nulla più fu, per me, nulla più uguale.

Uguale e indifferente resta solo

Chi, potendo librarsi, resta al suolo.

Sul suolo greve sta l’ombra sottile

Di chi è lontano, mente e tiene a vile.

È vile chi dimentica e non ama

L’amore amato che lo cerca e brama.

La sua brama non prova altro talento

Che soddisfare un infimo momento.

Un momento, e la fuga via veloce,

Rinnovando l’ antica offesa atroce.

L’atroce solitudine ha un sussurro

Sordo e in Giulia dà lacrime d’azzurro.

L’azzurro dei suoi occhi è un cielo terso

In cui da tempo ormai mi sono perso.

Mi sono perso, ma non ho paura,

Se lei mi trae da questa selva oscura.

La selva è oscura e in salita la strada;

Ma si farà, qualunque cosa accada.

Accada una bufera o una tempesta

O chissà che: la nostra vita è questa.

Questa vita è un endiadi per noi due,

Per lei che ha le mie cose e io le sue.

Le cose sue e le mie, strette tra loro

Sono per noi il nostro più bel tesoro.

È un tesoro che tutti ammireranno

Quelli che, pur volendo, non l’avranno.

Non avranno la gioia che completa

Ogni nostra speranza più segreta.

La speranza segreta di ogni cuore

È di dare e ricevere l’amore.

L’amore è un tu che nasce all’improvviso

E apre le porte a un puro paradiso.

Il paradiso germina dal dono

Che l’io fa al tu se riesce a dire: «Io sono».

Sono così, così: non sono un altro,

Come chi sa mentire e essere scaltro.

Chi è scaltro prende, prende e non dà niente

Si nasconde e allontana inutilmente.

Fa inutilmente vivere e morire,

Chi sa illudere e fa solo soffrire.

Fa soffrire chi è fragile e vacilla

Chi non ha amore in ogni sua pupilla.

Nella pupilla l’anima rivela

Ciò che la nostra bocca nega e cela.

Cela la bocca e l’anima cancella

Senza pietà qualunque cosa bella.

Così, ogni cosa bella ha in sé un ricordo

Straziato, un mormorio lugubre e sordo.

Ma questo sordo e fioco ricordare

Non dura sempre, è prossimo a passare.

Dovrà passare, lieve come l’aria,

Dolce come sei tu, mia cara Ilaria.

 

FELICITÀ

 

C’era la luna sopra l’acqua nera,

Quel sabato, a Cattolica, una luna

Tremula e bella, bianca come cera,

Come nessuna

 

Sul mare avevo visto mai, su un mare

D’autunno, fermo e stanco senza vento,

In un attesa trepida a aspettare

Lì qualche evento.

 

Riemergeva una voce del passato

Nelle poesie di quando andavo a scuola,

Un evento lontano e inaspettato

Fatto parola,

 

Fatto emozione, come tra le stelle

La luna nel suo colmo quando splende

E copre le altre luci, anche se belle,

E ci sorprende.

 

La voce dei poeti era la scusa

Che avrei voluto avere in quell’istante

Per dire alla mia bella e dolce musa

Le tante e tante

 

Cose che invece non le ho detto, cose

Che non le dirò mai, fitte nel cuore

Come spine di rosa dolorose,

Fiore d’amore.

 

Mia dolce amica, forse avrei dovuto

Parlare, dire cosa mi stringeva

L’anima mia, minuto per minuto,

Cosa voleva

 

Sapere questo petto, colmo e pieno

Di paura e viltà, forse di molta

O troppa timidezza, e non sereno

Come una volta.

 

Non mi sento più libero di dire

Le cose che, una volta, ti dicevo,

Di ridere e scherzare o di inveire

Come volevo

 

Contro chi usa e chi abusa, e si fa gioco

Di calpestare ciò che noi vogliamo,

Come valesse nulla o troppo poco

Quello che siamo.

 

Quanto volevo stringerti la mano

E ricoprirti dei miei baci, i baci

Che suggellano in noi il sogno lontano

Per cui mi piaci,

 

Per cui ti piaccio, e non si sa altro modo

Per dire senza dire antichi detti,

Per stringere o per sciogliere quel nodo

Che stringe stretti.

 

E mi perdonerai se ora ti scrivo

Dei fantasmi che mi agitano spesso,

Di sogni e d’illusioni in cui ora vivo,

Mesto e dimesso,

 

Forse incapace di trovare il bello

In ciò che faccio e sono, insoddisfatto

Di quello che ero e che sarò, di quello

Che farò e ho fatto.

 

Piangerei, per lavare con il pianto

La maschera che copre ora il mio volto,

Per togliere le lacrime che ho pianto

E che ho raccolto

 

Come a testimoniare di una vita

Vissuta male, senza altra speranza

Di chi mi completasse, e che è finita

Senz’importanza.


 

 

 

 

indietro