POESIE
Marco Antonellini
L’AIA IN FIAMME
I- Un angolo di stia
Odi tra i rami ritorti dei noci
lo stuolo che fece rotare in cerchio
il tuo volo e lo strepito di voci
in corpo stonare ruvido il serchio
e la terra d’un argine
quando prese la mano a te bambino
tuo padre che dormivi in covile
di soffione.
Ancora oggi ti guardo levare
il più alto canestro e tu
volare in un ruzzo di ghiaia.
Come feroce oggi la memoria
cede all’incanto ch’esplode come vortice
nell’ombra d’un muro frusto di fichi e calcina
-immobile- come a ricordarti
una condanna malcelata
nella blusa che t’ornava
il mezzobusto fiero.
Vieni, guarda:
il tuo passo si fa lento
s’inquieta in un bollore,
stenta sul balzo e ripiglia
nel gaiser di pomodori
prima di affogare nel pozzo.
Com’è sordo questo tuo vociare
in quel tonfo che ci separa
e che divelle la vite;
s’oscura nel folto d’una savana
di sterpi un sarmento inodore;
non s’ode che intonare
la musica dolce dei racemi.
II- L’argine
Quei voli sconsolati ottani
di motori in panne verso
cieli dipinti dal disonore
cosa mai indicheranno?
Come un tempo
ti seduce lontano il richiamo
della palude, del salnitro
quando eri tu a stendere
insidie nell’intatto
grigiogiallo di pozzi
e laghetti e il bagliore
d’una doppietta faceva luce al mondo.
Ti ho serbato
per questo tempo volgare
il piatto di finta porcellana
e il portamonete di cuoio
che hai lasciato prima di partire.
Non è poco forse volgere
in oggetto ciò che oggi
si cela dietro al vuoto
che a lungo videro i tuoi occhi
lucidi nel fuoco di luglio.
Dunque sei tornato?
Dicono
che i morti rivivano
nel ricordo
ma tu preferisci il margine
del campo o la vera
d’un pozzo pronto
per essere preso o lasciato
in una cornice
che tenga distanti
desiderio e azione.
Il mezzo volo del gallo
ti spia ancora tra le reti
chiuse dal noce;
feroce zampilla una vita
che il segno del pruno
solo una volta ha inciso.
L’inquieta tristezza del mattino
che appare ancora
al primo dissolversi
della biocca che tutto avvolge
non vuole conoscere
rimpianto o consolazione.
Nella debole luce che restituisce
il tuo volto al mio
sta la nostra comune brama,
il tu che cercavamo
in un riverbero traslucido di specchio.
LA NATURALE INCLINAZIONE
I
L’iride verde lama
non è scomparsa su questo
cielo di nappa e ride
in un tepore di risacca
or ora quieto.
Si spicca laggiù
nell’imperturbato azzurro
l’ora propizia, il tempo
della rivolta.
E tu, non esitare
cingi il pallore
varca il mezzodì
oltrepassa l’alba.
II
L’attimo blandisce il barlume
che ti guida e il laccio
imbriga la tua sorte
fugge le quinte d’una storia
che no sa più farsi presente
(lo spasmo di fiorato argento
restituisce fuoco al gesto
se leve la tua fronte si disfiora)
Un tizio diceva che lì era
tutto Valverde, che mi sarei
perso. Ma tu eri oltre
al muricciolo. E parlavi.
Parli ancora.
III
La cascata che scroscia
sui fossi soffio
che arriccia un destino
sordo di singhiozzi
era un solo urto a primavera fatta..
Ho visto il tuo occhio aggrottato
svellere smalti familiari
muti quasi al tuo voltarti.
Le ombre che addensano
nere il tuo domani
scalzano lievi la coltre
del silenzio.
IV
Una fuga a dorso di mulo
mentre morde il secreto di te
nel diluvio di ciottoli e stridette.
Ho stretto un cencio di cloroformio
ebete di pezza e bottone
nell’ovatta di bambolina.